lunedì 5 dicembre 2016

strip advisor _ calpestare gli Dei [ 01 ]

l'INQUIETO presenta:


126 chilometri, 14 chili sulle spalle, 6 giorni, 3 vesciche, 2 bestemmie
CALPESTARE GLI DEI
da Silente a Maialmorto contromano

prima di cominciare a camminare, tagliati le unghie dei piedi”
antico proverbio etrusco


14.08.16
Primo Giorno: da Silente al Monte Sudario



09:17
Nottata di incubi e ginocchia moleste, mattina non da meno.
Le pensiline della stazione di Silente ricordano che non bisogna uscire di casa, mai. Bisogna partire, anche se è Domenica, ma è una fuga al rallentatore, una continua mancanza di coincidenze, e le persone sono brutte forte, anche prese singolarmente. Si salvano dall'aspro giudizio universale gli asiatici, che almeno sembrano spaesati.
Il pullman arriva, salgo, e mentre andiamo mi accorgo che la città è rasa al suolo - adesso bisogna salire.

10:06
Sì, partenza, evviva!

10:56
Mannaggia mi sono perso. Basta, me ne vado. No dai, continuo.

12:54
Fa caldo.

13:33
Caldissimo.

13:45
Aiuto.

14:09
Pranzo: Riso uovato ai peperoni e carote
Il riso è buono ma mangiare mi disgusta, voglio solo bere.
Sosta prandiale sul Poggio Gran Parto, chiamato così perché arrivarci è una lenta e crescente agonia accompagnata dalla totale perdita dei fluidi corporei. Sono sgretolato, ma tanto ormai sono quasi alla fine, no?
Qua giace tumulato Bruno Cicogna, volato via si presume a causa dell'amore disperato per tale Berta Randagia, nota pinscher anarchica locale. Vicino al tumulo giace un anziano, forse parente del Cicogna, non si alza da due ore, ma emette scricchiolii.
Le mosche cercano di sciogliermi i piedi con le loro bave corrosive - tempo di calzini.

18:42
Ho incontrato una ragazza sola e un fantasma rosa.
La ragazza era seduta nei pressi della Vetta Atroci, mi ha salutato sorridente, ma a quest'ora se la saranno già mangiata le antenne telecom selvatiche - sono spietate da queste parti.
Per il fantasma invece è andata così:
Ho mangiato un cespuglietto di more. Ho anche bevuto molto, ma davvero tanto, tipo tre litri d'acqua - però non in prossimità delle more, perché ho pensato che avrei assunto liquidi da esse. Dopo circa quindici minuti dall'ingozzo ho sentito il bisogno di sputare, e l'ho fatto. In quel preciso momento ho incontrato il viscido ectoplasma.
Esso era ovviamente lo spirito che possedeva le more da me uccise, tornato per vendicarsi sottoforma di violacea lumaca sudata e arrabbiatissima. L'ectoplasma è fuoriuscito dalla mia bocca e si è appiccicato con forza alla barba, penetrandovi all'interno - ho provato a strapparlo via, ma sono riuscito solo a togliere qualche gocciolante filamento. Ho cercato anche di usare delle foglie di tamarlina spirulacchia mentre intonavo un mantra esorcistico, ma niente. Credo che da oggi alla prossima doccia vivrò col fantasma.

20:36
Cena: Farro all'opulenza vegetale
Campeggio sul Monte Sudario; effettivamente ci si arriva sudati, ma non è detto se ne esca.
Con gli ultimi barlumi di energia ho fatto in tempo a montare la tenda, e il buio già porta il rumore di cose mortali, tipo le foglie secche, gli alberi che tornano a casa da lavoro, il Cassadritta sui vicini colli di Bavalana...
Nel caso non ritorni asfaltate tutto. Buonanotte.


