lunedì 30 maggio 2016

FLUGT

LETTURATORE presenta
FLUGT



«Complimenti: è un camper.»

Si sveglia di soprassalto. Boccheggia senza fiato. Poi, in un sibilo, con la bocca attaccata al cuscino, si dice: «Un camper». Sua moglie è stesa accanto a lui, dandogli le spalle; il naso tondo, grosso e lucido, è puntato verso la finestra; a bocca spalancata emette un respiro pesante, graffiato da una lieve strozzatura all'altezza della laringe. Rintronato, solleva il busto e si appoggia coi gomiti sul materasso. Avverte una vaga sensazione di vertigine – un capogiro leggero; quasi piacevole. Nel buio denso della camera vede ronzare davanti a sé le fastidiose scintille elettriche da sbalzo di pressione, che scompaiono poco a poco sfrecciando verso l'esterno delle orbite oculari, non appena il respiro prende a tornare regolare.

 Il sogno è rimasto impresso. Si concentra: prova a far riapparire alcuni particolari. Cerca di ritornare alle azioni svolte durante il sogno – qualcosa di assolutamente inusuale ma molto piacevole, considerata la strana adrenalina che continua a sentirsi addosso. Si impegna nel ripescare ogni suono, odore, impressione tattile; socchiude gli occhi, lascia andare la testa all'indietro: è di nuovo dentro.

Nel sogno guida a velocità folle un veicolo gigantesco. Gli sembra di sfrecciare sospeso a cinque o sei metri dal suolo, chiuso in una specie di missile dalle dimensioni di un container. Vede la scena da fuori: si tratta in effetti di un camper bianco e marrone, un parallelepipedo squadrato brutalmente, con delle parti di metallo arrugginito e altre di legno marcio e scricchiolante. Il camper, osservato dall'alto, alza e lascia dietro di sé imponenti montagne di polvere e terra bruciata, e taglia a metà uno scarno paesaggio rosso e ocra, piatto, puntellato di piccolissime pozze d'acqua scura e gruppi di sassi ammucchiati, ammassi radi di rocce friabili; questo strano deserto è infine sovrastato da un cielo blu intenso, luminoso e al tempo stesso opaco – un cielo vivido, cangiante, sospeso tra quello di un primo mattino e uno da pomeriggio inoltrato, prossimo al tramonto.
Alla guida del camper stringe un volante di gomma dura e liscia – della stessa temperatura delle sue mani – e lo fa scivolare ritmicamente prima verso destra e poi verso sinistra; nello stomaco avverte una piacevole sensazione di vuoto, che sale e scende in continuazione, dallo stomaco alla gola e dalla gola allo stomaco. Maneggiando il volante non smette un attimo di ridere.




«Un camper», ripete bisbigliando. Sua moglie comincia a russare in maniera fastidiosa. Troppo. Riapre gli occhi. Se ne va in cucina, senza accendere le luci. Tiene le braccia tese avanti a sé e trascina i piedi senza staccarli dal pavimento.
In cucina il buio è meno denso. Gli scuri sono abbassati per metà. Dal vetro della porta che dà sul piccolo giardino si intravede l'alta siepe che fa da recinto alla casa, illumiata da una tenue luce argentata, notturna. Mai guidato un camper, pensa. Va verso il frigorifero e tira a sé la maniglia di metallo cromato. Una luce giallognola lo inonda all'istante, e lui stringe gli occhi, voltandosi istintivamente di lato. Con la testa girata, allunga un braccio e tasta una fila di cartoni e bottiglie. Prende un cartone. Quello del latte. Richiude il frigo e apre una piccola fessura tra le palpebre. Si dirige verso il tavolo, tira a sé una piccola sedia di legno impagliata e ci si siede. Comincia a bere il latte dal cartone. «Un camper», dice a bassa voce. Ha lasciato aperte le porte e dalla camera da letto riesce ad arrivare il respiro strozzato di sua moglie che sembra il rombo di una motosega.

Posa il latte e sbatte di peso entrambi i palmi sul tavolo. La fede della mano destra, colpendo la superficie di fòrmica, tintinna per un istante, insieme a un suono più grave e sordo, ma della stessa breve durata. Prova a guardarsi le mani. Riesce a vedersele, nonostante il buio. Che brutte mani, pensa. La forma gli pare strana, e persino inquietante – tutt'altro che mani di un essere umano. Gli sembrano due leoni marini spiaggiati; scomposti, agonizzanti, girati sul dorso; uno dei due strozzato da un sottile collare di ferro.




* * *

Lasse Kristoffersen è nato a Odense, nel 1961. Il ventuno dicembre, alle sei del mattino. Quattro chili e mezzo. Suo padre il giorno del parto non c'era: faceva l'operaio edile ed era stato chiamato tre giorni prima a Copenhagen, per la costruzione del nuovo edifico della Danske Bank. Lasse era il secondo figlio. Il primo, che portava il suo stesso nome, era morto due anni prima, all'età di quattro, a causa di una meningite fulminante. Lasse si è ritrovato figlio unico, con due genitori severi e scostanti, in un povero sobborgo di Odense. Lasse, in pratica, è cresciuto da solo. I suoi genitori erano due tipi strani. Con loro gli capitava di sentire storie inadatte a un bambino, di avere dialoghi incomprensibili, o semplicemente surreali. Sua madre era di origini tedesche e l'unico racconto che gli concedeva era quello dell'infanzia e dell'adolescenza trascorse a Oksbøl, nello Jutland sud-occidentale, dove nel 1945, cioè dopo la seconda guerra mondiale, venne messo su un campo – più di un campo, quasi una vera e propria cittadina – per i rifugiati tedeschi minacciati dall'arrivo dell'Armata Rossa; col padre, invece, l'unico argomento era il fratellino morto: voleva farne un pilota di formula 1, diceva, ma anche un medico, o un architetto, o il sindaco di Copenhagen. A Lasse non rimaneva che ascoltare, e fantasticare per conto suo.

