lunedì 19 giugno 2017

Chi sono i padroni? La dieta

Chi sono i padroni? 
Episodio 3
La dieta
(dove si indaga, senza dare risposte, sul perché qualcuno vorrebbe diventare il padrone)
 
Che questa volta sarà diverso: che questa nuovissima dieta che Sonia sta per iniziare segnerà un prima e un dopo. Sonia per la strada che la conduce dal guru pensa a qualcosa del genere. Professore Forgione, le hanno detto che si chiama, conferendogli un titolo che, più che aggiungere qualcosa all'idea che si è fatta del luminare, dice qualcosa di chi quell'appellativo l'ha scelto: una collega di lavoro poliartritica che viene da una terra meridionale, fatta ancora di cariche e di titoli. Professor Forgione a vederlo così non si direbbe proprio un dietologo. Perché è enorme. Una palla di grasso. Sembra che Professor Forgione abbia mangiato un altro Forgione.
Sonia entra timorata nello studio del Vate, come fosse in chiesa. La stanza è sciatta, tutto quanto lo è, e sembra rispondere a una domanda:. il tempo ci ha resi grassi? O è davvero una questione di metabolismo?
Il tempo non si è depositato in quella stanza, solo un tavolino, solo una sedia e un computer. La stanza poi ha una finestra dietro cui sembra esserci un muro, ma è soltanto un’impressione suggerita dai  vetri che in altre circostanze avresti potuto benissimo ritrovare in un bagno.
Sonia nel momento esatto in cui entra nella stanza ha un dubbio: sono stata mai bella?
Certo – pensa Sonia – tu gli uomini li hai fatti impazzire.
Ne ha alcuni che le portano doni a lavoro, le medicine che le occorrono, che le fanno le commissioni: uno solo in verità. Un uomo brutto e fragile che è l'opposto del marito. A lei piace quel tipo? Le piaceva piacergli. È brutto, ma dolce. L'esatto contrario di Sonia, che è bella (forse) e cattiva. Possibile esser cattivi? Le piace parlar male degli altri quando non ci sono. A volte è stato un problema, perché magari quelle persone che non ci sono più, non sono del tutto fuori dal campo uditivo, quindi i commenti di Sonia vengono sentiti. Lei si imbarazza? È mortificata? In fondo tutti lo sanno che lei è fatta così, quindi di che vi stupite?
Per questo Sonia è sola.
Non ha nessun amico, solo lo spasimante brutto che le porta le medicine a lavoro, e un marito che forse segretamente la odia, che forse un giorno l'ammazzerà. Per questo è importante andare da Forgione, perché lui non si risolva mai (il marito a ammazzarla). Perché la malia continui.
«Allora, dice l'uomo» (guadando su un foglio prestampato compilato dalla segretaria molto anziana quasi decrepita, all'ingresso) «...Sonia. Come va? Come va?»
Fa eco una voce dentro l'enorme massa seduta con gambe divaricate per ragioni strutturali e sudore sopra una fronte unta.
«Va bene dottore. Passano i giorni»
«È vero, passano sempre Sonia» ripete lui. «E poi cos'altro?»
«C'è che non riesco a buttare giù i chili. La mia pancia»
«Cos'ha?»
«Fa schifo. Mi viene da piangere se ripenso agli sforzi che ho fatto, e a come siano stati inutili»
«Sbagliava qualcosa. Non è normale stare male»
«Piango a ripensare alle lunghe notti passate coi morsi della fame»
«Troviamo la dieta adatta per lei»
E comincia a segnare qualcosa che solo dopo Sonia capirà essere un foglietto di carta senza fattura fiscale dove c'è buffamente abbozzato una lista di numeri: centosessanta euro, la prima seduta è già terminata.
«Non mi guardi perplessa - dice l'uomo adagiato nel fondo del corpo - Ci vuole soprattutto fiducia. Ora le spiego la dieta che ho in mente per lei. Si chiama dieta di Esse»
«Effe?»
«No, Esse. Ma non creda che la s stia per Sonia. Si fidi»

Mesi dopo Sonia infila con un movimento unico gli strettissimi jeans e il top con il ventre piattissimo scoperto e tonico. Arriva a lavoro non con la consueta ghigna malefica sul volto, ma con un sorriso da persona riappacificata. La dieta di Esse, pensa, è stata la sua salvezza.
Sonia ha perfino smesso con tutti quei discorsi alle spalle, ha smesso di circondarsi degli elementi più deboli del gruppo, per poi soggiogarli. Adesso fa le sue cose. Si ricorda perfino di avere una vita. Sua. Individuale. Qualcosa che riguardava lei e non i bambini, non il marito, ma la sua esistenza specifica, unica, irripetibile.
La dieta di Esse ha cambiato tutto. La ditta di caldaisti dove Sonia lavora ha in un certo senso sviluppato una sua economia sotterranea, intorno a quella dieta. La dieta del resto è molto semplice: quando Sonia è davanti alla macchinetta dei dolci e delle schifezze, anziché sbavare per quelle cose che non deve mangiare, prende un tale e si fa riempire uno shottino di sperma. Ecco qua. All'inizio titubante, pudica, poco convinta di quello che stava facendo (si faceva preparare dei bicchierini dal marito, povero uomo, perché un conto è il piacere, altro il dovere. Poi però lui aveva accettato notando la metamorfosi. Con quei bicchierini Sonia ci andava a lavoro e se li beveva tre volte lungo l'arco delle otto ore: merenda, pranzo e seconda merenda).
Dopo era stata costretta ad allargare la cerchia di donatori, perché non le bastava. Perché gli effetti erano tali da correre un rischio. I tecnici delle caldaie che lavoravano nella ditta di Sonia si erano subito mostrati favorevoli alla nuova occupazione, una sosta veloce nei bagni sotterranei e la faccenda veniva sistemata. Sonia, aveva preso un cuscinetto per i primi tempi, dove si metteva a praticare il massaggio.
Poi, da quando è diventata magrissima, ha smesso quasi del tutto di farlo. Lo trova un po' degradante, o qualcosa del genere, come le ha spiegato una nuova amica a cui ha confessato il suo segreto. Allora fa solo vedere le tette o una porzione e i caldaisti si masturbano per lei, dentro un bicchiere. Sonia a volte beve, altre volte mette in un frigo, per bere più tardi la sera o per qualcun altro che vuole iniziare la dieta. Colleghe di quello e degli uffici vicini. E pagano bei soldi. L'attività di revisione delle caldaie ne risente, sono svogliati e eseguono meno visite e riparazioni, ma c'è l'attività sotterranea, che comunque porta profitti. Sonia, a volte scherzando, nelle lunghe ore in cui trascura il suo lavoro di segretaria per dedicarsi alla ben più redditizia professione secondaria, pensa che un giorno rileverà tutta l'azienda maggiore. Che un giorno la ditta sarà sua, che diventerà la padrona. Lo dice ridendo, tanto per dire. Non è quello che le importa davvero.
Passano giorni così. Le colleghe prima incredule dei miglioramenti nella dieta di Sonia hanno voluto sapere cosa fosse la Esse. Sonia, ha risposto che è una cosa prima di tutto mentale. Che Forgione l'ha salvata, che se non fosse stata per quella “Esse” lì sarebbe stata certamente ammazzata di botte dal marito. E invece. C'è un odore forte, nei sotterranei della Caldaie Sicure & co.
Sonia impila i bicchierini da shot pieni di sperma, e già si avvicina l'estate. Allunga i piedini, prima sformati e gonfi esplosi di vene e capillari, oggi perfetti. Li distende sul tavolo enorme che si è fatta portare per lei dal suo titolare in persona, e pensa che già arriva l'estate. Farà dei ghiaccioli allo sperma.
Poi, un pensiero ulteriore la coglie, in quel sottosuolo: perché avere successo? Cos'è che vuole davvero?  
testo Simone Lisi
illustrazione Elisa Lipari