testo & disegni: RUPE

lunedì 28 novembre 2016

LUDO-APATIA _ iogiuocoinnocuo



Si trattava di un giochetto stupido, lo so, eppure a noi era sempre piaciuto. Si lanciava un dado, tutti assieme, così, il numero più alto vinceva. In caso di pari merito si continuava a lanciare fino a quando uno dei partecipanti non aveva la meglio. Semplicissimo. Forse ci piaceva proprio per questo: nessun merito, nessuna abilità, nessuna strategia, soltanto fortuna. Impossibile recriminare al cospetto di un sano colpetto di fondo schiena. Ma questo lo dico adesso, ai tempi non stavamo troppo a rimuginarci su, preferivamo tirare e stare a vedere quale faccia ci avrebbe mostrato il dado.
Non era nostra abitudine scommettere forte. Se capitava, il più delle volte a causa di un bicchiere di troppo, lo facevamo per dare uno scossone a una serata particolarmente insignificante. In fin dei conti eravamo consapevoli che rimaneva tutto fra noi: ciò che perdevi al bar una sera lo recuperavi al bar la sera successiva, e viceversa.

Non saprei dire cosa ci prese quella notte. Forse la presenza di uno sconosciuto all’interno della nostra innocente dimensione di gioco ci dette alla testa.
Lo notammo per caso, laggiù, seduto a un tavolo in fondo al locale. Nessuno lo aveva visto entrare.
Un tipo strano, deforme, dal colorito  poco incoraggiante. Ciucciava un whisky con i suoi dentacci guasti, completamente immerso in un blando solitario.
Quella sera vincevo bene. I dadi mi mostravano sempre il loro volto sorridente e io ero un po’ su di giri. Lo notai nel bel mezzo di una partita. Fra un lancio e un altro non riuscivo a smettere di fissarlo. Un doppio 6 e un 5 mi regalarono l’ennesima partita. Andai verso il bancone per ordinare un altro giro. Mi venne spontaneo avvicinarlo.
Gli altri ridacchiavano  increduli, non capivano dove volessi andare a parare. Mi sa che ero soltanto un po’ stufo, e che forse avrei fatto meglio a filare a casa.
E invece eccomi lì, ad approcciare il tipo più strano che abbia mai incontrato e a sfidarlo a dadi, convinto di risolvere la serata spennando il primo poveraccio capitato sotto tiro.
Ammetto che rimasi sorpreso quando, senza battere ciglio, si alzò e si unì ai nostri, senza nemmeno sapere a cosa stessimo per giocare.

Ci radunammo tutti attorno al tavolo più grande del bar, serrando le ginocchia per far posto ai partecipanti, nove persone in tutto. Qualcuno smozzicò un paio di battute che ricaddero subito nel silenzio. Già dai primi lanci si faceva sul serio, non si giocava più.
Subito un doppio sei e un quattro, poi mi salvai dalla seconda scrematura con un mediocre triplo quattro, uno di quei turni in cui vieni graziato dal mucchio: qualcuno peggiore all’inizio c’è sempre.
Il tizio macinò numeri alti senza fare grandi complimenti. La fortuna del principiante, pensai.
Nessuno si fece scrupoli ad alzare la posta ogni volta che giungeva il momento di puntare, sembravamo indemoniati, i classici giocatori terminali che potrebbero affollare i bassifondi al piano di sotto.
A conclusione del quinto turno eravamo rimasti in quattro: io, il tizio, mio suocero e un altro nostro amico.
Mio suocero si congedò con un tre e un miserabile doppio uno. Eravamo rimasti in tre, ma io ero concentrato solo sullo sconosciuto. Non riusciva a smettere di calare cinque e sei, presentandosi sempre con punteggi appena superiori dei miei.
Il terzo incomodo venne fatto fuori da una sciagurata combinazione due-tre-quattro. Ci spartimmo la posta. Restavamo solo noi due. Gli altri mi davano pacche sulle spalle, mi incoraggiarono con frasi sempre più aggressive nei confronti del mio sfidante, dal canto suo completamente indifferente a tutto ciò che gli accadeva intorno. Pareva ci stesse facendo un favore. Beveva whiskey, e lanciava quando c’era da lanciare. Quello che accadde, quel gesto inconsulto che mi porto ad afferrare il portafogli, ad aprirlo, e a estrarre dal suo interno tutto ciò che avevo, ancora non mi risulta perfettamente chiaro. Nei giorni seguenti descrissi il mio stato psichico come soggiogato da una sorta di “ipnosi” ma, considerate le facce che fecero coloro che mi stavano ascoltando, decisi di piantarle e iniziai a liquidarlo come un semplice colpo di testa, una di quelle sciocchezza che almeno una volta nella vita capita di combinare.
Da queste parti la povertà è stata messa al bando da un pezzo, se hai problemi devi spostarti al piano di sotto, però le banconote che avevo messo sul tavolo erano un bel gruzzolo anche per me, tre mesi buoni del mio stipendio.
Chiusi gli occhi e scaraventai i dadi sul tavolo: due sei e un quattro. Mi morsi la lingua dal sollievo.
Lui prese i dadi in mano e forse fu allora che mi guardò negli occhi per la prima volta.

