venerdì 29 novembre 2013

dalle stalle alle stalle

Caverna?? Figli miei, siete impazziti? Vi sono forse cresciuti corazza o artigli? Là sotto i Predatori vi aspettano! Il nostro Posto è sull’Albero, fra il Cielo e la Terra...  Cader giù nel sonno? A me non è mai successo, e sono il più vecchio di tutti: basta scegliere bene il Ramo. No, lasciatemi in pace, non verrò mai nel vostro stupido buco!
Lì, su quella parete, ci sono i graffiti del bisnonno, propiziatori di caccia abbondante. Hanno sempre funzionato. Come farai a portarli nella tua ‘capanna’, sentiamo?... Coltivare la terra invece di cacciare?! Ma che razza di maschio è, quello che non va a caccia? Confessa: è quella smorfiosetta col pelo chiaro che ti mette in testa queste idee sballate!... Un posto per stare insieme, voi due soli?... In questa caverna siamo in troppi?? Ma che ragionamenti sono??? Che cosa diventerebbe la foresta, se ogni coppia si costruisse una capanna?

*
 
Ce l’abbiamo fatta: ultima rata del mutuo, pagata! Questa casa è nostra, dalla cantina al solaio. Eh, se penso alla vitaccia che hanno fatto i nostri avi, per secoli, fino ai nostri genitori... Mezzadri, operai, sempre con l’ansia di non riuscire a pagare la pigione... Spesso in dieci o dodici in una stanzetta, con il gabinetto in comune con altre famiglie, e una tinozza per lavarsi... Ora, nel giro di pochi decenni, è cambiato tutto: chi sgobba come me e non perde tempo in scioperi e altre storie, i frutti del proprio lavoro li vede! Lo faccio per te. Per noi. Per il futuro dei nostri figli...
 
*
 
No, Marco non abita più con noi... Eh, “comprato casa”: magari! Senza un lavoro stabile... Si arrangia, come tutti i giovani. Le cose non sono più come qualche anno fa. I diritti dei lavoratori, si sa, finiti nel cesso: tutta colpa dei sindacati. Del resto, non si può pretendere che il mondo resti sempre uguale. Comunque, con il bambino in arrivo, Marco non ha voluto saperne di rimanere qui. Anche se il posto, volendo, ci sarebbe stato. Suo fratello e la moglie si sono sistemati in solaio, noi e mio cognato stiamo  nel seminterrato e i nonni al pianterreno, così non devono fare le scale. Gli zii, dopo lo sfratto, hanno costruito un soppalco nell’autorimessa, e d’inverno dormono lì. D’estate, invece, montano una tenda in cortile. Per Marco c’era la veranda, ma la sua ragazza non era d’accordo... Dove stanno? Qui sopra il paese, in una caverna. L’hanno imbiancata e arredata con mobili di recupero... La ragazza dice che, quando sarà nato il bambino, se non trovano di meglio, costruiranno una casetta su un albero. Eh, anch’io, quando ero incinta, preferivo i luoghi un po’ sopraelevati... Mi facevano sentire più al sicuro...
 

 testo Elena Alissa Sargiotto
illustrazione Giulio Zeloni

lunedì 25 novembre 2013

i cereali


Sarà stata una settimana che non mettevo piede fuori da casa. Ogni sera, prima di infilarmi a letto, riflettevo su cosa avrei potuto fare il giorno seguente per fronteggiare la mia condizione di prigioniero. Andare dal barbiere, fare qualche commissione, distribuire dei curriculum per negozi, fosse stata la volta buona…
Invece niente. Mi alzavo sempre troppo tardi, e dopo pranzo venivo sorpreso da una sonnolenza robusta, che mi paralizzava ben oltre il tramonto. Sembrava quasi che tutto cospirasse contro di me, per farmi morire anzitempo in quel buco di monolocale.
Quel pomeriggio avevo in programma di andare al cinema vicino casa, spettacolo delle 16,30.
Credo proprio che ci sarei riuscito, se non mi fossi azzardato a studiare la programmazione. Sfortunatamente davano un film su un nano e una bambina, e nell’altra sala una roba che aveva a che fare con un pappagallo parlante. Si da il caso che io detesti i film coi nani, e anche quelli coi pappagalli. Se poi c’è una cosa che non posso proprio soffrire, sono i film che hanno come protagonisti un nano e una bambina.
Perciò ero quasi rassegnato a schiacciare un pisolino, quando improvvisamente fui colto da un’inspiegabile voglia di cereali. Latte e cereali. Non chiedevo altro.
Probabilmente erano anni che non mangiavo cereali- del resto non ne ero mai andato pazzo- eppure il desiderio che provavo in quel momento rappresentava una sensazione talmente nuova ed erotica che decisi lo stesso di assecondarlo.
Mi vestii in fretta, afferrai il portafoglio e uscii di casa. Una volta fuori, mi meravigliai della semplicità con la quale si poteva effettivamente uscire da un appartamento. Era una giornata soleggiata e ventosa.
Passai davanti alla mia ex scuola elementare e mi accorsi che era stata demolita. A giudicare dall’ampiezza del cratere nel quale era stata risucchiata l’intera struttura, i lavori non erano iniziati da poco. Eppure non me ne ero mai accorto. Un brivido di malinconia mi percorse tutto quanto, poi realizzai che io odiavo quella scuola e ogni singolo bambino che l’aveva frequentata, perciò la piantai subito coi ricordi nostalgici.
L’ingresso nel supermercato mi creò un piccolo shock da ritrovata socialità. Ero sovrastato dai colori della frutta e da orde di anziani trascinati dai loro carrelli, senza contare che il bip delle casse perforava le orecchie come uno spillo. Vagai per un po’ fra gli scaffali, privo di meta. Di tanto in tanto mi scostavo il ciuffo dalla faccia. Continuavo ad avvertire delle ragnatele sul viso, ma era solo uno scherzo del mio cervello malandato. La scala mobile mi calmò.
Infilai la giusta corsia e giunsi al reparto cereali. Ci impiegai un po’ per passare in rassegna i vari tipi. Alla fine optai per gli anellini al miele. Percepivo con grande chiarezza che gli anellini rappresentavano la scelta giusta, in quel momento.

Era primo pomeriggio, e il supermercato aveva soltanto due casse in funzione. Valutai quale delle due dava l’impressione di essere meno affollata e mi misi in coda. Quando notai che la tizia davanti a me aveva svaligiato metà negozio era ormai troppo tardi per cambiare rotta. A un certo punto si voltò e ci fissò, a me e alla mia scatola di cereali. Evidentemente non ritenne che il mio unico articolo costituisse una corsia preferenziale per guadagnare l’uscita in anticipo, e tornò a farsi gli affari suoi.
Era una donna di mezza età che portava con fierezza i suoi anni, una di quelle che potrebbe tranquillamente aver partorito due gemelline bionde, in un passato non troppo lontano.
La fila avanzava lentamente, ognuno attendeva che il proprio fardello di vita venisse battuto guardando nel vuoto o fissando un punto innocuo. Con una mano reggevo la confezione di cereali, con l’altra cercavo ancora di scacciare le ragnatele dalla faccia.
Arrivò il turno della signora. Prodotti di ogni genere sfilavano rapidissimi fra le mani della cassiera e si accatastavano in fondo alla cassa.
Alle mie spalle cominciarono ad arrivare i primi sbuffi e i primi commenti sibilati a mezza voce.
“Forza, non abbiamo mica tutta la giornata”_ sospirò la vecchia che stava dietro.
La osservai con attenzione. A prima vista, dava l’impressione di essere una pensionata qualsiasi, di quelle che convogliano le fatiche quotidiane nel sacro rituale della spesa, autentica cisterna di aneddoti e incredulità abitudinarie.
Ma forse sbagliavo: a guardarla bene, infatti, aveva tutta l’aria di essere un animale notturno. Selvaggio, istintuale, sfrontato.
Sul suo viso rintracciai rughe e ombreggiature diaboliche che in un primo momento non ero riuscito a cogliere, sfoghi cutanei di lorde perversioni.
Nella frazione di secondo che intercorreva fra un bip e l’altro, ricostruii un quadro più fedele a proposito della sua travagliata esistenza, sordida e avventurosa. Convenni che si trattava di un’esistenza effettivamente troppo notevole per essere sacrificata sul nastro trasportatore di un supermercato e mi offrii di farla passare.
“Se quella non si da una mossa, è inutile che mi faccia passare…”_ ribattè la vecchia.
Fece schioccare sonoramente le labbra e, scuotendo la testa, ispezionò il quadrante dell’orologio.
“Non posso mica fare notte qui. Ho messo su il minestrone…”
Intanto i prodotti della signora davanti a me giacevano tutti ammonticchiati sul fondo della cassa, come trascinati dalla marea, o da una calamità esotica.
La seconda tragedia si consumò all’incirca in quel momento. Brutta storia, la carta di credito rifiutata. E pure il contante insufficiente non fu da meno. La donna che frugava dentro la borsetta all’insensata ricerca di un centone dimenticato (non fosse mai…), la cassiera che spostava articoli a casaccio, e la fila che iniziava a subbugliare rancore, e a scuotersi e agitarsi da una parte e dall’altra come un vascello urticante.
Incastrato fra i rottami dei corpi, le lamiere delle casse, la carrozzeria dei carrelli della spesa, avvertii la violenza dello scontro causato dal tremendo frontale fra me e tutti questi elementi.
Slittai sulla superficie liscia del pavimento. Il battito polmonare accelerò, il respiro cardiaco si fece più ingrossato.
Sentivo lo stomaco rivoltarsi come un avanzo umido e malmasticato.
La signora tentava di giustificare il suo comportamento insolvente: “Non riesco a capire. Provi con questa carta…”
Ma nessuna carta l’avrebbe salvata. E nessuna carta avrebbe salvato me.
Rimpiansi i pisolini pomeridiani e il momento in cui avevo deciso di fuoriuscire dal mio guscio.
Ci volle una buona dose di autocontrollo per impedirmi di lanciare in aria la scatola di cereali e fuggire dritto verso casa.
Per fortuna la situazione venne abilmente sbloccata dall’apertura di una nuova cassa, che mi permise di pagare in tutta fretta i cereali e imboccare la porta scorrevole appena prima di stramazzare al suolo.
Le ragnatele imperterrite continuavano a graffiarmi il volto e io tentavo di liberare la visuale senza smettere di camminare nella direzione salvifica.   
Proprio mentre stentavo verso le strisce pedonali la terza tragedia mi colpì in pieno stomaco con la più malefica delle sue armi: la parlantina.
Non penso che al giorno d’oggi esistano figure più diaboliche di un dialogatore del WWF armato di pettorina azzurrognola e tecniche di persuasione da quattro soldi, imparate peraltro in fretta e furia durante un corso di formazione della durata compresa fra le quattro e le sedici ore e che solitamente viene denominato “Strategie di fundraising diretto: imparare a dialogare con gli altri”.
“Ciaaaooo”_ con la bocca, spalancata, sembrava volermi inghiottire intero.
“Avresti un minuto per il WWF?”
“No, io non… no, io…”_ mi giustificai.
“Suvvia, è per una buona causa!”
Avrei voluto spiegargli che la gente ha preso in antipatia le buona cause proprio grazie ai dialogatori. C’è chi appiccherebbe incendi devastanti in Amazzonia, chi si ciberebbe esclusivamente di hamburger McDonald’s, chi sterminerebbe specie rarissime, e questo soltanto per liberarsi dallo stress accumulato durante un incontro con un azzurrissimo dialogatore, anch’egli disaffezionato alle cause sociali per colpa del suo lavoro.
Avrei voluto spiegargli tutto quanto, ma il desiderio di tornare a casa mi strattonava verso di sé come un cordone ombelicale mutante.
Riuscii soltanto a blaterare qualche parola sconnessa e assai poco ambientalista.
“Il detersivo… ho scordato il detersivo…”
Mi voltai e iniziai a camminare a passo svelto. Mi accorsi di aver stretto la scatola dei cereali nel pugno, e di averla accartocciata all’altezza dell’apertura.  Ma non mi importava.
Entrai nel supermercato e uscii dalla porta scorrevole che dava sul lato opposto dell’edificio, poi iniziai a correre.
Mi lasciai alle spalle squarci di quartiere appesantiti da sacchi dell’immondizia abbandonati e da nuvole rapprese,  ancora con quella ragnatela ad ovattarmi la vista, a separare l’aria in due mondi distinti. Infine arrivai. Una leggera esitazione nell’infilare le chiavi nella toppa, nel chiudermi alla spalle la porta. Ammaccata la scatola di cereali, ma in salvo nell’appartamento.
Una tazza, un cucchiaio. Il tintinnare di ogni singolo anellino che formava uno scroscio rilassante, quasi marino. La partizione dell’angoscia in tante piccole porzioni inoffensive, indistinguibili, insignificanti al cospetto dell’appagamento fanciullesco offerto da una bella tazza di latte e cereali.
L’anta del frigo spalancata, e la mano tesa ad afferrare il cartone del latte. Che non c’era.
Ebbene, può capitare. Quando non metti il naso fuori da casa per una settimana, i beni di prima necessità si possono estinguere senza autorigenerarsi.
Sfinito, mi abbandonai su una sedia. Fuori il sole trapassava le nuvole di raggi. Una luce aliena filtrava fra i banchi, come se un parassita volante le avesse tutte smangiucchiate.
Afferrai la scatola e da essa comincia a trarre grosse manciate di cereali, che riponevo direttamente in gola.
Il cibo si sbriciolava sotto i miei denti e impastava con la saliva un magma di bolo informe. Era solamente la prima di una lunga serie di operazioni che mi avrebbero condotto alla digestione. Ma non me ne preoccupavo granchè.
Masticavo piano, senza avvertire né fretta né sapore.
Avevo tutto il tempo del mondo.
 