 

lunedì 12 giugno 2017

Chi sono i padroni? Le ragazze dell'albergo

Chi sono i padroni? 
Episodio 2 


Le ragazze dell'albergo 
(dove si indaga cosa succede quando il potere va in vacanza) 


Una settimana l’anno, una settimana soltanto, non i bassa, ma in bassissima stagione, il Signor Franco decide di tornare dalla sua famiglia, quella famiglia che a causa del lavoro non riesce mai a vedere quanto vorrebbe, quella famiglia che, nonostante tutto, lo ama e lo venera come fosse un dio. 
E come non venerare e amare un uomo del genere? Uno che si è fatto da solo, uno a cui tutti vogliono bene, come testimoniano le foto che riempiono le pareti della sala ristorante: Franco che sorride con uomini importanti e con personalità transitate dal suo albergo, Franco che non ha soggezione di nessuno, che sorride in quelle foto come se avesse un nipote seduto sulle ginocchia e non fosse al fianco di qualche Croce di Malta o di un Commendatore del Lavoro. 

Franco, uomo di una purezza cristallina, che ha fatto del bene in senso assoluto, al paese in cui ha aperto l'albergo portando lavoro, alla giustizia religiosa con la sua condotta, ai suoi lavoratori dipendenti portati su un palmo di mano. Franco che viene da chiedersi: dov'è il lato d'ombra? Dev'esserci. Chi lo conosce davvero scuote la testa. Non c'è, non c'è lato d'ombra. Ma in quella settimana in cui Franco lascia il suo albergo a Civita di Bagnoregio, le sue dipendenti prendono finalmente possesso di tutto e finalmente sono libere di essere loro, le padrone. 

La prima cosa che fanno è alzare il riscaldamento al massimo. Talmente è attento il signor Franco, che le sue collaboratrici soffrono il freddo sei mesi l'anno. Franco è sempre attaccato al termostato, è la sua preoccupazione costante, verso le bollette, ma anche verso l'ambiente circostante, verso il surriscaldamento globale. Così che, appena lui se ne va, loro prendono e alzano al massimo tutti i riscaldamenti della casa, tanto che il calore si diffonde dai pavimenti, tanto che appoggiando una mano sul muro esterno del palazzo è possibile sentire il calore che emana lo stabile. Prima cosa. 




In secondo luogo alzano i prezzi del ristorante, del duecento per cento, così da intascarsi tutti i soldi del ristorante. Poi dichiareranno a Franco che non è venuto nessuno, a pranzo. E la roba da mangiare surgelata che manca?, domanderà Franco, indagatore. I lupi sono scesi dai monti e ci hanno attaccato; la neve isolava il paese, qualcosa abbiamo dovuto inventare. Bene, benissimo, risponde lui subito comprensivo. Poi le ragazze rumene staccano l'acqua dell'albergo. Staccano tutto, dopo che si sono fatte dei bagni di ore e ore. Se lo preparano bello caldo, poi una volta che la vasca è piena, aprono al massimo il rubinetto e lo scarico, in modo da fare il loro bagno con acqua che ricircola, sempre nuova acqua caldissima, sempre nuova, che si scarica incessantemente e incessantemente torna a riempire la vasca. Poi, finito di fare i loro bagni, uscite da là completamente lesse, staccano del tutto l'acqua dell'albergo, avendo quasi esaurito la scorta mensile. Quando arrivano ospiti per una notte (io e Diana, nello specifico) dicono: mah, strano ci deve essere un problema, ma è andata via l'acqua. Volete una bottiglia di naturale per lavarvi i denti? Volendo anche due bottiglie, che ne dite? Mi sembra ottimo, siamo davvero gentili, non vi pare? Questo ci dicono le ragazze dell'albergo. E questa temperatura asfissiante?, chiediamo noi. Bello caldo, eh? 
Una settimana l'anno costa al signor Franco carissima. In termini di recensioni negative su Trip Advisor, di bollette del riscaldamento e dell'acqua, ma non può fare altrimenti, almeno una settimana l’anno, dovrà pur tornare dalla sua famiglia. 

testo Simone Lisi
illustrazione Elisa Lipari

lunedì 5 giugno 2017

Chi sono i padroni? Il cornetto

Chi sono i padroni? 
Episodio 1
Il cornetto
(dove si indaga cosa fa di un padrone il suo essere  “padrone”)


C'è questa donna dentro al bar della mattina che occupa tutto lo spazio disponibile.
La borsa sulla sedia.
Il giornale comunitario aperto sul tavolo di cui si è appropriata. Di tanto in tanto lo sfoglia.
Uno sgabello vicino al banco, è il suo.
E per quanto riguarda lei in persona se ne sta ancora più in là, occupando coi gomiti metà del bancone. Poi di colpo si stacca e attraversa tutto lo spazio come se non ci fosse nessuno. Ma ci sono io. Che mi faccio da parte, mentre lei continua a parlare con la vecchia barista dal naso camuso.
Stavano già parlando di qualcosa quando io sono entrato e hanno continuato a farlo. Non capisco di cosa si tratti, e neanche mi interessa. Sono là solo per fare colazione e poi andarmene.
Quella donna, adesso ricordo, l'ho già incontrata alcune settimane fa, davanti a quello stesso bar. Era con un uomo dai tratti asiatici, filippino, o forse indiano, adesso io non lo saprei dire con esattezza, malgrado la distanza che separa quei paesi.
Ricordo per certo che c'era lei, la donna, che chiamava l'asiatico per nome. Ripeteva a voce alta quel suo nome esotico che adesso non ricordo e lo trattava con rispetto, cioè con il rispetto che si riserverebbe a uno schiavo. Lo chiamava sempre per nome e gli dava degli ordini. Forse le sue frasi avevano il tono di domanda, ma non erano delle vere domande. Lei se ne stava là davanti al bar con questo suo servitore asiatico e ricordo anche di aver pensato che era bello non aver nulla a che fare con lei.
Adesso la donna è di nuovo vicino a me, che parla con la barista e occupa quasi tutto lo spazio disponibile. Ho chiesto il mio caffè macchiato come ogni mattina e preso un croissant dal vassoio. La barista dal naso camuso mi ha rivolto la sua attenzione, maggiore rispetto al solito, sotto lo sguardo della padrona. Io sono il cliente, e dopo che ho fatto la mia richiesta le due donne hanno ripreso a parlare di qualcosa che non mi interessa e sono stato solo un po' infastidito dal fatto che lei occupasse quasi tutto lo spazio disponibile e parlasse con un tono di voce inutilmente alto, ma mi è indifferente la sua vita, i suoi vestiti cari, i suoi orecchini d'oro e la sua borsa di Prada. Oggetti che servono a occupare lo spazio che lei non può occupare personalmente.




