domenica 22 dicembre 2013

Lagna di NATALE

li FILMI INVEDIBILI presenta



Titolo: Lagna di Natale
Regista: …dai creatori di Jack Frost…
Durata: ‘121
Genere: Mediaset il 25 di dicembre
Produzione: Stati Uniti
Cast: il sosia ufficiale di Micheal Keaton, i due bambini che fanno tutti i film di Natale, un nano qualsiasi
Casa di produzione: St. Klaus Production

Sinossi e nota critica: Dai creatori di Jack Frost (per chi se lo fosse perso: il film in cui Micheal Keaton muore male e si reincarna in un pupazzo di neve fatto al computer) ecco l’ennesima –perdibilissima- pellicola di Natale.
Un padre di due gemellini biondi scivola sul ghiaccio e batte la testa sulla soglia di casa, aprendosi fatalmente il cranio. A porre rimedio alla tragedia familiare ci pensa Babbo Natale, che trasforma il protagonista nel vischio appeso sopra la porta di casa.
Una volta rivelato il segreto ai figli, cominciano le smancerie, i sentimenti da quattro soldi e un buonismo tipicamente natalizio che ti fa venire voglia di imbracciare un mitra e fare fuoco sul primo cretino vestito da Babbo Natale che incontri per strada.
Poi i bambini acquisiscono fiducia in loro stessi, elaborano il lutto, Natale finisce, e il padre-vischio può appassire in pace, tornando ad arrostire in qualche anticamera dell’inferno fino alle prossime festività. Insomma, nulla di nuovo, nulla di interessante.
Stavolta, però, niente Micheal Keaton. Non che gli sceneggiatori non ci abbiano provato, è solo che si sono sentiti rispondere: “Jack Frost? Un sequel? Ma lo sapete chi sono io? IO SONO BATMAAAN”

Voto: 3

testo: Martin Hofer
cover: frattozerø

lunedì 16 dicembre 2013

Quasi Smeraldo


“…e poi prendi questo dal cassetto e filtri la spremuta. Alberto beve l’aranciata solo se non ci sono i pezzi dentro”.
La Signora Renga mimò il gesto di versare una spremuta immaginaria dentro un imbuto sopra cui era poggiato il colino dei Puffi.
A Caterina vennero in mente quei film di fantascienza dove scienziati spettinati versano strane pozioni dentro ampolle e alambicchi, e per un attimo si immaginò che dal bicchiere uscisse un fumo denso e rosato.

“Ti dirà sicuramente che a lui la frutta non piace e che noi gli permettiamo di non mangiarla, ma tu non dargli retta. Se fa storie lo puoi minacciare: o beve l’aranciata, oppure niente dolce. Versa al massimo un cucchiaio di zucchero, non di più. Adesso ti faccio vedere dove teniamo il dolce…”
Caterina continuava a fare sissi meccanicamente, sforzandosi di dare un’aria espressiva ai suoi grandi occhi smeraldo. In realtà non era sicura di avere grandi occhi, e certamente non erano smeraldo. Qualche giorno prima era stata al cinema con le sue amiche, per vedere un film d’amore dove due adolescenti americani passavano gran parte del loro tempo a guardarsi e a descriversi vicendevolmente.
Nella scena clou - quella in cui il ragazzo e la ragazza si ritrovavano di notte nella palestra della scuola e, per la prima e ultima volta in tutto il film, si baciavano - il protagonista maschile aveva detto: “Ti amo Gwen. Non faccio altro che pensare a te,  istante dopo istante. E so che per te è lo stesso. Me lo sussurrano questi grandi occhi smeraldo, ogni volta che mi guardano.”
Così, appena Caterina era tornata a casa, era corsa in bagno e si era piantata di fronte allo specchio per mezz’ora buona, in cerca dei suoi grandi occhi smeraldo. Servendosi delle dita aveva allargato le palpebre. Aveva stabilito che, se proprio non si poteva parlare di grandi occhi, poco ci mancava.
Era indubbiamente più problematico definire smeraldo le sue iridi castane, ma Caterina aveva liquidato la questione autocertificandole come “marroni-verdi-quasi-smeraldo”.