 testo Martin Hofer
illustrazione Ilaria Meli

venerdì 22 novembre 2013

incidenti domestici

 

Sento il mio destino avvicinarsi inesorabile e infrangersi in mille pezzi. Da qualche giorno ho questo presentimento. C’è tensione nell’aria. La si potrebbe tagliare con la mannaia adagiata accanto a me nello scolapiatti. Loro ormai gridano, imprecano e si arrabbiano continuamente, anche quando sono soli. Negli ultimi tempi, ho visto cadere vittime illustri: il vaso di ceramica ricevuto in dono lo scorso Natale, il cabaret di vetro per il pesce o quello spiedino che, ancora conficcato nella porta della dispensa, penzola come una banderuola ed è utilizzato per applicarvi messaggi alla stregua di un fermacarte. Non hanno avuto pietà neppure per i cristalli di Boemia, quindi escludo che possano mostrarne nei confronti di un banale piatto da portata della mia specie, omaggio del minimarket di fiducia in seguito ad una spesa di valore superiore ai 10 euro. Tra le posate si dice che in salotto vi sia stata una carneficina di soprammobili e che la camera da letto sia diventata simile ad un rottamaio: qui in cucina la contesa sembrava invece essersi placata, ma proprio questa quiete potrebbe preannunciare un’improvvisa bufera e non fa che accrescere la mia ansia. Proprio ieri, un bicchiere ha sorvolato il mio spazio aereo, precipitando sullo schermo del televisore con conseguenze irreparabili per entrambi. Molti amici sono già periti sul campo nell’espletamento della loro nobile funzione, dunque non resta che attendere.
Prima o poi giungerà il mio turno e non sono certo se preferisca frantumarmi a terra, sulle lucide piastrelle del pavimento della cucina, oppure essere sfracellato in volo contro la parete. Quale sarà il mio destino? Glorioso o mediocre? Questo è il solo dubbio che mi tormenta.
Adesso stanno parlando davanti a noi. Ho paura. Sudo gelide gocce di risciacquo che percorrono la superficie della mia finta porcellana e cadono dal bordo inferiore, tristi lacrime di addio. Quasi per cercare un insperato sostegno morale, guardo gli altri piatti intorno a me tintinnare terrorizzati. Il tono della conversazione, intanto, pare salire ad ogni scambio di battute. Lei accusa e Lui ribatte, poi la discussione si capovolge con Lui che rinfaccia e Lei che si giustifica. Credo che la situazione possa precipitare da un momento all’altro. Non qui, non qui vi prego.
Non ho neppure il tempo di celebrare gli scongiuri di rito che mi sento afferrare dalla mano leggiadra di Lei. Mi punta verso il volto di Lui intimandogli il silenzio. Mentre Lui temporeggia, allontanandosi in direzione del salotto, io mi lascio sfuggire uno spontaneo sospiro di sollievo, ma Lei lo segue imperterrita e mi porta con sé. Non vedo l’ora che il supplizio abbia fine. Cosa aspetti a gettarmi?
Lui ora cerca di negoziare ma Lei sferra improvvisamente il colpo. Esplode un acuto grido d’isteria e mi scaglia con tutta la forza che ha in corpo.
Sto roteando in aria e vedo scorrere davanti a me una misera esistenza votata al servizio alimentare. I miei primi ricordi risalgono al supermercato e all’ultimo periodo trascorso lì, prima di essere stivato in un carrello in vista di un lungo viaggio. Quando venni estratto dal cellophane, come se fosse la mia placenta, non avevo ancora capito quale fosse il mio posto al mondo. Lo scolapiatti, con tutte le confidenze e i dissapori che possono esistere in un ambiente così ristretto. Lì mi procurai la mia prima sbeccatura. Mi ci sono affezionato come ognuno fa con le vecchie cicatrici, ricordandosi il male perché serva di lezione. Così ricordo anche alcune pietanze servite in tavola senza farle raffreddare, quel bruciore doloroso e piacevole al tempo stesso. Quante emozioni, quante sensazioni…
Mentre sono in volo, diretto a tutta velocità contro la fronte di Lui, cerco di immaginare quale sarà la prossima sensazione, quella subito dopo lo schianto. Lui, però, si sposta con un movimento felino e io atterro morbidamente tra i cuscini del sofà, con immenso disappunto della focosa discobola. Nonostante lo scampato pericolo, non riesco a sentirmi rassicurato e, forse, avrei preferito che fosse già tutto finito, che le mie paure si fossero dissolte in uno schianto. Invece, il fato ha voluto concedermi la grazia. Sono salvo, per adesso. Il futuro però cosa mi riserverà?
Intanto, si torna in cucina. Lui mi sciacqua velocemente prima di rimettermi a posto e, solo in questo momento, si accorge che mi sono ferito. Ho una sbeccatura sul bordo, molto più vistosa di quella di gioventù. Probabilmente ho urtato qualche mio compagno mentre Lei mi tirava fuori dallo scolapiatti. Lui osserva la lesione, ci passa sopra il dito, la ricontrolla da vicino. Potrebbe pensare che io non sia più abile al lavoro e decidere di relegarmi nella piattaia. Per me sarebbe davvero un sollievo.
Niente da fare. Non sono abbastanza fortunato. Lui mi asciuga e mi rimette nello scolapiatti. Torno tra i miei compagni. Gli altri piatti si stringono intorno a me con un abbraccio collettivo. Tutti mi guardano come se fossi un miracolato.  Neppure la loro solidarietà, però, riesce a tranquillizzarmi. La nostra vita qui sarà sempre in bilico. Questo non è l’ambiente in cui far crescere dei piattini.
E, infatti, loro due hanno già ricominciato a discutere. Proprio a causa mia, questa volta. A Lei non sembra il caso di tenermi in mezzo ai piatti ancora illesi. Mi agita davanti agli occhi dell’altro mostrandogli le mie sbeccature. Che figura farebbero se, per sbaglio, finissi in tavola quando ci sono ospiti. Lui replica che di ospiti, in questa casa, non se ne vedono da parecchio tempo. Continuano a litigare. Lei non vuole sentire ragioni e Lui… no, non dirle così, stolto. Fa appena in tempo ad abbassarsi quando Lei mi lancia contro di Lui per la seconda volta. Mi vedo già proiettato verso la vetrinetta alle sue spalle e penso che oggi dev’essere proprio il mio giorno. In questo momento, vorrei essere leggero come un piatto di carta e volare all’infinito, volare via lontano, lontano da questa casa.

testo Fabrizio Di Fiore
illustrazione Margareta Nemo

martedì 19 novembre 2013

Cose nelle orecchie



Ancora oggi accendo il televisore e mi aspetto di ritrovarci dentro i Fenucci, in uno di quegli scintillanti spot Barilla che ritraggono famiglie spaventosamente lisce e perfette.
Ve li sarete ciucciati circa un milione di volte: lui che torna da lavoro stanco e pulitissimo - la giacca sottobraccio, cravatta per niente allentata. Come prima cosa prende in collo il figlio, per fargli compiere un paio di capriole aeree, con estremo sollazzo del pargolo.
Dopo aver esercitato la tradizionale e sempre appagante routine acrobatica, l’uomo si accorge della presenza della moglie ai fornelli. Ne ammira l’eleganza - casalinga eppur scrupolosa - la voluttuosità delle forme, la freschezza della pelle, e quella perfetta intersezione dei fianchi che cade a pennello fra maternità e condiscendenza carnale, che lo porterebbe a possederla sui fornelli roventi sotto gli occhi mai così attenti del figlioletto, se soltanto si trattasse di qualcosa di più spinto della reclame di un piatto di pasta.
Ma stiamo pur sempre parlando di una pubblicità da prima serata - santo Iddio -  non aspettatevi niente di più eccitante di una spaghettata a tre, consumata in allegria sopra uno scomodissimo tavolino basso in finto stile giapponese. 
Nessuno si sporcherà i vestiti, non ci saranno litigi o pietanze assaporate in silenzio, e non rimarrà incastrato fra i denti alcun tipo di fastidiosa particella alimentare o schifezza affine.

L’ho capito subito che i Fenucci erano una famiglia Barilla. Giovani, sodi, borghesi, successuosi per discendenza.
Li incontri per la prima volta e già non vedi l’ora di riparargli lo sciacquone del cesso, o di prenderti cura dei pesci rossi, mentre loro se la stanno spassando alle Maldive.
La Trinità del benessere che non lesina mai un sorriso, una piacevole chiacchierata da pianerottolo o ascensore. Marito, moglie, figlio di sette anni. Tutti e tre visibilmente sani, scandalosamente belli, puliti, gentili, disponibili… potrei andare avanti così per ore.
Quando ho a che fare con certi individui mi viene sempre da immaginare Dio in coda dal parrucchiere, immerso nella lettura di una rivista patinata di lifestyle, in attesa che arrivi il suo turno.
Nella visione, Dio rimane immensamente affascinato dalla foto di una particolare linea di abbigliamento per tutta la famiglia. Per questo motivo, decide di ritagliare la foto e di trasformare i modelli in posa in persone “umane”, di quelle che fanno la spesa all’ipermercato, vanno al cinema la sera di Natale e tutto il resto.
Vi sembrerà sciocco, lo so, ma forse avreste pensato la stessa cosa anche voi, se vi foste imbattuti nei Fenucci, quella vigilia di Pasqua 2009.