Poi la donna ha chiesto alla barista dove si trovasse Agata, o Agnese, o un altro nome femminile con la A. Ma questo la barista non lo sa. Come potrebbe sapere dov'è A.? La barista è dietro al bancone che ha da fare le sue cose. Deve preparare i caffè e la colazione per me, dare il resto ai clienti, non può sapere dove sia A., ma la padrona lo chiede lo stesso. Lo chiede anche se sa bene che la barista non ne ha la più pallida idea. Poi, sempre con quello spirito là, chiede alla sua dipendente il permesso di passare dietro al banco, nella stanzina sul retro.
Alla barista non importa.
È una barista vecchia, con una faccia da africana, pur essendo bianca, e anche se non è buona sa farsi volere bene dai clienti. Non è nemmeno una brava barista, ma nessuno la manderà mai via. Certo che la signora può passare dietro, risponde, ma non pensa che A. si trovi là, anzi, sembra esserne certa. La signora continuando a parlare va dietro, nel magazzino e per un momento il bar della mattina torna a essere il solito bar della mattina: vuoto, con spazio e silenzio. Ma è un attimo.
La donna riemerge dal retro e chiede alla barista se il croissant che sta là sia stato messo da parte per qualcuno o se invece è perché quello di ieri.
Esatto, risponde la barista che non la teme, lasciandoci incerti se sia per la prima o la seconda opzione. Di ieri, aggiunge dopo un po'. Allora la donna dice che ne prenderà un pezzetto, del vecchio croissant, e sarà la sua colazione. Che inzupperà in un caffè macchiato tazza grande con poca schiuma (quante richieste per un caffè, penso, un cosa in fin dei conti semplice) e non farà caso alle parole della barista anziana con il naso camuso, ma bianca, che le dirà: ma prenda una di quelle di oggi; o meglio ci farà caso, dal momento che giustificherà la sua scelta con: no, tanto ne prendo giusto un pezzetto. Però il suo è chiaramente un discorso fasullo: lei il cornetto lo mangerà tutto, inzuppandolo per renderlo più morbido.
Io lì per lì guarderò la scena senza pensare a niente, mentre i suoi orecchini d'oro oscillano vicino al mio viso. Una parte di me ignorerà deliberatamente quella scena e continuerà il complicato processo di risveglio. Solo una parte della mia mente registrerà quel dato come decisivo e mi porterà a scrivere, ore dopo: non sono gli orecchini d'oro, o lo schiavo cingalese, è quella pasta vecchia da buttare che fa di lei la padrona.


testo: Simone Lisi 
illustrazione: Elisa Lipari



 

lunedì 8 maggio 2017

La versione del pugile

 LETTURATORE presenta
La versione del pugile

Alla fine della quinta elementare la maestra congedò mia madre dicendole: “per lavorare sull’empatia, imparate a credere che l’aggressività non sia il demonio” .
Tre mesi dopo al centro della mia stanza oscillava un sacco da box siglato Taurus. Le catene da cui pendeva erano di quelle a maglia larga e se nella notte un fotone riusciva a passare la censura della serranda, l’incontro tra il metallo delle catene e la luce vergognosetta dei lampioni, mi faceva venire in mente le lucciole.
Era mio nonno che ogni tanto sfiatava – “sono tornate le lucciole in città” – e a tutti sembrava come una buona promessa di futuro. Il futuro lo avevo sempre immaginato come una specie di terza guerra mondiale che avrebbe disfatto quello che un tempo era nato intatto. Tutte le volte che lo dicevo a mia madre, lei rispondeva che quel sacco avrei dovuto picchiarlo almeno un quarto d’ora al giorno.
Non l’ho mai capita la relazione tra i cazzotti a un cuscino duro e le mie proiezioni di morte, ma era evidente che mia madre tenesse in altissima considerazione l’opinione della maestra.

Mentre tutti i miei amici progettavano pic-nic sul lago e cercavano di sedurre le ragazzine con la fissa del costume intero, io perdevo tempo a contarmi i peli intorno all’ombelico. Pensavo che anche quelli sarebbero caduti, in futuro, e la cosa mi dispiaceva non poco. Puntualmente però capitava che chiunque si sentisse in diritto d’interrompermi nella pratica della contemplazione. Mia madre mi sedeva accanto dipingendomi il sacco da box come la panacea per tutte le cose incomprensibili della vita; guardavo alla sua concentrazione nella scelta degli aggettivi per farmici affezionare con una specie di pena.
Il suo sforzo m’impietosiva, il suo profumo frizzante, fruttato, la sua piega perfetta colorata di colpi di sole, i suoi tacchi e le caviglie slanciate, il suo sudore nel mentirmi su quanto tutto sarebbe stato gioioso m’impietosiva e finivo sempre per rassicurarla senza troppa convinzione.
Le ricorrenze in casa mia non avevano niente a che vedere con i festeggiamenti di compleanno, riguardavano piuttosto la parola – empatia – rimbalzata da un capo all’altro del telefono durante le chiacchierate con i conoscenti, sussurrata con preoccupazione nelle orecchie di mio padre in piena notte, discussa con i nonni e le zie la domenica pomeriggio.

“Non è empatico”, dicevano, e sull’argomento, due erano le cose su cui mi trovavo a riflettere.
Prima di tutto, l’abitudine a sentir parlare di me piuttosto che con me. Questo non mi aiutava, perché anche io mi stavo abituando a trattarmi con distanza, in terza persona. E poi, non capendo esattamente cosa s’intendesse con quella specifica parola, provavo a fare in modo di darle un senso personale. Quel senso lo trovavo nel sacco da box. E infatti quella parola, aveva assunto un colore: il rosso del rivestimento lucido del sacco. Tra l’altro, avevo sentito dire a mia madre che concentrarsi sulle tinte accese fosse un rimedio per il mal di testa, esperienza che prima di correggere l’ipermetropia con degli occhialini tondi, mi capitava spesso di subire. All’iscrizione in prima media seguì una domanda che mia madre mi rivolse emozionata, come nell’attesa di una risposta definitiva. “Devi scegliere uno sport”, mi disse. E poi aggiunse: “io credo che per l’empatia la cosa migliore sia uno sport di squadra, per la pallavolo sei un po’ goffo, per il basket sei poco concentrato, per la pallanuoto toccherebbe prima imparare a galleggiare: rimane il calcio che fa molto gruppo, spogliatoio, resistenza e comunicazione, vedrai che la tua cerchia di amici si allargherà e diventerai finalmente un ragazzo empatico”.
Risultato: in panchina riuscii ad affinare le mie doti di osservatore. Facevo gli allenamenti ma gli occhiali m’innervosivano, il fiato mi mancava, la motivazione a correre e saltellare pure, l’entusiasmo degli altri e il loro desiderio sfrenato di competere mi sembravano un affare insensato e la speranza di mia madre che il mister mi convocasse per una partita il sabato pomeriggio mi si imponeva in modo quasi doloroso.
Al quinto mese di panchina, mia madre cominciò a eliminare i tacchi prediligendo scarpe basse, spesso stivaletti a coprire le caviglie sottili di cui andava tanto orgogliosa.