“Terzo ripiano, dietro le verdure. Mi raccomando, quando hai finito rimettilo dove lo hai trovato, altrimenti Alberto si arrampica e lo finisce”.
Caterina annuì.
“Ecco. Ti faccio un segno. La fetta deve essere di questa grandezza. Mi raccomando, altrimenti Alberto si ingozza e si sente male”.
La Signora Renga uscì dalla stanza senza dire niente. Caterina esitò un istante e poi la seguì nel corridoio. Sulle pareti erano appesi quadri molto grandi –perlopiù paesaggi di campagna- e delle pagine incorniciate, scritte troppo fitte per capirci qualcosa.
“Sono riproduzioni di stampe del ‘500_ disse la Signora Renga, una volta accortasi dell’attenzione della ragazzina_ le ho prese…”
Si interruppe, come se si fosse resa conto di parlare da sola.
Salirono le scale in silenzio. La Signora Renga spalancò la porta del bagno di sopra e fece affacciare Caterina per illustrarle dov’erano spazzolini, asciugamani e carta igienica di riserva. Dedicò molto tempo alla spiegazione di come pulire Alberto, nell’eventualità che gli fosse scappata la cacca. Caterina annuì stancamente, poi le due proseguirono oltre.
La stanza di Alberto era grande pressappoco il doppio della stanza dove dormivano Caterina e sua sorella.
Non si era mai immaginata che un bambino di sette anni potesse dormire in un letto matrimoniale. Mentre la Signora Renga estraeva dai cassetti il pigiama e tutto l’occorrente per la notte, Caterina ispezionò le cataste di giocattoli sparpagliate per la stanza: un elicottero, un camion dei pompieri, la caserma dei pompieri, soldatini privi di arti, robot, una casa dei fantasmi, due fucili ad aria compressa.
“Alberto deve essere a letto entro le dieci. Mi raccomando, altrimenti domani mattina non si sveglia e fa le bizze tutto il giorno”.
“Ha-ha, non si preoccupi”_ rispose Caterina.
La Signora Renga scrutò accigliata il quadrante dell’orologio.
“Santo cielo, è tardissimo. Il mio compagno starà già aspettando fuori”.
Caterina aveva sentito utilizzare quella parola per la prima volta circa un anno prima, quando sua mamma si era messa con Fausto, che poi era lo stesso che le aveva procurato quel lavoretto come baby sitter..
Sulle prime non aveva inteso la differenza fra “compagno” e “fidanzato”. Poi aveva realizzato che un “compagno” è colui che sta con tua mamma, ma a Natale non è tenuto a farti i regali.
Caterina accompagnò la Signora Renga per il corridoio, assecondandone il passo svelto.
“Il mio numero ce l’hai, per qualsiasi cosa…”_ disse la Signora Renga da dietro le spalle.
“Si, signora”
“Se hai fame puoi farti un panino”
La Signora aprì la porta d’ingresso. Oltre il cancello un’auto sportiva attendeva con i fari accesi.
“Mi raccomando”_ ripetè la Signora Renga con tono vagamente esasperato.
“Non si preoccupi signora. L’ho fatto un milione di volte con mia sorella”
Caterina rimase sulla soglia a osservare la Signora Renga che zompettava sui tacchi fino al cancello, poi richiuse la porta. Si voltò e fece un piccolo sobbalzo alla vista di Alberto, ritto dietro di lei con le braccia stese lungo i fianchi.
Lo aveva intravisto di sfuggita appena entrata in casa. Il bambino teneva per mano la mamma e studiava la sua nuova babysitter dal sotto in su. Aveva continuato a squadrarla per qualche minuto, poi aveva fatto una strana smorfia e si era dileguato.
Caterina si spostò in salotto e accese il televisore trentadue pollici. L’apparecchio emetteva un sibilo acuto, senza decidersi a far altro. Premette alcuni tasti a caso.
“Ma che faiii! Non si fa così!”_ commentò Alberto.
“Ah si? Spiegamelo tu, allora, che sei tanto bravo”
Alberto le si avvicinò, prese il telecomando e premendo un tasto restituì audio e immagini al televisore.
“Mh. Grazie”
Caterina si stese sul divano, stando ben attenta a occuparne tutta la lunghezza. Appoggiò i piedi sulla poltrona alla sua destra. Non tolse le scarpe.
In tivvù davano una serie comica, di quelle con le risate finte in sottofondo. Caterina aveva già visto quell’episodio.
“Che facciamo?”_ chiese da dietro Alberto.
“Guardiamo la tivvù”
“Mmm…non mi va”_ rispose distratto il bambino, percorrendo col dito la superficie della parete.
“Allora gioca”_ sbadigliò Caterina
“Sei la mia babysitter. Devi giocare con me. Sei pagata”
Caterina sbuffò forte. Si tirò su a sedere, lanciando il telecomando da una parte. Voltò la testa e fissò il ragazzino con lo sguardo più truce che riuscì a sfoderare.
“Ok Sapientino. A cosa vorresti giocare?”
“Non so. Mica mi pagano”_ rispose lui, guardando da un’altra parte. Adesso sembrava quasi seccato dalla prospettiva di avere a che fare con la babysitter.
Caterina si avvicinò al bambino. Era uno di quei mocciosi paffutelli dall’aria graziosa e infida, che da adolescenti buttano giù la ciccia (divenuta a quel punto non più tanto carina) per rimpiazzarla con un fisico ben strutturato, probabilmente dovuto alla scoperta di qualche sport minore (scherma, hockey su prato, canottaggio) nel quale si scoprono eccellenti.
 “Magari…ti andrebbe di giocare…a nascondino…”


Alberto non reagì. Almeno apparentemente, si limitò a scuotere leggermente le spalle. Ma Caterina riuscì lo stesso a registrare un minuscolo fremito nel corpo del bambino. Conosceva quella reazione: l’aveva testata più e più volte su sua sorella.
“Nessuno mi ha mai battuta a nascondino…”
“Seeee”_ sbottò Alberto.
“Ok, scommettiamo? Inizio io a contare”.
Udite quelle parole, il bambino si precipitò scomposto verso il corridoio, lasciandosi scappare un gridolino di terrore divertito.
“Uno…due…”_ Caterina si risistemò sul divano.
Seguì per un po’ la sitcom. Le risate erano sparpagliate a casaccio. Cambiò ossessivamente canale, fino a quando non si trovò a ricominciare il giro da capo.
Si tirò su, tolse le scarpe e fece qualche passo sul folto tappeto del salotto. I piedi affondavano lentamente e scavavano un’impronta sulla superficie morbida.
Quando uscì dal perimetro del tappeto, pareva un orto fangoso calpestato da un branco di cinghiali.
Caterina si avvicinò alla credenza e prese una foto di Alberto, ma la rimise subito a posto senza nemmeno dedicarle uno sguardo. Per diversi minuti continuò a compiere dei giri concentrici per la stanza, ora sbirciando fuori dalla finestra, ora tornando sopra al tappeto.
Decise di uscire dalla stanza. In corridoio si potevano ancora udire le risate finte della sitcom che proseguivano impassibili, come se qualcuno fosse obbligato a farlo.
In corridoio accennò due passi di danza che ricordava di aver visto nel film, ma non uscirono fuori molto bene.
Entrò in bagno e vi si chiuse a chiave. Le piacevano molto le piastrelle rosa salmone, davano alla stanza un aspetto accogliente. Aprì lo sportello dell’armadietto dei medicinali e si mise a razzolare come aveva visto fare in certi polizieschi. Le scatolette e le boccette avevano tutte nomi difficili da pronunciare e forme e dimensioni parecchio differenti fra loro. Estrasse un blister da una scatola e si ficcò una compressa in bocca. Cercò di intuire con la lingua la funzione di quel medicinale, ma la compressa non sapeva di nulla. A un certo punto ebbe il timore di aver ingoiato qualcosa di letale e la sputò nel gabinetto. Si sciacquò la bocca con l’acqua del lavandino e meditò perfino di provare a vomitare, ma poi rinunciò.
Nel mobiletto accanto allo specchio trovò i trucchi della Signora Renga. Prese una confezione di terra e iniziò a stenderla sul viso con il pennello, cercando di scolpire gli zigomi come le aveva insegnato una compagna di classe più smaliziata.
Poi adoperò l’ombretto, passò la matita sugli occhi, eyeliner e mascara. Indietreggiò e si guardò allo specchio. Si rese immediatamente conto di essere stata troppo grossolana con la matita. Quella ragazzina volgare che la fissava oltre lo specchio facendo una smorfia non assomigliava nemmeno lontanamente alle sue compagne di classe.
Caterina tolse la maglietta e si specchiò. Il seno non accennava a fare progressi. Controllava la situazione quasi tutti i giorni, ma nulla sembrava essere cambiato dal giorno della sua nascita.
“Calma piatta”
come diceva sempre sua madre quando la sorprendeva
davanti allo specchio a studiarsi.
Sfilò anche i jeans e si spostò di fronte a uno specchio che arrivava a toccare terra.
Di recente aveva registrato con orrore la presenza di alcune smagliature sui fianchi. Nel corso della primavera era dimagrita diversi chili in un sol colpo e quella era la ricompensa dei tanti sforzi. Tentò di tirare la pelle con le dita, ma le striature bianche rimanevano al loro posto, solo più tese. Girò su se stessa un paio di volte, per esaminarsi da diverse angolazioni. “Potrei essere grassa come Licia”_ considerò.
Ogni volta che si specchiava pensava “Potrei essere grassa come Licia”- la sua compagna di classe obesa- ma quel dato di fatto non la faceva mai sentire meglio.
Per Caterina sentirsi brutta era una sensazione simile a quando ti svegli la mattina di cattivo umore perché sai che dovrai fare qualcosa di spiacevole, ma non ricordi cosa. Allo stesso modo, lei trascorreva gran parte della sua esistenza sopraffatta da un’ineffabile sentore di sgradevolezza che riusciva a comprendere soltanto nel momento in cui guardava la propria immagine riflessa. Allora sì che lo stomaco schiudeva il suo bolo d’angoscia in una dimensione di realtà e autocommiserazione.
Alcuni colpi contro la porta la misero in allarme. Raccolse in fretta i vestiti e aprì. 
“Non stai giocando”_ disse Alberto con disprezzo
“Ti ho cercato ovunque. Hai vinto”
“Cosa ti sei messa in faccia?”_ le sue parole avevano una vibrazione feroce
“Nulla. E’ solo del trucco. Lo avevo anche prima”
“Non è vero! Sei una bugiarda!”_ il bambino stava per mettersi a piangere.
“E’ ora di cena. Non hai fame?”
“Sei una bugiarda”_ ripetè, stavolta più piano.
“Tua madre si arrabbierebbe molto se scoprisse che hai fatto storie, non è vero? Che cosa farebbe secondo te? Ti toglierebbe i giocattoli?”
Alberto non rispose, si limitò ad abbassare il capo e a stringere i pugni, infine seguì Caterina lungo le scale.
 