Ero uscito per buttare la spazzatura in tuta e ciabatte. Di solito non mi faccio vedere in giro in queste condizioni, ma l’appartamento di fianco al mio era sfitto da un paio di mesi, ormai, e a quell’ora le vecchie dei piani inferiori si tappavano in casa per scampare ai ladri, o ai licantropi, chi lo sa.
L’ascensore era occupato. Così ho atteso come un fesso sul pianerottolo, in tuta e ciabatte, per circa una mezza eternità.
Quando stavo per averne abbastanza, la porta si è spalancata d’improvviso, irraggiando il pianerottolo di una luce generosa. Ok, forse sto un po’ esagerando, lo ammetto, ma nel mio ricordo quella luce esiste davvero, e forse c’è anche un sottile sottofondo di archi.
Per primo ho visto uscire un bambino. Biondo, secco, piglio disinvolto. Una promessa di conquista negli occhi di un blu paralizzante.
Portava in braccio due scatoloni piuttosto ingombranti per il suo figurino, eppure non tradiva alcun segno di fatica o sforzo, se non nel lieve barcollare con le braccia e il torace.
“Ehilà”_ mi salutò, con il tono che potrebbe avere un tuo superiore in ufficio. Uno di quelli che appena ti incontra dice: “Diamoci pure del tu”.
“Sono Stefano _ aggiunse tendendomi la mano _ io e i miei genitori abitiamo qua adesso”.
Frastornato, strinsi la sua piccola mano ossuta, e non trovai di meglio da dire che un “benvenuto” tutto smangiucchiato.
“Scusa se abbiamo occupato l’ascensore per tutto questo tempo. Sai, i traslochi…”
“Eh. Già…”
“Meglio che mi sbrighi con questa roba”_ e, spinti i due scatoloni con un piede, si rituffò dentro.
“Posso…aiutare?”_ chiesi affacciandomi dentro la cabina dell’ascensore affollata di scatole, scatoloni e altri oggetti impacchettati.
“Magari! Cielo, ci è capitato proprio un vicino squisito. Tu abiti qui accanto, no?”
La domanda non mi permise di valutare la natura più o meno sarcastica della considerazione precedente sul vicino squisito. Iniziai subito a liberare la cabina. Anche Stefano ci dava dentro, forse più di me.
“Dove sono i tuoi?”
“Oh, Mamma è di sotto, aspetta che finisca qua per salire con il secondo carico, mentre Papà sta cercando parcheggio. Cielo! Da queste parti posteggiare è un’agonia! Lo sai che dove abitavamo prima avevamo un giardino in cui entravano trenta macchine tutte in una volta?”
“No, non lo sapevo. Dove abitavate, in un golf club?”
“Qualcosa del genere…”_  rispose lui con un tono per niente ironico. Attesi spiegazioni, ma non aggiunse altro.
Finimmo di scaricare la roba. Stefano chiuse la porta e rimanemmo in attesa. Mano a mano che l’ascensore risaliva il palazzo iniziai ad avvertire un’inspiegabile vampata d’impazienza.
Ci ripenso oggi e li sento bene, non solo gli archi, ma anche i tromboni e un’orchestra intera. Quando la porta si è aperta era un tripudio assordante, c’è mancato poco che non mi tappassi le orecchie e mi mettessi a urlare.
Quella donna era semplicemente…non saprei…una donna eccessivamente bella per essere guardata come si fa con le persone normali, ecco. Dovevi metterti una mano davanti agli occhi e poi, con discrezione, aprire delle fessure fra le dita e sbirciarla con il doveroso riguardo. Alta, bruna, occhi azzurrissimi che ti tagliavano in due, non appena il ciuffo li scopriva.
Anche a corpo era messa bene, ma non ho mai osato studiarlo approfonditamente. Mi sarei sentito uno squallido peccatore.
All’inizio la donna sbuffò, osservando sconsolata i cumuli di cose stipate attorno a sè. Il sospiro le scostò il ciuffo dagli occhi, rivelandola in tutta la sua bellezza, discreta ma pur sempre granitica, impossibile da scalfire.
Quando si accorse della mia presenza, però, distese il volto per aprirsi in un sorriso regale.
Mi salutò con l’allegria che si riserva a un vecchio amico e, dopo aver chiacchierato del più e del meno, la aiutai a sbarazzarsi del secondo carico.
Nel mentre era salito per le scale anche il marito, un uomo forte, abbronzato e dai capelli biondicci.
Mi salutò anche lui con un “Ehilà” e dopo essersi presentato (“Piacere, Fenucci”), mi appioppò una pacca energica sulla spalla. 
Non ho mai capito che lavoro facesse. Si trattava di qualcosa che lo metteva nella posizione di definirsi “un creativo”.
Quando parlavi con lui ti studiava con uno sguardo che avrà impiegato anni e anni ad architettare: fisso negli occhi, non perdeva il contatto visivo finchè non avevi smesso di parlare, mentre di tanto in tanto increspava impercettibilmente le labbra, per manifestare una sincera partecipazione.
Il guaio è che lo faceva sempre, che tu gli parlassi di una genocidio in Africa come del tempo.
Gli raccontavi del vicino che non raccoglieva le cacche del cane, e lui era lì, col suo sguardo da creativo interessato, a dimostrarti il suo infinito coinvolgimento per la questione.
Ma tutto sommato era un bravo cristiano, il Fenucci. Sorridente, profumava sempre di acqua di colonia di prima qualità e abbassava la serranda del garage con la giusta accortezza.
Quella sera andai a letto sereno. I miei ex vicini erano una coppia di alcolizzati che litigava in continuazione e ascoltava i varietà del sabato sera a un volume disumano.
Per quanto mi riguarda il mondo si divide in due macrocategorie: quelli che lasciano la porta dell’ascensore aperta quando escono - costringendoti a salire le scale con otto sacchi della spesa - e quelli che si assicurano sempre di averla chiusa alle loro spalle.
Mi sentivo protetto, con i Fenucci. Avevo riconosciuto immediatamente la categoria alla quale appartenevano e questo mi lasciava tranquillo. Non a caso dormii di sasso.
 


La mattina seguente era Pasqua. Non ho fatto granchè. Per la maggior parte del tempo ho scrutato fuori dalla finestra bevendo innumerevoli caffè, poi nel pomeriggio mi sono occupato delle pulizie domestiche. Prima di pranzo ho anche chiamato mia sorella, ma come al solito non si sentiva un accidente, se non una serie di voci alticce tutte attorcigliate insieme, così ho urlato nella cornetta “AUGURI GRAZIA!” più forte che potessi e ho riattaccato. 
I Fenucci erano usciti di mattina presto. Li avevo sentiti attorno alle otto, otto e trenta, nel momento in cui ero alle prese col mio primo caffè.  Non rincasarono prima delle undici di sera, quando li udii armeggiare con le chiavi.
“Cielo che giornata! Sono esausto”_ disse Stefano prima di entrare.
La madre lo invitò a parlare piano, e la porta si richiuse.
Finii di guardare un film - la storia di un adolescente interpretato da un tizio che avrà avuto almeno trent’anni - e mi preparai per andare a letto.

Probabilmente ero addormentato da diversi minuti quando feci caso ai colpi.
Uno Stonc stonc stonc distribuito a intervalli regolari piuttosto ravvicinati, accompagnati da un lieve cigolare. Dapprima attribuii la responsabilità alle tubature, o ai termosifoni. Il condominio è piuttosto vecchio e non capita di rado di sentirlo scricchiolare sotto il peso dell’età.
Era tutto quell’ansimare che venne dopo a non lasciar spazio a ulteriori fraintendimenti.
Stonc stonc “uhhh ahhh” ihc ihc “oooh oooh” stonc stonc.
Riflettendoci su, considerai che effettivamente la camera dei coniugi era esattamente dalla parte opposta della parete, e il letto era stato probabilmente piazzato in modo speculare al mio.
Avvertii un certo imbarazzo per loro. Voglio dire, non era proprio una gran figura per essere arrivati da così poco.
Cercai di coprire i suoni tirando le lenzuola fin sopra le orecchie. Dopotutto quanto sarebbe potuto andare avanti ancora? E poi con il bambino in casa sarebbe stato facile per loro accorgersi di essersi lasciati trasportare un po’ troppo.
Il problema fu quando gemiti e sospiri iniziarono ad articolarsi in parole e frasi.
Potevano passare i “Sssiii” e i “Non smettere”, ma quando lei gli chiese di fare i versi degli animali fu davvero mortificante. Il problema è che  lui si mise diligentemente a riprodurre prima un cane, poi un asino, concludendo la rappresentazione con un grugnito davvero ben fatto.
Le nostre stanze ripiombarono in un poco rigenerante silenzio post-coitum, tant’è che non riuscii a riprendere sonno, se non verso le prime luci del mattino.
 
 
Quando la signora Fenucci suonò il campanello nel primo pomeriggio di Pasquetta, mi parve tutto un brutto sogno, uno scherzo della fantasia.
Aveva in mano un vassoietto di coccio con sopra una scenografica fetta di torta cioccolato e pere.
Il suo sorriso cancellò ogni scoria della nottata precedente, almeno in un primo momento.
“Ho pensato che le avrebbe fatto piacere assaggiare un pezzo della torta che ho preparato per stasera. Sa, i miei cognati passano a visitare l’appartamento…”
Il fatto che una donna del genere potesse ricordarsi soltanto per un attimo che a pochi passi da casa sua esisteva un poveraccio come me, mi commosse.
Il fatto che avesse perfino rinunciato a un pezzo della sua meravigliosa torta, per fare contento lo stesso poveraccio, mi devastò una volta per tutte.
Stavo per inginocchiarmi e baciarle i piedi, ma poi la considerai una reazione eccessiva. Fatto sta che avrei preso a picconate l’intera stanza da bagno dei Fenucci, solo per provare il gusto di aiutarli a riparare le cose danneggiate. Oppure avrei sporcato tutti i muri della casa, e li avrei ridipinti nel modo più pazzesco e sorprendente, senza risparmiarmi di affrescare i soffitti e decorare i battiscopa.
Mi informai sullo stato del trasloco. La signora mi disse che erano a buon punto. Il grosso del mobilio era stato portato la settimana precedente (in effetti avevo visto la ditta di traslochi alle prese con letti e divani) e con i primi carichi della vigilia di Pasqua sarebbero potuti sopravvivere per i primi tempi, in attesa di completare le operazioni quando il lavoro lo avrebbe permesso.
Ogni tanto mentre raccontava, i suoi gemiti di piacere risalivano la china dei ricordi come dei flash violentissimi, ma fortunatamente riuscivo a ricacciarli indietro nell’oblio della memoria con una certa facilità.
“E lei? Non fa nulla per Pasquetta?”
Mentii: “No. Ho da lavorare”
“Infatti ho sentito che era in casa e mi sono permessa di disturbarla”
“Si, effettivamente i muri sono piuttosto sottili in questo palazzo. E’ molto facile rendersi conto della presenza degli altri inquilini. Ha avuto un pensiero veramente gentile, signora”
Mi compiacqui della risposta: un avvertimento velato, non aggressivo, che suonava più come un consiglio paterno che come una lamentela da vicino becero.
Ci congedammo nella massima cordialità.
Riuscii a malapena ad aspettare che bollisse l’acqua per il thè, poi mi fiondai sulla torta. Era deliziosa. La assaporai lentamente, con la dedizione che riserva un amante alle prime armi alla sua musa. Cercavo di non straziare le pere, di staccare con la forchetta pezzi integri e decorosi.
E’ che forse ci impiegai troppo. Dopo due o tre bocconi mi tornarono in mente le peripezie notturne e iniziai ad avvertire uno strano sapore in bocca, come di corruzione e umidità.
Osservai le pere mosce, bagnate di liquore. Ne rimasi stomacato. In testa mi percuotevano immagini lascive, disgustose, cigolii viziosi, sentori di fluidi corporei,  olezzi viscerali.
Scostai il piatto con una mano e mi alzai in piedi. Percorrere il perimetro della stanza un paio di volte mi aiutò a trovare il coraggio per afferrare la fetta con due dita e gettarla nella spazzatura. La torta madida e sugosa che i suoceri della signora Fenucci avrebbero candidamente assaporato la sera stessa.