Vestita in quel modo, scarpe basse e pantaloni color crema, mi portò in un appartamento situato in uno dei quartieri più in della città. L’ascensore ci introdusse direttamente all’interno dell’appartamento e ad attenderci una signorina dal sorriso misericordioso, quasi ne sapesse più di chiunque altro, ci fece accomodare in una sala d’aspetto dove campeggiavano due sedie di legno con l’imbottitura di stoffa rossa, separate da un tavolino e due quadri appesi al muro raffiguranti un lupo e un orso polare. Mi faceva fatica persino domandare a mia madre cosa stessimo aspettando ma provai a sperare che si trattasse di una seduta dal suo dermatologo per la cura dell’acne, che mi aveva raccontato fosse stato un suo problema in adolescenza. Tempo dieci minuti e dalla sala principale uscì un uomo basso ma distinto che con fare rassicurante allargò il braccio destro lateralmente come a dire: fatevi avanti.
“Non è empatico”, ma sulle già ben note parole l’omino portò ancora il braccio destro dritto davanti a sé, col palmo della mano ben aperto verso la faccia di mia madre e lei capì che quel gesto voleva dire che non fosse il caso di aprire bocca da quel momento in poi.
“L’orso polare o il lupo?”, mi chiese. “Il lupo. Perché la foresta è meno monotona dei ghiacci e perché quando penso agli animali che mi piacciono faccio sempre il test del letto.Il test del letto consiste nell’immaginare la consistenza di pelo, pelle, grado di calore e sensazione al tatto che gli animali rilascerebbero lungo tutto il mio corpo quando sono sotto le coperte.”
Quell’uomo consegnò a mia madre un bigliettino da visita invitandola ad andare da un signore simile a lui che però si occupava di adulti. Lui non mi volle più vedere.
Presto provai a imitare quel gesto che l’uomo fece quel giorno col braccio teso e il palmo della mano aperto nella direzione del volto della persona che mi capitava a tiro quando volevo che smettesse di parlare. Contro mia madre alzai il braccio molte volte con quella stessa intenzione.
Le scuole medie passarono senza sport, con voti molto alti in filosofia e molto bassi in matematica. Il sacco da box non lo utilizzai più per picchiare, non trovavo niente di rilassante nel sudore e nella dolenza delle nocche e un giorno presi il coltello più lungo dal cassetto della cucina, andai verso il sacco e lo tagliai al centro. Estrassi tutta la gomma piuma che lo riempiva e ne lasciati il giusto per sagomare la mia figura. Entrai nel sacco e cominciai a oscillare. Cominciai a sentire il beneficio di quella sospensione da terra e quella fu la mia pratica quotidiana fino a che non esplosi in centimetri di altezza.


Per festeggiare gli esami delle scuole medie chiesi a mio nonno di portarmi nel passato, il futuro era ancora un gran problema. Lui prese la sua vecchia auto e guidò fino a una specie di campo arato e molto ampio, riempito di macchine parcheggiate l’una accanto all’altra, tutte col muso nella direzione di un grandissimo schermo a cielo aperto.
Mentre la pellicola scorreva e i pop-corn finivano, chiesi a mio nonno cosa significasse quella cosa che sfiatava ogni tanto sulle lucciole – “sono tornate le lucciole in città”. Lui arrestò la masticazione, roteò gli occhi azzurri verso di me e mi spiegò il significato della parola “prostitute”.


testo: Maria Rita Di Bari
fotografie: Giulia Mangione

domenica 30 aprile 2017

l’ELEFANTE

«Sognare un elefante, in genere, è buon segno»
(Antica smorfia napoletana)

Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.
“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.
E non mi era sembrato il caso d’aggiungere che il suo non era più quello di vivere. In tutta onestà non saprei dire se a bruciarmi fosse la notizia che mi dava o la vaga richiesta di un aiuto in danari: stavolta voleva fare le cose in grande, finanche il viaggio che a causa mia aveva mancato nel matrimonio con mia madre. Era chiaro come una cartolina che la mia imprudenza di allora dava corda agli obblighi di oggi, e non credo mi andasse a genio.
Sono un uomo di seme antico, forse per questo gli dissi no. Un no senza speranza, senza ripensamenti possibili. Poco dopo seppi che aveva venduto casa, e che in lavanderia si faceva aiutare da una donna coi capelli bianchi ma ancora lunghi sulle spalle. Una di quelle signore che non sanno crescere.
Io, della sua attività, non avevo voluto sentirne: tutta la vita passata a ripulire sporcizie non poteva essere il mio ideale. Se proprio da una parte dovevo sistemarmi, sarebbe stato sul fianco di quelli che imbrattano, e avevo cercato lavoro in una pasticceria. Lì di certo non attaccai i manifesti riguardo i fuochi tardivi comparsi nella vita di mio padre. Ma non ero stupido, e capivo che quando il discorso girava su di lui, o qualcuno lo teneva ad esempio, in realtà c’era un senso nascosto, come un doppio fondo di valigia. In tutto ciò mio padre era rimasto uguale (a parte i capelli che gli erano rispuntati neri sulla testa), e nonostante quella volta gliele avessi predicate a colori, continuava a tenermi a giorno con certe telefonate lunghe e penose che lasciavo soprattutto a mia moglie. Un giorno poi ci invitò a cena, me e Laura.
“E tu che gli hai risposto?” le domandai già temendo che avesse accettato.
“Che almeno il dolce lo portavamo noi,” rispose calma legandomi le parole.
Io me ne andai in camera e accesi la tv sul canale dei documentari. Buona parte della notte la passai in chiaro, e il poco che dormii me lo presi di rabbia, di spalle a mia moglie e girato sul cuore.
Solo che al mattino mi ci volle un po’ per ricordare perché mai dovessi stare in febbre con Laura. Non posso farci niente: questionare con mia moglie mi ha sempre fatto sentire come un cencio dilaniato in un gioco di cortile. Mi misi d’impegno a cercare la cosa giusta da dirle, e mi sembrò d’averla trovata guardando sul comodino, dove l’agenda di mia moglie se ne stava al solito posto, una matita infilata tra le pagine. A quel punto mi alzai quasi senza pensarci, entrai in cucina e con quell’aria malriuscita che avevo addosso al mattino dissi:
“Ma guarda un po’ che vado a sognare stanotte!”
Bisogna sapere che mia moglie crede più ai sogni che al Vangelo: in quel periodo teneva un’agenda in cui annotava tutto quello che di notte ci passava per la testa, e io tremavo ogni volta di tradire qualche mia sfuggita di cuore. Chi lo sa, forse per un po’ di tempo si è illusa di capirci qualcosa del nostro avvenire, almeno finché abbiamo sperato di poterci dare dei figli.
Comunque quella volta funzionò, perché appena parlai Laura si voltò e mi chiese di raccontare.
Avrei dovuto giocarmela meglio, lo so. Presi tempo a sedermi come per riflettere, poi siccome sentivo i pensieri venirmi di schiena, misi a fuoco il documentario della sera prima e le dissi che avevo sognato un elefante. Non potevo mirare a una cosa più stupida di quella, ragionai dopo averla tirata fuori, e invece no: Laura batté le mani come una bambina e per giorni non parlò d’altro. Questo sogno arrivò a raccontarlo ai vicini. Ricordo che ancora molti mesi dopo scrisse addirittura una lettera a suo fratello in Australia, per dirgli che stavamo tutti in quel bene che gli auguravano, ma poi non aveva saputo frenare in tempo e aveva chiuso dicendo “Sai che Enrico ha sognato un elefante?”
Per lei quella faccenda doveva essere una roba seria, mentre io cercavo solo di sfebbrare i discorsi. Poche volte in vita mia mi sono sentito così ridicolo e in colpa: un po’ perché non m’andavano certe familiarità col vicinato e un po’ perché sapevo d’averle mentito. Solo una cosa le domandai la sera che uscimmo per andare da mio padre, mentre chiudevo la porta:
“Per favore, lasciamo a casa l’elefante.”
E non ci fu bisogno di perdersi in promesse o giuramenti, ho sempre saputo che potevo fidarmi di Laura.