 
Mangiarono del pollo scaldato, in silenzio. Uno dei due accese il televisore accanto al micro onde, così adesso i clangori di un cartone animato si confondevano con la voce strozzata e scandita di un annunciatore del notiziario, che proveniva dalla televisione del salotto.
Il ragazzino mangiò lentamente, interrompendosi di continuo per giocare con una mollica di pane o un ossicino di pollo.
Quando ebbero terminato Caterina spremette un’arancia e mise il bicchiere sotto il naso di Alberto.
“Non mi va”_ con un gesto della mano allontanò il bicchiere.
“Avanti, non fare storie”
“La mamma non mi da mai la frutta”
“Non è vero. Bevi forza”
“No”
“Ho detto bevi. Non fare storie”
“Ha i pezzi! Io non la voglio coi pezzi”
Caterina alzò la voce, stando ben attenta a non tradire esasperazione.
“Che devo fare? Devo chiamare la mamma? Eh?”
Si alzò e fece per dirigersi verso il telefono.
“No!”_ protestò Alberto
“O bevi o chiamo”_ disse Caterina, mettendo una mano sulla cornetta.
Il bambino afferrò il bicchiere e lo mandò giù tutto d’un colpo, strizzando gli occhi. Grosse lacrime scendevano taciturne lungo le guance.
Caterina iniziò a bruciare di un fuoco strano, dentro di sé.
Per la prima volta nella sua esistenza,  sperimentava con pudore l’insano piacere del dominio, e non riusciva a sottrarsi alla possibilità di godere di ogni singolo istante di quel momento. Se avesse avuto altre cento arance, avrebbe continuato a fargliele trangugiare fino a che il suo piccolo stomaco non fosse scoppiato. Si immaginò l’espressione di Fausto, una volta giunto a conoscenza della notizia: un bambino di sette anni ucciso dalla figlia della sua compagna. Era stato lui a proporle di trovarsi un lavoretto per l’estate, a darsi da fare per mettere via qualche risparmio.
“Chissà che faccia”_ sussurrò

A un certo punto si vergognò di ciò che stava facendo. Inoltre temette che il ragazzino potesse spifferare tutto alla mamma, così tagliò una fetta di dolce ben oltre il limite concesso dalla Signora Renga.
Alberto mangiava remissivo, la faccia triste e sporca di cioccolato affondata nel piatto.
“Potremmo giocare a nascondino”_ propose Caterina con un sorriso.
Alberto non rispose.
“Dico davvero. Stavolta faccio sul serio”
“Non vorrai mica andare a letto alle nove? I bambini piccoli vanno a letto alle nove. Tu sei un bambino piccolo?”
“No!”_ si affrettò a ribattere Alberto
“E allora giochiamo”
“E va bene. Però stavolta conto io, così se fai finta me ne accorgo”
“Andata”
Caterina non attese nemmeno che Alberto si alzasse dalla sedia e si precipitò fuori dalla stanza. Fece le scale di corsa a due a due. Intanto sentiva Alberto contare a voce alta dal piano di sotto.
“Uno, due, tre…”
Aprì la porta del bagno, ma decise di non entrare.
“…quattro, cinque…”
Continuò per il corridoio, avanzando a tastoni. Adesso era diventato tutto buio. Caterina iniziava a sentirsi a disagio in quella casa gigantesca e spigolosa.
Si infilò in camera di Alberto. Dopo essersi guardata un po’ attorno, considerò che lo spazio fra il muro e l’armadio si sarebbe potuto rivelare un buon nascondiglio, se fosse riuscita a trascinare di qualche passo lo scatolone con i giochi di Alberto.
“…sei, sette, otto…”
Effettivamente poteva andare. Caterina non era molto alta, ed era dotata di una certa flessibilità. Si accucciò e infilò la testa fra le ginocchia, fin quasi a toccare il pavimento.
“…nov.. DIECI!”
Caterina realizzò di aver preso troppo seriamente la sua missione. Se ne vergognò. Dopotutto non aveva più sette anni. Eppure non riuscì a staccarsi dalla sua posizione ridicola. Le mani che abbracciavano le ginocchia, la testa ficcata fra le cosce, come uno stupido struzzo.
“Arrivo”
Avrebbe trascorso volentieri un bel po’ di tempo laggiù. Era come se il buio nel quale era sprofondata la casa dopo il tramonto l’avesse accolta per sottrarla al resto del mondo.
In una placida liquidità di spazio e ricordi, Caterina sentiva defluire tutto ciò che non andava della sua vita: il divorzio dei genitori, le smagliature, Fausto, le compagne di classe, una stanza troppo piccola da dividere con una sorella non abbastanza grande, “la calma piatta” che troneggiava sul suo petto.
Si trovava adesso in un film di fantascienza, criogenizzata dentro una capsula di salvataggio in fuga da una civiltà in disfacimento e diretta verso la forma di vita più vicina.
Non le sarebbe dispiaciuto risvegliarsi fra qualche anno, adulta e indifferente ai turbamenti della sua età. Iniziò a cullarsi leggera, come smossa da un vento inoffensivo.
Stava quasi per assopirsi. I passettini di Alberto che frugava nelle altre stanze erano un sottofondo rassicurante.
“Una volta tornata a casa, chiederò scusa alla mamma”_ meditò mezza intontita. Per cosa, non lo sapeva neppure lei.
 