Verso mezzanotte, quando “mamma” e “papà” avevano abbandonato il palazzo da una buona mezz’ora, e la signora Fenucci aveva lavato cumuli di piatti sporchi, e il signor Fenucci aveva messo a letto il figlioletto raccontandogli una favola con fate e orchi buoni, e la signora Fenucci si era accuratamente tolta il trucco e messaggiata la faccia con una crema detergente costosissima “ma tanto efficace”, e il signor Fenucci aveva indossato il pigiama di flanella che la suocera gli aveva regalato per Natale, dopo questa successione scrupolosa e metodica di operazioni, iniziai a rimpiangere l’imitazione così verosimile del maiale.
Gli animali della fattoria vennero rimpiazzati da una gragnola di insulti e parolacce, che aumentarono progressivamente d’intensità con l’avvicinarsi dell’orgasmo di lui. Preferirei non soffermarmi su ciò che ho udito. Mi limiterò soltanto a specificare che, mentre lui si manteneva sul classico, lei fece sfoggio di un’inventiva sino a quel momento sconosciuta alle mie orecchie.

Trascorsero altre due notti di contorsionismi assortiti. Come contromisura provai un paio di auricolari e Mozart, ma non resistetti a lungo. Avvertivo la necessità di tenere la situazione sotto controllo. La consapevolezza che il loro amplesso avvenisse alle mie spalle mi urtava. Del resto se avevano la faccia tosta di fare i loro comodi senza il minimo pudore, perché mai avrei dovuto vigilare sulla privacy al posto loro? Avevo o non avevo il sacrosanto diritto di stare in casa mia senza tapparmi le orecchie?
Nonostante ciò, continuavo a non trovare il coraggio per riportare il vassoietto ai Fenucci. Lasciai passare tre-quattro giorni. Quando l’attesa stava per trasformarsi in furto decisi di farmi vivo.
Un pomeriggio mi gettai in corridoio senza riflettere, con il vassoio accuratamente lavato. Bussai.
“Chi è?”_ Riconobbi la voce di Stefano al di là della porta blindata.
“Ciao, sono… il vicino” (mi domandai se il ragazzino si ricordasse o meno il mio nome) dovrei restituire un vassoietto”. Sulle prime non ricevetti risposta.
“Oh_ temporeggiò Stefano _ c’è anche tua moglie?”
“Moglie? Di cosa parli?”
Una serie di lucchetti e catene vennero smosse e oltre la porta socchiusa apparve il musetto di Stefano.
“Ehilà _ salutò _ scusa sai. I miei non sono in casa e non vogliono che apra a nessuno. Era uno stratagemma per capire se eri solo o se dei ladri ti avessero costretto a suonare.”
“Mh… capisco. Quindi i tuoi non ci sono?”
Stefano scosse la testa meccanicamente.
“Ok. Allora lo lascio a te. Posso?”_ sollevai il vassoio.
“Certo. Vuoi entrare a bere qualcosa? Non so un bicchiere di latte, un caffè. I miei hanno anche un mobiletto con degli alcolici”
“No, non preoccuparti. Ci vediamo”
Feci per dirigermi verso il mio appartamento, quando il bambino mi chiamò. Allora ricordava il mio nome.
“Senti… per questa cosa che ti ho aperto…potremmo concordare una versione, ecco”
“Oh, naturalmente. Potresti aver chiesto ‘chi è’ e io ti potrei aver lasciato il vassoio sulla soglia”
“Buona idea”_ non aggiunse altro e chiuse la porta.

La notte stessa - stavo dormendo - venni svegliato da un terremoto. O almeno, mi sarebbe piaciuto se si fosse trattato di un vero e proprio terremoto.
Era piuttosto una scossa carnale, una manifestazione naturale di depravazione sismica su scale sconosciute perfino a Mercalli. Il Fenucci vibrava colpi secchi dentro sua moglie che, presumibilmente appoggiata alla testiera, scuoteva il letto contro la sottile striscia di parete che ci separava. Temetti di ritrovarmeli in camera, in un certo frangente dell’atto ondulatorio. A me non rimase altro da fare che tirarmi a sedere sul letto e spingere con la schiena sul muro, per evitare lo sfondamento. Immaginai il vassoietto posato sul comodino accanto a loro che, colpo dopo colpo, si avvicinava al bordo del mobile, per cadere a terra e andare una buona volta in frantumi.

Seguirono altre notti, nuove evoluzioni. Ci fu una serata dedicata alla sanità - la Signora Fenucci trattava il marito come un paziente di un ospedale (“Come si sente oggi il mio paziente preferito?” “Vediamo vediamo… cosa possiamo somministrare a questo povero malato
per farlo sentire un pochino meglio?”) e finiva immancabilmente per curare i suoi mali con la medicina più antica del mondo - un’altra agli ammanettamenti reciproci  (a un certo punto mi parve che entrambi fossero legati e non capivo come potessero copulare l’un con l’altro e, successivamente, liberarsi) e la più classica serata botte, dove sganassoni, graffi e morsi la fecero da padroni (il giorno seguente incontrai Fenucci per le scale, in compagnia delle sue tumefazioni).
Accadeva quasi tutte le sere, e nulla sembrava turbarli. Vicini, figlio, stanchezza, calo del desiderio. Erano parole incomprensibili alla loro orecchie, tanto quanto un vhs danneggiato o il lamento di una trota.
Nel frattempo ero costretto a incontrarli di frequente, e a fare buon viso a cattivo gioco, si capisce. La Signora Fenucci sembrava provare un certo piacere a mettermi in difficoltà. Mi fermava sempre sul pianerottolo per informarsi su come stavo e mi lanciava delle frasi che rimanevano incastrate lì, come una lisca di pesce in gola.
Spesso si lamentava perché il caldo non le permetteva di dormire bene. Oppure diceva che Stefano faceva un sacco di incubi. E poi aveva sempre da ridire a proposito della porta del piano terra. Che cigolava…
Senza contare i continui inviti a cena che mi rivolgeva. “Ci farebbe piacere averla a cena con noi” - “Quando possiamo invitarla a cena?” - “Mio marito sarebbe lieto di mostrarle la casa”…
Non avevo dubbi che Fenucci mi volesse mostrare la sua tana… ci siamo capiti no? Considerate le loro abitudini, chissà quali intenzioni avessero con me. Io declinavo gentilmente, accampando scuse solide e ben strutturate, lasciatemelo riconoscere. Non che avessi nulla contro di loro, per carità. Erano pur sempre una famiglia Barilla e il sole li irraggiava di una bellezza divina. Soltanto che mi sentivo in imbarazzo.
In compenso la mia vita aveva preso una piega singolare. Era come se mattinate e pomeriggi mi colassero dal naso come muco liquido e incolore, un raffreddore di stagione che scompariva con la stessa rapidità con la quale era sopraggiunto.
Allo stesso modo,  il sole sorgeva e si inabissava dietro i palazzi alla velocità di uno sbattere di ciglia. All’ora di cena avevo già scordato cosa avevo fatto durante la giornata, forse perchè non avevo combinato assolutamente niente.
Certo, il problema all’anca che mi costringeva temporaneamente a casa mi discolpava, ma solo a titolo parziale. Il problema principale era rappresentato dal senso di impazienza che mi coglieva nel momento di andare a letto, una sorta di ansia pre-vacanziera che mi impediva perfino di chiudere gli occhi e tentare - quantomeno - di dormire.
Me ne stavo disteso con gli occhi piantati sul soffitto, l’orecchio ben teso e pronto ad azzannare i suoni. Non mi sentivo così dalle notti precedenti alle partenze per il mare con i miei genitori. Accadeva pressappoco un milione di anni fa.
Ogni rumore impercettibile, ogni lieve scricchiolio o spostamento proveniente dall’altra parte del muro, mi provocava un tuffo al cuore.
Si trattava più che altro di una delle tipiche fitte di malessere che ti colgono quando stai aspettando una cosa da troppo tempo e, una volta che quella determinata cosa dà segno di volersi manifestare, tu sei troppo lavorato dentro da poterla accogliere con serenità.
Da piccolo mi capitava tutte le vigilie di Natale. Passavo l’intera notte insonne, divorato dalle aspettative e dal nervosismo. Talmente divorato da alzarmi la mattina di Natale con un diavolo per capello e la speranza che la giornata trascorresse il più in fretta possibile.
Questo riprovare sentimenti di cui mi ero disfatto anni addietro - l’attesa per la partenza, l’impazienza per l’annunciazione dei Fenucci nella loro camera da letto - non mi lasciava per niente tranquillo.
Perché poi i Fenucci arrivavano davvero, e dopo poco cominciavano a darci dentro con le loro consuetudini da parental control.
Ora, capisco cosa starete pensando. Probabilmente vi sarete fatti quest’idea fin dal principio. Ma, credetemi, non è così! Non sono quel genere di persona. Non ho perversioni  particolari o strani bollori repressi. Non sono una specie di guardone (o come diavolo si dice per coloro che, invece di guardare, si eccitano ad ascoltare).  
Forse questa storia - per come è stata raccontata fino a questo momento - può avervi portato a fare un certo tipo di considerazioni sulla mia personalità che sono estremamente distanti dalla realtà.
Io non avevo alcun interesse a farmi gli affari dei Fenucci, e penso di avervelo ampiamente dimostrato facendovi partecipi del mio disappunto nei confronti di quegli atti volgari e del tutto inaspettati che si manifestavano - è proprio il caso di dirlo - alle mie spalle.
La questione è molto più complessa del fuggevole piacere che si prova a dare una sbirciatina all’intimità degli altri. Si trattava di scegliere, per così dire, se farsi partecipe o se venir estromesso da un momento dell’esistenza che, nella vita di molte persone (e, ne sono certo, i Fenucci appartenevano a quella cerchia lì) risulta assolutamente centrale.
Era come se i coniugi, utilizzando il loro campionario di sospiri e urla goderecce,  tentassero di dirmi: “Ascolta. Puoi essere testimone del nostro piacere, dell’estasi congiunta, di un orgasmo che potrebbe, da un momento all’altro, dare un fratellino al nostro unico figlio. Credi di essere all’altezza, o intendi tirarti indietro?”.
No, non intendevo tirarmi indietro. O meglio, non riuscivo a farlo. Tapparmi le orecchie, dormire sul divano, ascoltare la musica. Erano tutte soluzioni che, almeno una volta, avevo tentato. Ma ero sempre stato costretto a tornare sui miei passi.
Infatti non potevo accettare l’idea di riposare proprio mentre si consumava un atto così importante per la vita di un altro essere umano. Mi sembrava quasi un’offesa, uno spreco. Ma, soprattutto, faceva sentire la mia esistenza più piccola, più insignificante.
Ascoltare il suono dei loro attorcigliamenti mi faceva sentire parte di qualcosa, di un qualcosa di vitale e immenso.
Voltare la testa da un’altra parte significava voltare la testa alla vita, certificare una volta per tutte il mio status di indifferenza e mediocrità.
Perciò piano piano diventò una consuetudine sempre meno celata, quella di poggiare l’orecchio contro la parete, e prestare ascolto al fluire di sensatezza che eruttava ogni sera sul materasso matrimoniale dei Fenucci. Finalmente avevo risposto alla chiamata, senza aver più timore di riconoscere a me stesso l’importanza della mia missione: la testimonianza.
Incontrare i Fenucci durante la giornata iniziò a non crearmi problemi. Mi piaceva, anzi, essere custode dei loro segreti senza che loro ne fossero a conoscenza. 
 