Finsi di non sapere: né dove si trovasse la casa, né chi fosse la donna che viveva con mio padre. Invece ero andato a spiarli una sera sul tardi, dopo che in pasticceria avevo preparato i lieviti per il giorno dopo. Sapevo che alla fine s’erano sposati solo in chiesa, per mettere le cose in ordine davanti a Dio, e degli uomini se n’erano altamente fregati: Viola non aveva perso la bussola per mio padre al punto da rischiare la reversibilità del marito. Di lei sapevo che era una vegetariana convinta. Pochi giorni prima della cena aveva chiamato Laura per informarsi sui miei gusti e quando aveva sentito che sarebbe andato bene qualcosa di leggero, qualsiasi cosa, magari carni bianche aveva infilato un gridolino nell’apparecchio, come se le avessimo chiesto di padellarci un cane. Questa cosa mi aveva insuolato ancora di più i pensieri: in pasticceria presi una delle torte congelate dal freezer e me la feci incartare a festa. Proprio non mi venne in mente di chiamare Viola per sentire che gusto preferiva.
Quella volta, anche se avevo girato lentamente nel quartiere, e avevo parcheggiato in un’ombra un po’ lontana dal palazzo, ci accorgemmo di essere in orario. Bussai piano e dietro la porta sentimmo il trambusto delle case in disordine quando arriva qualcuno. Venne ad aprirci la donna che avevo visto in lavanderia: bassa, i capelli bianchi ma ancora folti, stretti in una treccia di ragazza, e di fianco un uomo più giovane del padre che avevo lasciato vedovo e solo nella mia casa di bambino. Erano sporchi di pittura dappertutto e mio padre aveva in mano uno di quei pennelli grossi con le setole di cinghiale.
“Stiamo ridipingendo le pareti,” spiegò Viola togliendomi dalle braccia il dolce rimasto in freddo come me, che nonostante le telefonate non riuscivo a sorriderle.
Di lì a poco io e Laura ci dividemmo: lei con Viola in cucina, da cui dovevo ammettere proveniva un buon odore, e io con mio padre che mi portò in giro per le camere a mostrarmi le pareti fresche di pittura.
“Vieni,” mi disse a un certo punto guidandomi in camera da letto. Lì avevano scelto un colore riposante, un giallo pastello che allargava l’ambiente e dava luce.
“Vedi?” mi disse indicando una parete, “vedi qui?”
Gli feci segno di sì e lui andò avanti.
“Qui vorrei lo stesso disegno che ti feci in camera da piccolo,” disse. “Te lo ricordi?”
Io non me lo ricordavo e stavolta non era per puntiglio: veramente non me lo ricordavo. Sapevo del padre da castigo, del padrone della casa e del televisore nella domenica delle partite, sapevo la sua voce grossa nei fondi delle camere. Ricordavo il nemico e faticavo parecchio a trovare il padre.
Rimasi fermo a fissare la parete giallina come se sperassi di vederci apparire quello che ormai m’era caduto di mente. Lui mi diede tempo, ma poi quando ci chiamarono dalla cucina e si mosse per uscire lo fermai. Volevo sapere.
Mio padre s’avvicinò alla parete, prese una matita grossa e cominciò a fare dei segni che all’inizio non capivo. Prima un semicerchio, poi col pastello corse in avanti, allungò il tratto e tornò indietro; tirò veloce verso il basso e poi risalendo disegnò qualcosa che già assomigliava a una pancia. Furono le orecchie, forse troppo grandi che mi fecero capire. Mi accostai anch’io, presi una matita in una busta appesa a un cavalletto e feci la mia parte. Quando mia moglie e Viola vennero a vedere ci trovarono lì, in silenzio, che disegnavamo sulla parete ancora fresca di pittura. E anche se la cena era pronta e forse in tavola, noi andammo avanti. A un certo punto mi voltai e vidi Laura che sorrideva con gli stessi occhi di quando le avevo raccontato il sogno. Fu allora che abbassai le braccia e feci qualche passo indietro per guardare meglio la parete, poi senza dire niente andai a lavarmi le mani.

Prendete un uomo, ma che sia appena cresciuto. Ecco, prendetelo e domandategli cosa ricorda di quando era bambino: ogni volta – potete scommetterci la casa – vi svuoterà una gerla di pensieri inutili. Io quell’elefante sulla parete di contro al letto (disegnato da mio padre per tenermi buono durante una malattia infantile), proprio quell’elefante non l’ho mai ricordato. E però ho deciso di credere a mio padre, come Laura aveva fatto con me: perché era uno uomo vecchio che cercava ancora di vivere; perché aveva avuto la pazienza d’aspettare che mi spuntasse la ragione; perché in fondo, su quella parete facemmo un buon lavoro: un elefante che ha resistito a lungo, almeno finché la casa non è passata ad altri dopo che anche mio padre e Viola se ne sono andati. Certe volte mi viene il pensiero che siccome adesso sono vecchio anch’io, potrei decidermi a dire a Laura la verità sul mio elefante, ma poi mi chiedo a cosa serva: è sbagliato non avere segreti e ridursi come un salvadanaio vuoto, che lo scuoti e non manda rumore.
Quella sera rientrando mi tenni di nuovo leggero sull’acceleratore. Pensai a mio padre e per la prima volta gli augurai del bene, forse un bene che poteva stare in un pugno: di trovare biancheria pulita ogni giorno, e un piatto caldo per cena, che i colori alle pareti tenessero a lungo e perché no, che ogni tanto gli riuscisse di fare l’amore.
Quando poi arrivammo lasciai i fari accesi contro il portone e fu guardando quel bianco che dissi a Laura che andava bene anche per me, avviare le pratiche per l’adozione. Era arrivato il momento, tutto qui. E poi che diavolo: avevo quasi quarant’anni, magari ero pronto a fare il padre, finalmente, e a finirla con le mie menate da figlio.
Da quando è diventata madre Laura non mi ha più domandato dei sogni, e l’agenda che tenevamo non so nemmeno dov’è finita. L’ultima volta che mi è capitata fra le mani l’ho aperta e ho riletto quello che aveva scritto sul mio sogno, con quella grafia attenta e chiara di chi vuole essere capito.
Forse non ci credeva nemmeno lei che sarei rimasto e invece ce l’abbiamo fatta.





testo: Elisa Ruotolo
immagine: Patrizia Beretta







lunedì 24 aprile 2017

una settimana

Tutto considerato il salmastro sulla pelle le era piaciuto e anche il sole e anche il vento e anche il rumore dell’acqua sotto lo scafo e anche il lieve movimento della barca in rada e anche la catenaria che scodinzolando a prua produceva un lieve rumore e anche il fatto che per due settimane non avevano più pensato a nulla di brutto: il lavoro, i soldi che mancano, il suo terribile vizio a bere un po’ troppo la sera e quindi anche a fumare un po’ troppo la mattina e quindi anche a sciogliere grossi pezzi di amarezza nell’acqua il fine settimana e non avevano pensato neanche a tutte le delusioni che gli amici, volenti o nolenti, ci danno giorno dopo giorno nel loro violentissimo tentativo di prevalere su di noi sempre e comunque in nome dell’amicizia, coi loro giudizi veri e al contempo campati in aria. Ecco sì, era stato uno stacco totale, liberi lì sulla superficie salmastra dell’oblio, la notte le stelle, dove e quando sorgerà questa volta la luna?, i delfini che si grattano la schiena sulla chiglia mentre la navigazione procede instancabile a sette miglia nautiche all’ora, sull’orlo dell’oblio, abbracciati in cabina, sorreggendosi l’uno all’altra mentre galleggiavano nell’alta marea, il costume slacciato, il sole che brucia le spalle e il naso e le lentiggini che neanche troppo lentamente vengono fuori e si illuminano di baci e dire che ti amo è fin troppo poco, giorno dopo giorno, ci sono problemi che svaniscono, il mare cancella, la barca non lascia dietro di sé nessuna traccia, era stato come riposare a lungo dopo un lungo viaggio che non porta in nessun luogo e in nessun tempo, se non tra le sue braccia impaurite e poi il tempo era finito e lei, solo lei doveva tornare a casa, avrebbe preso un aereo e lui l’avrebbe raggiunta una settimana, dico una sola settimana dopo.

