lunedì 26 settembre 2016

il fatto sta




Il fatto sta che c’era un carro di morto proprio sotto casa mia, proprio lì sotto, con le porte di dietro aperte, che io i carri di morto non li potevo digerire ché mi parevano, quelle porte, porte aperte verso il nulla, che quando questo nulla ti acchiappa non è che ti lascia ritornare indietro che tu magari ce lo puoi pure chiedere, tu ce lo puoi chiedere, Che scusa mi sono dimenticato una cosa posso tornare?, no che non ti fa ritornare, non ti fa ritornare manco per niente, insomma il fatto sta che c’era questo carro, quel giorno, il diciotto dicembre dico, che io ero nel gabinetto di casa mia, seduto nel gabinetto di casa mia, la finestra aperta e vedevo quella disgrazia ferma là sotto e rimanevo seduto senza motivo, seduto nel gabinetto dico, senza fare niente, come se ero in una panchina che mi guardavo il passeggio col gelato in mano e vaffanculo allora, che mi alzai da quello schifo di panchina, chiusi la finestra e mi guardai allo specchio, lento, come al solito, ché io allo specchio mi guardo sempre lento, ché quando mi guardo allo specchio mi sento sempre un poco preoccupato, ché uno quando si guarda allo specchio, prima di guardarsi allo specchio, se non si preoccupa fa male, ché un poco si deve preoccupare, ché non sa mai quello che ci può trovare, nello specchio intendo, che magari ti sei coricato che eri perfetto la sera prima con gli occhi al loro posto il naso e tutto il resto e poi quando ti svegli qualcosa non ti torna e ci resti scimunito, e allora come al solito mi guardai allo specchio lento lento e lì sputata nello specchio c’era una faccia stramba, una faccia scolorita, che uno magari, uno a caso, mi potrebbe dire, Non ti preoccupare il fatto sta che hai visto il carro di morto e ti sei impressionato, Non è vero, gli risponderei a questo, a questo che parla dico, perché io me lo sentivo e me lo sentivo che qualche cosa stava succedendo, Il tuo problema è la febbre, mi direbbe ancora lui, sempre quello di prima, La febbre che ti spunta di sera solo di sera trentasette trentasette e mezzo e sei nervoso, e allora gli direi Sì, è vero, ma com’è possibile buttanissima della miseria che magari sono disteso sul divano con la coperta il giornale col caffè, il caffè caldo bollente, col pigiama tutto bello rilassato e all’improvviso lei, la febbre dico, mi fa visita e mi rovina la serata, insomma io mi sentivo strano, quella mattina intendo, che sono uscito dal bagno e così di sfuggita mi guardai i piedi e proprio lì nei piedi, sopra i piedi, c’erano due cani che mi guardavano male, due cani cattivi e arrabbiati coi denti di fuori che pure quella notte avevano abbaiato, forte avevano abbaiato e poi all’improvviso avevano pure parlato, per la prima volta avevano parlato, prima un cane, Ti dobbiamo solleticare i piedi che te li dobbiamo solleticare fino a farti impazzire, poi l’altro, Vieni qua che te li dobbiamo solleticare, e io mi ero svegliato di soprassalto le mutande cacate il fiato corto un rimbombo nella testa che era stato un sogno impressionante e non mi ero addormentato più, perché là, nel sogno dico, io mi vedevo chiuso dentro quattro mura e questo fatto che ero chiuso e l’altro che i cani avevano parlato, prima uno poi l’altro, mi faceva un’impressione incredibile, ecco che quando ero uscito dal bagno me li ero guardati i piedi e loro, i due cani, avevano guardato me, fu un attimo, un attimo solo e poi si erano travestiti di nuovo da ciabatte a forma di cane con la faccia di cane che quando mia madre me le aveva regalate, queste ciabatte dico, io avevo fatto la faccia di quello che non aspettava altro che qualcuno gli regalasse le ciabatte a forma di cane, Mettile che quando fa freddo ti tengono caldi i piedi, e perciò li avevo buttate in un angolo e ora camminavo coi piedi nudi per casa tranquillo e sereno che finalmente mi sentivo meglio tatatatata un rumore incredibile tatatatata che mi parevano i cani che si erano incazzati, era la porta, che qualcuno da dietro stava bussando da farla tremare, da buttarla a terra, la porta dico, Chi è?, chiesi con la voce sincopata che mi stava venendo un colpo di sale una botta di sangue un infarto preciso, Signor de vita sono io, Io chi?, Cremonesi, Cremonesi chi?, L’ingegnere del terzo piano, apra la porta, Non posso aprire, Apra è urgente, e che poteva essere successo di tanto urgente da scassare le porte degli altri che io l’avevo visto sì e no tre volte, questo cremonesi dico, e l’avevo salutato pure meno, Signor de vita apra presto non c’è tempo da perdere, era anche lui in pigiama che quando aprii la porta mi fece una brutta impressione la barba in faccia i capelli arruffati, Che cosa è successo?, Venga dobbiamo scendere nell’androne presto presto, Sì, ma cosa, che quello già non c’era più che mi aveva lasciato davanti alla porta e allora cominciai a girare come una trottola senza sapere cosa fare la testa confusa andai nell’armadio cominciai fare i giochi di prestigio con giacca pantaloni cravatta e gilè li facevo volteggiare come quelli del circo senza sapere perché, Vai, una voce di dentro mi spinse fuori di casa che io stavo scendendo a piedi nudi di corsa rientrai m’infilai dentro a un paio di mocassini neri e così in pigiama e mocassini cominciai a correre per le scale, terzo secondo primo, c’era un bordello incredibile, nell’androne dico, un bordello da fare cadere per terra le orecchie, che io guardai, per terra dico, per vedere se mi erano cadute, le orecchie dico, un bordello di voci che si accavallavano e si scavallavano che diventavano brusio frastuono baccano, Lei mi deve ascoltare, Io non ascolto nessuno se prima, Signori calmatevi, Sua suocera!, Sì, mettiamola al voto, Non dica fesserie, era uno schiamazzo incredibile che mi parevano tanti leoni rinchiusi che si stavano sbranando, Buongiorno, niente, se ne erano fottuti, che io avevo salutato e manco un disgraziato che mi aveva risposto e allora mi misi a guardare camminavo in mezzo a loro e guardavo, Calma calma, Questi signori attendono una nostra decisione non mi sembra educato che, ma di che stavano parlando che non ci capivo niente, loro erano due, di lato nell’androne, a sinistra del portone, erano due, uno secco e alto talmente alto che pareva una prolunga di quelle che si usano per le prese e l’altro più basso e con la faccia di cartapecora e guardavano, verso i leoni guardavano e sorridevano e ammiccavano e di nuovo sorridevano, giacca nera camicia nera pantaloni neri scarpe nere, erano di lato e guardavano e nel mezzo proprio nel mezzo, dell’androne intendo, c’era tutto il palazzo, il cremonesi di prima, l’avvocato ciminna, de marchis, de lisi e sua moglie, pergolizzi, il dottor trocace, eusebio trocace, medico di famiglia, il portiere tito, monsignor macchi, la famiglia stanti, insomma non mancava nessuno proprio nessuno ora che c’ero pure io, Nell’ottanta lei non votò per l’istallazione del pozzo non crederà di averla vinta di nuovo, E allora dottore mi faccia capire perché deve essere lei a decidere, mi guardava, quello più basso dico, quello con la faccia di cartapecora, mi guardava