Adesso è facile parlare. Mia moglie me lo ripete in continuazione. È stato mio suocero a spifferarle tutto. Al mio ritorno a casa non dissi niente, non una parola sull’episodio. Non mi andava. 
La verità è che nessuno di noi si era accorto di nulla, almeno fino a quando non abbiamo trovato i dadi abbandonati sul tavolo. A me sembrò più una minaccia che un affronto. Non saprei spiegare che tipo di minaccia. Ricordo solo che presi in mano questi sei dadi – tre con sei facce da cinque e altri tre con sei facce da sei – e rabbrividii appena.
Da allora non ho più toccato un dado in vita mia.


L’Inquieto  

lunedì 14 novembre 2016

i consigli dello Zio l'Ontano _ N7

TRE COSE CHE NON DOVRESTI PERDERE



Non perdere il lume della ragione
Fabrizio Di Fiore

Maledetto sensore di movimento. Scatta sempre quando è il momento di pulirsi. Ed ecco che la luce si spegne, buio totale. A volte, basta sollevarsi dalla tazza per far tornare la luce. Non questa volta. Un passo in avanti? Neppure. Due sulla destra, niente. Una vera rogna! Detesto questa situazione. Arretrare adesso, non se ne parla neanche. Posso provare a risvegliare il sensore aprendo di un centimetro la porta e richiudendola immediatamente. Arranco a gambe larghe. I pantaloni calati s’incastrano sotto le scarpe, le braccia tese in avanti a cercare appiglio nell’oscurità. Un colpettino veloce e risolutivo alla maniglia, seguito da un rumore metallico dall’altro lato. La maniglia esterna è caduta. Ora sono davvero in trappola. Colpisco la porta con il pugno e sento un tonfo alle mie spalle. L’asse si è chiuso. Arretro, sempre a gambe larghe, i pantaloni ormai schiacciati sotto i talloni. Mi piego all’indietro cercando a tentoni il bordo del water per alzare l’asse. Scivolo e casco direttamente a sedere sul pavimento. Vorrei piangere. Mi aggrappo alla carta igienica per limitare i danni con una pulizia sommaria alla cieca. E, per la prima volta in vita mia, mi chiedo: perché non mettono più gli interruttori nei bagni pubblici?

lunedì 7 novembre 2016

Prima della storta alla caviglia


Prima della storta alla caviglia, quando lavoravo all’Osteria del Rosso e mi sembrava che la coerenza fosse sublimata in quell’agire privato di pensiero, ovvero in quella famosa purezza dell’essere di cui tutti intorno a me andavano continuamente cianando, fu allora che persi il portafoglio. 
Dicono che lo smarrimento del portafoglio manifesti un’inconscia volontà di perdita dell’identità, ma, di preciso, non saprei attribuire questa teoria a una specifica scuola di pensiero psicanalatico. Di certo non si può trattare di una freudiana, che associa il portafoglio/portamonete alla vagina (in quanto luogo prezioso dove si ripongono le cose) e dice anche che si perdono le cose che non ci piacciono più. Eppure non sono così sicuro del fatto che avessi voluto perdere quel portafoglio di proposito, se non fu piuttosto un inciampo, una svista, frutto della mia distrazione o se fu volontà di rinnovamento o un autentico caso. 