Il traghetto che avrebbe condotto Sara dalla piccola isola dove avevano attraccato alla grande isola dove l’operosità umana aveva edificato un aeroporto sarebbe salpato due ore più tardi. Lui la aiutò a fare i bagagli, stavano in silenzio mentre piegavano le magliette. Lei tutto sommato avrebbe preferito rimanere a prendere il sole per il resto della sua vita (intendo della vita di lui). Se solo avessi vinto il Superenalotto, allora crederei in Dio, ma così, così no. Aveva ripiegato anche il costume in silenzio, guardandola appena, in silenzio, ma che avevano per non parlarsi? Mentre lei cercava le proprie amate forbicine da unghie, lui era andato a comprare il biglietto del traghetto che dalla piccola isola dove avevano attraccato l’avrebbe condotta alla grande isola dove l’operosità dell’uomo aveva edificato un aeroporto e invece di comprarne uno, ne prese tre, che ripose nel proprio portafogli. Osservò le barche in porto fumandosi una sigaretta. I pescherecci, i motoscafi, i dragamine, le piccole dolci barche a vela, i catamarani, i gommoni, le boe su cui i cormorani digerivano sonnacchiosi, e i traghetti, i traghetti che partono, che arrivano in nessun tempo e in nessun luogo.
Poi era tornato da lei, l’aveva abbracciata, le aveva sbarcato le valige, l’aveva accompagnata al molo, le aveva detto che l’avrebbe accompagnata almeno fino all’isola più grande e poi sarebbe tornato indietro e lei aveva sorriso e gli aveva chiesto se fosse impazzito. Ma no dura solo un’ora il viaggio, non ho niente da fare oggi se non accompagnarti almeno fino all’isola più grande, là dove l’autobus ti porterà via, in quel posto dove ti raggiungerò tra solo una settimana, una sola settimana. Lei era contenta quando si misero a sedere sulla poltroncina, ma cominciò a preoccuparsi quando vide che lui stava piangendo.
Ma perché piangi? Niente, volevo solo dirti che, niente mi dispiace che vai via.

Una volta sbarcati non riuscivano a fare un passo che non fosse sincrono. Lui fumava, certo fumava, ma almeno era da due settimane che non toccava una goccia di alcol e che non scioglieva l’amaro nell’acqua durante i fine settimana, per cui lei era contenta e sorpresa e le veniva da piangere anche a lei e stava pensando al fatto che questa era forse la dichiarazione d’amore più incredibile che avesse mai ricevuto, voglio dire, insomma, si sarebbero rivisti dopo solo una settimana, per cui che motivo c’era per commuoversi?
Non lo so, rispose lui, mi dispiace solo che te ne vai. Ma ci vediamo tra una settimana. Lo so, lo so, e allora? Poi era arrivato l’autobus. Lei era salita per ultima. Lui aveva fatto il duro cercando di chiedere informazioni all’autista sui pullman del futuro. Poi le porte si erano chiuse. Lei aveva scosso la testa e i capelli e la mano di flanella ed era semplicemente scomparsa.


E adesso era solo. Non riusciva a smettere di piangere. Solo ora si era accorto che quel porto era il luogo ideale per scuotere il proprio ciao ciao dietro ad un autobus che se ne va: grosse ciminiere di una centrale idroelettrica, carghi e container multicolore e il vento carico di zolfo e i turisti contenti che arrivavano pronti a salire sul traghetto successivo, solari e gioiosi come pietre abbandonate alla deriva, i loro vestiti estivi e i loro sorrisi festivi e la loro felicità agostana e nessuna traccia di smog dietro a loro, mentre lui stringeva la bottiglietta d’acqua, solo mezzo litro d’acqua naturale a temperatura ambiente, tra un singhiozzo e l’altro, tra una settimana, dietro la capitaneria di porto, la rivedrei tra una settimana, le lacrime e il muco e il pacchetto di sigarette che stava finendo e l’amaro che si scioglie in un solo sorso fra pochi minuti spensierato e speriamo che nessuno si accorga di me, speriamo solo che nessuno si accorga di me.



testo: Ferruccio Mazzanti
immagine: Celina Elmi

martedì 18 aprile 2017

la settimana del derby

Lunedì

Ieri nessun disordine.
C’era da aspettarselo: la questura ha vietato la trasferta ai tifosi avversari; e comunque, dopo l’accoglienza dell’ultimo anno, anche gli irriducibili hanno rinunciato a muoversi senza biglietto.
Sono le dieci e Vincenzo fatica a svegliarsi. Da domani aiuterà Oscar che ha un’impresa edile, però il lavoro è poco e Oscar è stato chiaro: solo martedì e giovedì.
Vincenzo se la leva di dosso ma Clara torna alla carica. Salta sul letto, lo annusa, gli lecca la faccia. Clara è un pastore tedesco di sette anni, e l’ultima volta che Vincenzo l’ha pesata era quasi trenta chili.
Squilla il telefono cellulare. Vincenzo con la mano destra imprigiona il muso di Clara, glielo scuote, Clara scodinzola, Vincenzo allunga l’altro braccio sul comodino, afferra il cellulare, legge il numero sul display: sconosciuto. Vincenzo molla il muso di Clara, risponde.
- Sì.
- Pronto.
- Chi sei?
- Vincenzo. Sono Ivan. Dormivi?
Vincenzo scatta a sedere, indica a Clara di scendere ma Clara si sposta nell’altra metà di letto, Vincenzo sistema il cuscino tra schiena e testiera, si appoggia, dà due colpi di tosse.
- No, no. Ciao Ivan. Dimmi.
- Ho avuto il tuo numero dal Puma. Come va?
- Bene. Tu?
- Bene. Domenica ci sei, ovviamente.
- Cazzo, vuoi che non ci sia al derby?!
- Allora senti: dobbiamo vederci. Dopo quello che è successo all’andata, stavolta è da organizzare tutto per bene.
Vincenzo accarezza la nuca di Clara e imposta la voce: - Assolutamente d’accordo.
- Mercoledì.
- Mercoledì. Perfetto: sono libero tutto il giorno.
- Dài. Ti chiamo io. In gamba, ciao.
- Anche tu. Ciao, Ivan. Ciao.
Ivan. Il capo. Ha quarant’anni, un carisma sovrumano e a forza di imprese memorabili si è guadagnato il massimo rispetto di tutte le curve avversarie.
Vincenzo scende dal letto, infila le infradito, esce dalla camera, va dritto in cucina, chiama Clara, apre il frigorifero, prende il cartone del latte. Si volta indietro, guarda in camera. Clara è ancora sul letto, nella posizione di prima.
- Clara.
Ma Clara non si volta. Vincenzo le vede lo stomaco contrarsi e dilatarsi rapidamente, come se avesse l’affanno.
- Clara!