e sorrideva e annuiva e poi all’improvviso mi strizzò l’occhio, quel cornuto mi strizzò l’occhio, che per caso avevamo fatto il militare assieme, che c’incontravamo dal barbiere, Buongiorno cartapecora come va?, in salumeria, Cartapecora compra il salame che è delizioso, al pranzo della domenica, Per cartapecora il posto a capotavola!, ma chi minchia lo conosceva a questo cartapecora, Signori, secondo me si sta perdendo il vero punto della situazione dovremmo decidere, Non c’è alcun dubbio l’unica è il voto, Scusate ma noi avremmo una certa fretta, aveva parlato, quello basso, il cartapecora, e aveva una voce pure di cartapecora, tutto di cartapecora era e mentre lo diceva, questo fatto che aveva fretta, faceva gomito con l’altro e quello, la prolunga dico, rispondeva all’ammiccamento e ridacchiava, Buongiorno signor de vita, di botto come se fossi arrivato in quel momento il dottor trocace mi salutò, Signori abbiamo il piacere di avere con noi anche il signor de vita su forza salutiamo, diamo il benvenuto al signor de vita, Benvenuto signor de vita, minchia minchione minchissima, all’unisono m’avevano salutato, tutti assieme, senza manco sgarrare n’anticchia, come se avessero provato e riprovato tutta la mattina per salutare a me, Buongiorno, risposi e mi uscì una voce stridula una voce spaventata e miserabile ché lei lo sa sono sicuro che lei lo sa, la voce intendo, lo sa quando c’è un pericolo, quando ti devi preoccupare, lo sa e te lo fa capire come a volerti avvertire, come a volerti dire che lui, il pericolo dico, in quel preciso attimo è in agguato e tu non te ne accorgi, Signor de vita come va?, Bene, Siamo contenti, non è vero che siamo contenti?, Sì, siamo contenti, ma allora ditelo chiaro che vi siete appattati, ditelo che è uno scherzo, questo fatto del coro dico, uno scherzo che vi siete appattati che ci facciamo una bella risata pacche sulle spalle abbracci e baci e ve ne andate a rompere la minchia da un’altra parte, Non è per caso vero, e di colpo a quello gli uscì un tono inquisitorio, al dottore dico, si cambiò lo sguardo e mi puntò il dito che pareva che avrebbe sparato da un momento all’altro, col dito intendo, Non è per caso vero che lei da qualche sera soltanto di sera soffre di una strana febbre?, Sì, e la voce mi uscì di nuovo stridula, buttanissima, che io ci pensai e ci pensai prima di dire sì, ci pensai e mi sforzai di buttare fuori la voce più roca che avevo ma niente mi uscì ammosciata, svaporata, Sì, risposi e di botto ci fu una festa peggio che per la santa patrona, ché manco avevo finito di dirlo che tutti parevano impazziti e si abbracciavano e si baciavano e un bordello incredibile di felicità che mi sbatteva sulla faccia, questa felicità dico, mi sfiorava il petto mi rotolava nei piedi e poi spariva così come era arrivata e pure quei due ridevano, il cartapecora e la prolunga intendo, ridevano da stare male ridevano come io non ho visto mai nessuno ridere in quella maniera era una risata assurda, che io posso capire che uno fa una battuta una freddura racconta una barzelletta, La conosci quella di coso che fece la cosa e ci venne una cosa, Ah ah, e uno ride e di cuore ride ché quello ha raccontato una barzelletta e tu devi ridere e allora lo posso capire ma loro, i due intendo, che minchia ci ridevano, che ora mi avevano proprio scassato i cosiddetti che avrei voluto strappare la cartapecora arrampicarmi sulla prolunga, su su su, arrivare fino a casa mia e rinchiudermi dentro, lui poi si avvicinò a me, il dottor trocace dico, mi guardò mi squadrò e poi, Lei ha una faccia stramba scolorita, Il fatto è dottore che io non mi cautelo perché dovrei, mentre io parlavo quello diede un’occhiata d’intesa a tutto il condominio e vidi tante teste che annuivano che io non lo capivo perché annuivano e allora continuavo a parlare senza senso, Basta!, mi fermò lui e lo fece con la mano che questa mano a me mi parse minacciosa perché partì tipo film dei cawboy velocissima e netta, Dunque si è deciso ai voti tredici sì e un astenuto, Ma cosa scusate, Vede quei due signori, e indicò il cartapecora e la prolunga, Sono qui perché qualcuno ha deciso così, Non capisco, Dicono, i signori, che oggi uno di noi deve seguirli, E dove?, chiesi io e lo chiesi ingenuamente come un bambino che parla con la mamma, Lei è così cagionevole, noi ci siamo confrontati e abbiamo deciso che lei è il prescelto, Ma il prescelto per cosa?, che io non avevo mai vinto niente, manco una tombola un sette e mezzo, niente, e a questa cosa, di essere prescelto dico, non c’ero abituato, Il prescelto per seguirli, Per seguirli?, Per seguirli al camposanto, svenni e mi furono subito addosso, mi alzarono di peso e, Presto prendete la bara, mi infilarono dentro a un catafalco marrone, È solo svenuto, Occorre soppri-merlo, Sì ma come, Veleno!, No troppa agonia, Lo strangoliamo?, Sì ma chi lo fa?, Estraiamo a sorte, Signori ascoltate, occorre trovare qualcosa che impegni l’intera collettività condominiale, E cosa? e si appartarono si misero di lato e iniziarono a bisbigliare che io non potevo sentire niente a un certo punto sentii soltanto, Ci vediamo qui tra cinque minuti, e poi nulla, un silenzio totale e qualche rumore sordo, come un salire e scendere di scale e poi di nuovo, Ci siamo tutti?, Sì, Sì, Eccomi, Sì, Arrivo, Ci sono, Bene facciamo la fila, adesso mi raccomando forte e deciso, Signori, non sporchiamo per favore, era il portiere tito, con in mano una cesoia, Zac, e arrivò la prima, mi colpì fra l’inguine e la coscia, Zac, un colpo netto che mi recise un tendine, Zac, mi fece un altro buco nel naso, Zac, l’occhio, Zac, una spalla, Zac, una mano, Zac, e poi l’altra, Zac, il collo, Zac, un orecchio, Zac, la pancia, Zac, la pancia, Zac, la pancia, coltelli stilografiche apri-bottiglie seghetti un’ascia tronchesine temperini apri-scatole rasoi punte di trapano limette forbici mezzelune, ognuno aveva portato qualcosa per spir-tusare a me, che è proprio vero che uno non deve buttare mai niente ché poi quando meno te l’aspetti, Mi serve qualcosa per ammazzare il tale, Zac, e trovi quello che ti serve, Fatemi benedire la salma domani tutti in chiesa per un rosario, Guarda un po’ cos’ha ai piedi, tito vada a prendergli qualcosa di più comodo, Secondo te questo è mogano, Macché, Possiamo squagliare lo zinco?, Un attimo mettiamogli queste, Che strane ciabatte, Su presto carichiamolo sul carro, Buona giornata a tutti, Io ho fatto davvero tardi, E già a quest’ora il traffico è infernale, Cara, senti, per pranzo scongela le sogliole, Signori non dimenticate di lasciare i sacchi di immondizia davanti la porta, Alla prossima, Ci vediamo, L’ultimo chiuda il portone, e insomma il fatto sta che io quel giorno dovevo morire, il diciotto dicembre dico, che quando uno deve morire non è che può cominciare a chiedersi il perché e il per come, deve morire e basta, dov’è che sono adesso non sto male, è un po’ stretto ma mi sono abituato, ho un poco di bruciore, alle ferite dico, solo un poco ma sopporto, l’unica cosa che mi fa impazzire sono questi cani, questi luridi cani che mi solleticano i piedi.