Abbandonata la scuola e i genitori, Lasse le ha provate tutte: facchino d'albergo e facchino alle ferrovie; poi, presa la patente di guida, traslocatore e camionista. Guidare era forse la cosa che gli riusciva meglio, ma, come dire: troppo irrequieto, troppo svagato per starsene tranquillo e mantenere un mestiere. Lasciava o perdeva un lavoro dopo l'altro. Cameriere, commesso, venditore ambulante; poi di nuovo facchino ai mercati ortofrutticoli; ma il giorno dopo, apprendista manovale, apprendista meccanico e apprendista cuoco. Anche boscaiolo. Lasse è riuscito a sopravvivere passando di mese in mese da un lavoro all'altro, girando, dai vent'anni in poi, la Danimarca, penisola e isole, in lungo e in largo: dalla Fionia allo Jutland, dallo Jutland alla Selandia, dalla Selandia di nuovo allo Jutland, e poi ancora in Lalandia. Paesi, città, coste, pianure.

Nel tempo, ha messo da parte poco o nulla – circa settemila corone in più di quindici anni – e quel poco lo ha perso affidando la piccola somma a un suo conoscente che si diceva esperto di finanza, borsa, mercati azionari: addio risparmi. Si è ritrovato all'età di trentasei anni senza nulla in tasca. Il necessario per non ritrovarsi a vivere da vagabondo. Ha superato i quarant'anni senza nulla di concreto in mano. E da solo. Senza una donna, né un amico. Per un mese, nel 2001, ha vissuto persino in una specie di casale appena fuori Odense – una comune in cui dormivano e mangiavano intere comitive di hippie, ma di quelli tardivi, giovani e non più giovani, perennemente sotto effetto di droghe –; ha trovato, al solito, i suoi brevi lavoretti, fino a che, nel marzo 2002, di ritorno nella sua Odense, Lasse incontra finalmente una donna con cui stare: Mette Søndergaard.
Mette, al tempo, era cameriera del Den Gamle Kro – un vecchio e famoso ristorante del centro di Odense, di quelli che da fuori sembrano antiche locande medievali fatte di pietra bianca e legno nero.
Lasse era un omone ormai stanco, ma ancora piacente; Mette, invece, una giovane donna delusa da una serie di rapporti sbagliati, che l'avevano lasciata esangue. Si sono sposati dopo tre anni di fidanzamento. Dopo altri cinque, passati a lavorare entrambi come camerieri al Den Gamle Kro, sono riusciti a mettere da parte un bel gruzzolo per comprare una casa.
Hanno deciso di cambiare città. Lasse ha convinto Mette ad andersene sulla penisola, avendo come meta Oksbøl – la città d'origine della madre di Lasse. Lì hanno comprato una casa abbastanza grande e a un prezzo ben più che conveniente – una di quelle casette che di solito si dicono incantevoli, con tanto di giardino – in un una zona tranquilla e popolata da gente rispettabile. 

Da subito si sono messi a cercare lavoro come camerieri e per un paio d'anni hanno passato in rassegna tutti i ristoranti della regione. Finché Lasse, nel pieno – così diceva – della sua maturità, nel momento che egli stesso ha giudicato come il più sereno e propizio della sua intera vita, ha deciso di mettersi in proprio e aprire un suo ristorante – suo e di Mette, ovviamente. Un fish & chips sulla spiaggia di Blaavand, affacciato sul Mare del Nord: il Mette og Lasse.

Quello è stato un periodo felice per Lasse. Ogni giorno, durante la stagione estiva, se ne stava al sole, durante le brevi pause, a guardre la sua Mette correre fra i tavoli. Ne guardava i lineamenti delicati, i capelli neri e lisci mossi della brezza incessante; gli occhi blu, blu profondo e distante, e si diceva, e diceva a tutti, nel più banale dei modi – come anch'io ho detto poco fa – che era sul serio, e semplicemente, un periodo felice.

* * *


«La balena bianca che solca il Mare del Nord.»

In macchina, parcheggiato davanti alla filiale della Danske Bank di Oksbøl, conta compulsivamente le 9.700 corone prelevate dal suo conto appena rimasto a secco. Dopo il decimo conteggio – l'ultimo – Lasse infila la dozzina di mazzette di banconote in un sacchetto di carta, e lo sistema in fondo al vano portaoggetti. Poi, dopo un paio di singhiozzi, riesce ad avviare il motore della sua Citroen AX del 1995, verde smeraldo, puntellata di incrostazioni calcaree, e se ne va in direzione sud-ovest, verso Kjelst, ad appena un quarto d'ora d'auto.

Tornato a casa, dice a sua moglie di aver concluso un affare. La moglie, preoccupata – un'espressione di preludio a un indefinito terrore le si forma immediatamente alla parola “affare”, e il naso tondo e grosso diventa simile a una brutta mela raggrinzita – chiede di che cosa si tratti. E Lasse, fingendo un'assurda tranquillità, candidamente risponde: «Un camper: ho comprato un camper.»
Brigit Jacobsen gira per la casa sgambettando, goffa, urlando parole senza senso, frasi sconnesse. Si mette le mani tra i capelli, poi le porta immediatamente al petto e infine le alza sopra la testa, scuotendole con forza, a pugni stretti. Lasse la guarda in piedi, immobile, dal piccolo ingresso, accanto all'attaccapanni. Delle incomprensibili parole urlate da sua moglie, l'unica che riesce a capire, ad ascoltare in maniera distinta, è «vivere». Non si potrà più vivere? Come riusciremo a vivere? Con te è impossibile vivere? Lasse occhiude gli occhi e pensa a dove poter racimolare qualche altra corona.

L'indomani, Lasse si sveglia molto presto per tornare a Kjelst e ritirare il suo camper.
È un Fleetwod Bounder del 1986, modello base. Appena trentamila chilometri. Usato un solo anno. La mobilia interna originale è stata sostituita da pannelli di compensato. C'è un lavabo in acciaio senza vani sottostanti, un divanoletto imbottito di gommapiuma e un fornello a gas.
Fuori è bianco e con molte scrostature sparse su tutta la superficie. È un gigantesco blocco rettangolare, che va a tagliarsi di quaranticinque gradi all'altezza del muso. Su entrambe le fiancate, per tutti i suoi nove metri e mezzo di lunghezza, una striscia rossa continua, con la scritta Kongeriget Danmark ripetuta dal vano posteriore fino al muso.
Alle sette in punto, Lasse esce di casa. Sua moglie dorme. Se ne va a piedi verso la stazione degli autobus.
Sovrappensiero, percorre il tragitto più lungo: invece di andar dritto, come dovrebbe, si sposta di qualche isolato verso est. Cammina a testa bassa, tenendo le mani in tasca. Percorso un centinaio di metri, d'istinto, Lasse alza gli occhi. Si ritrova davanti la casa del Dottor Friis. Friis il neurochirurgo. Si ferma di colpo. Aggrotta la fronte, apre la bocca e per un attimo gli sembra di perdere l'equilibrio; apre le braccia e si pianta immobile, al centro della strada, a gambe divaricate. Strizza gli occhi. Si passa una mano tra i capelli. Accostata al marciapiede, davanti alla casa del Dottor Friis, c'è la sua Lotus Elan del 1971: lucida, bassa sportiva, affusolata, il blu distante della carrozzeria che da sempre ipnotizza Lasse mandandolo in una dimensione ultraleggera di vento e libertà e di luminosità che sfreccia veloce e... scuote la testa. Sbarra gli occhi. Dice: «Tornati.» Quando c'è la Lotus Elan significa che il Dottor Friis e sua moglie Mette sono tornati a Oksbøl.