Martedì

Di mattina Vincenzo ha lavorato sodo. La fatica fisica gli ha messo una gran fame. Oscar lo anticipa: - Stacchiamo e ci mangiamo un panino? Così mi racconti la telefonata. E io ti faccio vedere una cosa.
- Mangiamo, sì, ho fame. Quel bar là all’angolo?
- Dài. Allora? Cosa voleva?
Vincenzo e Oscar si incamminano.
- Te l’ho già detto: non lo so. Ci vediamo domani perché mi deve parlare.
- Era incazzato?
- Ma no. Dopo la storia dell’idrante l’ho incrociato un sacco di volte, in gradinata, e non mi ha mai detto niente. Quindi. La cosa che dovevi farmi vedere?
Attraversano la strada.
- Quando siamo seduti. Combattimenti? E quel torneo?
- Fine giugno.
- Madonna come mi prude.
- Cosa?
Entrano nel bar. A destra il bancone, con tre sgabelli: sui primi due, una coppia sulla cinquantina; a sinistra quattro tavolini, vuoti, appiccicati al muro. C’è silenzio. Oscar biascica un saluto al barista, scosta una sedia del secondo tavolino, il barista risponde annuendo prima a Oscar poi a Vincenzo, Oscar si siede, Vincenzo fa un cenno della mano in direzione del barista e si siede anche lui.
Si levano le giacche. Oscar si toglie anche la felpa. Un intricatissimo tatuaggio gli prende tutto il braccio. Si solleva la manica della maglietta sulla spalla, dove il tatuaggio termina.
- Allora?
Vincenzo lo guarda meglio. È un drago, che sale a spirale dal polso di Oscar. Attorno al drago, motivi floreali, altri animali fantastici, spade, ideogrammi, simboli e arabeschi.
- Quanto ci hai messo?
- Due mesi. Cinque sedute. Bello, no?
- Cosa significa?
- Non lo so. È giapponese. Mi piaceva.
- Quanto è costato?
- Tanto. Troppo. Ma ce l’avevo in mente da una vita. Ti ricordi cosa dicevo: se me lo faccio, me lo faccio serio.
- E questo, è serio.
- Direi.
- Da chi sei andato?
- Da Peter. Avvicinati. Guarda i dettagli: non sono pazzeschi? Se un giorno te ne fai uno, vai da lui.
- Sì.
Arriva il barista. Ordinano due panini e due birre medie alla spina. Oscar si risistema la manica della maglietta. Guarda Vincenzo negli occhi. Lo indica: - Sai chi ho visto, da Peter?
- Chi?
- Valentina. Si faceva un tatuaggio sulla caviglia. Piccolo.
- Ah sì?
- Perché?
- Ma niente. Finché stava con me diceva di essere contro, i tatuaggi. Le donne.
- Già.
- Già.
- Oh, non è escluso che l’abbia fatto proprio per reazione.
Il barista spunta da dietro Vincenzo con le birre: - Ora porto i panini. - Le posa. Torna dietro al bancone. Vincenzo afferra la birra per il manico. Stringe. Guarda le bolle salire in superficie. - Per me può fare tutto quello che vuole. Ormai non mi interessa più.
Oscar prende e solleva la sua birra: - Cin?

- Cin. Stamattina ho trovato ancora quasi tutto il mangiare di Clara nella ciotola. Da ieri è stranissima.

Mercoledì

- Siediti, Vincenzino. Come stai?
- Io bene.
- Sicuro che non ti servono soldi?
- Sicuro ma’, sicuro. Io sto bene. Ma Clara mica tanto.
- Oh, povera. Che cos’ha?
- Non lo so. Sono due giorni che non mangia. Vomita. Non vuole uscire.
- Bisogna chiamare il veterinario.
- Sì, infatti. Il numero ce l’hai tu. Me lo vai a prendere?
- E hai aspettato due giorni a chiedermelo? Potevi farmi una telefonata.
- Per favore, ma’, con le prediche. Me lo vai a prendere il numero?
Te lo do anche il numero di Vanessa? La mia amica del negozio di animali. Vincenzino: devi avere riguardo per te e per le tue cose. Sei diventato grande e grosso più di tuo padre ma a me sembri sempre così…
- La storia del bambino no, eh, ma’.
Il veterinario non può prima di lunedì: è in ferie, rientra domenica sera. Vincenzo gli spiega che secondo lui la situazione è urgente. Il veterinario fa un paio di domande, poi gli dà il nome di un farmaco e spiega: sono pastiglie. E Vincenzo: come gliele do? E il veterinario: gliele metta nel cibo. E Vincenzo: ma ha capito che non sta mangiando? E il veterinario: allora le apra la bocca e cerchi di infilargliele in gola. E Vincenzo: quante? E il veterinario: una al mattino e una alla sera, a stomaco pieno. E Vincenzo: ma tu sei veramente un imbecille. E chiude la chiamata.
Il tempo di risistemarlo in tasca e il cellulare si mette a vibrare. Vincenzo lo prende e legge il numero.
- Oh. Ivan.
- Enzo.
Nessuno lo aveva mai chiamato Enzo. Al massimo, gli amici, Vince.
- Allora, Ivan: ci vediamo?
- Sì. Ce la fai a fare un salto al club?
- A che ora?
- Io sono qui.
- Arrivo. Sono vicino. Cinque minuti.
- Dài. Ciao.
- Ciao.
Non era mai entrato al club. Vincenzo non fa parte di nessun gruppo. Citofona. Gli aprono. Sale due rampe di scale. La porta è socchiusa. Entra. Nel vano d’ingresso, sulla sinistra, quattro ragazzi stanno giocando a calcio-balilla; sulla destra c’è un grande mobile in metallo a due ante, piene di adesivi del club. Appese ai muri, fotografie di giocatori, di coreografie, di scontri.
- Ciao.
I quattro interrompono la partita.
- Oh, Vince, - fa il Puma. Il fratello del Puma abbassa lo sguardo. Gli altri due sono più giovani, sui diciotto anni. Lo guardano fisso, rigidi. Vincenzo ne conosce uno di vista.
- Ciao, Puma. Ivan?
- Di là. Ti aspetta.
- Bene. Ciao.
Vincenzo apre la porta, entra nell’altra stanza. Sulla sinistra ci sono un divano ad angolo, in pelle nera, sdrucito, e due sedie; al centro della stanza un mobiletto basso, in legno; sul mobiletto, un vecchio televisore spento. Al centro della parete di destra, un finestrone da cui penetra una luce lattiginosa. Nell’angolo in fondo a destra, un frigorifero. Nella parete di fronte a Vincenzo, sulla sinistra, una porticina bassa e stretta, in alluminio, col pannello superiore in vetro smerigliato.
Sul lato lungo del divano sono seduti Ivan e Beppe, sul lato corto Mazinga. Sulle sedie, Darione e Nero. Tutti con una bottiglia di birra in mano.
I più anziani. I più temuti.
- Eccolo, - fa Ivan.
Sono lui e Darione a parlargli. Gli spiegano che al derby di andata hanno fatto una figura di merda senza precedenti. Colpa dei pivelli: prima provocano, poi scappano. Bisogna rifarsi con un’azione clamorosa, cioè andandoli a pescare sotto la loro curva. Poi gli dicono che l’unico dei giovani all’altezza è lui, l’hanno vista tutti la scena degli idranti. Nero si alza, va al frigorifero, prende una birra, gliela stappa e porge. E io cosa dovrei fare?, domanda Vincenzo guardandosi riflesso nello schermo del televisore. Venire con noi, gli risponde Ivan. Vogliamo tirar su un gruppo di gente decisa. Pochi ma fidati. Tu cosa dici? Dico che va bene, risponde Vincenzo stringendo la bottiglia di birra. Allora ci sentiamo prima di domenica per i dettagli, gli fa Darione. Stammi bene.
Vincenzo saluta tutti. Tutti salutano Vincenzo.
- A domenica, Enzo, - soggiunge Ivan.
Nessuno lo aveva mai chiamato Enzo.

Giovedì

Vincenzo sente vibrare. Posa la cazzuola sul muretto. Si asciuga il sudore dalla fronte con la manica della felpa. Estrae il telefono cellulare. Legge il nome: Valentina. Deglutisce. Fa una smorfia. Inspira. Rifiuta la chiamata.