testo: Rosario Palazzolo
immagini: RUPE



lunedì 19 settembre 2016

una cicatrice ben fatta


Una volta Ivan mi disse, con un certo dispetto, che i morti sono tutti uguali e che facevo meglio a rendermene conto il prima possibile. Per dirmelo mi aveva convocato nel garage, dove passava un sacco di tempo a potenziare marmitte e occuparsi di carburatori con i suoi amici.
Gli chiesi cosa intendesse dire.
«Non ti aspettare che Leo continui a proteggerti da lassù, nessuno gli ha conferito poteri speciali. Probabilmente neanche esiste un lassù. È ora che cominci a cavartela da solo.»
Questo avvenne precisamente un anno dopo la morte di Leo, il fratello maggiore di noi tre. Ivan era entrato nella fase in cui si prefiggeva l’obbiettivo di impartirmi dure lezioni formative e tenermi alla larga dai suoi giri. Aveva quattro anni più di me ed era stato il fratello di mezzo fino alla morte di Leo.
Feci spallucce e me ne andai. Col cazzo caro Ivan, pensavo, io non lo so dove sta Leo o se è uguale agli altri, ma io voglio continuare a pensare che lui mi protegga.  
In quel periodo mi ero legato a un vicino di casa di nome Nicolas. Un mezzo skater con i capelli lunghi e i genitori molto anziani. In realtà non ce lo avevo mai visto sullo skate, indossava un sacco di magliette a tema ma sospettavo non avesse mai imparato ad andarci. L’estate aveva svuotato la città fino all’osso, e noi ciondolavamo in giro per il quartiere tutto il giorno. Rientravamo a casa solo quando la luce era quasi scomparsa e i pipistrelli svolazzavano talmente bassi da farti impensierire per via di quelle storie secondo cui si attaccano ai capelli o cose del genere.
«Ti fanno la pipì in testa» aveva asserito Nicolas l’ultima volta che Ivan ci aveva permesso di unirci ai suoi amici in garage «C’è gente che è rimasta pelata»
Tutti l’avevano presa a ridere, tranne mio fratello che mi aveva fatto cenno di levarci dalle scatole.
I miei genitori non erano anziani come quelli di Nicolas ma erano ancora depressi e confusi per la morte di Leo e non facevano troppo caso a me. Si limitavano a qualche vaga raccomandazione.
A inizio estate Nicolas e io avevamo rimediato per pochi spicci una bicicletta da un suo zio rigattiere. Era una vecchia Peugeot Helium bianca, di quelle pieghevoli. «Può ancora dire la sua» ci aveva assicurato lo zio. In realtà era un catorcio. Ci andavamo sempre in due, alternandoci alla guida. 
Una sera mentre costeggiavamo le serrande abbassate dei negozi fummo braccati da un’altra coppia di ragazzini in bicicletta. Venivano in senso contrario e appena ci adocchiarono puntarono dritti verso di noi. Il ragazzino che era in piedi dietro scese al volo, con un balzo suggestivo, mentre l’altro, con una sterzata, mise la bicicletta di traverso, a sbarrarci la strada. Nicolas fu costretto a fermarsi.
«Non si passa» sentenziò quello alla guida. 
Aveva un sorrisetto affilato ed era abbronzato, a differenza di noialtri. L’altro teneva un lecca lecca stretto tra le labbra. Avevano tutta l’aria di provenire dai casermoni popolari più a nord.
«E chi lo dice?» rispose Nicolas.
«Lo dico io» rispose il ragazzo abbronzato «Dovete tornare indietro»
«Non credo proprio.»
«Può passare uno soltanto. Lui torna indietro, a piedi» indicò me con il mento, senza levare le mani dal manubrio. «Che ne dici, verdepisellone?», chiese con chiaro riferimento al colore della mia maglietta.
«Dico che ti scureggia il cervello» risposi.
Nonostante le apparenze non sembrava esserci un vero e proprio astio tra noi. Serpeggiava, invece, una certa eccitazione per quella sfida. Tanto valeva protrarla più a lungo possibile prima di tornare ai nostri infruttuosi giri in bici. 
Il ragazzino con il lecca lecca continuava a tacere ma aveva iniziato a svitare il campanello della nostra bicicletta. Mentre lo allentava fissava Nicolas con calibrata indolenza. Adesso la cosa sembrava seria. Avrebbe continuato fino a far cadere il campanello a terra? Nicolas avrebbe reagito? Con la risposta di prima ero stato in grado di reggere la scena ma se avessero fatto a botte come mi sarei comportato? Sarei intervenuto? Forse sarei semplicemente andato in iperventilazione. Era già successo.
«Facciamo una gara» disse il ragazzo abbronzato «A chi arriva prima al parco. Ce lo avete il coraggio?». Il ragazzo del lecca lecca si fermò e andò a sedersi dietro di lui.
«Ce l’abbiamo» rispose Nicolas.
«Chi perde è una lurida merda» fece il ragazzo abbronzato mentre cominciava già a pedalare.
Nicolas non mi lasciò neanche il tempo di sistemarmi meglio che prese anche lui a spingere sui pedali.
Dopo pochi metri le biciclette oscillavano scomposte ai lati della strada. Infilammo una serie di incroci senza concedere niente alla segnaletica. Io sobbalzavo selvaggiamente a ogni buca. Incurante dei rischi, Nicolas pensava solo a prodursi nel massimo sforzo per non essere sconfitto. 
Alla prima svolta gli altri sbandarono paurosamente sfiorando l’impalcatura di un ponteggio, noi ne approfittammo tuffandoci giù dal marciapiede e immettendoci sulla loro rotta. Ora però li sentivo alle spalle, spaventosi come predatori famelici. 
Un primo rossore aveva intriso l’aria. Mi immaginai Leo che faceva da spettatore. Immersi in quella luce sottomarina, dovevamo sembrare una specie di pesci saettanti.
Sulla salita finale i nostri avversari ci affiancarono.
Il ragazzo abbronzato allungò una mano in cerca del nostro freno destro. Dietro, il ragazzo con il lecca lecca ciucciava con rabbiosa concentrazione. Eravamo gli uni a ridosso degli altri. Io tentai di allontanarli spingendo con il piede sulla loro ruota ma qualcosa andò storto. Non so dire bene dove si infilò il mio piede fatto sta che, tra i raggi e la forcella, qualcosa prese a scavarmi la caviglia ferocemente. Ritrassi il piede urlando. Nicolas arpionò i freni e dall’asfalto si levò un coro di suole trascinate. Scesi dalla bici e galoppai verso la fontanella, tallonato da Nicolas. Gli insulti dei nostri avversari non tardarono a raggiungerci. Il ragazzino con il lecca lecca, quello che non aveva detto ancora una parola, era sceso della bicicletta e si stava sgolando. L’altro sanciva la vittoria destreggiandosi in una serie di impennate trionfali.
Schiaffai il piede sotto il getto d’acqua. Il sangue usciva di brutto. Così rosso e denso, a vederlo sulla mia caviglia sembrava finto. Quello che mi preoccupava, più che altro, era la reazione dei miei genitori. Si sarebbero turbati e avrebbero deciso di cambiare registro. Quindi era meglio non sapessero niente.
Di lì a poco entrammo furtivi a casa di Nicolas. In bagno mi innaffiò la ferita con dell’alcool e attese che depotenziassi un paio di bestemmie con un asciugamano, poi ripeté l’operazione. Avvolgemmo la caviglia con una benda. Al posto dei miei bermuda, Nicolas mi prestò un paio di pantaloni lunghi dei suoi, da occultamento prove. I genitori non si mossero dalla cucina, da dove proveniva il volume delirante della televisione. 
Al rientro a casa, Ivan mi intercettò fuori dal garage. Mi disse che non c’era alcun motivo di avere un cavallo dei pantaloni così basso. «Torna sulla terra, ciccio» mi incalzò. Poi mi lasciò andare. 
Dopo qualche giorno avevo una cicatrice lunga almeno mezza spanna. 