Rinvenne tutta d’un colpo, non appena avvertito il tonfo secco. Stunff.
Si alzò in piedi, indecisa sul da farsi. Non se la sentiva di darla vinta ad Alberto. Alla fine decise di andare a controllare cosa diavolo avesse combinato quel moccioso.   
Percorse a ritroso il corridoio, procedendo con cautela nella semi oscurità. Qualcuno aveva acceso la luce del bagno. Una schiera di ritratti la fissava severa mentre lei sfilava davanti. Chiamò un paio di volte il ragazzino, senza ottenere risposta. Si mise a correre. Una volta giunta in prossimità della stanza sbandò, effettuando una frenata da cartone animato per non cascare.
La prima cosa che vide fu la striscia di sangue che percorreva lo spigolo della vasca e disegnava una linea sottile e piuttosto precisa  fino al pavimento. Era più densa e scura di come si sarebbe potuta immaginare il colore del sangue. Per qualche secondo rimase imbambolata a valutare come, al riscontro pratico, quel colore risultasse terribilmente posticcio, da film horror di serie B.
Solo in seguito decise di accettare la presenza di Alberto, sdraiato per terra, circondato attorno al capo da un’aureola tinta di sangue.
“Il mio angioletto, oh il mio angioletto!”_ era la Signora Renga a chiocciare nella sua testa, riparata dentro il riquadro da breaking news di un telegiornale.
“Bambino ucciso dalla babysitter”, diceva la striscia sotto la Signora Renga, che continuava a lamentarsi. “Il mio angioletto, il mio angioletto!”
Mentre l’annunciatore dalla voce impostata tentava di tranquillizzare la Signora, Caterina si avvicinò al corpo del bambino.
Già non assomigliava più tanto a una cosa viva ma, con un piccolo sforzo di immaginazione, si poteva interpretare la sua espressione come leggermente assorta, o contrariata.
Lo sguardo no. Lo sguardo ero stolto, tipo quello delle bambole di porcellana con cui giocava Caterina da piccola. Uno sguardo di nulla e buio, che non pretende e non si illude. Due occhi inchiodati, immobili. Due occhi verdi. Quasi smeraldo.

 
  testo Martin Hofer
illustrazioni frattozerø

mercoledì 11 dicembre 2013

Tradizioni di famiglia

 
 Siedo sulla poltrona di mio nonno, le mani sui braccioli rivestiti di lana scura, lo sguardo fisso sulla finestra rigata dalla pioggia. Le gocce d’acqua martellano il vetro ed emettono uno scoppiettio gradevole, che a tratti si fa più forte e copre il tamburellare dell’acqua sul tetto. Poi si smorza, l’acqua scorre giù lungo la finestra e riesco di nuovo a vedere il cielo nuvoloso e a sentire il rumore del fiume che lambisce la facciata, lava via l’imbiancatura, scrosta l’intonaco dal muro e s’insinua fra i mattoni. Il cielo rimane coperto di un grigio denso, senza nessuna sfumatura di luce.
Sento la mia pancia gonfia come una palla, tesa, sul punto di esplodere, ma decido di ignorarla. Invece ascolto le travi del tetto scricchiolare mentre l’acqua filtra fra le tegole e gocciola lentamente sul tappeto, sui pochi mobili rimasti, sulle mie ginocchia e sulla mia testa.  
Non si può morire in questa casa.
Il bisnonno voleva morirci, piuttosto che abbandonarla sotto le bombe. Quando l’allarme cessò, sua moglie corse subito da lui, ma proprio mentre stava per entrare si staccò un pezzo di muro dalla casa dei vicini. Al bisnonno non successe nulla, ma lei stava passando là davanti e ci rimase secca.

Anche mio fratello voleva morire qua dentro. Aveva progettato tutto con entusiasmo, aveva scelto un giorno in cui nessuno sarebbe rientrato prima di sera e aveva studiato nei dettagli come sigillare le finestre e le porte, poi aveva aperto il gas in cucina e si era steso sul letto con due bottiglie di vodka. Solo che a metà della prima bottiglia in qualche modo gli era passata la voglia e arrivato ai due terzi aveva deciso spontaneamente di uscire di casa e andare a smaltire la sbornia in riva al fiume.
Lo stesso fiume che adesso ha rotto gli argini e si sta mangiando la facciata.
Mia madre di tutta questa cosa del morire e della vodka non sapeva niente, ma spinta da un vago presentimento rientrò un po’ prima e, nella sua immensa perspicacia, quando sentì il puzzo del gas, la prima cosa che fece fu accendere la luce. La deflagrazione fu piuttosto violenta, dicono i vicini, ma la casa è solida e venne giù solo il soffitto della cucina. Cioè quello che era sopra la testa di mia madre.
Quindi tecnicamente in questa casa si può morire, ma solo se non lo si vuole, a quanto pare. 