Il Fleetwood Bounder bianco e scrostato ha un motore ancora in buone condizioni. Sul breve tratto di strada statale sfila senza fatica ai centoventi orari, producendo appena qualche scricchiolio interno.

Tornato a Oksbøl, Lasse guida lento per la città, distratto dal pensiero di Mette. Non la vede da un anno. Forse un anno e un paio di mesi. Mette e suo marito, il Dottor Friis, tornano a Oksbøl ogni anno da Copenhagen. Ogni volta vede prima la Lotus parcheggiata; poi il Dottor Friis; infine Mette. Ogni volta, dopo che se ne sono andati, Lasse cade in uno stato di profonda apatia e tristezza. Ma nasconde tutto talmente bene che è difficile, per chi gli sta accanto, parlare di depressione, di nostalgia. Mentre pensa a quale possa essere la differenza fra depressione, malinconia, nostalgia e semplice tristezza, Lasse imbocca la strada di casa del Dottor Friis, dove a circa cinquanta metri è ancora parcheggiata la Lotus Elan.
Guarda nello specchietto retrovisore. Non c'è nessuno. Sono le nove del mattino e l'isolato è perfettamente silenzioso. Una signora, nel giardino della propria abitazione, poco distante, sulla sinistra, è intenta a strappar via delle erbacce. Lasse ha lo sguardo fisso avanti a sé. Innesca la retromarcia e dà gas per una ventina di metri. Si ferma. Ma riparte subito innescando prima e seconda, affondando il piede sull'acceleratore: il motore romba e sale di giri, il suono tende a diventare sempre più stridente, ma non ha il tempo di arrivare all'acuto – lo scontro frontale, un frastuono di lamiera e legno e vetri, secco, il rumore di un'esplosione senza eco. La signora, nel suo giardino, salta sul posto, si porta le mani alle orecchie, indietreggia, barcollando, e poi cade all'indietro, sull'erba, a bocca aperta e occhi sbarrati.

* * *

Mette ha reso Lasse un uomo più tranquillo. Ma Lasse, della tranquillità, non ha mai saputo che farsene. Anche se è sempre andato dicendo che alla solita vita d'inferno avrebbe preferito la vita serena che fanno tutti. Si vedeva e si credeva un povero diavolo tormentato, Lasse. Diverso dagli altri. Così, con Mette, l'idillio non è durato molto.
Il Mette og Lasse ha cominciato a fallire da subito. Lasse ci è stato dietro i primi mesi, ma poi, man mano, ha lasciato tutte le responsabilità sulle spalle di Mette. Mette è stata molto paziente. Ma in breve tempo il lavoro e la gestione del ristorante l'hanno semplicemente sopraffatta.
Gli affari in malora erano il sintomo. Lasse non ci stava con la testa. E nel giro di un anno ha mandato in malora anche il rapporto con Mette. Più si cercava di sistemare le cose, più si peggiorava.
Lasse è un buono, una brava persona? Forse. Ma un'anima solitaria. Questo è Lasse. Un'anima solitaria e in pena. Amava Mette, ma in quel periodo ha persino trovato il tempo di tradirla. Si è maledetto più di una volta, per questo. Ma Mette era ridotta male. Molto male.
La banca gli ha tolto il ristorante e loro sono tornati a fare i camerieri. Mette era al limite.
Ma un giorno – vedi tu la Provvidenza. Un giorno, al vecchio Oksbøl Pizza – un ristorante del centro di Oksbøl tanto famoso e frequentato quanto sudicio –, Mette fa l'incontro che gli salva la vita.
Lavorava lì come cameriera. Va a prendere le ordinazioni a una tavolata di vecchi in giacca e cravatta, di quelli che con un posto come l'Oksbøl Pizza non c'entrano nulla, che sono lì per una serata alla buona, pure se vestiti di tutto punto, come d'abitudine. Alla tavolata, insomma, c'è il Dottor Friis. Il neurochirurgo. Quello famoso in tutta la Danimarca. E al dottore gli basta una sera – forse una sera e una mattina, e pure un pomeriggio; o forse gli è bastato uno sguardo per portarsi via Mette da Oksbøl. Non che ci volesse tanto, viste le circostanze.
La vita di Lasse finisce qui. Mette gli lascia la casa e se ne va a Copenhagen col dottore. Lasse ci prova; ma la vita, per lui è finita sul serio. Finge di andare avanti. Finge bene. Continua a fare il cameriere. Finge sempre meglio. Ma quando è da solo si lascia andare. Ingrassa. Invecchia di dieci anni in un mese. Capisce che così potrebbe andare a finir male. Dopo il divorzio con Mette, conosce Brigit Jacobsen, una sarta di Oksbøl, di dieci anni più grande di lui. Dell'aspetto di Brigit è meglio non parlare. Comunque, Lasse fa questo per istinto di conservazione. Si risolleva un po'. Con Brigit lo si rivede persino sulla spiaggia di Blaavand. Lo si rivede persino sorridere.


* * *


«Giona nel ventre del Grande Pesce.»

Parcheggia il camper poco lontano dal faro di Blaavand. Il fanale sinistro è andato. Il paraurti, dallo stesso lato, è incassato nel muso. Qualche segno di vernice blu. Ma il motore continua a funzionare: nessun danno.
Scende e se ne va a piedi verso un piccolo edificio isolato – un minimarket che tiene esposti ombrelloni, teli, sdraio, a due passi dalla spiaggia. Entra. Prende un cesto di plastica rossa dalla pila sistemata vicino l'entrata. Senza nemmeno pensarci si dirige verso l'angolo degli alimentari. Riempie il cesto di plastica con scatole di legumi e carne essiccata e in gelatina. Poi va a prendere un altro cesto. Lo riempie di soli barattoli di aringhe affumicate sotto sale. Va verso il bancone, posa a terra i due cesti, allunga un braccio verso la parete accanto alla cassa e prende: una piccola radio fm, rossa e blu, sferica; due bloc notes a spirale; due penne bic nere.