Era bella a vedersi così in rilievo, gonfia e rosa. La osservavo inorgoglito e immaginavo fosse opera di Leo. Mi figuravo che lui avesse passato invisibilmente il suo dito lungo la ferita, rimarginandola in quel modo artistico. Aveva sistemato le cose per bene, come al solito. Mi aveva visto esplorare sconfitte che erano imprese memorabili. Tra impellenze ed espedienti affiorati nella lenta trama di quei pomeriggi assolati e inaffidabili. Mi aveva visto felice. E ci aveva messo un sigillo. Altro che morti tutti uguali, pensavo. 

testo: Daniele De Serto
immagine: RUPE

lunedì 12 settembre 2016

Velocità 1


Da piccola abitavo ancora nella casa vecchia di Firenze. La casa vecchia stava alla sinistra di quella che formalmente è casa mia a Firenze, abitata da quelli che formalmente sono i miei genitori.

La casa vecchia aveva due bagni: uno più grande con la vasca e uno più piccolo con la doccia e basta. Non me lo ricordo altrettanto bene, ma sono sicura di averci imparato a fare pipì e di averci usato – per la prima e l’ultima volta nella mia vita, in quel desiderio di aderire alla normalità che mi porto dietro da sempre – il dentifricio Paperino’s alla fragola con cui si lavavano i denti tutti i bambini della mia età. Una merda totale. Davanti al gusto del Paperino’s non c’era desiderio di normalità che tenesse.
Nel water del bagno piccolo c’era finita la mia scimmietta preferita, piccola e grigia, più a forma di pera che di scimmia e con le mani chiuse a pugno con l’alluce in su da infilare in bocca. Non credo che quella scimmietta  fosse frutto di un approfondito studio, sembrava più che altro una persona grassa e minuscola ricoperta di moquette grigia, ma qualsiasi cosa fosse mi piaceva un sacco e chissà come abbiamo fatto ad asciugarla, imbottita com’era.

Era nel bagno grande che si svolgeva la rituale asciugatura dei capelli, quello che sarebbe diventato il più bel ricordo della mia infanzia. Tutte le volte che accendo il phon torno lì, nel bagno grande della casa vecchia di Firenze con mia madre che mi asciuga i capelli e io che me ne sto seduta su uno sgabellino azzurro a tre gambe con una fetta di pane in una mano e una di parmigiano nell’altra. Così tutte le volte, per anni. Quei momenti per me erano come il mare calmo di chi naviga, l’unico posto che oltre al cane potrei chiamare casa.

Nella casa vecchia avevo questo accappatoio di spugna marrone, con un ricamino d’oro – che all’epoca mi sembrava la V di Visitors – sul petto. Avevamo tutti lo stesso accappatoio, ma il mio era l’unico senza cappuccio, come se la mia testa fosse destinata a essere asciugata solo con il phon.
Mia madre forse voleva sbrigarsi con il phon perché c’era da andare a tavola, e invece di pettinarmi mi scompigliava i capelli veloci con una mano perché si asciugassero prima e mi sparava il phon addosso a velocità 2. Quando era troppo vicina e mi faceva troppo caldo dicevo “brucia” e per un attimo metteva velocità 1 e mi allontanava il phon dalla testa. Ho sempre trovato che – al di là della reale necessità di asciugarsi i capelli – fosse più riposante ascoltare il phon in velocità 1.

Il bagno piccolo aveva le mattonelle sul bianco e marrone, niente di esotico, mentre il bagno grande era piastrellato chiaro bianco e azzurro e sulle mattonelle c’erano disegnati quelli che a me sembravano gabbiani come li fanno i bambini e – ora che ci penso – assomigliavano pericolosamente alla V di Visitors del mio accappatoio senza cappuccio.
Quando facevo il bagno nella vasca che mia madre non riempiva mai del tutto – forse per motivi di sicurezza perché a casa mia tutti hanno paura di tutto – mi piaceva andare con la testa sotto, ma visto che l’acqua non era mai sufficiente da rendere agevole la manovra, dovevo appiattirmi tutta sul fondo e prima di andare già gridacchiavo “guarda mamma, dimmi per quanto non respiro!”. L’avrei fatto per molti anni.

Al mare, il tristissimo accappatoio di spugna marrone senza cappuccio ma con il ricamino, lasciava spazio all’accappatoio di spugna verde che aveva sì il cappuccio, ma anche quasi dieci anni – quelli di differenza tra me e mia sorella. Complici l’usura e l’aria di mare che rovina tutto quello su cui si appoggia, l’accappatoio anche da pulito era rigidino e mi pareva di essere in frac. A me piaceva lo stesso.

Chissà perché ai bambini si infila l’asciugamano una volta usciti dall’acqua come fossero dal sarto a farsi prendere le misure. Braccio destro, braccio sinistro, alza, abbassa, fermo. Immagino facessero così anche con me, infilandomi l’accappatoio verde da ferma, come se una volta uscita dall’acqua dove nuoticchiavo fino a un minuto prima non fossi più capace di muovermi. Chiusa nel mio accappatoio-frac andavo a stendermi sotto il sole, aspettando che la spugna mi si asciugasse addosso e tenesse tutto il sale che dava all’accappatoio quel suo tipo odore di mare che nessun accappatoio fiorentino avrebbe mai avuto.
Quando sono cresciuta l’accappatoio non si usava più tanto, c’era il telo da mare che ovviava alla questione del cappuccio. L’accappatoio verde finì per diventare del cane, che almeno era della taglia giusta.

Non torno più a Firenze da due anni. Di me, oltre i libri in camera e i CD messi via insieme alle scarpe e ai quaderni dell’università, è rimasto l’ultimo accappatoio, quello che avrebbe dovuto segnare il mio passaggio all’età adulta. È di una taglia più grande e sembra più una vestaglia, a testimonianza di come, in quel passaggio, qualcosa sia andato storto.

Me lo regalarono un Natale in cui ancora qualcuno si preoccupava di cercare qualcosa che potesse piacerti, prima di passare alla busta con i soldi o a dimenticarsi direttamente il tuo compleanno. L’accappatoio è rosso scuro chiazzato di bianco, come se fosse nato bianco ma tu ci avessi ammazzato così tante persone da tingersi di rosso. Mi ha sempre dato l’impressione di avere un cadavere addosso, pesante com’è sembrava di averci qualcuno aggrappato alle spalle che ti chiede aiuto mentre sta affogando in una situazione che o te o lui.