Perso il portafogli girai due settimane privo di identità, né patente di guida, né assicurazione, sempre tasche vuote e i soldi sparsi, finché spinto dalle minacce dell’autorità genitoriale/superegotica mi recai a fare la denuncia ai carabinieri di Viale dei Mille, mentendo sulla data della scomparsa sapevo che mi avrebbero chiesto perché avessi fatto passare tanto tempo, quindi dissi che l’avevo perso da un giorno per non subire anche la loro mortificazione autoritaria). Questi luoghi del potere –lo dico di passaggio– mi lasciano sempre un po’ stupito: è come se la realtà si scontrasse con l’idea di macchina perfetta. Sono in verità dei luoghi caotici dove arrivano di continuo segnalazioni per lo più inutili e per farsi un’idea d’insieme basta considerare le sale d’aspetto, piene di anziani che raccontano le loro personali storie a chiunque, l’importante è che ci sia un pubblico, e il pubblico, in quel caso, ero io. Sono storie e quindi vite, le loro, che forse meriterebbero di essere scritte, ma non mi va. Lasciai la stazione dei Carabinieri con la mia rinnovata identità, confermata da un foglio di carta prestampato. 

Poi trascorse un mese, non saprei dire con esattezza, e arrivarono a casa due avvisi di raccomandate, perché ero fuori e non avevo potuto firmare, ero quasi sicuramente a lavorare all’Osteria, o forse sulla strada per andarci. La prima lettera conteneva presumibilmente la nuova patente, la seconda era invece dell’ufficio oggetti smarriti.
Lasciai i due avvisi di raccomandata sul tavolo per una settimana, poi il primo giorno libero mi recai alle poste di Via del Mezzetta per prendere la nuova patente e dopo andai all’ufficio oggetti smarriti in Via Circondaria per recuperare il portafoglio che fu, la mia passata identità.

Cosa fa di me quella stessa persona? Io sono un altro, desidero e sogno altre cose, sono condizionato da altri libri e vedo altra gente, e se ci sono punti di contatto dico che i punti di contatto a volerli vedere si vedono dappertutto, come i numeri doppi negli orologi digitali, o i numeri palindromi delle targhe mentre guido.

C’era un tipo all’ufficio oggetti smarriti che faceva finta di lavorare, e dopo aver visto il mio nuovo documento d’identità, mi chiamava per nome:
«Uee Simone»,
anche se non lo conoscevo affatto. Pensai che fosse meridionale, per l’accento, e che lì non facevano altro che far finta di lavorare, tutte le ore per tutti i giorni. Io gli dissi che avevo ricevuto quel giorno la nuova patente e che la carta d’identità ero andato a rifarla il giorno prima in Palazzo Vecchio in modo da superare la trafila dei due testimoni. Il burocrate dell’anagrafe mi aveva disprezzato perché leggevo Herman Hesse e avevo una camicia. Io ero rimasto impassibile.

Lui allora, quello dell’ufficio oggetti smarriti, sempre dandomi del tu e chiamandomi per nome mi disse in poche parole che facevo meglio a non ritirarlo proprio il vecchio portafoglio, perché ormai era inutile e anzi avrei dovuto, nel caso, dargli cinque/dieci euro per riavere una cosa che in fondo non mi serviva a nulla. Mi sembrò un ragionamento molto lucido il suo, e io mi sentivo come un esistenzialista francese. 

L’impiegato dell’ufficio oggetti smarriti allora mi mostrò quel mio vecchio portafogli di pelle nera e ne tirò fuori tutti i fogli e bigliettini che tenevo al suo interno. Senza il minimo rispetto per il valore sacrale/sagittariano che io avrei potuto tributare per tutti quei fogli e biglietti. E non me ne fregava niente, in effetti. Per quel che ne sapeva il mio cervello, era tutta roba già persa: come poteva rappresentare qualcosa per me o per il mio Essere? E infatti no. 
L’impiegato guardò la robaccia che tenevo nel portafogli e mi disse che quello che autorizzava la donazione dei miei organi, in caso di morte, potevo riaverlo lo stesso, anche se era contro il regolamento; questo lo sussurrò con un tono quasi confidenziale, come un carbonaio sudista etico. E quella era l’apertura di un varco.