Improvvisamente il pavimento sotto i miei piedi ha uno spasmo, emette un rumore strano, come uno scoppio, che si propaga verso la finestra battuta dalla pioggia. La parete davanti a me comincia a rigarsi di crepe. Poi la vedo sparire, veloce come un lampo, inghiottita dai flutti del fiume che scorre qua sotto. Lascia un ampio squarcio asimmetrico sul cielo grigio, sulla pioggia e sul fiume gonfio di acqua sporca che sfreccia come un ubriaco fra gli alberi e le case. È una bella vista.
Il fiume ha inghiottito anche la strada all’ingresso del paese e si sta portando via il grosso castagno che è sempre stato là al bivio per casa nostra.
Il castagno ne sa qualcosa della gente che vuole morire in questa casa.
Era venuta anche a mia nonna l’idea. Decise di tornare a vivere qua da sola, dopo il primo infarto, e aspettare con calma la morte. Non voleva morire in ospedale.
Poi però, quando sentì di nuovo il petto stingersi e l’aria mancare, le prese paura, allungò il braccio e schiacciò quei due tasti sul cellulare, come le aveva mostrato mio padre.
Mio padre stava mangiando sushi con dei colleghi da qualche parte a un’ottantina di chilometri da qui. Più che mangiare, stava bevendo, perché l’offerta della serata prevedeva sakè gratis senza limiti per chi sceglieva il menù fisso. Mio padre decise di rispettare le volontà della nonna, gettò via le bacchette e saltò in macchina per rivederla prima che morisse. Fece ottanta chilometri a centosessanta all’ora e appena entrato in paese andrò a schiantarsi dritto contro il vecchio castagno. Mia nonna, dopo l’infarto, visse altri due anni in una casa di riposo.

Voglio vedere cosa s’inventerà per me la vecchia casa. Anche se non dovesse portarsela via il fiume, dubito che ne uscirò vivo. In ogni caso non avrei la forza per tornare in clinica, non ho nemmeno la forza per alzarmi dalla poltrona.
Stavolta non c’è nessuno che possa venire a crepare al posto mio; nessuno sa dove sono e a nessuno importa.
O forse no, forse al primario importa. Non dev’essere una gran bella cosa quando ti scappa il paziente così da un giorno all’altro, anche se è un paziente che sta per crepare. Il primario è un bravo medico e mi è sembrato sinceramente mortificato quando dopo l’operazione ha dovuto ammettere che poteva andare meglio.
Lo sa anche la mia pancia, che ha appena svuotato i suoi contenuti sulla poltrona, che poteva andare meglio. Dovrebbe essere vuota, invece la sento tesa, sul punto di scoppiare, e piena di dolore. Una palla di dolore che raschia le pareti del mio addome e scalcia e si contrae e cancella ogni altra sensazione.

Il problema è che sta passando l’effetto della morfina, era una cosa che non avevo considerato. Per prendere la codeina avrei bisogno di acqua. Di un bicchiere. E di qualcuno che mi apra la fottuta bustina di alluminio blu attorno alla compressa. E probabilmente non mi farebbe più nessun effetto.
Guardo lo squarcio nel muro, il vento gelido porta dentro folate di pioggia, ma lo sento appena.
Poi vedo in lontananza, sul cielo grigio, una piccola macchia scura che galleggia fra le nuvole. Si muove lentamente, qua e là sopra il fiume. Si avvicina e sento il rumore delle eliche. È un elicottero.
Lo guardo incantato.
Adesso che è più vicino riesco a distinguerne chiaramente i dettagli, i vetri della cabina, la portiera aperta sul fianco. Dalla portiera si sporge una figura che urla qualcosa in un megafono. Non capisco cosa.
Il tizio continua a urlare nel megafono cercando di coprire il frastuono delle eliche, della pioggia e del fiume in piena e io non sento nulla di quello che dice. Gli faccio cenno di no con la mano, di andarsene.
Ma ovviamente non può andarsene, ora che mi hanno visto devono tirarmi fuori in qualche modo.

L’elicottero si avvicina ancora di più, è sospeso proprio sopra la casa e il suo rumore è assordante, ma il tempo scorre lento come in sogno. Un uomo si cala giù appeso a una fune, oscilla per un po’ davanti alla parete aperta, imprigionato nell’imbracatura che stringe la sua tuta sgargiante da soccorritore, poi riesce a mettere un piede nel mio salotto. Riprende l’equilibrio, si volta e viene verso di me. È un bell’uomo biondo e ha sul volto un sorriso radioso, che si gela all’istante quando vede il mucchio di ossa, lividi e sangue avvolto nel pigiama dell’ospedale rannicchiato sulla poltrona davanti a lui.
Potevi anche risparmiarti la fatica, vorrei dire, ma la verità è che sono felice. La sopravvivenza è una strana sensazione e sono felice quando mi solleva dalla poltrona, mi chiude nell’imbracatura e mi spiega come tenermi aggrappato a lui mentre la fune ci riporta sull’elicottero.
E poi, mentre siamo appesi così a mezz’aria, in mezzo alla pioggia e al vento e vediamo quel che resta del muro di casa mia scorrerci accanto, la casa ha di nuovo un sussulto, un altro pezzo di parete si stacca e ci cade addosso in una pioggia fitta di calcinacci. Un ammasso di mattoni mi manca per una decina di centimetri e centra in pieno la testa del tipo biondo davanti a me.

L’elicottero continua a tirarci su per la fune, me e un cadavere biondo grondante sangue e briciole d’intonaco.