La situazione precipitò una sera di ottobre. Ormai ero rientrato a lavoro da quasi un mese. Il tempo trascorreva con maggior rapidità.
Avevo finito di sfogliare una rivista arrivata per posta (e a cui non ricordavo di essere abbonato) e poi, con molta tranquillità, mi ero infilato il pigiama.
In televisione c’era un torneo di golf. Avevo tolto l’audio e mi ero messo in attesa, dentro il letto.
Il golf è uno sport inutile e noioso fino a quando non azzeri le sue vaghe possibilità di attrattiva. Provate a togliere l’audio, a non conoscere le regole, a non seguire l’andamento della gara, ed ecco che ci si ritrova di fronte a una pura distesa di verde rassicurante. Non c’è niente di meglio per rilassarsi - datemi retta - di una pura distesa di verde rassicurante, meglio ancora se calpestata da alcuni individui con in testa una visiera da contabile.
Fatto sta che a un certo punto sento dei rumori provenire dall’altro appartamento. Faccio per spegnere il televisore ma poi decido che una pura distesa di verde rassicurante non guasta mai.
Ricordo di aver fatto un progetto assurdo che consisteva nel chiamarli al telefono per suggerirgli di sintonizzarsi anche loro su quel canale.
Sentii sbattere la porta, e poi dei cassetti. Incrociai le braccia dietro la nuca e attesi. Parole spezzate fluttuavano verso di me senza riuscire ad assumere un senso.
“…un fallito …prenderti le tue fottute responsabilità …su una strada”_ diceva la Signora Fenucci.
“…il santo giorno col fiato sul collo …sempre a giudicare”_ rispondeva il marito, come se stessero giocando a un qualche strano gioco di società basato sull’associazione d’idee.
Il tono della contesa era tutt’altro che ludico, però. La Signora Fenucci aveva una voce aspra, una cadenza canzonatoria e risentita che non le avevo mai sentito. Proseguirono ancora per qualche minuto, poi i nostri appartamenti sprofondarono entrambi in una quiete bellicosa che non prometteva nulla di buono.
Infatti il giorno seguente, se non avessi sentito russare il Fenucci, non mi sarei nemmeno accorto della presenza dei due in camera da letto.

Sebbene a fatica, i coniugi ripresero le loro esplorazioni, ma con una cadenza sempre meno frequente ed entusiasta. In compenso i litigi si moltiplicarono a dismisura. La notte - seguiti da un riposo risentito - e non solo.
Una volta era uscito per buttare la spazzatura e avevo trovato Stefano nel pianerottolo, accucciato accanto alla porta di casa.
Pensavo si fosse chiuso fuori, così mi sono avvicinato per domandargli se avesse bisogno di telefonare ai suoi, o roba del genere.
“No, grazie _ aveva risposto lui in tono serio _ i miei sono in casa” 
“E allora cosa ci fai qui?”_ avevo domandato.
Il ragazzino indicò l’appartamento con un cenno del capo.
“Litigano”_ disse
“Oh”
Sapevo che a quel punto sarei dovuto andare a buttare il mio bel sacco di immondizia, ma non riuscii a schiodarmi da lì. In qualche modo sentivo che erano pure affari miei.
“Sembra che Papà non sia più in grado di tenersi un lavoro”
Lo disse come se stesse parlando da solo.
“Prima che ci trasferissimo qui Papà occupava una posizione di spicco, ma poi ha combinato un guaio e adesso sembra proprio che non sia più in grado di tenersi un lavoro. Mamma è molto in collera. Dovremo cambiare casa un’altra volta”
Quello sì che era il momento opportuno per dare a Stefano una parola di conforto, per dirgli “Vedrai, si sistemerà tutto”, oppure “E’ solo una fase, mamma e papà si vogliono bene”. Invece tirai dritto verso l’ascensore senza salutarlo.
Ero sconvolto. Scagliai il sacco dentro il cassonetto con tutta la forza che avevo in corpo e poi mi accasciai sul bordo del marciapiede, nella stessa posizione in cui avevo trovato Stefano.
Rimasi impassibile, lo sguardo solido sul manifesto di un circo, per niente intimidito dall’idea di farmi sorprendere in quello stato comatoso da uno dei vicini.
Pur non riuscendo a raccogliere i pensieri in file ordinate, sentivo ridefinirsi i contorni della mia vita in una forma vagamente angolare e spigolosa.

Capita spesso di sentirsi ripetere che ognuno è artefice del proprio destino. Tutte frottole, ben inteso. Ma, ponendo per assurdo che ognuno di noi sia effettivamente capace di cambiare il corso della propria esistenza, cosa accade quando il tuo destino è appeso alla sorte di altre persone?
Cosa avrei potuto fare per cambiare la mia situazione? Se mi avessero permesso di riappiccicare la storia dei Fenucci laddove essa si era scollata, mi sarei armato di mastice e in un battibaleno avrei sistemato tutti i nostri guai. Impossibile, certo.
E allora cos’altro avrei potuto fare, se non quello che ho fatto? Certo, ammetto di essere stato brusco nei toni e assai poco delicato nell’approccio, ma il mio è stato l’ultimo, disperato tentativo di mettere in salvo le nostre vite, così come eravamo abituati a riconoscerle. Un modo per dire “Ehi, riavvolgiamo un attimo il nastro. Un secondo fa voi eravate questi, non scordatelo. Torniamo a quando tutto filava liscio e i problemi non sembravano affatto dei problemi”.
E - sì - ho fallito. In fin dei conti, non sono altro che un testimone, io. E i testimoni non sono altro che osservatori. Assistono. Documentano. Nulla più.
Ho sopravvalutato il mio ruolo, quel pomeriggio di dicembre, quando mi imbattei nei Fenucci davanti alla porta dell’ascensore. Non avrei dovuto, non avrei dovuto. Purtroppo è andata così, ormai.
Stavo per richiudere la porta dell’ascensore alle mie spalle ed eccoli entrare, moglie e marito. “Fra moglie e marito non mettere il dito”_ cantilenava spesso mia madre.
Io ci ho messo un avambraccio. E ho spartito con loro l’ascensore da me chiamato. Una cabina grande un decimo della camera da letto dei Fenucci, probabilmente. Io, mamma e papà.
La signora Fenucci era accigliata come mai mi era capitato di incontrarla. Quando li attesi con la porta socchiusa sorrise appena. Biascicò un saluto smorzato. Fenucci non disse niente. Si limitò a schiacciare il bottone del nostro piano.
Lui guardava nell’angolo in alto a destra, fischiettando chissà quale stupido jingle creativo, lei se ne stava con gli occhi piantati per terra, sempre bellissima, ma gelida, distante come una modella che ti sorride dalle vette di un cartellone pubblicitario.
Niente cordialità, niente chiacchiere. Adesso ero diventato il vicino con il quale condividere silenzi imbarazzati per cinque piani di altezza.
Riuscii a trattenermi per due piani, poi sbottai:
“Andiamo! Tutto ciò è assurdo, non vi pare?”
Sottratti ai loro musi lunghi, i due si scossero improvvisamente.
“Mi scusi?”_ chiese lei.
“E’ ridicolo, assurdo…proviamo quantomeno a discuterne con serenità”_ proposi.
Moglie e marito si guardarono di traverso, cercando di non farsi notare.
“Temo di non capire…”_ intervenne Fenucci.
“Ok, ci sono dei problemi. Capita. In un matrimonio capita. Pensavate davvero di continuare a tubare come due piccioncini fino alla fine dei vostri giorni? Fatemi il favore, avete guardato troppi film voialtri. Anche questa storia del trasferimento... _ afferrai un braccio della donna, che sussultò (il marito non sapeva proprio che fare) _ vedrà che suo marito metterà a posto le cose. E’ un tipo in gamba, saprà come provvedere alla sua famiglia, non è vero?”
La signora Fenucci tirò via il braccio con violenza.
“Cerchiamo di venirne a capo con calma, senza isterismi_ continuai_ sono qui per questo, è per questo che mi avete scelto, no? Possiamo anche mettere da parte i convenevoli e parlarne con la massima sincerità”.
La luce del quinto piano si accese. Le porte scattarono e i Fenucci con queste. Si precipitarono verso la porta senza neanche voltarsi o dire “buonasera”.
Fermo dentro l’ascensore riuscii ancora a ripetere: “È ridicolo, ridicolo. Tornate qua. Non fate altro che scappare”_ e la porta del loro appartamento si chiuse con un tonfo.
Infilai la chiave nella toppa e non ricordo molto altro, se non che qualche ora più tardi mi sono sorpreso tristemente adagiato sul divano, alla disperata ricerca di uno spot della Barilla in tv.

I Fenucci, quelli veri, non li ho più incontrati. Hanno traslocato circa due settimane dopo i fatti occorsi nell’ascensore.
Ricordo una domenica mattina freddissima. Ero affacciato alla finestra per vedere la neve, quando i tre Fenucci hanno fatto capolino in strada pieni di scatoloni. Caricavano con movimenti sbrigativi, inciampando nei cumuli di neve e imprecando fra i denti. L’eleganza con la quale si erano appropriati del territorio, diversi mesi prima, era svanita. Pensavano soltanto a completare quella scocciatura di trasloco senza inciampare e rompersi l’osso del collo sul bordo del marciapiede.
Per tutto quel tempo non alzarono mai lo sguardo verso l’alto. Non che mi aspettassi qualcosa di differente.
Montarono in macchina e sparirono dietro l’angolo, alla ricerca di un nuovo lavoro per Fenucci e di un appartamento ancora più piccolo, e poi, chissà, di un bilocale, e dopo ancora di una stanza in subaffitto. Una matrioska di case sempre più modeste e dequalificanti.
“Devi smetterla di pensare a queste sciocchezze”_ ho detto a voce alta.
E così ho fatto. Lì per lì mi sono dedicato alla pulizia del bagno, e nei giorni successivi ho iniziato a collezionare francobolli esteri. Ha funzionato.
Giuro di non aver mai origliato le conversazioni dei nuovi vicini, anche se - devo ammetterlo - i nuovi vicini sono prossimi all’età pensionabile e conducono una vita assai poco eccitante.
Certe volte guardo la televisione e mi tornano in mente, tutto qui. Poi mi sintonizzo sul canale satellitare che trasmette golf ventiquattro ore su ventiquattro e lascio che una pura distesa di verde rassicurante mi avvolga e mi conduca per mano in un placido mondo popolato da quieti esserini con la visiera, un mondo dove le uniche preoccupazioni sono rappresentate dai tipi di mazza, dalla fantasia dei gilet a scacchi, dai par e da tutte le altre, infinite sciocchezze su cui solo uno sport come il golf si  può basare.

 testo Martin Hofer
illustrazioni Sara Flori

venerdì 15 novembre 2013

cuscini


- Mamma, dov’è l’altro libro? Quello con il soldato?

La madre non risponde

- Ehi, Mamma! Dov’è l’altro libro?

La figlia chiude gli occhi, si tira indietro fino a sprofondare nel divano, e infila la testa fra i due grossi, gonfi cuscini. Sempre più giù, sempre più giù, fino a diventare invisibile, fino a non vedere più nulla. Se rimango così abbastanza a lungo, pensa, forse prima o poi sparirò. Devo solo rimanere immobile finché non succede.
Ma lo pensa da quando aveva cinque anni e non ha mai funzionato. Sua madre sicuramente è ancora seduta là, con lo sguardo assorto.

Risponde solo:
- Tanto non lo leggi, non ci sono figure in quello.