Quello era il momento, era quello che autorizzava un mio proprio agire, come indovinare la domanda con una sconosciuta, 
«Sarai mica buddista?»
E così, per un fatto, casuale o meno, il passaggio in macchina, casuale o meno, di ritorno da una cena da mio padre si piegava in un momento denso, seppur inutile, dove mi sembrava di essere presente in maniera maggiore rispetto al solito grado di presenza, per un agire che si muoveva ormai autonomamente. Non era banale. Era un miracolo, e in sere senza aspettative dell’agosto passato/tristissimo avrei desiderato azzeccare la domanda con una pastaia di Campo d’Arrigo, alle tre di notte, e riuscire solo a chiederle:
«Che canzone cantavi prima?»
«Una di Baglioni»
«A che ore stacchi?»
«Alle tre».
«Faccio solo domande banali».
Un vero peccato.

Allora dopo la tessera degli organi chiesi di avere anche un’altra cosa, una soltanto, un altro foglietto, che non significava niente per l’umanità tutta, o per lo Stato, o per il regolamento, ma solo per me , e lui mi disse:
«Va bbuono».
Davanti a quell’impiegato, a quello sconosciuto, stavano dispiegati biglietti e tessere e roba accumulata in circa dieci anni. Alcune cosine erano autenticamente storiche, come il biglietto aereo per il Pakistan, altre senza nessuna memoria di locali in cui ero stato una sola volta e poi mai più tornato. Ce n’erano un paio di librerie del centro, che tanto mi dimenticavo regolarmente di avere, e altre cose senza nessun valore come la tessera ferroviaria di una sconosciuta/incantevole londinese, trovata da Valente e salvata da me, e perduta da me, e poi scontrini conservati per non si sa quale codice che vi avevo letto e poi disimparato.

Fu la scelta più facile e naturale del mondo. Lo sguardo passò in un secondo su tutte le cose menzionate, non le abbracciava nel loro insieme, ma nella loro singolarità. Io non pensai a cosa sarebbe stato perso e a cosa avrei pensato. La indicai, e guardai se l’impiegato volesse qualche spiegazione. Ma lui non disse niente. Io in tutto questo mi ero espresso con solo verbi impersonali, per evitare di dovergli dare del tu o qualsiasi altra persona. L’impiegato allora fece semplicemente strisciare la seconda tessera sotto il vetro che ci divideva, fino alle mie dita, fino al mio nuovo portafoglio, guscio di pelle nera in tutto e per tutto simile a quello dietro al vetro, finito.
Forse prima che me ne andassi l’impiegato trovò il tempo di farmi un’ultima raccomandazione, del tipo: non perdere mai più il tuo portafogli, oppure di passare di lì nel caso avessi perso qualcosa, qualsiasi cosa, quasi avesse piacere che ci rivedessimo, non so, forse me lo immagino.

Ma io ero già uscito per strada, seduto sul mio motorino modello scarabeo, ho assaporato la nicotina che ostruiva le arterie ed ero contento senza saper perché. Così mi sono auto-convinto che fosse per le due vecchie tessere che stavano nel mio nuovo portafogli a confermare chi ero. Quella degli organi che stanno morendo con me, e che io scelgo di far continuare ancora un po’ a vivere, e quest’altra tessera che adesso ti restituisco.

Questi fatti che racconto sono successi davvero, non invento niente. Non parlo di motivazioni, ma solo di gusci vuoti che si comportano, non parlo del perché io ho fatto questo.
Quando è accaduto poi non pensavo che ti avrei restituito la tua vecchia tessera scaduta dell’Ex-Mood, se sia contradditorio perfino darti questo testo che pure io scrivo per te, per il fatto che vorrei non essere intenzionale, non vorrei esserlo per niente, tu non lo sei, io credo, e questo di te mi piace moltissimo, mentre spesso odio di me questo essere intenzionale a livelli più o meno coscienti o subcoscienti. Si può essere non intenzionali? Riprendere quella tessera significa che ti vorrei riportare da me? Non so.
Quello che vorrei dirti è che quanto successo, come quando facciamo cose, si è svolto in circa due minuti e mezzo, così da lasciare le considerazioni all’agosto temporeggiatore, e conferendo a quell’atto assottigliato di considerazioni, qualcosa che si ricollega alla famosa purezza dell’essere, di cui si va cianando, io credo. Ciao, 
Simo

testo: Simone Lisi
immagini: Matilde Magagnoli


lunedì 31 ottobre 2016

pokerino


Mi perdo sempre tutto, questo è vero.
Tipo: quando hanno abbattuto le torri gemelle a New York io ero in cucina a farmi i Sofficini.


