lunedì 17 febbraio 2014

Strip Advisor _ Barbados


Barbados è un’isola ben poco conosciuta, tant’è che capita spesso di sentir dire “le Barbados” (confusa probabilmente con le Bahamas, le Bermuda, le Baleari e ogni altro arcipelago che comincia con la B). La piccola differenza è che Barbados non è un arcipelago ma una singola isoletta, leggermente solitaria rispetto al resto delle Piccole Antille, quasi sperduta al confine tra il mar dei Caraibi e l’Oceano Atlantico. Potrà sembrare una precisazione puntigliosa, ma quando sento “le Barbados” provo lo stesso fastidio che avvertirei di fronte a uno che mi dice “le Sardegna”.

Comunque, essendo poco conosciuta e ancor meno frequentata da noi italiani, non vedo l’utilità di menzionare il pittoresco centro della capitale, Bridgetown, in cui poche vie distanziano sfilze di gioiellerie tax free dalle bancarelle che circondano la stazione degli autobus. Non ho nessuna intenzione di parlare della cultura e della storia bajan. Né mi verrebbe in mente di consigliare una visita alla plantation della Mount Gay (uno dei rhum più antichi al mondo) o di perdere il proprio tempo in spiagge paradisiache come Crane Beach e Foul Beach. Dovrei forse descrivere gli strani scogli arrotondati e la spiaggia modello “prato all’inglese” di Batsheeba? Allora perché non suggerirvi di chiedere a un benzinaio scrupoloso come raggiungere il leone di pietra con la palla rossa, scolpito a Gun Hill dal capitano Henry Wilkinson con la collaborazione di altri militari inglesi dislocati sull’isola, forse incaricati della speciale missione di sollazzarsi al sole dei tropici.


Piuttosto, penso sia meglio descrivere qualche elemento caratteristico di Barbados, in modo da stimolare eventuali viaggiatori nostrani. E allora occupiamoci della fauna, tanto si sa che gli animali esotici fanno sempre presa. Qual è l’animale simbolo di Barbados? È il pesce volante, flying fish per gli isolani.
Pesce di media grandezza dalla forma affusolata, il pesce volante è munito di pinne simili ad ali che gli permettono di spiccare il volo fuori dalla superficie dell’acqua con balzi degni di Douglas Fairbanks. Il flying fish vi accoglie nell’isola fin dal vostro arrivo all’aeroporto Grantley Adams. Giganti riproduzioni pendono dal soffitto come quei sonagli attaccati sopra i lettini dei neonati. Da lì in poi, i pesci volanti vi accompagneranno ovunque, onnipresenti anche dal punto di vista urbanistico: li vedrete su insegne e cartelli vari, edifici e pavimentazioni (molto carini, per esempio, quelli aggrovigliati a mosaico sopra i marciapiedi della via principale di St. Lawrence Gap), nonché, ovviamente, in ogni negozio di souvenir. Anziché acquistare un posacenere a forma di flying fish, però, vi consiglierei di conservare meglio dentro di voi un bel ricordo di questo buffo pesciolino, saltato in padella con un filo d’olio. Asciutto e leggero, può essere fatto anche al sugo, ma credo che assaporarlo con poco condimento sia il modo migliore per apprezzare a pieno il suo gusto prelibato.


Per procurarsi un bel plateau di pesci volanti esiste un luogo migliore di qualsiasi altro: il mercato del pesce di Oistins, un paesino della costa sud di Barbados. Non aspettatevi il mercato coperto di Porta Palazzo. In uno spiazzo tra la via principale del paese e il mare, una grossa tettoia spiovente copre una serie di banchi quadrati (simili a dei ring) continuamente riforniti di pesce fresco: laggiù pescano tutta la giornata e il mercato resta aperto fino alle otto di sera. Oltre al flying fish, si può trovare un po’ di tutto, soprattutto i predatori naturali del povero pesce volante: dai marlin ai tonni, dal pesce spada al dolphin (che non è il delfino ma la nostra lampuga). Qualità e freschezza sono fuori dubbio, prezzi che definire economici non è abbastanza e anche l’igiene è migliore di quanto ci si potrebbe aspettare da un’isola caraibica (quasi tutti i banchi sono piastrellati, il che permette ai pescivendoli di tenerli abbastanza puliti). Per scegliere il pesce, si sa, occorre un po’ d’esperienza, ma potrete affidarvi ai consigli di qualcuno (sempre meglio un cliente di un venditore). Potreste anche incontrare casualmente uno dei pochi italiani presenti sull’isola, il quale vi guarderà con aria seria e grave per dirvi: “fate attenzione al pesce che non ha gli occhi!”. Anche se non avete nessuna intenzione di friggere qualche pesce volante, il mercato di Oistins merita comunque una visita il venerdì sera per la Festa del Pesce. In occasione della festa, il mercato si riempie di bancarelle e chioschi in cui i bajan grigliano e friggono senza tregua. Perché non provare allora il pesce volante fritto infilato dentro a un bel panino? Con il panino in una mano e una birra nell’altra (qui la Banks va per la maggiore), cercherete di mimetizzarvi in mezzo al via vai di gente varia e bizzarra di tutte le età. Il caos regna sovrano, ma i bajan in genere sono persone piuttosto socievoli, quasi mai moleste. C’è un grosso palco su cui si esibiscono dj e musicisti, circondati da numerosi ballerini improvvisati. Il volume della musica è decisamente alto e non si danza solo sul palco, ma ovunque ci sia un centimetro libero, tutt’intorno, fuori e dentro le bancarelle. Si beve e si balla fino al mattino. Quest’atmosfera di caciara non può che essere condita dall’aroma di pesce, fritto o grigliato che sia, che si spande nell’aria e vi raggiunge in ogni momento della festa per stuzzicarvi e convincervi a prendere un altro panino. In ogni modo, è un’esperienza che potrebbe rivelarsi molto curiosa e divertente, specie se eviterete di portarvi dietro una giovane coppietta di San Pietroburgo, fidanzatini appena arrivati sull’isola dalla Giamaica e tanto traumatizzati dall’ostilità anti-white man dei giamaicani da aver paura di rivolgere la parola alla gente del posto, anche solo per chiedergli da accendere.
Non vi siete divertiti abbastanza alla festa del mercato di Oistins? Provate a rifarvi andando in qualche locale notturno dove si pratica un’altra specialità bajan degna di essere conosciuta: il whining. Si tratta di una danza tipica della cultura caraibica, da eseguire preferibilmente in coppia. Per la donna consiste nel movimento frenetico del sedere, che viene fatto ruotare e vibrare come se fosse la coda di un serpente a sonagli. Dopo aver assistito a una specie di contest, mi sono fatto l’idea che l’apice della bravura di una ballerina di whining stia nel chinarsi in avanti tenendo il sedere puntato verso l’alto, continuando a muoverlo instancabilmente senza mai perdere l’equilibrio. Molto più scenografico, invece, il ruolo maschile: lui si mette alle spalle di lei e le pungola le natiche con un’ondulazione pelvica ritmata. Parecchi uomini, peraltro, si danno un tono tenendo a portata un asciugamano da passarsi sulla fronte per sottolineare la fatica del gesto. Non fate l’errore di giudicarla una danza lasciva o volgare. Il whining fa parte delle loro tradizioni e i bajan ci tengono molto, quasi quanto al flying fish.