Sono via di casa da 15 anni. Non ho una foto dei miei genitori, di mia sorella o dei miei nipoti. Le uniche foto appese sono quelle dei cani che abbiamo avuto. Tutti i Natali a sentirmi dire ma fa freddo dove vivi tu? Il fidanzato ce l’hai? E fuori le foto tristissime di vent’anni fa dove nemmeno da piccola sorridevi.
In casa mia le cose si sono sempre fatte per sentito dire: so che si deve mangiare insieme durante le feste, so di volerti bene perché i genitori devono farlo, ti do dei soldi per dimostrarti che ci tengo a te. Mio padre si era persino scritto sull’agenda il mio compleanno. Se non fosse lo stesso, i miei si sarebbero dimenticati anche il mio cognome.

Nonostante tutte queste storture, il mio attuale accappatoio mi è stato regalato dalla zia che parla solo di malattie e di ricoveri ospedalieri e mi chiede se fa freddo dove vivo. È giallo, colore che dovrebbe stare solo sui pulcini e sui limoni, ma visto che è di microfibra e pesa poco me lo sono portato dietro. Non asciuga bene come un accappatoio di spugna ma almeno ha il cappuccio e quando lo lavi si asciuga in fretta.

Dopo il bagno mia madre mi asciugava i capelli sempre nello stesso posto. Sullo sgabellino azzurro nel bagno grande della casa vecchia a Firenze e sul mobiletto di compensato rivestito bianco nel bagno al mare. Mi metteva seduta sul mobiletto ancora in accappatoio per arrivare all’altezza giusta con il phon. Le sarò arrivata allo sterno. Non ricordo di averla mai abbracciata con affetto. Ricordo il disgusto che ho provato una delle ultime volte che l’ho vista, per come si era ridotta e per come non potessi fare a meno di soffrirne. 

Qualche mese fa ho sognato che la prendevo a schiaffi, le urlavo contro che mi aveva rotto il cazzo, che non potevo perdere il lavoro per stare dietro al suo sentirsi perennemente malata. Avevo persino una macchina e me ne andavo pensando “s’ammazzasse pure”. Poi mi sono svegliata e ho accesso il phon nel bagno più lontano possibile da casa. Velocità 1.

testo: Costanza Masi
immagine: Sara Flori


lunedì 30 maggio 2016

FLUGT

LETTURATORE presenta
FLUGT



«Complimenti: è un camper.»

Si sveglia di soprassalto. Boccheggia senza fiato. Poi, in un sibilo, con la bocca attaccata al cuscino, si dice: «Un camper». Sua moglie è stesa accanto a lui, dandogli le spalle; il naso tondo, grosso e lucido, è puntato verso la finestra; a bocca spalancata emette un respiro pesante, graffiato da una lieve strozzatura all'altezza della laringe. Rintronato, solleva il busto e si appoggia coi gomiti sul materasso. Avverte una vaga sensazione di vertigine – un capogiro leggero; quasi piacevole. Nel buio denso della camera vede ronzare davanti a sé le fastidiose scintille elettriche da sbalzo di pressione, che scompaiono poco a poco sfrecciando verso l'esterno delle orbite oculari, non appena il respiro prende a tornare regolare.

 Il sogno è rimasto impresso. Si concentra: prova a far riapparire alcuni particolari. Cerca di ritornare alle azioni svolte durante il sogno – qualcosa di assolutamente inusuale ma molto piacevole, considerata la strana adrenalina che continua a sentirsi addosso. Si impegna nel ripescare ogni suono, odore, impressione tattile; socchiude gli occhi, lascia andare la testa all'indietro: è di nuovo dentro.

Nel sogno guida a velocità folle un veicolo gigantesco. Gli sembra di sfrecciare sospeso a cinque o sei metri dal suolo, chiuso in una specie di missile dalle dimensioni di un container. Vede la scena da fuori: si tratta in effetti di un camper bianco e marrone, un parallelepipedo squadrato brutalmente, con delle parti di metallo arrugginito e altre di legno marcio e scricchiolante. Il camper, osservato dall'alto, alza e lascia dietro di sé imponenti montagne di polvere e terra bruciata, e taglia a metà uno scarno paesaggio rosso e ocra, piatto, puntellato di piccolissime pozze d'acqua scura e gruppi di sassi ammucchiati, ammassi radi di rocce friabili; questo strano deserto è infine sovrastato da un cielo blu intenso, luminoso e al tempo stesso opaco – un cielo vivido, cangiante, sospeso tra quello di un primo mattino e uno da pomeriggio inoltrato, prossimo al tramonto.
Alla guida del camper stringe un volante di gomma dura e liscia – della stessa temperatura delle sue mani – e lo fa scivolare ritmicamente prima verso destra e poi verso sinistra; nello stomaco avverte una piacevole sensazione di vuoto, che sale e scende in continuazione, dallo stomaco alla gola e dalla gola allo stomaco. Maneggiando il volante non smette un attimo di ridere.




«Un camper», ripete bisbigliando. Sua moglie comincia a russare in maniera fastidiosa. Troppo. Riapre gli occhi. Se ne va in cucina, senza accendere le luci. Tiene le braccia tese avanti a sé e trascina i piedi senza staccarli dal pavimento.
In cucina il buio è meno denso. Gli scuri sono abbassati per metà. Dal vetro della porta che dà sul piccolo giardino si intravede l'alta siepe che fa da recinto alla casa, illumiata da una tenue luce argentata, notturna. Mai guidato un camper, pensa. Va verso il frigorifero e tira a sé la maniglia di metallo cromato. Una luce giallognola lo inonda all'istante, e lui stringe gli occhi, voltandosi istintivamente di lato. Con la testa girata, allunga un braccio e tasta una fila di cartoni e bottiglie. Prende un cartone. Quello del latte. Richiude il frigo e apre una piccola fessura tra le palpebre. Si dirige verso il tavolo, tira a sé una piccola sedia di legno impagliata e ci si siede. Comincia a bere il latte dal cartone. «Un camper», dice a bassa voce. Ha lasciato aperte le porte e dalla camera da letto riesce ad arrivare il respiro strozzato di sua moglie che sembra il rombo di una motosega.

Posa il latte e sbatte di peso entrambi i palmi sul tavolo. La fede della mano destra, colpendo la superficie di fòrmica, tintinna per un istante, insieme a un suono più grave e sordo, ma della stessa breve durata. Prova a guardarsi le mani. Riesce a vedersele, nonostante il buio. Che brutte mani, pensa. La forma gli pare strana, e persino inquietante – tutt'altro che mani di un essere umano. Gli sembrano due leoni marini spiaggiati; scomposti, agonizzanti, girati sul dorso; uno dei due strozzato da un sottile collare di ferro.