Per arrivare nello sterminato parcheggio all'aperto di Ål Plantage ci mette appena venti minuti. È la prima volta che Lasse si avvicina così tanto alla foresta di cui sua madre gli ha raccontato per anni. In quel luogo, migliaia di rifugiati tedeschi vennero ospitati dopo la seconda guerra mondiale. Civili e soldati. Sua madre, di origini tedesche, gli raccontava dei rapporti che aveva con i ragazzi e le ragazze del campo, ma lui voleva sapere dei soldati. Soltanto dei soldati. Voleva sapere dei soldati ma sua madre non ne sapeva nulla.
Vicino al parcheggio c'è un gabbiotto con dentro due vigilanti. Lasse gli chiede se è possibile addentarsi dentro Ål Plantage. Uno dei vigilanti gli risponde di sì. Ma solo per un breve tratto. Ci sono i cartelli a segnalare fin dove. Poi, il vigilante gli fa notare il fanale rotto; gli dice di tornare indietro ad aggiustarlo prima che faccia buio. Lasse sorride, annuisce, saluta e si volta per andarsene.
Torna a bordo del camper. Fa manovra per uscire dal parcheggio e imbocca l'entrata principale di Ål Plantage. Abbassa l'aletta parasole. All'interno, una scritta fatta col pennarello, color nero. Flugt. Fuga.
Lasse continua a guidare. La strada battuta diventa sterrata e sconnessa dopo appena cento metri dall'entrata.

La cittadella di rifugiati tedeschi di Ål Plantage aveva anche il suo cimitero. Nel tempo, dopo che nel 1948 il campo venne dismesso, sono stati contati almeno centoventi corpi di soldati tedeschi sepolti. Eccola, pensa Lasse. Questa è l'immagine definitiva della sconfitta. Del tentativo di un'impresa mai veramente capita, e naufragata. E ogni sconfitta, pensa Lasse, fra sé, porta con a un irrimediabile, incontestabile esilio. E l'esilio è il luogo finale. «Dov'è che devo stare», si dice.
Il camper si addentra di oltre un chilometro dall'ultimo cartello di accesso vietato. Tranne qualche visitatore, perlopiù gruppetti di quattro o cinque persone, nessuna traccia di ulteriore vigilanza. Il sole sta per tramontare; forse si faranno vivi un'ultima volta prima che sopraggiunga del tutto il buio, pensa.
Arriva in uno spiazzo senza alberi. Al centro, un edificio basso e a pianta quadrata, piuttosto malandato. Spegne il motore. Si alza e si sgranchisce schiena e gambe. Scende dal camper. Va verso l'edificio. Si guarda intorno: è l'imbrunire, e nei paraggi non c'è nessuno.
Il Fleetwood Bounder, in quell'ora dai colori piatti e desaturati, gli pare una grossa balena immobile al centro di un immenso fondale marino.
Dà un'ultima occhiata all'edificio. Torna dentro al camper. Accende la lampadina nell'angolo notte. Apre due scatolette di legumi. Le mangia voracemente. Si stende sul divanoletto. Cade addormentato in pochi istanti.

È la mattina del terzo giorno.
Si sveglia intorpidito. Va verso il lavabo dell'angolo cucina con gli occhi ancora chiusi. Si sciacqua il viso.
Le sette e venti. Esce dal camper. Ancora nessuno nei dintorni. Si sgranchisce le gambe, stira le braccia verso l'alto, piega un paio di volte la schiena. Alza lo sguardo: il cielo è leggermente opaco; ma emette, come fosse un'impercettibile pulsazione, un bagliore chiaro dilatato, con una cadenza irregolare. Non ci sono nuvole e il sole è ancora lontano dallo zenit.
Torna nel camper. Prende uno dei due bloc notes e entrambe le penne bic. Scorre cinque pagine ricoperte da cima a fondo di piccolissimi caratteri. Si ferma alla prima pagina bianca. Sta scrivendo una sorta di diario – frammenti di impressioni e pezzi di una biografia. Da terra raccoglie la radio fm. La accende. In programmazione c'è un brano di musica classica: archi lenti e distesi, corni lontani, trombe che vibrano basse e in contrappunto. Lasse fissa per qualche secondo il foglio bianco. Poi, quasi d'impeto, attacca a scrivere, raggomitolato sul ginocchio sopra il quale tiene il bloc notes.

* * *

Lasse Kristoffersen ha sempre parlato poco. Molto poco. E non ha mai avuto amici veri. Quando se ne è andato – quando ha distrutto la macchina del Dottor Friis, quando ha fatto prendere un infarto alla povera signora Lindgaard, quando ha lasciato sola la povera Brigit che ovviamente non ha retto – nessuno fra conoscenti, vicini, colleghi, è riuscito a spiegarsi un comportamento simile. Il classico esempio dell'uomo che indossa una maschera in mezzo agli altri, una maschera di quiete, quando dentro è tempesta, è maremoto – questo era Lasse.
Una mattina, Lasse si alza e decide di lasciare tutto. Di lasciarsi alle spalle un'esistenza. La propria vita. 

Era stanco, era infelice – è crollato da quando Mette se n'è andata via. Ma non si tratta solo di questo.
Lasse ha seguito il suo istinto. È andato a completarla, la sua esistenza. Non è andato a farla finita. È andato riprendersi qualcosa. Questo è Lasse Kristoffersen. 
Lasse Kristoffersen è un camper.


* * *


«Manoscritto ritrovato in una bottiglia.»

Alla radio hanno appena dato notizia della scomparsa di Lasse Kristoffersen, cinquantacinque anni, di Oksbøl ma originario di Odense, alto all'incirca un metro e ottanta, corpulento, capelli e occhi neri, e poi, subito dopo, la notizia della morte della moglie di Kristoffersen, Brigit Jacobsen, sessantatré anni, deceduta a causa di complicazioni respiratorie in seguito a una sincope cardiaca, e infine, prima del notiziario sportivo, la descrizione del suo Fleetwood Bounder del 1986, lungo nove metri e mezzo, bianco con strisce orizzontali rosse, visto per l'ultima volta nei pressi della foresta di Ål Plantage, nella quale sono in corso da due giorni le ricerche per ritrovare Kristoffersen.