Avevo passato la nottata a giocare a poker con gli amici. Il pokerino di inizio settimana. Ne facevamo almeno tre a settimana, di pokerini. Ci giocavamo le paghette e poco più. Perdevo sempre, mi divertivo molto. Cioè, al momento non mi divertivo tanto, ma oggi, col senno di poi, posso dire che mi divertivo, che passavo belle nottate, che erano bei tempi. Sono sempre bei tempi, dopo.
Sta di fatto che quel giorno mi svegliai tardissimo, giusto per mangiare. Ero a casa da solo, senza i miei che rompevano, che ripetevano di cercarmi un lavoro, che col diploma avrei trovato qualcosa.
Mi svegliai che avevo fame e non avevo voglia di cucinare e avevo sonno e avevo solo voglia di tornarmene a dormire. Così infornai quattro Sofficini, tutto il pacco, aspettai il trillo del fornetto vinto con i punti Barilla, li mangiai tutti e quattro scottandomi la lingua e tornai a letto.
Intanto Osama Bin Laden attaccava l’America e George W. Bush leggeva una storia di animali ai bambini di una scuola elementare in Florida e tutti stavano davanti alla tv a guardare la diretta della CNN e il mondo pareva sul punto di collassare. 
Comunque non fu colpa mia, se mi persi il crollo delle torri. Fu un caso. Come quando Lara mi lasciò perché non mi presentai alla sua laurea.
Quello fu il pretesto, niente a che vedere col fatto che alla proclamazione mancavo solo io. Mica era così importante, la mia presenza. Infatti lei si laureò lo stesso, mica mi avvertì, “guarda che mi sto per laureare, sbrigati a venire”, che le costava farmi uno squillo?
Invece niente, lasciò che passassi il pomeriggio al bar, a cercare di recuperare i centoventi euro che quel cazzo di videopoker mi aveva rubato, che se avevo qualche altro spicciolo mi rifacevo subito e invece dovetti restare e lasciargli i soldi e non farci giocare nessuno fino al giorno dopo che altrimenti mi si sballavano le probabilità.
Il fatto che Lara non abbia neanche voluto sentire le mie scuse non fa che dimostrare che a me non ci teneva veramente. Voleva farmi pesare il fatto che avevo perso la sua seduta di laurea, come se me la fossi cercata. Insomma, come se fosse colpa mia. Be’, come si dice, meglio perderle che trovarle, certe persone.


Oggi invece si è trattato di una fatalità.
Sapevo che era il mio primo giorno di lavoro e che dovevo fare attenzione. Ma stanotte non potevo lasciare. Avevo preso un impegno. Pokerino on-line con altri tre, uno di Asti, uno di Roma e uno di Catania. Mezza Italia, insomma. Non era possibile piantarli lì solo perché avevo il lavoro e dovevo alzarmi presto. E poi ero sotto di duecento e dovevo recuperare. E se gli occhi non avessero iniziato a lacrimarmi dopo tutte quelle ore davanti al monitor, mi sarei ripreso tutto, fino all’ultimo centesimo.
Stamattina mi sono presentato alla reception dell’azienda con qualche ora di ritardo, non ne farei tutta questa tragedia.
Siete stati voi a dirmi che non potevo più entrare. Vi sembra giusto? Al mio primo ritardo a lavoro? E siete stati voi a chiamare la sicurezza, quei due energumeni. Una reazione a dir poco esagerata.
Non è mica vero che ho dato di matto, ditelo ai vostri amici là dentro, ditelo che non vi ho offeso. Sono cose che possono scappare, quelle. 