lunedì 9 dicembre 2013

SPECCHIO

Lo poteva guardare per ore quando era solo un bambino. Quel canarino, rosso sangue e con artigli più grandi della norma, era un essere particolare e lui provava ammirazione nei suoi confronti, più di quella magica che poteva suscitare in un ragazzino il primo animaletto domestico.
Il tempo che passava ad osservarlo lo portava infatti ad uno stato di trance, durante il quale poteva perdersi nelle traiettorie vermiglie del pennuto. Fino a che il volatile si posava, ovvio, ma anche questo momento non mancava di interesse agli occhi del fanciullo: il canarino andava finalmente fiero ad abbeverarsi, appagato dalla bellezza che aveva prodotto con il suo volo, e, prima di bagnare il becco nell’acqua, si fermava come incantato a scrutare la sua immagine nel riflesso del liquido.
Era come se, al termine di uno spettacolo, il pennuto si inchinasse di fronte al sé stesso riflesso, parte di un audience fatta della stessa realtà ma speculare, alla rovescia, forse più grande laddove quella stessa gabbia era troppo piccola.
Capitò che un giorno il canarino non era più nella sua gabbia. Volato via? Rubato? I suoi genitori non avevano spiegazioni, del resto, troppo indaffarati a uscire di casa per attività estranee ad un egoistica e narcisistica considerazione di sé, non capivano quanto fosse importante quell’ammasso di piume, ne avrebbero comprato un altro. Sicuro che la sparizione dovesse essere legata alla volontà di quel volatile che nei suoi voli sicuri sembrava sempre avere chiari piani per il suo destino, al giovane l’unica soluzione possibile sembrò che fosse passato dall’altra parte di quello specchio d’acqua.
Il ragazzo crebbe con una vocazione artistica, pensava a lungo e stava chiuso in casa proprio come quell’uccello che, ne era convinto, era stato un segno per lui.
Cercava quindi anch’egli il modo di volare e, conscio ma non convintissimo dei suoi limiti fisici, cominciò a cibarsi della soddisfazione catartica che gli dava produrre della musica, dei colori su una tela, fino ad unire le due cose: suoni colorati e colori sonori. Questo accostamento dei sensi della vista e dell’udito, quando gli riusciva di produrlo, nella collisione all’interno della sua mente creava un cortocircuito che lo gettava in un forte torpore fisico e mentale: sentiva di essere fatto di materia più leggera, posta ad almeno qualche millimetro da terra.
Aveva, in quei momenti, solo la capacità di fare due passi verso il grosso specchio che stava in camera sua, sulla parete opposta a quella dove sul muro si collocava una finestra, rigorosamente aperta verso il cielo. L’elemento del panorama al di fuori della finestra, che scrutava sempre attraverso l’immagine riflessa che contemplava ogni qual volta stesse riuscendo a “volare”, gli permetteva di assaporare maggiormente quella profondità e, attraversando con lo sguardo lo specchio, di percorrerla, per poi ritornare dall’altro lato.
Man mano che le sue produzioni artistiche si raffinavano e cresceva il loro effetto di sinestesia, il suo torpore, l’ascesi estetica e quindi il volo si facevano più intensi come, di conseguenza, gli attimi, ormai ore, passate davanti allo specchio sognando di appartenere all’altro lato, così incomprensibile ed esclusivo che era possibile percorrerlo in una parvenza di fisicità solo a tentoni e gradualmente.
Ma finalmente un giorno, mentre si trovava dall’altra parte della superficie riflettente, riuscì ad affacciarsi alla finestra. Non era mai capitato che si sentisse, così distante dal punto di partenza, ancora dentro quella che non sapeva se interpretare solo come un’illusione e che ora non lo sembrava più.
Vide allora, a pochi metri dalla sua testa, il pennuto rosso che con i suoi occhi neri gli dava finalmente il benvenuto in quella realtà che li aveva separati per anni.

Il ragazzo aveva tante cose da raccontargli e, conscio che adesso anche lui era in grado di volare, non ci pensò un attimo a balzare fuori dalla stanza per raggiungere il suo vecchio amico.


testo Andrea De Fazio
illustrazione frattozerø

giovedì 5 dicembre 2013

i consigli dello Zio l'Ontano

tre annunci immobiliari ai quali non converrebbe rispondere


Lo spam

Da: Selinda Stalker
Oggetto: ALLARGA IL TUO PENE ORA!

Ciao,
Ho avuto il tuo contatto da mio fratello,
che sta morendo di una funny forma di gengivite.
Mio brother a detto che tu sei un persona molto affidabile e vuole proporti un business che ti farà guadagnare un sacco di soldi. Unfortunatamente dobbiamo vendere la nostra villa per pagare la sua operazione che gli salva la vita e lui vuole venderla a te a un prezzo stracciato.
E’ una villa a tre piani con piscina, vasca idromassaggio, giardino enormous.
Lavandino per lavarsi, letto per dormire, scale per scalare. In cucina si può fare cibo, ma anche mangiarlo.
In questo momento non ho delle foto da mostrarti ma-dammi retta-ne vale proprio la pena!
E’ pretty incredibile rendersi conto di quanti memorie mi legano a quel posto, ma la vita a volte ti riserva delle carine brutte sorprese e in questi casi è meglio mettere tutto da parte e guardare avanti.
Sono confidente che tu valuterai la proposta che ti ho fatto.

P.S. Ah, dimenticavo: se entro tre minuti non diffondi questa mail ad altri dieci contatti una bambina si materializzerà sotto il tuo letto e ti ucciderà. Io ho provato, non è la solita catena, credimi. Funziona davvero!

Selinda
 
 
L’annuncio da palo 
 
Annuncio a Bologna per stanza in Via Zamboni

Affittiamo ampia stanza piccola a 500€ (no gas/acqua/luce) senza finestre (stile Berlino underground), canale di aerazione non sempre funzionante (a risparmio energetico), senza porta (effetto openspace) a studentessa del nord, che si sappia adattare ad ambienti non sempre puliti, che si dia da fare quando serva, che non rompa i coglioni (siamo gente zen).
Apprezzabile se di bell’aspetto, in casa siamo quattro maschi, suddivisi in due ampie camere doppie. Gli spazi comuni sono il salotto (attenzione ai numerosi fili per terra da non toccare quello della Tv: fa scintille, ma rende luminosa la sera), la cucina (i buchi nel muro che danno sulla stanza di Fiz e Gian aiutano a cambiare l’aria) che però il giovedì sera è inagibile (affittata a ballerine di un locale della stazione) e il giorno dopo chi lava lo si decide a braccio di ferro, e il bagno, senza acqua calda (per fare docce corte). Caparra di cinque mesi. No perditempo per favore.
La villetta ristrutturata
 
Annuncio villetta a Milano

Vendesi villetta in zona industriale a Milano, ristrutturata (parzialmente) ma già abitabile. Casa su tre piani, la veranda al piano terra attualmente ospita animali strani, eventualmente adottabili, il WWF vi adorerà. Il primo piano ha il salotto e la cucina in un unico spazio, ampia vetrata che si affaccia sull’inceneritore (probabilmente inattivo) della città, un quadro quotidiano dalle tinte scure ma affascinanti. Già ammobiliata con arredamenti del 19° secolo, retrò finto-fatiscente. Il piano superiore ha la stanza da letto e il bagno, anche questi in open space, a voler render ancora più intima l’esperienza igienica. Il lato sull’inceneritore è stato murato dai vecchi proprietari, internamente sono possibili decorazioni di varia natura ad impreziosire l’esperienza visiva. Il giardino fuori è spoglio, l’erba non cresce, quasi un invito per i nuovi proprietari a lanciarsi in un’appagante esperienza di giardinaggio. In zona attualmente manca l’ADSL, questione di qualche settimana e verranno fatti gli allacci per la fibra ottica. Il prezzo è vantaggioso, 450000 euro per una casa di 90m2. Volture da attivare. L’inquinamento acustico è ridotto al minimo. La piccola autostrada che avvolge l’area è separata da eco-vetrate alte circa 30 metri, con sopra immagini riprese dalla Foresta Amazzonica. L’America non sembrerà poi così lontana.
 testi Martin Hofer
Alessandro Rabitti
illustrazioni Alect Piccini