Poi:
- Ci sposiamo, io e Paolo. Domani ti porto da papà e rimani con lui.
Non guardarmi in quel modo, non puoi stare con noi. Papà si porta una ragazza ogni tanto, non gli dai nessun fastidio, e di certo non se le sposa. Puoi portarti dietro i tuoi giochi. E di tanto in tanto verrà una donna per occuparsi di te.
- Se non mi avessi sempre trattata come un’idiota adesso non sarei così deficiente. - Dice la figlia fra i cuscini.

L’ha detto sua sorella una volta, mentre litigava con la madre: “Se non l’avessi sempre trattata come un’idiota adesso non sarebbe così deficiente”. Non ha capito quella frase, ma le è piaciuta. Allora ha cominciato a ripeterla: “Se non mi avessi sempre trattata come un’idiota adesso non sarei così deficiente”. Ogni volta che litigano, o che sua madre ce l’ha con lei, ripete la frase.
- Se non mi avessi sempre trattata come un’idiota adesso non sarei così deficiente. - Ripete per l’ultima volta.
- Mi sono occupata di te per trent’anni - dice la madre - Ora semplicemente non ce la faccio più.
- Mi dispiace - aggiunge, ed esce dalla stanza.


testo Margareta Nemo
illustrazione Lucia Mattioli

martedì 12 novembre 2013

una parola desueta

C’è una parola che diverse volte mi ha messo nei guai, patria.
Ricordo un martedì mattina d’inverno a scuola, la nebbia fuori dalla finestra, la Guala con un Meridiani di Leopardi leggeva gli Idilli. Nell’intervallo ero andata in bagno, si fumava seduti sul davanzale, tutto un entusiasmo nella testa.
Tornati in classe la Guala aveva ripreso la lezione. Il martedì le prime tre ore erano di letteratura e dopo due di ginnastica, la giornata migliore della settimana, per me. Quel martedì, contenta com’ero degli Idilli, la terza ora la Guala aveva cominciato a spiegare la canzone civile All’Italia.

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo...


La canzone proseguiva e la Guala andava avanti. Avevo portato gli occhi fuori dalla finestra, i rami scuri degli alberi nella nebbia bianca, la mente chi sa dove.
Ma a parte quella poesia, che non l’avevo neanche letta, l’interrogazione poi era andata benone. In biblioteca avevo preso il Meridiani e l’avevo letto per intero, anche le parti non fatte in classe, avevo preso nove e mezzo.
Poi alla maturità il professore di lettere era esterno. Avevo fatto un buon tema. Mi chiede di cosa voglio parlare, mi lascia la scelta. Leopardi, dico.
Bene, fa lui. Apre l’antologia alla pagina della canzone civile All’Italia. Mi parli della patria per Leopardi, signorina. Non dico scena muta, ma insomma, quasi.

Un’altra volta che si parlava di patria, ricordo, era ancora più indietro, 1988.
Scuola elementare di Vascagliana, quaranta bambini in tutto per una frazione di trecento abitanti in totale. Due aule e un cortile, prima e seconda in una stanza, terza quarta e quinta in un’altra.
Ci avevano portati in gita, due viaggi separati, i piccoli all’Artesina, la fabbrica del gelato, mentre i grandi, terza quarta e quinta, in centro al paese di San Damiano, visita ai monumenti.
Per monumenti a San Damiano si intendono una chiesa e il monumento dei caduti. Nella strada per raggiungerli, sotto i portici, ognuno metteva il naso in una bottega per salutare la mamma panettiera, il nonno ferramenta, la zia verduriera. Personalmente non avevo nessuno da salutare, i miei non lavoravano a San Damiano, però ero entrata con Nadia nella drogheria di sua zia, ci aveva offerto un estatè e una barra di cioccolato.
Arrivati in piazza ci aspettava il bibliotecario che quel giorno sarebbe stato la nostra guida.
Avevamo finito le merende alla svelta, quindi ci eravamo sistemati in fila per due e la maestra si era raccomandata: Orecchie bene aperte, bambini!


Eravamo entrati nella chiesa di San Giuseppe, una chiesa barocca del Settecento. Il bibliotecario raccontava le figure sulla cupola, la storia di San Giuseppe. Il santo che si sposava, andava a dormire e sognava un angelo, dopo faceva un viaggio in Egitto e alla fine moriva.
Praticamente nessuno lo stava a sentire, invece a me piaceva la storia che raccontava, e poi aveva una faccia rotonda, rossa, sembrava un gatto dei cartoni animati.
Solo che poi Giacomo Calorio e Gaspare Tini, in fila dietro di noi, avevano cominciato a bussarci sulla schiena. Loro bussavano e a noi scappava da ridere, così alla fine ci siamo girate a sentire cosa volevano.
Proponevano il cambio della fila, Gaspare Tini voleva tenere la mano di Nadia e Giacomo Calorio la mia.
Ci eravamo consultate, eravamo migliori amiche e sul pullmino per tornare a Vascagliana ci saremmo di nuovo sedute vicine. Così senza farci vedere dalla maestra io ero saltata nella fila dietro e Gaspare Tini in quella davanti.
Dopo la chiesa ci avevano portato dal monumento dei caduti, il bibliotecario continuava a parlare, ogni tanto sentivo qualche parola, specie quelle con la esse, aveva la esse che sibilava. Per esempio avevo sentito che la patria è la vostra casssa, ma ormai la mia testa era tutta nella mano che teneva quella di Giacomo Calorio.
Solo che poi, dopo, quando stavamo tornando a Vascagliana col pullmino, la maestra aveva assegnato il compito, Tema: Che cosa è per noi, bambini degli anni Ottanta, la patria?
Quel pomeriggio avevo pensato tanto. Era un’età in cui tenevo a fare bella figura a scuola, e soprattutto la maestra sapeva vendicarsi con delle punizioni che facevano passare la voglia di ridere. Eppure niente, non sapevo.
Allora per rimediare, per non andare a scuola senza il tema, avevo scritto un foglio protocollo intero sulla storia di San Giuseppe. E per fare ancora meglio, per ogni tappa della vicenda, il matrimonio, il sogno, il viaggio in Egitto e la morte, avevo fatto vicino un disegno.
La mattina dopo in classe tutti i bambini di terza quarta e quinta, venti in tutto, ciascuno aveva letto il proprio tema davanti al bibliotecario che era stato invitato a sentire i nostri componimenti.
Patria, diceva qualcuno, erano le colline rigogliose coi vigneti, un altro l’Italia gloriosa e i suoi valorosi caduti, Nadia aveva detto l’Italia e i suoi tesori dell’arte (sua cugina studiava al liceo artistico e sicuramente c’era la sua impronta), per Gaspare Tini la festa del santo patrono San Bartolomeo ad agosto.
Quando era arrivato il mio turno avevo letto della chiesa di San Giuseppe, la maestra aveva detto che ero andata fuori tema. Avrei saltato l’intervallo per riscrivere il componimento.
Così quando era suonata la campanella tutti erano volati in cortile a giocare a pallone e a mangiare il gelato che l’Artesina, la fabbrica del gelato, aveva offerto in seguito alla gita dei piccoli. E io ero stata un buona mezz’ora, l’intervallo a Vascagliana era molto lungo, a pensare cosa significava la patria per me, bambina degli anni Ottanta.
Avrei saltato la colazione, se non fosse stato per il bibliotecario che era entrato a portarmi una coppetta di gelato. Gusti limone e pistacchio. Il pistacchio non mi piaceva ma l’avevo mangiato lo stesso per non che si squagliasse, combinasse qualche pasticcio e la maestra si infuriasse ancora di più.
 