Appoggiato di schiena al camper, Lasse guarda l'edificio basso color fango, distante un centinaio di metri. Continua a pensare a una spiegazione logica del perché nessuno sia riuscito a trovarlo all'interno della foresta di Ål Plantage nonostante si sia addentrato di nemmeno due chilometri.
In tre giorni non ha visto nessuno. Né persone, né veicoli, né luci di alcun tipo. Tantomeno ha sentito volare elicotteri. Insiste nel pensare a una spiegazione logica; ma sa che questo tentativo di ricostruzione, del mettere in piedi una spiegazione plausibile, è più un passatempo che non un suo vero bisogno di comprendere cosa stia succedendo.
Raddrizza la schiena e torna dentro al camper. È mezzogiorno. Per un attimo gli viene in mente un'immagine: lui e Mette, tranquilli, innamorati, seduti uno accanto all'altra nel parco di Kjelst, ma subito l'immagine gli sfugge, e gli compare un pensiero angosciante, violento; il pensiero che Mette potrebbe non esser mai esistita – che quel giorno in cui si sono trovati seduti uno accanto all'altra, tranquilli, innamorati, nel parco di Kjelst, semplicemente non c'è mai stato.
Va verso l'angolo cucina e prende una scatoletta di aringhe affumicate. La mangia quasi ingozzandosi. Torna al divanoletto, spegne la radio e fm e si sdraia.

 Nel sogno, lui è un camper che col muso fa rientrare in acqua due grossi leoni marini.

testo: Stefano Felici
foto: Giulia Mangione

martedì 26 aprile 2016

I DISTILLATI _ infinite jest

La gente ti snobba perché non hai mai letto David Foster Wallace?
Senti un po' qua...



I DISTILLATI Rizzodori 
presentano



INFINITE JEST
DAVID FOSTER WALLACE
1264 pagine in 624 battute
a soli 3,90 € 


"Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori... Ahhh! Caro lettore, la faremo breve, perché questo libro è davvero troppo lungo da spiegare e nessuno l'hai mai letto veramente. C'entrano il tennis, gli psicofarmarci, film, i minori, la pubblicità, la distopia e altra roba ancora. Se dite che è un catalogo dell'Ikea post-moderno farete sicuramente colpo. Fine."

"Criticare i distillati è come criticare i sette nani perché sono più bassi dei sette Samurai"
(Responsabile marketing Rizzodori)

I DISTILLATI
CE L'ABBIAMO PICCOLO

Illustrazione Maria Garzo
Testo Martin Hofer 







lunedì 11 aprile 2016

I DISTILLATI - IT

Che senso ha leggere 1300 pagine scritte da un tizio che sta per diventare cieco? 
E se da pagina 167 iniziasse a scarabocchiare cose incomprensibili? 

I DISTILLATI Rizzodori  
presentano


IT
STEPHEN KING


  1300 pagine in 88 battute
a soli 3,90 €
 

"Non accettare palloncini dai pagliacci, specialmente se te li porgono dalle fogne. Fine."


"Criticare i distillati è come criticare Usain Bolt perché corre più veloce di mia nonna"
(Responsabile marketing Rizzodori)

I DISTILLATI
AVEVAMO UN CLAIM FIGO MA SAREBBE RISULTATO LUNGO QUANTO LA BIBBIA DISTILLATA   

Illustrazione Maria Garzo
Testo Martin Hofer 

lunedì 4 aprile 2016

I DISTILLATI - I fratelli Karamazov

Tormenti, angoscia, crisi di coscienza...insomma: delle gran seghe mentali! 
Se vuoi toglierti lo sfizio di leggere uno di questi "taaanto famosi" romanzoni russi... 

I DISTILLATI Rizzodori presentano



I FRATELLI KARAMAZOV
FEDOR DOSTOEVSKIJ
694 pagine in 293 battute
a soli 3,90 € 

"Alekséj Fëdorovič Karamàzov era il terzo figlio di un possidente del nostro distretto, Fëdor Pàvlovic Karamàzov, assai noto ai suoi tempi (e ancor oggi da noi indimenticato) per una fine tragica e oscura verificatasi proprio tredici anni fa e di cui riferirò a tempo debito. Ma anche no. Fine."

"Criticare i distillati è come criticare le vocali perché sono meno delle consonanti"
Responsabile marketing Rizzodori

I DISTILLATI 
ABBIAMO TOLTO UN FRATELLO KARAMAZOV*, NON IL PIACERE DELLA LETTURA 

*E ANCHE GLI ALTRI** 
** E ANCHE ALCUNE DESCRIZIONI NON MOLTO IMPORTANTI

Illustrazione Roberta Palazzo
Testo Martin Hofer

lunedì 15 febbraio 2016

BOLO _ l'imbarazzo della scelta


Fu un banchetto con tutti i crismi. Ogni minuzia venne calcolata in modo ineccepibile, senza il minimo risparmio di cura e dedizione. Precisione: una filosofia, attenzione al dettaglio: sempre, approssimazione: zero.
Schierati sui tavoli, quattrocento posate in totale (duecentoquaranta forchette, centosessanta coltelli, ottanta cucchiaini), duecentoquaranta bicchieri (ottanta flute, ottanta coppe di cristallo, ottanta da acqua), ottanta tovaglioli in puro lino, trentasei composizioni floreali.
Una volta predisposto il banchetto, il ristorante sprofondò in un silenzio ingiallito dalle lampade e dalle illuminazioni studiate per suggerire un’atmosfera calda e famigliare. I camerieri attesero in silenzio con le mani dietro la schiena. Il cuoco si concesse (di nascosto) una sigaretta sulla porta che dava sul retro del locale.
Qualcuno l’avrebbe potuta ironicamente definire “la quiete prima della tempesta”, se soltanto non si fosse trattato di incunearsi per altre quattro ore fra tavolate di commensali ubriachi.