martedì 3 dicembre 2013

Camere Comunicanti

nascita, crescita, subaffitto

La vicina-levatrice

Si, si, è nato proprio qui a fianco, dentro quella stanza. Lo ricordo come fosse ieri. Un sacco di complicazioni, il bambino che non aveva alcuna intenzione di uscire dal corpo di quella poveretta. Stava tutto attorcigliato al cordone, manca poco ci si strangolava. Lei che strillava e contraeva e strillava e contraeva ormai da ore.
Imprecava, piangeva e poi pregava, pregava. Pregava fin quando il dolore non la raggiungeva dappertutto e allora ricominciava a imprecare. Il bambino si era messo di testa e non voleva proprio saperne di collaborare. Così, in preda all’esasperazione, ho afferrato una ventosa per sturare i lavandini e dalla testa ce l’ho cacciato fuori tutto quanto, quel diavoletto. Il cranio gli si è allungato a tal punto che ho temuto di averglielo staccato dal collo. Alla fine però è andata.

Giuro che in tutta la mia vita non ho mai sentito un neonato strillare così tanto. Sembrava che, invece di aver visto la luce, il cielo, la sua bella cameretta tinteggiata d’azzurro,  avesse guardato dritto in faccia Il Demonio, come prima cosa.
Era un urlo terrificante, quello. Un urlo che tentava di mettere in guardia il mondo intero, che preannunciava una qualche sciagurata profezia.
Pulii il bambino e mi voltai per avvertire la madre. Lei già non respirava più.
Quella è stata la prima e ultima notte che il bambino ha trascorso nella sua cameretta tinteggiata d’azzurro.


Il compagno di giuochi dei Casermoni  

Sono cresciuto nel complesso di case popolari meglio note come I Casermoni. Io e miei genitori abbiamo vissuto qua per sedici anni. Quando mio padre ha perso il lavoro alla fabbrica siamo stati costretti a trasferirci da mia nonna.
Io e lui eravamo amici, per così dire. Giocavamo in cortile assieme agli altri ragazzini dei Casermoni. Diceva di vivere anche lui laggiù, ma non gli ho mai dato retta. Innanzitutto cambiava versione una volta sì e l’altra pure. Diceva di abitare nell’A, ma nessuno dei ragazzi dell’A sapeva quale fosse il suo appartamento. Allora diceva che s’era sbagliato, diceva che in realtà aveva fatto confusione con le lettere, perché lui abitava nel C. Inutile precisare che quelli del C non ne sapessero niente, e allora lui faceva “No! Non ho detto C, ho detto D. La Ci e la Di si confondono facilmente come suono…” Una volta giunti alla F ricominciava col gioco delle tre carte.  
Inoltre nessuno sapeva chi fossero i suoi genitori. Lui non li ha mai nominati. Mai. 

Tutto quello che sapevo è che quando scendevo in cortile, verso le tre del pomeriggio, lui stava già lì da un pezzo. Voleva sempre fare giochi strani. Erano perlopiù prove di resistenza. Per esempio si metteva contro il muro, e noi dovevamo calciare il pallone il più vicino possibile senza colpirlo. Se si muoveva, restava un altro giro, se lo colpivamo, prendevamo il suo posto. Oppure ci mettevamo in ginocchio contro lo spigolo di uno scalino, e l’ultimo che si alzava vinceva.
Tornavo a casa pieno di lividi, tagli, buchi nei vestiti. Mia madre si era convinta che mi picchiassero.
Un pomeriggio si è inventato questa prova di resistenza del tutto assurda. I Casermoni erano circondati da una distesa di cespugli ed erbacce che ci arrivavano fino al petto (il cortile dell’edificio era sopraelevato di circa mezzo metro rispetto al terreno). La chiamavamo la Savana. Il gioco consisteva nel tuffarsi dentro uno di questi cespugli. L’ultimo che ne aveva abbastanza avrebbe vinto.
A seguito dei primi due lanci ero già una Pietà di graffi. Mi ritirai.
Lui invece proseguì imperterrito. A un certo punto si lanciò a capofitto nella Savana e ne riemerse grattandosi furiosamente un braccio. Era finito dentro un cespuglio di bacche velenose, o roba del genere. Continuava a grattarsi il braccio come un cane pulcioso, finchè d’un tratto non ha iniziato a diventare bluastro e a rivoltarsi tutto quanto.
“Chiamiamo un’ambulanza”_ proponemmo, ma lui non volle saperne.
Si allontanò bestemmiando. In lontananza potevi scorgere ancora un puntino blu che si grattava il braccio mezzo scorticato e che inveiva contro il sole. Non l’ho più rivisto.
  
 
L’amico discolo dei Casermoni

Sono stato io il primo a farlo fumare. Ha provato ad aspirare e si è messo a tossire come una femminuccia. Da quel momento in poi l’ho sempre visto con una sigaretta fra le labbra.
 

La benefattrice

L’ho raccolto dalla strada come si fa coi gattini abbandonati. Vagava per la strade, giorno dopo giorno. Non sapeva nemmeno lui dove fosse diretto. Così l’ho ospitato, gli ho dato un tetto sotto cui dormire, un pasto caldo. Quella creaturina sventurata mi faceva una gran pena. Non l’ho mai obbligato a chiamarmi “mamma”, a ringraziarmi per quello che stavo facendo per lui. Non gli ho mai chiesto di dare una mano in casa, di sbrigare qualche commissione, di lavorare per ripagare la mia ospitalità.
L’unica cosa che gli avrei chiesto – se soltanto avessi intuito che razza di tipo era- sarebbe stata quella di non sgraffignarmi tutti i gioielli dal cassettone, prima di filarsela dalla finestra. È pretendere molto?

 


Il barbone facilmente suggestionabile

“L’hai visto anche tu? L’hai visto anche tu?”_ continuavo a chiedere agli altri. Ma no, no, mica se ne accorgevano quelli. Mi guardavano con tanto d’occhi.
Com’era possibile? Sono diventato pazzo, mi sono detto. Arrivava tutte le sere con i suoi stracci, uno zaino e una coperta lercia. La stendeva per terra e si metteva a dormire. Quando mi risvegliavo lui era sparito.