Comunque anche dopo la colazione non mi era venuto in mente cosa scrivere. Neanche a sentire i temi dei miei compagni non mi ero chiarita le idee.
Per la maestra il tema migliore era stato quello in cui Vittorio Valsania diceva che la patria era la sua terra, dove erano nate tante persone importanti come per esempio Gianni Agnelli e Pietro Ferrero.
Ma a me non veniva in mente niente. Pensavo a cosa avevo sentito il giorno prima vicino al monumento dei caduti mentre tenevo la mano di Giacomo Calorio, la patria è la casssa. Niente. Casa mia era la cascina dove stavo coi miei nonni e mia zia, i cani, i conigli. Era la patria?
Eppure non volevo rischiare un’ulteriore punizione. Magari fermarmi a scuola anche al pomeriggio come ogni tanto toccava a Bruno Cotto o a Gaspare Tini.
Così avevo cercato di prendere spunto dal tema di Vittorio Valsania, senza essere troppo esplicita, non volevo che fosse chiaro che stavo copiando una sua idea.
E insomma avevo scritto il mio tema per cui la mia idea di patria era la mia terra dove c’erano tante cose importanti come per esempio la Fiat Panda (automobile che effettivamente guidava mio nonno in quegli anni) e la nutella.
Mi era sembrata una buona strategia, la Panda ad Agnelli come la nutella a Ferrero.
Dopo la ricreazione avevo letto il mio tema col terrore addosso che la maestra si accorgesse che avevo copiato l’idea di Vittorio Valsania.
Invece non se ne era accorta, però ancora peggio. Si era infuriata. Gonfiava le narici e soffiava come un cinghiale, aveva cominciato a urlare che non era possibile che per me, bambina degli anni Ottanta, la patria fosse la nutella. Facevo svergognare lei e la scuola intera davanti al bibliotecario che ci aveva fatto l’onore di parlarci della patria e renderci visita.
Insomma stavo già per prepararmi a una bella punizione quando per fortuna il bibliotecario era intervenuto a prendere le mie difese. In fondo un po’ era vero, la nutella era un prodotto conosciuto in tutto il mondo, aveva detto, qualcosa di vero c’era, nel mio tema.
E allora grazie al gatto rosso la maestra aveva lasciato perdere, ma insomma, da quella volta, fino ancora agli anni di università, ogni volta che tornava l’occasione di parlare della patria per me c’erano dei guai.
E oltretutto se effettivamente col tempo ne avevo compreso il significato letterale, il concetto continuava a restare vuoto.
E poi nel 2007 avevo finito di studiare. L’anno dopo, il 2008, è cominciata la grande recessione che i giornali, la televisione, internet e tutti hanno preso a chiamare crisi.
I primi tempi ho cercato di fare il lavoro per cui avevo studiato. Poi ho abbandonato l’idea ed è cominciato il periodo in cui rispondevo a ogni annuncio di lavoro senza ricevere a mia volta risposta.
Dal 2009 al 2011 ho scritto tesi di laurea su commissione per un centro di formazione che offriva questi servizi agli studenti fuori corso.
L’ultima tesi su cui avevo lavorato era per una triennale. Combinazione si intitolava: Benedetto Croce, Una parola desueta: l’amor di patria.
In quel periodo stavamo dando il bianco in cascina e per stare tranquilla andavo in biblioteca. Il bibliotecario era ancora sempre il gatto rosso che avevo conosciuto alle elementari, vent’anni prima.
Stava in biblioteca insieme alla madre che si metteva vicino alla finestra e lavorava a maglia mentre lui faceva il sudoku, parlavano mai.
Il tempo che io avevo scritto la tesi, una decina di giorni, lei aveva finito un maglione, rosso corallo di lana grossa. E il giorno stesso che l’aveva finito il bibliotecario l’aveva infilato.
Chioma, barba, lentiggini e maglione, tutto rosso. La madre invece era tutta bianca, anche la barba, anche se donna aveva la barba.
A ogni modo si stava bene in biblioteca, non c’era mai nessuno, giusto qualche bambino che entrava per usare il computer. Se non altro meglio della cascina, dove ogni momento qualcuno entrava in stanza per chiedere qualcosa.
Ma quella è stata l’ultima tesi perché poi il centro di formazione non mi ha rinnovato il contratto. Sarà una combinazione, ma anche lì si parlava di patria. Comunque.
Ho fatto il giro delle scuole, delle redazioni dei giornali, delle case editrici, poi delle biblioteche, le librerie, via via i negozi di quaderni, poi di cartelle, alla fine presentavo la mia domanda di lavoro a supermercati e ristoranti.
Fin che nel frattempo è arrivato il 2012 e ho lasciato l’Italia, sono diventata un’emigrata. O un’immigrata, a seconda.
Da casa mia, nella campagna piemontese, con la macchina carica di borse, scatole e la bicicletta legata sopra il tetto ho raggiunto la Liguria, percorso la riviera, costeggiato la Costa Azzurra, e mi sono fermata nella prima città abbastanza grande che ho incontrato, Marsiglia.
Probabilmente il fatto di essermi trasferita comodamente in macchina, con tutte le mie cose, anche le più inutili come la coperta di lana e la fisarmonica che suono ogni mille anni. Oppure la semplicità nelle comunicazioni, o anche il fatto di avere trovato alla svelta un lavoro per cui le giornate passano rapide. E che Marsiglia è una città con trecento giorni di sole l’anno, il cielo celeste e il mare altrettanto celeste, dove si può fare il bagno buttandosi dagli scogli e incontrare molti pesci che ti vengono vicino.
E poi anche che ogni due, tre mesi torno in cascina e quando riparto per Marsiglia ho il cofano carico di marmellate, grappe e conserve che fa mia nonna.
Insomma, per una serie di ragioni non ho mai avuto l’impressione di essere emigrata, o immigrata, a seconda.
Gli emigrati partivano sulle navi con centolire nelle tasche, nella mia idea. E la domenica sera non stavano su skype con Nadia per commentare i risultati del Toro e della Juve. La sola cosa su cui non siamo mai state d’accordo.
E tutto questo per dire che nonostante nei giornali si faccia gran parlare di flussi migratori e cervelli in fuga, magari anche per una mancanza di acume da parte mia, ma mai ho avuto l’impressione di far parte di quelle migrazioni e fughe.
Però poi ieri ricevo una telefonata da mia zia.
Si parla del più e del meno. Mi racconta che sono andati a raccogliere le castagne e ora stanno accendendo la stufa. Si sono radunati per festeggiare il compleanno di mia cugina, è diventata maggiorenne. Mio cugino, al primo anno di alberghiera, sta preparando le tagliatelle, mia nonna cuce sul divano. Il cane Tobia ha ammazzato un altro gatto che è entrato in cortile e gli è andato vicino per giocare, Tobia gli ha morsicato via la testa.
E poi sento mio cugino dire che le tagliatelle sono pronte e mentre ci stiamo salutando mia zia si ricorda di informarmi di una lettera del comune.
Veloce legge il contenuto, parlano di residenza, sono desolati, ma non risulta, mi sollecitano a chiamare il prima possibile per risolvere la situazione, il referente della questione il signor Camillo Camisola.
Le chiedo se lo conosce, mia zia conosce praticamente tutti in paese.
Il nome le dice qualcosa, ma non le sembra.
E quindi sta mattina prendo il telefono e cerco di chiamare il comune di San Damiano. Dico cerco, perché prima che rispondano passa circa una mezz’ora.
Poi risponde una donna con la voce trafelata, molto gentile, si scusa, dice che da sotto sentiva il telefono ma oggi è giornata di mercato e allora...
Il collegamento con la giornata di mercato non è chiaro ma insomma espongo la mia questione, spiego della lettera e nomino il referente Camillo Camisola.
La Voce si scusa ma ribadisce, è giorno di mercato e lui non può venire al telefono. Poi al pomeriggio c’è l’inventario quindi si passa a domani, ma domani è martedì,  giorno di riposo, posso richiamare mercoledì, tra le dieci  e le undici.
Faccio presente che la lettera aveva un tono di grande urgenza e che mercoledì tra le dieci e le undici sarò al lavoro. Al che la Voce, sempre molto gentile, mi domanda nome, cognome e telefono per segnarsi un appunto e vedere cosa si può fare.
Mi presento, nome cognome e telefono.
A ma è lei, dov’era finita? Sono due mesi che Camisola la cerca. Aspetti un momento che vado a dirglielo.
Cerco di fermarla, la chiamata è internazionale.
Ma lei è già sparita. Partono le Quattro stagioni di Vivaldi. Guardo l’orologio digitale sul forno, 10.45.
Lo immagino talmente bene il lunedì mattina a San Damiano, gli uomini radunati al bar Piemonte che parlano di umidità, mini lepri, lumache e moschini che rovinano i raccolti. Sotto i portici i banchi dei vestiti. Estati intere con Nadia, ogni lunedì mattina avanti indietro per il mercato. Si comprava il Cioè, un bracciale di gomma, un tatuaggio cancellabile, poi il primo reggiseno e il mascara blu.
A mezzogiorno meno un quarto puntualissime al monumento dei caduti. Appuntamento con mio nonno che passava a prendere la Stampa e ci portava a casa, salivamo tutte e due dietro per sfogliare il Cioè senza che lui vedesse dentro.
Intanto sono le 10.51 e le Quattro stagioni riprendono dall’inizio. Se tra un minuto non risponde metto giù.
Mi viene in mente quel lunedì che Nadia era a Alassio e Giacomo Calorio mi aveva chiesto se facevamo un giro ai giardini, ci eravamo seduti sulle altalene e mi aveva domandato chi mi piaceva di più nella classe.  Non gliel’avrei mai detto che era lui che mi piaceva di più nella classe e anche di più in assoluto. Avevo risposto che non c’era nessuno che mi piaceva.
E avevamo cominciato a giocare con l’acqua della fontana fino a essere bagnati anche sulla testa e non avevo capito più niente fino quando la campana di San Giuseppe aveva preso a suonare mezzogiorno.
Allora ci eravamo messi a correre per raggiungere la piazza ma mio nonno davanti al giornalaio non c’era. Ero andata al bar Piemonte, avanti e indietro per tutto il paese ma non c’era, avevo cercato la Panda nera nel parcheggio, non c’era.
Alla fine mi aveva portata a casa la zia di Nadia, all’una, dopo aver chiuso il negozio.
Quando ero arrivata a casa, ancora bagnata, mio nonno aveva lasciato la tazzina con mezzo caffè sul tavolo e era andato dritto in camera. Non aveva nemmeno aperto la Stampa, era ancora chiusa in quattro sul davanzale del telefono.
Signorina? Pronto. Pronto.
Eccola! Rispondo forte ma la Voce non sente.
Signorina? Pronto. Pronto.
Sono le 10.58, se adesso stacca non richiamo più.
Invece per fortuna mi sente e riprendiamo la comunicazione.
E’ molto fortunata. Dice. Sono riuscita a trovare Camisola, adesso non può ma oggi pomeriggio viene in Comune apposta per lei.
Dice di chiamarlo tra le 15.00 e le 15.15, non più tardi che dopo fa l’inventario. Ribadisce, sono proprio fortunata, viene apposta per me.
Inutile il tentativo di spiegarle che a quell’ora ho una lezione e non posso chiamare.
Niente, disdico la mia lezione che non verrà conteggiata nello stipendio mensile, pazienza. Comincio a essere parecchio curiosa. Va bene che a San Damiano siamo duemila anime, ma che perfino la Voce del Comune sappia di questa lettera mi mette in allerta.
Intanto però approfitto di questa giornata in cui comincerò con due ore di ritardo per andare a fare le spese e già che ci sono, un po’ esaltata dalla notorietà del mio nome e del mio caso in Comune, mi lascio andare e prendo duecento grammi di gamberi.
Poi alle 15 puntuale mi metto al telefono e comincio a aspettare.
Il telefono suona, suona.
Alle 15.10 comincio a pensare che sarei dovuta andare a scuola invece di dar retta alla Voce.
Ma alla fine risponde. Risponde praticamente rivolgendosi a me, come se fosse certa di trovarmi dall’altra parte del telefono, e mi passa Camillo Camisola che, ribadisce, è venuto apposta.
Comincio a essere stranita da tante attenzioni. Non so se temere o essere contenta.
Ma ho presto la sensazione di dovermi invece preoccupare. Camillo Camisola è meno gentile della Voce.
Dove ero finita, il telefono mi dice irraggiungibile. Sono due mesi che cerca di contattarmi e non c’è verso. A casa irreperibile. Sparita, dice.
Mi pare di riconoscere la sua parlata, forse una maniera che somiglia a tanti. E che non trovo così piacevole, anche mio cugino sta cominciando a parlare in quel modo, un accento troppo forte.
Camisola dice che ho causato ritardi, che non possono stare tutti ad aspettare me. Tutti chi? tento di ribattere, ma Camisola continua a inveire.
Quindi comincia con una serie di domande precise: nome, cognome, data di nascita. Ma se perfino la Voce mi ha riconosciuta, perché riprende dal principio con le generalità?
Eppure Camillo Camisola incalza, stato civile, titolo di studi, professione. Cerco di tirarmi fuori dall’inquisizione chiedendo a mia volta di cosa si tratta, la ragione della conversazione, ma lui non dà tregua.
Professione? torna a domandare.
Insegnante.
Non corrisponde, dice.
In che senso?
Qui risulta redattore tesi di laurea.
E’ quello che facevo prima. Ma dov’è che risulta?
Sul formulario. Pieno di inesattezze.
Non so di cosa stia parlando, di quale formulario. Eppure quando torno a chiedere riparte l’investigazione.
Insegnante, dove?
Al liceo.
Quale?
Comincio a innervosirmi. Dico che non posso perdere altro tempo e saluto.
Guardi che rischia grosso.
Cosa intende, rischio grosso?
Che se continua a fare la misteriosa il premio lo diamo a qualcun altro.
Premio? Quale premio? Mi passa la voglia di staccare. Ora voglio sapere quale premio.
Camillo Camisola diventa matto e comincia a parlare con qualcuno accanto a lui, probabilmente la Voce gentile.
Esclusa dalla loro conversazione i minuti passano e il costo della chiamata diventa importante. Ma almeno ricostruisco la faccenda.
Più di un anno prima, quando scrivevo la tesi su Benedetto Croce, avevo trovato il bando per un concorso di racconti inediti, 39° Premio Letterario Fenoglio.
Titolo: la tua patria, la tua casa.
Avevo partecipato attirata dal premio, mille euro per il vincitore. 
 