Venerdì

Vincenzo ha dormito male. Tasta coi polpastrelli il comodino. Trova il telefono cellulare. Lo prende. Legge l’ora sul display. Le sette e dieci. È ancora buio. Accende l’abat-jour. Scende dal letto. Infila le infradito. Va in cucina. Accende la luce. Controlla le ciotole di Clara: quella dell’acqua è quasi vuota, quella del cibo è quasi piena. Clara gli arriva da dietro. Ansima. Si sdraia su un fianco, al centro della cucina. Vincenzo si volta. Guarda lo stomaco smagrito di Clara. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo guarda Clara negli occhi. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo abbassa lo sguardo. Clara emette un suono breve, acuto, flebile. Vincenzo si volta di scatto, fa due passi, prende la scatola con le pastiglie dalla mensola accanto al lavandino, sfila uno dei due blister, estrae una pastiglia, rinfila il blister nella scatola, la posa sull’orlo del lavandino, torna al centro della cucina, si accuccia, accarezza Clara sul muso, le apre la bocca.
Clara non oppone alcuna resistenza.
Vincenzo getta la pastiglia nella gola di Clara. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo abbassa lo sguardo. Lo devia in basso a sinistra. Vede ai piedi del mobile della cucina una chiazza di vomito. Stringe i pugni. Si raddrizza. Guarda il soffitto. Torna in camera a passi lenti, uguali. Chiude, piano, la porta. Sferra un calcio a una gamba della sedia di legno che trabocca di vestiti sporchi. La gamba si spezza, la sedia cade da un lato, i vestiti attutiscono il rumore della caduta.


Sabato

- Pronto, ma’.
- Vincenzino, tesoro. Come va?
- Mh. Tu?
- Io bene. E quella povera bestia?
- Se ne sta andando. Stamattina non riesce neanche più a muoversi.
- Ma no che non se ne sta andando. Mi hai dato retta? L’hai chiamata Vanessa?
- L’ho chiamata. Appunto.
- Perché appunto? L’ha vista? E cosa dice?
- L’ha vista ieri. Dice che è toxoplasmosi acuta in fase avanzata. E che le resta pochissimo da vivere.
- Oh, che brutta cosa mi dici. Ma magari Vanessa si è sbagliata, non è mica un medico. Bisognerà prima fare delle analisi, no?
- Dice che i sintomi sono quelli.
- Aspettiamo di sentire il veterinario.
- Aspettiamo.
- Vuoi che venga lì da voi, piccolo?
- No, ma’.
- Cosa ti serve? Soldi? Medicine? Gioia mia. Vuoi che ti faccia la spesa?
- Ma’…
- Dimmi.
- Dài, con questi nomignoli.
- Scusami, Vincenzo. Mi viene spontaneo.
- Senti una cosa, ma’…
- Di’.
- Papà: era ieri, vero?
- Sì, Vincenzo. Due anni ieri.
- E…
- Dimmi.
- E ti manca?
- Sì. Sì che mi manca. Certo che mi manca. E a te, Vincenzino? Manca, papà?
- Vincenzo, ma’. Vincenzo.
- Vincenzo. A te?
- Sì. Adesso devo andare. Ciao, ma’.
- D’accordo, ciao. E tienimi aggiornata su Clara. Ah: è domani quella partita importante, vero?
- Sì, ma’: il derby.
- Speriamo bene, eh?
- Speriamo bene. Ciao, ma’.
- Ciao, bambino mio. Riguàrdati. Ciao.

Domenica

Vincenzo ha sognato di giocare il derby: una partita equilibrata ma brutta, sotto una pioggia fitta. Era un centrocampista benvoluto dai tifosi, più caparbio che bravo.
Agguanta il telefono cellulare, legge l’ora: le nove e dieci. Guarda le tende gonfie di luce che filtra dalle persiane: è una giornata di sole. Guarda ai piedi del letto. Dal suo lato. Solleva il busto. Dall’altro lato.
C’è Clara riversa su un fianco.
Vincenzo si risdraia. Ha caldo. Si leva le lenzuola di dosso. Chiude gli occhi. Li strizza, li riapre. Risolleva il busto. Guarda Clara. Scivola nell’altra metà di letto. Scende. Le si inginocchia accanto. La scuote. La scuote più forte. Le accarezza il muso. Torna a sdraiarsi a letto. Le gambe tese, unite; le braccia tese, lungo i fianchi. Rimane così, immobile, per qualche minuto. Poi allunga un braccio sul comodino. Prende il cellulare. Cerca un numero. Chiama.
- Pronto, ma’.
- Tesoro, ciao.
- Clara è morta, ma’. È qui di fianco al letto. Morta.
- Oh, no. Vengo subito, vuoi?
- No, ma’. No. Volevo solo dirtelo. Ti chiamo dopo. Va bene?
- Vincenzino, se posso…
- Va bene, ma’?
- Sì, va bene. Però chiama, d’accordo? Chiama.
- Sì ma’, chiamo. Ciao.
- Ciao. Piccolo mio. Chiama. Ciao.
Vincenzo chiude la chiamata. Va a ringinocchiarsi accanto a Clara. La scuote. Torna a letto. Cerca un altro numero sulla rubrica del cellulare. Guarda il primo cassetto del comodino. Si passa una mano sul volto. Chiama. C’è la segreteria telefonica. Dopo il segnale acustico, Vincenzo resta in silenzio. Sente il proprio respiro. Sente l’odore di Clara. Chiude la chiamata. Guarda il display. Richiama. Dopo il segnale acustico dà un colpo di tosse.
- Sì, Vale, sono io: Vincenzo. Senti: volevo dirti che è morta Clara. Mi sono svegliato ed era qui, di fianco al letto, morta. Non stava bene da un po’. Ecco, dài, volevo dirtelo, scusa, ciao allora, ciao.
Vincenzo apre il primo cassetto del comodino. Prende una fotografia inserita in un portafoto di plexiglas. Soffia via la polvere. Si sistema sul letto a gambe incrociate. Posa la fotografia tra le gambe. Il cellulare squilla: Ivan.
- Pronto.
- Pronto, Enzo. Ciao.
- Ciao. Ivan.
- Come va?
- Di merda. Tu?
- Come di merda?
- Di merda.
- Mh. Ci vediamo alle dieci dal distributore. Ce la fai?
- Mi sa di no.
- E quando ce la fai?
- Ti richiamo io? Stamattina è successo un casino.
- Enzo.
- Sì. Ivan.
- Non mi prendere per il culo.
- Non ti prendo per il culo.
- Io aspetto che mi chiami. E ti voglio vedere prima delle undici. Dobbiamo organizzare tutto. Intesi?
- …
- Intesi?
- Ti richiamo tra poco.
- Per forza. A dopo. Ciao.
- Ciao.
Vincenzo chiude la chiamata. Guarda il display. Posa il cellulare sul letto, accanto a sé. Guarda la foto. Prima i contorni: il poco di cielo che si vede, i capelli, il colletto della camicia. Poi lo guarda in faccia. Gli occhi neri, piccoli, decisi. Vincenzo sente i bicipiti in tensione. Guarda il sorriso, il bel sorriso placido di suo padre. Preme con le dita sul copriletto. Bestemmia la Madonna. Sorride a suo padre. Sente un vociare dalla strada: riconosce un coro dell’altra squadra della città. Prende il cellulare. Chiama.
- Oh, già tu. E allora?
- E allora non vengo, Ivan. Oggi non è giornata.
- Col cazzo non vieni, Enzo. Dopo il discorso dell’altro giorno. Dopo che ti abbiamo detto che ci fidiamo di te.
- Ma io oggi non ce la faccio. A posto così. Ci vediamo appena riesco. Ciao, Ivan, ciao.
- A posto così un cazzo. Tu ora ti prepari e ti presenti all’appuntamento, se no vengo a prenderti per le orecchie, Enzo.
- Ti ho detto di no. E mi chiamo Vincenzo, coglione. Non Enzo.
Vincenzo chiude la chiamata. Spegne il cellulare. Guarda il muso di Clara. Guarda il volto di suo padre. Si posa le mani sulle ginocchia.
Scoppia a piangere.



testo: Claudio Bagnasco
immagini: Elena Della Rocca