* * *

Lasse Kristoffersen è nato a Odense, nel 1961. Il ventuno dicembre, alle sei del mattino. Quattro chili e mezzo. Suo padre il giorno del parto non c'era: faceva l'operaio edile ed era stato chiamato tre giorni prima a Copenhagen, per la costruzione del nuovo edifico della Danske Bank. Lasse era il secondo figlio. Il primo, che portava il suo stesso nome, era morto due anni prima, all'età di quattro, a causa di una meningite fulminante. Lasse si è ritrovato figlio unico, con due genitori severi e scostanti, in un povero sobborgo di Odense. Lasse, in pratica, è cresciuto da solo. I suoi genitori erano due tipi strani. Con loro gli capitava di sentire storie inadatte a un bambino, di avere dialoghi incomprensibili, o semplicemente surreali. Sua madre era di origini tedesche e l'unico racconto che gli concedeva era quello dell'infanzia e dell'adolescenza trascorse a Oksbøl, nello Jutland sud-occidentale, dove nel 1945, cioè dopo la seconda guerra mondiale, venne messo su un campo – più di un campo, quasi una vera e propria cittadina – per i rifugiati tedeschi minacciati dall'arrivo dell'Armata Rossa; col padre, invece, l'unico argomento era il fratellino morto: voleva farne un pilota di formula 1, diceva, ma anche un medico, o un architetto, o il sindaco di Copenhagen. A Lasse non rimaneva che ascoltare, e fantasticare per conto suo.

Abbandonata la scuola e i genitori, Lasse le ha provate tutte: facchino d'albergo e facchino alle ferrovie; poi, presa la patente di guida, traslocatore e camionista. Guidare era forse la cosa che gli riusciva meglio, ma, come dire: troppo irrequieto, troppo svagato per starsene tranquillo e mantenere un mestiere. Lasciava o perdeva un lavoro dopo l'altro. Cameriere, commesso, venditore ambulante; poi di nuovo facchino ai mercati ortofrutticoli; ma il giorno dopo, apprendista manovale, apprendista meccanico e apprendista cuoco. Anche boscaiolo. Lasse è riuscito a sopravvivere passando di mese in mese da un lavoro all'altro, girando, dai vent'anni in poi, la Danimarca, penisola e isole, in lungo e in largo: dalla Fionia allo Jutland, dallo Jutland alla Selandia, dalla Selandia di nuovo allo Jutland, e poi ancora in Lalandia. Paesi, città, coste, pianure.

Nel tempo, ha messo da parte poco o nulla – circa settemila corone in più di quindici anni – e quel poco lo ha perso affidando la piccola somma a un suo conoscente che si diceva esperto di finanza, borsa, mercati azionari: addio risparmi. Si è ritrovato all'età di trentasei anni senza nulla in tasca. Il necessario per non ritrovarsi a vivere da vagabondo. Ha superato i quarant'anni senza nulla di concreto in mano. E da solo. Senza una donna, né un amico. Per un mese, nel 2001, ha vissuto persino in una specie di casale appena fuori Odense – una comune in cui dormivano e mangiavano intere comitive di hippie, ma di quelli tardivi, giovani e non più giovani, perennemente sotto effetto di droghe –; ha trovato, al solito, i suoi brevi lavoretti, fino a che, nel marzo 2002, di ritorno nella sua Odense, Lasse incontra finalmente una donna con cui stare: Mette Søndergaard.
Mette, al tempo, era cameriera del Den Gamle Kro – un vecchio e famoso ristorante del centro di Odense, di quelli che da fuori sembrano antiche locande medievali fatte di pietra bianca e legno nero.
Lasse era un omone ormai stanco, ma ancora piacente; Mette, invece, una giovane donna delusa da una serie di rapporti sbagliati, che l'avevano lasciata esangue. Si sono sposati dopo tre anni di fidanzamento. Dopo altri cinque, passati a lavorare entrambi come camerieri al Den Gamle Kro, sono riusciti a mettere da parte un bel gruzzolo per comprare una casa.
Hanno deciso di cambiare città. Lasse ha convinto Mette ad andersene sulla penisola, avendo come meta Oksbøl – la città d'origine della madre di Lasse. Lì hanno comprato una casa abbastanza grande e a un prezzo ben più che conveniente – una di quelle casette che di solito si dicono incantevoli, con tanto di giardino – in un una zona tranquilla e popolata da gente rispettabile. 

Da subito si sono messi a cercare lavoro come camerieri e per un paio d'anni hanno passato in rassegna tutti i ristoranti della regione. Finché Lasse, nel pieno – così diceva – della sua maturità, nel momento che egli stesso ha giudicato come il più sereno e propizio della sua intera vita, ha deciso di mettersi in proprio e aprire un suo ristorante – suo e di Mette, ovviamente. Un fish & chips sulla spiaggia di Blaavand, affacciato sul Mare del Nord: il Mette og Lasse.

Quello è stato un periodo felice per Lasse. Ogni giorno, durante la stagione estiva, se ne stava al sole, durante le brevi pause, a guardre la sua Mette correre fra i tavoli. Ne guardava i lineamenti delicati, i capelli neri e lisci mossi della brezza incessante; gli occhi blu, blu profondo e distante, e si diceva, e diceva a tutti, nel più banale dei modi – come anch'io ho detto poco fa – che era sul serio, e semplicemente, un periodo felice.

* * *


«La balena bianca che solca il Mare del Nord.»

In macchina, parcheggiato davanti alla filiale della Danske Bank di Oksbøl, conta compulsivamente le 9.700 corone prelevate dal suo conto appena rimasto a secco. Dopo il decimo conteggio – l'ultimo – Lasse infila la dozzina di mazzette di banconote in un sacchetto di carta, e lo sistema in fondo al vano portaoggetti. Poi, dopo un paio di singhiozzi, riesce ad avviare il motore della sua Citroen AX del 1995, verde smeraldo, puntellata di incrostazioni calcaree, e se ne va in direzione sud-ovest, verso Kjelst, ad appena un quarto d'ora d'auto.

Tornato a casa, dice a sua moglie di aver concluso un affare. La moglie, preoccupata – un'espressione di preludio a un indefinito terrore le si forma immediatamente alla parola “affare”, e il naso tondo e grosso diventa simile a una brutta mela raggrinzita – chiede di che cosa si tratti. E Lasse, fingendo un'assurda tranquillità, candidamente risponde: «Un camper: ho comprato un camper.»
Brigit Jacobsen gira per la casa sgambettando, goffa, urlando parole senza senso, frasi sconnesse. Si mette le mani tra i capelli, poi le porta immediatamente al petto e infine le alza sopra la testa, scuotendole con forza, a pugni stretti. Lasse la guarda in piedi, immobile, dal piccolo ingresso, accanto all'attaccapanni. Delle incomprensibili parole urlate da sua moglie, l'unica che riesce a capire, ad ascoltare in maniera distinta, è «vivere». Non si potrà più vivere? Come riusciremo a vivere? Con te è impossibile vivere? Lasse occhiude gli occhi e pensa a dove poter racimolare qualche altra corona.