Ditelo ai vostri capi che io sono bendisposto, che io voglio entrare. Diteglielo, perché non voglio perdere il lavoro per colpa vostra. E aprite questa cazzo di porta, stronzi.

testo: Flavio Ignelzi
immagini: Lisa Lazzaretti

lunedì 24 ottobre 2016

Oh Eurydice


Era sceso nel fuoco per lei. Passo dopo passo. Era scivolato nella lava, era inciampato nei corpi dei dannati. Si era guardato attorno come un forsennato, voltandosi a destra e a sinistra, scostando putridi teli di seta dai volti sconvolti dal dolore. Si era perso in un labirinto di sofferenza senza fine. Lei doveva essere lì. L’aveva persa in inverno. La nebbia si era posata sulla primavera di un tempo, il freddo si era insinuato dentro al suo corpo. Era partito dalla punta delle dita congelate; era arrivato fino al petto. L’aveva aspettata allo stesso posto, sul bordo di un precipizio di pietra, con le gambe penzoloni nel vuoto sotto di lui. L’aveva aspettata e si era sentito smarrito e confuso. Una folata di vento freddo aveva portato alle sue orecchie rumori conosciuti e odori di altri luoghi distanti da lì. Erano i rumori della città, ormai così distante da lui, ormai così lontana e insignificante. C’erano cose che avrebbe voluto dirle, ma che erano rimaste dentro e non erano mai uscite. Aveva taciuto davanti alle sue mille parole, per orgoglio e per paura. Aveva riposto le buste in una scatola nascosta in soffitta, seppellita sotto a un cumulo di cose inutili. Ma c’erano state notti in cui la tentazione di riaprirla era stata troppo forte. Era l’angolo maledetto della casa, quello che avrebbe voluto cancellare per sempre, quello che avrebbe voluto dimenticare. Una notte dopo l’altra si era seduto sul marmo freddo e aveva acceso una candela. La cera era colata sulla punta delle sue dita tremanti, lui aveva letto a bassa voce parole non sue. Si era nutrito di quei sogni scritti con l’inchiostro nero, nell’elegante calligrafia di uno spirito lontano. E quel giorno era tornato. Era tornato con un pacchetto in una sacca di tela e l’aveva aspettata. Restare per sempre, aveva pensato.
Lei si era fatta largo tra le erbacce, strattonando con le mani tremanti il bordo dell’abito bianco per liberarlo dai rami delle piante. Aveva sbagliato strada, ancora una volta. Voleva raggiungerlo, ma nella sua mente erano tornate parole che credeva di aver dimenticato. Si era confusa in quei posti che conosceva così bene. Avrebbe potuto camminare a occhi chiusi. Ma ora gli alberi le sembravano tutti uguali e i fiumiciattoli scorrevano tutti nella stessa direzione, e lei si era persa. Ogni cosa aveva incominciato a girare vorticosamente intorno a lei. Le immagini si erano sovrapposte davanti ai suoi occhi, la sua mente aveva creato stagioni nella memoria, combinazioni di condizioni atmosferiche legate a sensazioni che non aveva mai dimenticato. Aveva sollevato gli occhi e il cielo era già nero e pieno di stelle. Erano le stesse stelle che aveva guardato un giorno in piedi su una strada sconnessa rabbrividendo di freddo. Anche loro l’avevano guardata dall’alto, posando la loro luce bianca sul suo volto triste. La sua stella polare era scomparsa; era abbandonata a se stessa. Ogni passo era un errore. Aveva sentito un dolore lancinante alla caviglia destra. Era caduta tra i rovi, i suoi lunghi capelli si erano attorcigliati ai rami, la pelle bianca si era sporcata di terra e fango. Aveva iniziato a piovere e lei aveva allungato una mano verso la caviglia. Le sue dita avevano sfiorato qualcosa di viscido. Era lui, l’incarnazione dell’errore, con i lunghi denti affilati e la lingua sibilante. L’aveva afferrato per la testa, aveva stretto con tutte le sue forze, la carne si era piegata sotto la sua presa disperata. Aveva lottato nell’acqua, le spine le avevano graffiato le gambe e le guance. La testa si era voltata con uno scatto e l’aveva morsicata un’altra volta. Il serpente era morto all’istante, era rimasto appeso privo di forze al suo polso con i denti affondati nelle sottili vene azzurre. Lei si era accasciata al suolo. Un fuoco infernale si era propagato in tutto il suo corpo. Aveva perso conoscenza e la notte l’aveva celata agli occhi di tutti, un’Euridice perduta nel cuore della foresta. Qualcuno avrebbe pensato a portarla via. La terra l’avrebbe risucchiata. Il bianco sarebbe scomparso e in quella pozza di sangue e fango sarebbe rimasto solo l’incavo lasciato dal suo corpo inesistente. 