Lo studente fuori sede
 
Ci serviva un quarto coinquilino per ammorbidire l’affitto. All’annuncio avranno risposto in cinquanta, forse sessanta persone. Fare colloqui era diventata la nostra seconda professione. Ricordo che avevamo stilato alcuni parametri per giudicare i visitatori: “giovane” (1 punto), “apparentemente pulito” (2 punti), “affidabile” (3 punti), “col fumo” (4 punti), “non del sud” (5 punti), “pezzo di fica” (6 punti), “pezzo di fica single” (7 punti). L’accordo era di dare la stanza a quello col punteggio più alto.
Per quanto non fosse né giovane, né pulito, né –tantomeno- ispirasse fiducia, la camera andò a lui. Forse non era del sud, ma non ha mai parlato abbastanza per farlo intendere. E aveva tutta l’aria di essere un fattone, certo, ma il fumo ce l’ha sempre scroccato.
A questo punto sarebbe lecito da parte vostra domandare come diavolo abbia fatto quello sciroccato a stabilirsi in casa nostra per quattro mesi abbondanti.
Semplicemente, ha poggiato lo zaino per terra e ha cacciato fuori i soldi dell’affitto. Poi ha chiesto dove fosse la camera e ci si è chiuso dentro. Come accidenti fai a spiegare tutta la storia dei parametri a uno così, eh?
Potessi tornare indietro rinvierei giù per le scale il suo zaino da quattro soldi e lo butterei fuori a suon di pedate nel culo. Non farei altro che il nostro bene, dato che poi è scomparso senza versare due mensilità, non ha mai alzato un dito per pulire e ne ha combinate di tutti i colori. A proposito, se lo vedete, chiedetegli se ne sa qualcosa di quel mezz’etto di burbuka che è sparito dal mio cassettone della biancheria… 

 

Il casiere

Il mio nome non è importante. Ho tre figli maschi. Il primo l’ho mandato all’università ed è andata bene. Biologia. Il secondo ha voluto fare lettere ma siccome non compicciava un bel niente l’ho sistemato da mio fratello, che ha una ditta di condizionatori. Il terzo sta facendo l’alberghiero e quando avrà finito farò in modo che trovi un lavoro come si deve. Sono presidente del comitato anti-autovelox e nel tempo libero colleziono zippo. Li compro, li sistemo, li rivendo. In un certo modo mi rilassa. Di lavoro faccio il casiere. A maggio sono trent’anni. La palazzina appartiene a una famiglia di dentisti. Tutti dentisti. Dal bisnonno al figlio minore. Generalmente si fanno gli affari loro e la paga non è male. Il problema sono più che altro gli inquilini.
La verità è che l’edificio crolla a pezzi, e pur di non cacciare fuori un quattrino i dentisti affittano gli appartamenti a prezzi modesti e senza effettuare la benché minima selezione. Se hai i soldi della caparra sei dentro, e festa finita. A loro sta bene così, tanto chi deve andare a menar le mani, a sfondare porte, a minacciare sfratti, ad appostarsi per giornate intere davanti ai pianerottoli di attaccabrighe e mezzi avanzi di galera-beh- quello sono proprio io.

Perciò nessuno può biasimarmi per aver permesso a quello lì di stabilirsi nella palazzina. Si è presentato con un pacco di soldi in mano, uno zaino e una cicca consumata fra le dita ingiallite. Non ha spiccicato parola, è vero, ma ho pensato fosse straniero. E’ una cosa piuttosto comune, ospitare gente a cui non affideresti nemmeno il carrello della spesa e che si esprime soltanto a mugugni e gesti mozzi.
Era azzurrognolo, e allora? Qui dentro strabordiamo di negri e musi gialli, non sarà certo un tossico da strapazzo a turbare la quiete del pollaio.
Il problema arriva quando non trovo l’affitto dentro la buca delle lettere, il cinque del mese. O quando busso e non ricevo risposta. O quando mi accorgo che una persona esce a notte fonda col preciso intento di evitarmi. Questi sì che sono problemi.

Perciò ho iniziato a fargli la posta a quello lì. La sera metto una sedia davanti alla porta del mio appartamento e appena sento un rumore butto un occhio nello spioncino. Ormai sono cinque notti che va avanti così e ancora non sono riuscito a inchiodarlo. Eppure io lo so che quel verme mette la testa fuori dal suo buco. E’ come se lo sentissi strisciare fino in strada e sospirare il mio nome dentro il buco della serratura. Sì, proprio il mio nome, che non è un nome importante. Ciò che importa è che l’ho appena sentito salire le scale e se stavolta non apre la porta io vado in magazzino, prendo una chiave inglese lunga quanto un avambraccio e faccio irruzione nel suo lurido buco, così vediamo se non sputa fuori i soldi dell’affitto. Voi rimanete qui. Controllare che non se la squagli.


L’ombra sotto la porta si allunga sgusciata e sembra quasi riuscire ad acchiapparlo. Lunghe dita nere appiattite sotto lo stipite, pronte a frugargli nelle tasche, a scassinare i cassetti della stanza, ad unghiarlo nelle parti molli. Non muovere un muscolo no.
Suda silenzio fino a quando l’ombra non si ritrae. Ma non è un segno di resa.
L’Inquieto sa bene che torneranno a prenderlo eserciti di unghie cupe, se non si decide a darsi una mossa. Adesso.
Un giro di valzer alla porta, l’inchino al corridoio. Via libera.
Saltabecca le scale misurando i rumori e si fionda dall’ingresso nella strada.
Sprofonda nella notte come in una gola viscida. Lo inghiotte in un sol boccone, scivolato senza masticare. Fuori è tutto maledettamente tranquillo.
Sfila una sigaretta dal pacchetto per ficcarla in bocca. Prima di accenderla pesca il fuoco dal borsone. Sceglie uno zippo con l’effigie di Marlboro Man.
Infiamma la boscaglia di tabacco e lascia che Marlboro vada a farsi una cavalcata nel campo sotto la statale.
Cammina svelto, come se avesse una destinazione verso la quale dirigersi.
Un’altra rinascita è in vista. Stavolta avverrà in anticipo rispetto al solito, ma questo non lo spaventa più di tanto.
L’Inquieto sa bene che il mondo è pieno di posti da abitare. Sono le occasioni per fuggire che scarseggiano.
 
 L’Inquieto