L'indomani, Lasse si sveglia molto presto per tornare a Kjelst e ritirare il suo camper.
È un Fleetwod Bounder del 1986, modello base. Appena trentamila chilometri. Usato un solo anno. La mobilia interna originale è stata sostituita da pannelli di compensato. C'è un lavabo in acciaio senza vani sottostanti, un divanoletto imbottito di gommapiuma e un fornello a gas.
Fuori è bianco e con molte scrostature sparse su tutta la superficie. È un gigantesco blocco rettangolare, che va a tagliarsi di quaranticinque gradi all'altezza del muso. Su entrambe le fiancate, per tutti i suoi nove metri e mezzo di lunghezza, una striscia rossa continua, con la scritta Kongeriget Danmark ripetuta dal vano posteriore fino al muso.
Alle sette in punto, Lasse esce di casa. Sua moglie dorme. Se ne va a piedi verso la stazione degli autobus.
Sovrappensiero, percorre il tragitto più lungo: invece di andar dritto, come dovrebbe, si sposta di qualche isolato verso est. Cammina a testa bassa, tenendo le mani in tasca. Percorso un centinaio di metri, d'istinto, Lasse alza gli occhi. Si ritrova davanti la casa del Dottor Friis. Friis il neurochirurgo. Si ferma di colpo. Aggrotta la fronte, apre la bocca e per un attimo gli sembra di perdere l'equilibrio; apre le braccia e si pianta immobile, al centro della strada, a gambe divaricate. Strizza gli occhi. Si passa una mano tra i capelli. Accostata al marciapiede, davanti alla casa del Dottor Friis, c'è la sua Lotus Elan del 1971: lucida, bassa sportiva, affusolata, il blu distante della carrozzeria che da sempre ipnotizza Lasse mandandolo in una dimensione ultraleggera di vento e libertà e di luminosità che sfreccia veloce e... scuote la testa. Sbarra gli occhi. Dice: «Tornati.» Quando c'è la Lotus Elan significa che il Dottor Friis e sua moglie Mette sono tornati a Oksbøl.

Il Fleetwood Bounder bianco e scrostato ha un motore ancora in buone condizioni. Sul breve tratto di strada statale sfila senza fatica ai centoventi orari, producendo appena qualche scricchiolio interno.

Tornato a Oksbøl, Lasse guida lento per la città, distratto dal pensiero di Mette. Non la vede da un anno. Forse un anno e un paio di mesi. Mette e suo marito, il Dottor Friis, tornano a Oksbøl ogni anno da Copenhagen. Ogni volta vede prima la Lotus parcheggiata; poi il Dottor Friis; infine Mette. Ogni volta, dopo che se ne sono andati, Lasse cade in uno stato di profonda apatia e tristezza. Ma nasconde tutto talmente bene che è difficile, per chi gli sta accanto, parlare di depressione, di nostalgia. Mentre pensa a quale possa essere la differenza fra depressione, malinconia, nostalgia e semplice tristezza, Lasse imbocca la strada di casa del Dottor Friis, dove a circa cinquanta metri è ancora parcheggiata la Lotus Elan.
Guarda nello specchietto retrovisore. Non c'è nessuno. Sono le nove del mattino e l'isolato è perfettamente silenzioso. Una signora, nel giardino della propria abitazione, poco distante, sulla sinistra, è intenta a strappar via delle erbacce. Lasse ha lo sguardo fisso avanti a sé. Innesca la retromarcia e dà gas per una ventina di metri. Si ferma. Ma riparte subito innescando prima e seconda, affondando il piede sull'acceleratore: il motore romba e sale di giri, il suono tende a diventare sempre più stridente, ma non ha il tempo di arrivare all'acuto – lo scontro frontale, un frastuono di lamiera e legno e vetri, secco, il rumore di un'esplosione senza eco. La signora, nel suo giardino, salta sul posto, si porta le mani alle orecchie, indietreggia, barcollando, e poi cade all'indietro, sull'erba, a bocca aperta e occhi sbarrati.

* * *

Mette ha reso Lasse un uomo più tranquillo. Ma Lasse, della tranquillità, non ha mai saputo che farsene. Anche se è sempre andato dicendo che alla solita vita d'inferno avrebbe preferito la vita serena che fanno tutti. Si vedeva e si credeva un povero diavolo tormentato, Lasse. Diverso dagli altri. Così, con Mette, l'idillio non è durato molto.
Il Mette og Lasse ha cominciato a fallire da subito. Lasse ci è stato dietro i primi mesi, ma poi, man mano, ha lasciato tutte le responsabilità sulle spalle di Mette. Mette è stata molto paziente. Ma in breve tempo il lavoro e la gestione del ristorante l'hanno semplicemente sopraffatta.
Gli affari in malora erano il sintomo. Lasse non ci stava con la testa. E nel giro di un anno ha mandato in malora anche il rapporto con Mette. Più si cercava di sistemare le cose, più si peggiorava.
Lasse è un buono, una brava persona? Forse. Ma un'anima solitaria. Questo è Lasse. Un'anima solitaria e in pena. Amava Mette, ma in quel periodo ha persino trovato il tempo di tradirla. Si è maledetto più di una volta, per questo. Ma Mette era ridotta male. Molto male.
La banca gli ha tolto il ristorante e loro sono tornati a fare i camerieri. Mette era al limite.
Ma un giorno – vedi tu la Provvidenza. Un giorno, al vecchio Oksbøl Pizza – un ristorante del centro di Oksbøl tanto famoso e frequentato quanto sudicio –, Mette fa l'incontro che gli salva la vita.
Lavorava lì come cameriera. Va a prendere le ordinazioni a una tavolata di vecchi in giacca e cravatta, di quelli che con un posto come l'Oksbøl Pizza non c'entrano nulla, che sono lì per una serata alla buona, pure se vestiti di tutto punto, come d'abitudine. Alla tavolata, insomma, c'è il Dottor Friis. Il neurochirurgo. Quello famoso in tutta la Danimarca. E al dottore gli basta una sera – forse una sera e una mattina, e pure un pomeriggio; o forse gli è bastato uno sguardo per portarsi via Mette da Oksbøl. Non che ci volesse tanto, viste le circostanze.
La vita di Lasse finisce qui. Mette gli lascia la casa e se ne va a Copenhagen col dottore. Lasse ci prova; ma la vita, per lui è finita sul serio. Finge di andare avanti. Finge bene. Continua a fare il cameriere. Finge sempre meglio. Ma quando è da solo si lascia andare. Ingrassa. Invecchia di dieci anni in un mese. Capisce che così potrebbe andare a finir male. Dopo il divorzio con Mette, conosce Brigit Jacobsen, una sarta di Oksbøl, di dieci anni più grande di lui. Dell'aspetto di Brigit è meglio non parlare. Comunque, Lasse fa questo per istinto di conservazione. Si risolleva un po'. Con Brigit lo si rivede persino sulla spiaggia di Blaavand. Lo si rivede persino sorridere.


* * *


«Giona nel ventre del Grande Pesce.»

Parcheggia il camper poco lontano dal faro di Blaavand. Il fanale sinistro è andato. Il paraurti, dallo stesso lato, è incassato nel muso. Qualche segno di vernice blu. Ma il motore continua a funzionare: nessun danno.
Scende e se ne va a piedi verso un piccolo edificio isolato – un minimarket che tiene esposti ombrelloni, teli, sdraio, a due passi dalla spiaggia. Entra. Prende un cesto di plastica rossa dalla pila sistemata vicino l'entrata. Senza nemmeno pensarci si dirige verso l'angolo degli alimentari. Riempie il cesto di plastica con scatole di legumi e carne essiccata e in gelatina. Poi va a prendere un altro cesto. Lo riempie di soli barattoli di aringhe affumicate sotto sale. Va verso il bancone, posa a terra i due cesti, allunga un braccio verso la parete accanto alla cassa e prende: una piccola radio fm, rossa e blu, sferica; due bloc notes a spirale; due penne bic nere.