Nel mio testo avevo raccontato quella storia delle scuole elementari, di quella volta che dovevamo parlare della patria e avevo scritto della Panda e della nutella.
Praticamente avevo raccontato com’erano andate le cose, se non che in quel periodo avevo sotto gli occhi il bibliotecario col maglione rosso corallo e sua madre con la barba bianca, e nello scrivere mi ero fatta prendere la mano.
Nel racconto il bibliotecario era diventato un personaggio di primissimo piano, un gatto rosso antropomorfo, con la forfora e l’alito cattivo. Una specie di satiro che alla fine del testo portava una fascia da sindaco con su scritto Re dei gatti. Ecco, lui passava per il paese urlando dentro a un megafono La patriaaaaa, inseguito da una figura con la testa di vecchia e il corpo di capra che gli faceva eco La cassssssaaaaa.
Una serie di scemenze che non avevano nemmeno una relazione con la trama, c’era un minimo di battute da rispettare, ma erano venute fuori bene.
E niente. Non ci pensavo nemmeno più. Avevo mandato il racconto un anno prima, un periodo in cui partecipavo a concorsi di vario genere. Mi ero fatta l’idea che se non trovavo un lavoro sensato potevo per lo meno cercare degli aiuti. E effettivamente non era stata una cattiva idea. Avevo vinto una caffettiera a un’estrazione del Caffè Vergnano, una macchina per fare il pane raccogliendo i bollini della Crai e un buono di libri a un concorso di fiabe per bambini.
Ma questa volta sembra proprio che abbia vinto un premio sostanzioso. Qualcosa che valga la pena aver impiegato una decina di ore a scrivere al computer invece di, per esempio, andare in piscina o a raccogliere i funghi. Meraviglioso.
Prima cosa: mi compero un bel cappotto spigato che sono già due anni che voglio sostituire quello nero sciancrato che invece adesso si portano larghi. Seconda, un telefono portatile che faccia le fotografie, terzo, cambio gli occhiali che mi si è abbassata la vista, quarto vado da Patacrêpe e prendo quella con Grand Marnier e gelato.
Per non parlare della soddisfazione di tornare a casa e ritirare il premio in piazza del municipio, davanti al monumento dei caduti, con tutti che mi conoscono e battono le mani.
Insomma penso a tutte queste cose mentre Camillo Camisola continua a blaterare infuriato. Do uno sguardo all’orologio sul forno, sono quindici minuti di chiamata internazionale e a questo punto carica dall’entusiasmo della vittoria lo interrompo per domandare se il biglietto del treno me lo rimborsano.
In fondo è normale, se uno si deve spostare è normale chiedere il rimborso. Mica possono premiare il vincitore se il vincitore sta a cinquecento chilometri. Soprattutto col fatto che il treno con tre cambi, Nizza, Ventimiglia e Genova, andata e ritorno, costa praticamente un quarto del premio.
Già penso a mio cugino che mi prepara le tagliatelle e mia cugina che mi porta a fare un giro con la macchina nuova e mia nonna che mi faccio attaccare il bottone al golf bordeaux. E magari mando anche un messaggio a Giacomo Calorio se per caso è da quelle parti e vuole bere una birra.
Dopo le scuole non ci siamo praticamente più visti per degli anni. Poi prima che partissi ci siamo di nuovo ritrovati e passato delle sere che delle volte quando di notte faccio dei sogni le sogno ancora. E anche se poi abbiamo perfino litigato, per via che in effetti non ci siamo intrigati quanto avremmo voluto, perché di nuovo ho fatto come quella volta sulle altalene, che ho negato quanto mi piaceva stare insieme con lui, la preziosa insomma, a ogni modo, adesso ho cambiato idea e quando torno gli mando un messaggio se beviamo un bicchiere.
E mentre sto pensando che un po’ mi fa emozione l’idea di vederlo dopo un anno che perfino dai contatti skype mi ha eliminata, alla mia domanda del rimborso Camillo Camisola risponde con un’altra domanda.
Indirizzo di residenza?
Vascagliana 112 bis, Dan Damiano d’Asti.
Ma allora perché parli di rimborsi?
È passato a darmi del tu, un buon segno, credo, si sta addolcendo.
E così gli spiego che sono a Marsiglia e che tra l’altro tutte queste telefonate internazionali avranno anche un bel costo, ma non è grave, sono felice di avere vinto questo concorso eccetera.
Lui però interrompe. Come faccio a sapere di avere vinto?
L’ha detto poco fa alla persona con cui stava parlando.
Fermi tutti. Dice. Qui c’è un’infrazione del regolamento.
Come sarebbe, un fuori gioco nel concorso? Se ha detto che ho vinto, quale infrazione?
Non ci siamo. Bisogna rivedere tutto, in ogni caso tu sei fuori.
È matto. Come sarebbe che sono fuori se un momento prima avevo già vinto un bel cappotto, il telefono, gli occhiali, la crêpe e la serata con Giacomo Calorio? Mi appello.
Si può fare ricorso? Faccio ricorso. Ho vinto il premio. Mio cugino mi sta già preparando le tagliatelle, mia zia sta già cambiando le lenzuola. Niente da fare. Ormai ho vinto.
E invece Camillo Camisola tira fuori una voce tutta sibilante e dice perentorio che il concorso è riservato ai cittadini italiani. 
 
  
E quindi? Io sono cinese? Cosa dice?
Non conta. Tu sei un’espatriata.
Cosa cambia?
Cambia. La fantasia galoppa e la realtà si distorce. Dice.
E niente. Da lì in avanti non c’è più verso di ragionare con questo Camillo Camisola che a quanto pare non vedeva l’ora di togliermi il premio dalle mani.
La telefonata va per le lunghe e se non comincio a pedalare rischio anche di presentarmi in ritardo a scuola.
Saluto e provo a risolvere la questione direttamente con gli organizzatori del concorso.
Tutto il giorno mi rimane in testa questo premio che ormai ce l’avevo nelle mani e adesso vogliono portarmelo via con la scusa che sono espatriata.
E allora la sera torno a casa e apro internet, entro nel sito del Comune e comincio a leggere la sezione del premio. Leggo tutto il regolamento, da nessuna parte c’è scritta la storia dell’espatrio. Tanto più che il tema del concorso è proprio la patria. E’ un valore aggiunto stare fuori, no? Uno sguardo esterno. Cosa c’entra distorcere?
Oltretutto in giuria ci sono due scrittori piemontesi che mi piacciono e se hanno scelto il mio racconto mi fa anche piacere. Ma poi soprattutto il cappotto, il telefono, gli occhiali e la cena fuori.
Vado nella pagina dei contatti per cercare di inviare un reclamo.
Sono indecisa se scrivere alla direzione o all’organizzazione. Nel dubbio scrivo a entrambi.
Compilo una bella mail dove espongo la questione e poi aggiungo una serie di affermazioni per convincerli del mio amor di patria.
Che la crisi economica mi ha costretta a allontanarmi, ma che nella nuova città francese non mi trovo gran che bene. Ne ho abbastanza del mare e mi mancano le colline, ne ho abbastanza del sole e mi manca la nebbia, ne ho abbastanza della gente che ti parla senza averti visto prima e mi mancano i miei cari. La famiglia innanzitutto, ma anche gli amici e i compaesani, e poi ne ho abbastanza del pastis e mi manca la barbera. Insomma, tutta una mail per raccontare che nella mia mente solo ricordi positivi ho di San Damiano, solo amore per la mia terra e i suoi abitanti. Mi spingo oltre, cito anche Leopardi, O patria mia…
Avrò fatto un bell’effetto penso, come fanno a eliminare qualcuno che tanto si sente legato al suo paese, alla sua casa? Sì, un’espatriata sono, ma con nostalgia, merito di vincere.

Non passano cinque minuti che ricevo la risposta.

Gentilissima Franco Carlevero,
nonostante il parere favorevole di alcuni giurati sostenitori del suo racconto, l’organizzazione contesta l’assegnazione del premio a un cittadino espatriato, insolente e dalla fantasia mendace.
Un cordiale saluto,

Camillo Camisola, segretario del premio Fenoglio
nonché il bibliotecario.


venerdì 8 novembre 2013

tardi

   
Il tornare a casa la sera nella mia adolescenza si divide in due parti: tornare e  trovare mia madre che fuma, tornare e trovare mio padre in mutande davanti alla porta del bagno.
Mia madre fumava lunghe sigarette notturne in cucina, la finestra aperta, la porta chiusa per non disturbare mio padre che dormiva da ore. Ergeva contro il sonno una lunga catena di MS mild dure sapor di catrame, e la pacata assenza di collo di Maurizio Costanzo. Sosteneva che dopo aver fatto i piatti e pulito la cucina gli passava la voglia di andarsene a letto; ma io conosco, perché l’ho ereditata, quella sua strana riluttanza ad arrendersi al sonno, quell’inquietudine di pensieri notturni su scelte prese e bilanci di vita.
Io ero, nel frattempo, su un muretto poco lontano, a fare l’imbecille o a bere con Albano ed altri. Casa mia era al terzo piano, così, quando la compagnia si scioglieva e mi incamminavo verso casa,  quando alzavo gli occhi la luce della cucina era ancora immancabilmente accesa. Era un po’ un faro minimo, una luce  accesa non tanto dall’ENEL quanto dalla cocciutaggine di mia madre, e dal suo rosario di sigarette.
Rientrando, aprivo piano la porta della cucina. Maurizio Costanzo sussurrava, per non disturbare mio padre.  Mi fermavo spesso un po’, a parlare con lei, e se avevo un rospo grosso lo tiravo fuori; allora, i miei pensieri inquieti danzavano con i suoi sulla tovaglia ancora da sgrullare, e la pubblicità dei detersivi illuminava i nostri angoli più oscuri.
Alle volte convincevo Albano a salire un attimo; in quei casi la condivisione con mia madre era rimandata, e lei per qualche ora era una loquace padrona di casa, e serviva ancora un bicchiere d’amaro in piccoli bicchieri.
E poi, stupidamente, continuai a crescere, ed a fare sempre più tardi. E così una sera tornando a casa, alzai gli occhi, e la finestra della cucina era nera.
Provai un senso di trionfo che non mi abbandonò per mesi. Stavo facendo così tardi che persino mia madre era a letto!
Quasi ebbro, continuai a tornare sempre più tardi.
“A che ora sei rientrato, ieri?” mi chiedeva mia madre il giorno dopo.
“Due, due e mezza.”
“Ma se sono andata a letto alle tre?”
“E allora alle tre, tre ed un quarto” rispondevo, palesemente bugiardo e sorridente.
Naturalmente, volli strafare. Mi imposi la regola di rincasare un’ora dopo qualsiasi orario mi avessero dato. Se mi dicevano di tornare alle tre, tornavo alle quattro. Se il limite massimo erano le quattro, non mi facevo vedere prima delle cinque. Non era difficile: spesso con Albano il tornare a casa si diluiva, e dopo avermi riaccompagnato a casa io riaccompagnavo lui perche bisognava finire il discorso o smaltire una sbornia, e poi lui riaccompagnava me ed io lui, e così via. Questo inaugurò la seconda fase della mia adolescenza, quella di mio padre.
Nella mia vita ho perso innumerevoli mazzi di chiavi; per questo, casa nostra aveva due serrature. Tempo che le aprivo entrambe mio padre era già sveglio e in piedi; mia madre, andando a letto, gli aveva comunicato il mio mancato rientro, e così pur russando come un orso raffreddato, vegliava a metà. In un modo o nell’altro, casa mia mi aspettava.
Quando finivo di aprire la seconda serratura, la scena che mi trovavo davanti era sempre la stessa: mio padre in piedi davanti alla porta del bagno, una mano già sulla maniglia, gli occhi resi piccoli piccoli dal sonno e da una miopia enorme; in testa una fascetta “Sergio Tacchini” contro la sinusite, addosso canottiera a coste e slippino. Per quanto ridicola la mise, era pur sempre mio padre quello che minaccioso mi puntava un dito contro.

“Comunque tu” decretava categorico “non esci più”.
Dopodiché si infilava in bagno: appena sveglio doveva sempre fare pipì.
Il decreto perdeva evidentemente vigore con rapidità, perche il giorno dopo uscivo, facevo tardi di nuovo e doveva essere riemanato, sempre davanti alla porta del bagno e sempre in fascetta e mutande.
Adesso i miei genitori non vivono più lì, al terzo piano, ed io non vivo neanche più a Bassano. Adesso sono grande, lavoro a Milano, e condivido la casa con due coinquilini il cui sonno non è minimamente turbato dal mio essere rientrato o meno.
Però qualche volta torno al paese, naturalmente. E qualche volta passo nei pressi della mia vecchia casa, la sera, e se le sorelle russe che ci vivono ora sono in cucina, la finestra è illuminata; ma anche da lontano si vede che le tende non sono le stesse, che in televisione non c’è più Maurizio Costanzo, e che ciò che era il mio faro non può esserlo più. 

testo Stefano Pellegrini
illustrazione Luca Lenci