Giunsero così in leggero e chiassoso ritardo, fra urla canzonatorie e auto strombazzanti.
Presero posto a fatica, lamentandosi sottovoce per la discutibile disposizione degli invitati. Quando l’ultimo parente invalido fu accomodato, ecco sfuriare il banchetto.
Fecero strada gli antipasti: carpacci, involtini, mousse al cucchiaio, tortini fumanti, insalatine, spiedini vegani, zuppe fredde, coppe di avocado e salmone (“rinfrescante”, a parer della sposa), crostoni, crocchette di patate, mini hamburger, salse di rafano e formaggi fusi.
Una guerra lampo negli stomaci dei partecipanti già sufficiente a vincere la disputa.  Ma quelle non erano semplici schermaglie, era un matrimonio, e la vera battaglia doveva ancora impazzare.
E allora i primi: tagliatelle caserecce, lasagne, ravioli fatti in casa, sughi di cinghiale, burro sfrigolante, erbe aromatiche, ripieni esondanti, formaggi grattugiati, soffritti, piatti rileccati da soffici molliche di pane. 
Trasportando i vassoi a mezza spalla, i camerieri venivano braccati con ampi cenni delle braccia per dispensare bis, ricette, rassicurazioni anti-allergiche.
Tutto sommato gli invitati stipavano gli apparati digerenti a buon ritmo, un modo come un altro per rifarsi di ciò che la lista nozze si era ingurgitata alla vigilia.
Possibile che nessuno avesse pensato alle seconde portate? Al cervo, al roast beef, alla tagliata? E neppure alle patate al forno, alle insalate, ai pomodori gratinati e ai finocchi grondanti besciamella? Evidentemente no.
Le mascelle iniziarono ad allentarsi, così come i buchi nelle cinture. Lo sguardo dei più anziani si fece vitreo, assente. I bambini giocavano sotto i tavoli e rifiutavano con smorfie disgustate le forchette protese dai genitori.
Con la rapidità di un batter di ciglia, le portate iniziarono a essere accolte con mormorii contrariati e singulti sempre meno controllabili.
Tutto ciò che era stato odorato, assaporato, bramato, adesso diventava repellente. 
Si deglutiva a fatica, il cibo veniva trasportato alla bocca tremolando e una volta lì sapeva di già masticato. 
Quando gli ultimi vassoi vennero riportati in cucina intonsi, la folla plaudì silenziosamente.
Gli ultimi canti, le ultime fette di torta smozzicate e abbandonate chissà dove. Gli amari e i digestivi, a volontà. Poi via, a casa, alla vita di tutti i giorni, in attesa del prossimo banchetto.
Restituiti alla quiete, i camerieri raccoglievano gli scarti gettandoli in grossi secchi dell’immondizia. Porzioni intonse e ossa sputate piombavano nella stessa gola buia del disgusto compostabile.
L’eccesso occultato, ripulito, trascinato a forza lontano dalla vista dei più sensibili.
Dei festeggiamenti restavano soltanto grossi sacchi portati a spalla da camerieri ormai in borghese.

È notte, nessuno in giro qua sopra. Nulla è fuori posto. Nessuna sirena a prometter burrasca, nessun topo barcollante libero di insozzare la strada, nessun ubriaco iracondo a fender l’aria coi suoi cocci spuntati. 
Soltanto oggetti immobili in attesa del risveglio della città. Adesso, quando l’ultimo cameriere ha infilato la via di casa, L’Inquieto può uscire dal sottoscala.
È ora di banchettare in questo nuovo mondo, in questo vicolo per poveri benestanti.
Punta dritto ai cassonetti. Ne rovescia uno, due, tutti e tre. Gli avanzi rotolanti si offrono sul cemento senza pudore.
L’Inquieto consuma lì il suo limpido buffet. Inserisce in bocca i rifiuti di altre vite. Spezzetta, frantuma, sminuzza, impasta, trangugia. 
Continuerà a incorporare provviste fino a quando l’ultimo succo gastrico non si sarà dissipato. Fino a quando non avrà compreso la vergogna dell’abbondanza. Fino a quando la fame non avrà azzannato le strade pasciute di questo nuovo mondo.


L’Inquieto 

immagine: burla 2222 



martedì 9 febbraio 2016

i giorni della muscengola


È finita la stagione delle piogge. Cassandra urla, sfuria, sbatte le penne e indossa un kimono a strisce saldato al collo da un papillon, s’è vestita così per salutare Eta-31, nuda e kimono e papillon, le vesti linde della cattiva sorte. Io le dico di tacere, ché m’infastidiscono le lagne movimentate, accarezzo la carcassa di Eta-31 sul ciglio di questo muro di rovi sfilacciati da una falena albina, le liscio la testa sotto il canto imbarazzato di uno di quei barbagianni guerci che di solito vivacchiano tra i buchi spiritisti dei campanili e che, per necessità o per vezzo, quest’oggi s’è posato su una fronda di felce del signor Lì. Non c’è più vento. Da giorni il dottor Ciavosky prova a spiegare a Gamma-47 e Omega-82 come mangia un maschio adulto. Gli ha fatto una specie di disegno a fumetti, così capiscono ha detto, due schizzi di biro per il mezzo busto d’una muscengola che coglie un frutto rosso e se lo sbatte in bocca, i denti strapazzano il frutto e il macinato pastoso, intimidito dalla brutalità dei canini lunghi, spessi e torti, va dritto in fondo, giù, si perde in una vignetta nera, e poi il suono del mille-long, tutti che ballano un mille-long postprandiale: il culo alto, le mani sulla nuca e i piedi impigriti dalla sabbia che s’alza e forma minuscole dune, gote d’imbarazzo un po’ fuori misura, gialle. E poi le bestiole gridano mi mi, quella danza è il loro lento paso doble della gioia, sono strette in cerchio attorno al meteorite, saltano, urlano, il masso sputa arie ancestrali e tutto sembra d’autunno, fresco. Che dici, funzionerà? Ciavosky è fiducioso che le bestiole associno la gaiezza del ballo all’ingestione, così che almeno possano nutrirsi quando sentono di ballare, ché lo sentono spesso, quello stimolo, come quello d’accoppiarsi alla maniera dei mammiferi. Quei due però figurati, Gamma-47 e Omega-82 non hanno capito un bel niente, due minuti dopo stavano già pisciando dalla torre di guardia, un eterno fiume di piscio dall’odore di plastica bollita concimava la roccia, e giù fino alla piana delle catinelle, lì dove si abbeverano i barbagianni guerci all’ora media d’ogni domenica di settembre, ché forse per questo son guerci, per il piscio delle muscengole, e per l’ora media a cui non son certo avvezzi.