Per arrivare nello sterminato parcheggio all'aperto di Ål Plantage ci mette appena venti minuti. È la prima volta che Lasse si avvicina così tanto alla foresta di cui sua madre gli ha raccontato per anni. In quel luogo, migliaia di rifugiati tedeschi vennero ospitati dopo la seconda guerra mondiale. Civili e soldati. Sua madre, di origini tedesche, gli raccontava dei rapporti che aveva con i ragazzi e le ragazze del campo, ma lui voleva sapere dei soldati. Soltanto dei soldati. Voleva sapere dei soldati ma sua madre non ne sapeva nulla.
Vicino al parcheggio c'è un gabbiotto con dentro due vigilanti. Lasse gli chiede se è possibile addentarsi dentro Ål Plantage. Uno dei vigilanti gli risponde di sì. Ma solo per un breve tratto. Ci sono i cartelli a segnalare fin dove. Poi, il vigilante gli fa notare il fanale rotto; gli dice di tornare indietro ad aggiustarlo prima che faccia buio. Lasse sorride, annuisce, saluta e si volta per andarsene.
Torna a bordo del camper. Fa manovra per uscire dal parcheggio e imbocca l'entrata principale di Ål Plantage. Abbassa l'aletta parasole. All'interno, una scritta fatta col pennarello, color nero. Flugt. Fuga.
Lasse continua a guidare. La strada battuta diventa sterrata e sconnessa dopo appena cento metri dall'entrata.

La cittadella di rifugiati tedeschi di Ål Plantage aveva anche il suo cimitero. Nel tempo, dopo che nel 1948 il campo venne dismesso, sono stati contati almeno centoventi corpi di soldati tedeschi sepolti. Eccola, pensa Lasse. Questa è l'immagine definitiva della sconfitta. Del tentativo di un'impresa mai veramente capita, e naufragata. E ogni sconfitta, pensa Lasse, fra sé, porta con a un irrimediabile, incontestabile esilio. E l'esilio è il luogo finale. «Dov'è che devo stare», si dice.
Il camper si addentra di oltre un chilometro dall'ultimo cartello di accesso vietato. Tranne qualche visitatore, perlopiù gruppetti di quattro o cinque persone, nessuna traccia di ulteriore vigilanza. Il sole sta per tramontare; forse si faranno vivi un'ultima volta prima che sopraggiunga del tutto il buio, pensa.
Arriva in uno spiazzo senza alberi. Al centro, un edificio basso e a pianta quadrata, piuttosto malandato. Spegne il motore. Si alza e si sgranchisce schiena e gambe. Scende dal camper. Va verso l'edificio. Si guarda intorno: è l'imbrunire, e nei paraggi non c'è nessuno.
Il Fleetwood Bounder, in quell'ora dai colori piatti e desaturati, gli pare una grossa balena immobile al centro di un immenso fondale marino.
Dà un'ultima occhiata all'edificio. Torna dentro al camper. Accende la lampadina nell'angolo notte. Apre due scatolette di legumi. Le mangia voracemente. Si stende sul divanoletto. Cade addormentato in pochi istanti.

È la mattina del terzo giorno.
Si sveglia intorpidito. Va verso il lavabo dell'angolo cucina con gli occhi ancora chiusi. Si sciacqua il viso.
Le sette e venti. Esce dal camper. Ancora nessuno nei dintorni. Si sgranchisce le gambe, stira le braccia verso l'alto, piega un paio di volte la schiena. Alza lo sguardo: il cielo è leggermente opaco; ma emette, come fosse un'impercettibile pulsazione, un bagliore chiaro dilatato, con una cadenza irregolare. Non ci sono nuvole e il sole è ancora lontano dallo zenit.
Torna nel camper. Prende uno dei due bloc notes e entrambe le penne bic. Scorre cinque pagine ricoperte da cima a fondo di piccolissimi caratteri. Si ferma alla prima pagina bianca. Sta scrivendo una sorta di diario – frammenti di impressioni e pezzi di una biografia. Da terra raccoglie la radio fm. La accende. In programmazione c'è un brano di musica classica: archi lenti e distesi, corni lontani, trombe che vibrano basse e in contrappunto. Lasse fissa per qualche secondo il foglio bianco. Poi, quasi d'impeto, attacca a scrivere, raggomitolato sul ginocchio sopra il quale tiene il bloc notes.

* * *

Lasse Kristoffersen ha sempre parlato poco. Molto poco. E non ha mai avuto amici veri. Quando se ne è andato – quando ha distrutto la macchina del Dottor Friis, quando ha fatto prendere un infarto alla povera signora Lindgaard, quando ha lasciato sola la povera Brigit che ovviamente non ha retto – nessuno fra conoscenti, vicini, colleghi, è riuscito a spiegarsi un comportamento simile. Il classico esempio dell'uomo che indossa una maschera in mezzo agli altri, una maschera di quiete, quando dentro è tempesta, è maremoto – questo era Lasse.
Una mattina, Lasse si alza e decide di lasciare tutto. Di lasciarsi alle spalle un'esistenza. La propria vita. 

Era stanco, era infelice – è crollato da quando Mette se n'è andata via. Ma non si tratta solo di questo.
Lasse ha seguito il suo istinto. È andato a completarla, la sua esistenza. Non è andato a farla finita. È andato riprendersi qualcosa. Questo è Lasse Kristoffersen. 
Lasse Kristoffersen è un camper.


* * *


«Manoscritto ritrovato in una bottiglia.»

Alla radio hanno appena dato notizia della scomparsa di Lasse Kristoffersen, cinquantacinque anni, di Oksbøl ma originario di Odense, alto all'incirca un metro e ottanta, corpulento, capelli e occhi neri, e poi, subito dopo, la notizia della morte della moglie di Kristoffersen, Brigit Jacobsen, sessantatré anni, deceduta a causa di complicazioni respiratorie in seguito a una sincope cardiaca, e infine, prima del notiziario sportivo, la descrizione del suo Fleetwood Bounder del 1986, lungo nove metri e mezzo, bianco con strisce orizzontali rosse, visto per l'ultima volta nei pressi della foresta di Ål Plantage, nella quale sono in corso da due giorni le ricerche per ritrovare Kristoffersen.

Appoggiato di schiena al camper, Lasse guarda l'edificio basso color fango, distante un centinaio di metri. Continua a pensare a una spiegazione logica del perché nessuno sia riuscito a trovarlo all'interno della foresta di Ål Plantage nonostante si sia addentrato di nemmeno due chilometri.
In tre giorni non ha visto nessuno. Né persone, né veicoli, né luci di alcun tipo. Tantomeno ha sentito volare elicotteri. Insiste nel pensare a una spiegazione logica; ma sa che questo tentativo di ricostruzione, del mettere in piedi una spiegazione plausibile, è più un passatempo che non un suo vero bisogno di comprendere cosa stia succedendo.
Raddrizza la schiena e torna dentro al camper. È mezzogiorno. Per un attimo gli viene in mente un'immagine: lui e Mette, tranquilli, innamorati, seduti uno accanto all'altra nel parco di Kjelst, ma subito l'immagine gli sfugge, e gli compare un pensiero angosciante, violento; il pensiero che Mette potrebbe non esser mai esistita – che quel giorno in cui si sono trovati seduti uno accanto all'altra, tranquilli, innamorati, nel parco di Kjelst, semplicemente non c'è mai stato.
Va verso l'angolo cucina e prende una scatoletta di aringhe affumicate. La mangia quasi ingozzandosi. Torna al divanoletto, spegne la radio e fm e si sdraia.

 Nel sogno, lui è un camper che col muso fa rientrare in acqua due grossi leoni marini.

testo: Stefano Felici
foto: Giulia Mangione