In sogno gli aveva parlato. L’aveva guardata stagliarsi davanti al fuoco, sagoma priva di fattezze, contorno di un corpo assorbito dalle viscere della terra. “Era un sentiero lungo e difficile. Tornare dopo così tanto tempo. Dopo così tanto silenzio. Non ce l’ho fatta, non ci sono riuscita. Torna, se puoi. Torna a prendermi”. Lui aveva raggiunto a piedi il centro del deserto, aveva scavato con le nude mani nella sabbia rovente, aveva versato lacrime e gocce di sangue e si era strappato i capelli dal dolore e aveva sollevato le mani al cielo. Aveva cantato le più belle canzoni, aveva sussurrato le melodie più dolci e malinconiche. Era sceso all’inferno senza pensarci due volte, e l’aveva cercata, tra le fiamme e i rovi, tra le lacrime di chi implorava perdono e le braccia tese verso di lui in uno spasmo di sofferenza. L’uomo e la donna lo avevano osservato da lontano seduti sul loro trono, re e regina dell’oltretomba. Lui era scivolato ai loro piedi con le mani giunte, il volto rigato di lacrime e sporco di cenere, la fronte appoggiata a terra. Si era aggrappato allo strascico della bella regina e aveva sussurrato parole tra i singhiozzi. Che tornasse, che la ritrovasse, non chiedeva altro. Aveva capito, aveva imparato la lezione, non avrebbe più sbagliato. “Ebbene, l’avrai” aveva detto il re. “Lei ti seguirà. Ma finché non sarete usciti da qua, non potrai voltarti indietro. Se lo farai la perderai per sempre” aveva aggiunto la regina abbassando lo sguardo su di lui. Aveva posato i piedi sui carboni ardenti, le ginocchia avevano ceduto, ma si era rialzato. Aveva percepito la presenza di lei alle sue spalle, il calore era tornato nel suo corpo paralizzato. Aveva sentito ancora una volta quella presenza rassicurante, la consapevolezza che lei c’era, era lì, a pochi passi da lui. Anche se non parlava, anche se non poteva vederla. Era sempre stato quello, il loro amore fatto di distanza e silenzi interminabili. Ma i pensieri erano sempre stati uniti, non importava dove fossero. Ora lo sentiva di nuovo. Aveva camminato inciampando, il terrore lo aveva assalito. E se lei si fosse smarrita? E se lo avesse perso di vista e non avesse più potuto seguirlo? Impossibile, si sarebbero ritrovati anche nella foresta più fitta, nella notte più buia. Aveva visto la luce del giorno filtrare attraverso la sabbia. Stava tornando nel mondo dei vivi insieme a lei, e avrebbe dimenticato per sempre quel viaggio terribile, quella catastrofica discesa nel mondo dei morti. Aveva sentito il cuore esplodergli di gioia. Davanti ai suoi occhi, il bel viso di lei, sotto le sue mani la pelle sottile delle guance. 

E l’errore fatale, il secondo, arrivò prima che potesse rendersene conto. Si voltò, guardò da sopra la sua spalla: lei non c’era più. Svanita in una nebbia fitta e dolorosa, in un eco di urla infernali provenienti dalle viscere della terra. L’aveva persa, di nuovo, in un giorno d’inverno. L’aveva persa perché aveva guardato indietro sopraffatto dall’emozione e dall’amore. Orfeo pazzo e disperato, dove sarebbe andato a morire? In un giorno d’inverno dove poteva andare, folle di dolore? Aveva ripensato alle parole che non le aveva mai detto. Aveva allungato un braccio e aveva spezzato la nuvola di fumo che era rimasta alle sue spalle, un gesto gentile e delicato di due anime che si perdono per sempre. L’inverno era arrivato.

testo:Elena Ramella
immagine: Marta Sorte