Ogni rimedio sembra inutile, siamo investiti da un senso d’impotenza, oggi, fin troppo manifesto. Che dici funzionerà? Dice sempre così, Ciavosky, e io non ho di che rispondere. Quattro giorni fa ha provato a infilare il fallo di Omega-82 in una luccicante vagina elettronica, lui si è eccitato subito, figurati, e il dispositivo gli ha contato ben otto pernacchie di sperma stimando un paio di cuccioli per pernacchia e evidenziando movimenti regolari nelle code degli spermatozoi. Ma queste sono solo un mucchio di vecchie teorie, superate. Ormai lo hanno capito tutti che l’assenza di fame non è regolata da alcun battito di coda aritmico di uno spermatozoo, e io proprio non capisco perché Ciavosky si ostini a tentare accoppiamenti con quella dannata vagina, ché fa pure tanto rumore durante l’amplesso e puzza di lubrificante sfatto. Eppure Ciavosky, testardo com’è, dice che la verità è lì vicino, a due balzi d’intelletto, s’è proprio fissato con i movimenti di coda. Dice che gli scienziati hanno accantonato la teoria della coda aritmica troppo presto, che curerà l’obesità, che gli daranno il Nobel, eccetera eccetera. Le sta provando proprio tutte, sant’uomo di un Ciavosky. Ah, eccolo che si avvicina sventolando due carte, gobbo e industrioso, pare che abbia trovato qualcosa in uno spermatozoo di Omega-82, una scriminatura sulla coda, urla. Una scriminatura? Sì, sì, una scriminatura, giustappunto a mezza coda. Bella, guarda qui, fa la coda come una testa pettinata. Ciavosky non l’ha mai avuta, la testa pettinata, credo proietti i suoi mezzi desideri sull’inerme cavillo di sperma.  È ostinato, mi sbatte in faccia l’immagine presa dalla circuiteria della vagina, io non posso non guardarla, lui insiste troppo, però vedo il solito filo di coda che mi ha mostrato duecento volte, lui mi guarda e cerca conferme, e quando fa così, non so come dire, ha lo sguardo di un Belzebù redento. Vedi che questo spermatozoo ha due teste? Qui, la vedi la riga? E l’altra la vedi? Su in cima, la vecchia testa dico, vedi com’è bella liscia? Due teste! Ho trovato il doppio! O Dio, fra poco s’arrovellerà con qualche liaison tra testa numero due e assenza di fame, ne sono certo, è meglio che lo fermi adesso, lo devo fermare, qui è davvero finita e lui non capisce. Il doppio, certo, non riusciamo che a vivere di pretesti, ormai. Che dici, funzionerà? Cosa Ciavosky, la doppia testa? Io non vedo che uno strappo di coda qui, e pure più magra delle altre, e no, non vedo nessun’altra testa, nessuna, e anche se la vedessi, se ci fossero due teste brute con gli occhi traversi, due grandi teste quanto due bocce, cosa accadrebbe? Nulla. Sono po’ duro, lo so, Ciavosky butta la mano in alto e si gira, torna in laboratorio ed è un po’ offeso, gli capita spesso, zoppica con il piede storto, maledette goccioline di nitrato d’ammonio di giovani esperimenti d’adolescenza nerd. Gli saltò l’alluce qualche decade fa e non gli è più tornato, gli sta così bene il piede senz’alluce, l’asimmetria sporca gli dona proprio. Ha ormai l’età delle bazzecole, il dottore, della cataratta, e forsanche dei pannetti sporchi. Oh… e del Nobel, certo.  
Cassandra s’è calmata, ha le penne più morbide adesso, veglia la carcassa di Eta-31 con qualche nota di gratitudine nell’espressione del muso, sarà contenta che accarezzo questo feticcio di corpo moscio, sarà tanto contenta, il kimono le va stretto, è ingrassata un po’ da quando ci alimentiamo con eccellente grasso di porco, è nutriente e le muscengole ne vanno matte quando glielo infiliamo per l’esofago con la pinzetta a U del dottor Ciavosky.
Eta-31 s’è persa due giorni fa nella piana delle catinelle, io l’ho trovata stamane, esanime sotto un pesco, per salvarsi le sarebbe bastato alzare la zampa e prendere un frutto, uno soltanto, infilarselo in bocca così come narravano le vignette del dottor Ciavosky; ma quella lì se n’è stata a giocare per tutto il tempo a qual è il filo d’erba più lungo, stupida bestia, e difatti di fianco alla carcassa ho trovato dodici fili di lunghezza superiore ai quaranta, i migliori candidati, suppongo. Ho preso il più lungo è l’ho legato al naso, così come faceva lei quando vinceva la gara con Cassandra, la gara dei fili. Era un gelido vessillo di trionfo animale, quello. Ho pure pianto.


Cassandra ci avvisa sempre quando una muscengola va fuori schema, quando scappa per il lato Sud della torre di guardia o si perde ai confini del lago d’acqua sorgiva e piscio, nella piana delle catinelle, e fa un verso che è meglio di una sirena, e noi accorriamo e riportiamo la bestiola a casa, senza guinzaglio, basta chiamarla, quella torna con le gambe intrecciate e il muso sporco di pigmenti d’erba mai masticata. Questi animali tornano sempre al richiamo, e se non le richiamassimo, io e quel sant’uomo di Ciavosky, dopo pochi giorni farebbero come Eta-31 e cioè, mancando d’appetiti e non abbisognando, nella loro mente, di alcun alimento, s’accuccerebbero sotto un pesco a giocare al filo più lungo o alla pietra più grossa, e poi lascerebbero che un’inedia felice ne prendesse corpo e spirito, sensi addormentati e addio, povere bestie. Ciavosky è da anni che prova a insegnare alle bestiole l’arte dell’istinto, del necessario, del desiderio, ma quali miserrimi risultati, povero dottore! Sono nate così, con la sazietà in corpo, proprio non lo sanno quando la fine è vicina, non soffrono, niente cali d’energia, eppure il sonno arriva, mesto e sincero, poco stanco, d’abitudine, arriva d’impatto e disinnesca la vita senza avvertimenti, non una campanella, non un fischio, non un segnale di corpo, e di spirito neppure a parlarne, nulla, o il nulla. Il nulla. La fame che non c’è mai stata, che non c’è mai, l’inappetenza senza sintomi. Lì fuori un guerriero dà di lame e schiamazzi, un neonato stride al capezzolo acché gli venga riempito il vuoto, quattro iene s’accavallano sulla carcassa di un’antilope bugiarda e ridono, e ridono al pasto, un passamontagna s’arrocca, s’arrischia, muove due chiavi e passa; tutti fanno rumore, e poi son tutti sazi, così, con l’animo placato, pacato, parco. E silenzio di notti e luna che accondiscende. Qui no. Queste bestiole son piene da principio, alla schiusa e alla chiusa, è tutto già preso, tutto già narrato. Oh… che il Signore raccolga i decibel che il mondo dice per fame, e ne porti qui un gruppetto di valorosi, che sappiano far baldoria e insegnar lo schiamazzo affamato a queste tenere bestiole, e noi, dalle panche della torre di guardia, osserveremo un pascolo di muscengole lì da basso eseguire un martellante concerto di slap di boccacce, ingurgitare fili d’erba con cui, adesso, sanno solo giocare, però allora mangeranno, perché sapranno come aver fame, e quando, e quanto, e saranno pieni d’incontenibile bassezza primordiale.


Eccolo lì, Ciavosky, porta Omega-82 a braccetto perché io possa aprirgli le fauci, è l’ora del grasso di porco, del pasto, con la pinzetta a U afferra il cubetto e lo infila giù nell’esofago pigro e un po’ matto. Omega-82 è contento, si passa una zampa sul muso come a pulirsi dai resti che non esistono, perché questo è riuscito a insegnarglielo, il dottor Ciavosky, solo questo, a spazzarsi il muso da ciò che non c’è, e sarà che l’hanno imparato perché con il non necessario ci vanno proprio a nozze, queste bestiole; è ciò di cui abbisognano che proprio non sanno, né sanno chiedere, né sanno arrangiarsi a sperare.
Ho la carcassa di Eta-31 di fianco, Ciavosky e Omega-82 di fronte, e Cassandra, la piccolina, che guarda dal basso il pezzetto di grasso di porco, ne ha voglia pure lei, e lei sa come chiederlo, con quel versaccio che sa di sirena, lei lo sa. Al volo, prendi Cassandra, gnac, gnac. Lo vedi, Omega-82, come si fa? Certo che vede, ma non capisce. Ecco, sento il rombo del pick-up del signor Lì, è finita, Ciavosky, è finita, vedrà la carcassa e ci manderà tutti a casa, ce ne sono rimaste solo due adesso, delle centouno due, Omega-82 e Gamma-47, e non la vedo da stamane, Gamma-47, Cassandra era impegnata nella veglia oggi, e chissà dov’è, Gamma-47, sotto un pesco della piana delle catinelle a giocare al filo più lungo, forse, chissà dov’è, non l’hai proprio chiamata oggi, Ciavosky? No, certo che no, tra vignette e code di sperma stai proprio perdendo il senno, mio caro dottore. Ecco, lo vedi che il signor Lì sta arrivando? Vieni qui, Ciavosky, mettiti di fianco a me, non possiamo fare altro adesso, nient’altro che attenderlo. Prendo le carte? Ma no, che vuoi prendere, Ciavosky, credi che al signor Lì importi della coda aritmica o del fumetto? Povero vecchio scienziato. Sta’ qui, resta, non possiamo fare niente, Ciavosky, abbiamo fallito di metter fame in questi corpi, e adesso basta, basta con i pretesti, abbiamo fallito nel compito di mettergli l’istinto per farle buone bestie. Aggiustati i capelli, quei pochi che ti restano, datti un contegno, io non lo voglio vedere il dolore in un corpo vecchio; dai, sta’ su, sta’ qui, diritto per favore, ché il signor Lì non abbia a vedere che t’accasci, sta’ su, ti prego, su. Devo… Devi cosa, Ciavosky? D… devo finire con Omega-82, io… devo finire. Ciavosky prende la pinzetta a U e infila un altro cubetto in quell’esofago addomesticato all’accatto, ne bastano tre, solo tre cubetti per un pasto completo. Omega-82 digrigna i denti. E trema. Gli tremano piedi, gambe, ventre, braccia, mani, e collo, molto collo, tanto da espellere due cubetti con la violenza di un atto di forza. Ciavosky gli passa uno straccio sulla fronte. Suda. Per la prima volta mi sembra tutto volontario, umano, corruttibile. Ciavosky prova con l’ultimo pezzo di porco, Omega-82 vomita ancora, e vomita, strano a dirsi, con il volto rilassato, quasi incapace, un lascito di muscoli che si muove giù per gli zigomi in un fischio, è il suo verso, quello, un fischio mogio al cui cenno Cassandra, con un frullo d’ali, gli salta tra i peli lunghi della groppa. Io e Ciavosky dovremmo cantare qualcosa, così ci pare, eppure l’unico rumore che ci viene è di tener ferme le corde, è la prima volta da quando son qui che provo vergogna, l’avevo lasciata a casa, quest’onta, e adesso ricompare dinanzi alla criniera morbida di una giovane muscengola. Omega-82 ci dà il culo e galoppa, galoppa o come diavolo si chiama quel suo modo sgraziato di prender corsa, imbocca la via della piana delle catinelle tenendo il passo. Saliamo alla torre, io e Ciavosky, respiriamo a gradini alterni, Ciavosky ha l’affanno, il respiro si fa strano e sa di mezzo, ma ormai siamo in cima, non c’è tempo per mozzarlo adesso; se è finita, che la si veda, la fine. Quant’è bello l’orizzonte della piana da qui, il tratto lontano, la luna che l’accende di asciutte tenerezze, la sabbia che sottrae rumore alle crespe del lago e a qualche saltello d’animale d’acqua dolce e piscio, e tanti, tanti alberi di pesco, un firmamento di frutta che dà simmetria ai corpi celesti. Laggiù, coperto dall’arbusto più a Nord, Omega-82 gioca con Cassandra al filo più lungo, o alla pietra più grossa, si lanciano scarti di roccia, s’abbracciano, si tengono stretti; un frutto grasso prende la via della terra, fa l’impronta e si affossa. Omega-82 s’accuccia sull’avvallamento, guarda un ramo e si siede con la testa alta. Guarda, mio caro Ciavosky, guarda lì, lo vedi cosa sta facendo? Cosa, non vedo… Lì, sotto l’albero, Omega-82 sta covando, lo vedi? Sta covando un ovetto di pesco. La bestiola fa un riso sottile, sembra ci stia guardando, si toglie l’invisibile dal muso con la zampa, come gli ha insegnato Ciavosky, chiude gli occhi e sbatte le labbra come un infante che vuole latte.

testo: Francesco Fumarola
immagini: Marta Sorte