testo: Fabrizio di Fiore
illustrazioni: sottovuoto

venerdì 14 febbraio 2014

lintervallo pubblicitario

Poop
La Poop sei tu. Non fare il leso


Dal 1992 Poop porta sulla tua tavola i prodotti della tua tavola. Grazie alla rivoluzionaria formula di "spesa popolare", con Poop puoi trovare sempre quello di cui hai bisogno, visto che sei tu stesso a portarlo.
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Poop. Chi può darti di più di tu?

testo: Martin Hofer
illustrazione: Sara Flori

lunedì 10 febbraio 2014

the Seven Heaven Massacre

li FILMI INVEDIBILI presenta


Titolo: The Seven Heaven Massacre
Regista: Miguel Angel Buonistas
Durata: 71’
Genere: horror-comedy perbenista
Produzione: Spagna / Stati Uniti
Cast: Jessica Biella, Amanda Urlante, un tizio famosissimo che sbuca dopo 56’ minuti ma di cui non vi possiamo svelare il nome
Casa di Produzione: The Good One

Sinossi e nota critica: Dopo il grande successo della serie televisiva, ecco tornare protagonisti sul grande schermo i sette membri della famiglia Camden (alzi la mano chi non l’ha chiamata Campbell, almeno una volta) in una più che mai bigotta horror-comedy all’americana. Ad aggiungere il brividino che non guasta mai, ci pensa il maestro del nuovo cinema horror spagnolo, quel Miguel Angel Buonistas che già si era fatto apprezzare per lo spaventoso cult movie Me gustarìa.
Fra ripetuti attacchi di ottimismo a stelle e strisce e sottotrame moraliste, i Camden rapiscono, torturano e uccidono una serie di sfortunati viandanti che bussano alla porta della loro bella casettina bianco verginità. Ognuno dei malcapitati si farà portatore, agli occhi della famiglia, di uno dei sette peccati capitali e sarà costretto a subire terribili supplizi in nome della purificazione. Avarizia (Suor Patty), Lussuria (la tizia sordomuta che esce con Matt, interpretata da una sontuosa Amanda Urlante), Gola (Ted il Ciccione), Accidia (un poveraccio che non c’entra niente, solo perché i Camden non conoscono e l'esatto significato di questo termine), Abbaio (lo storico cane Happy) Superbia (la compagna di basket più brava di Jessica Biella) e Ambiguità (il doloroso sacrificio del figlioletto Simon, quello coi capelli a caschetto biondo cenere che viene doppiato da una donna). Non mancheranno i colpi di scena (una misteriosa testa recapitata per posta), i buoni sentimenti e scene di irresistibile tenerezza (quando la piccola Ruthie strappa le unghie di Suor Patty). The Seven Heaven Massacre è uno straordinario ricettacolo di patriottismo e fanatismo religioso che, attraverso piccole chicche di horror bacchettone, ci regala un prezioso insegnamento: la droga è cattiva.

Voto: 7
testo: Martin Hofer
cover: frattozerø

martedì 4 febbraio 2014

Nick Name & The Bad Signs

li CIDDì INVISIBILI presenta



Artista: Nick Name & The Bad Signs
Disco: “Raining Sadness”
Etichetta: Gloomy Records
Anno: 2013
Genere: Depressing, Sorrowful, Dull-Cloudy,
Voto: 4

Vi piace sentirvi tristi? Se volete davvero sprofondare nelle grigie giornate autunnali, ciò che vi serve è un sottofondo musicale adatto. Questa, almeno, sembrerebbe essere la risposta del web: solo così ci si può spiegare il successo che “Raining Sadness”, album d’esordio degli inglesi Nick Name & The Bad Signs, ha riscosso nell’ultima settimana tra blog vari e siti di settore. Se il record di ascolti su Trainspottify (la playlist per l’umore di chi guarda i treni passare) ha fatto subito parlare di “incredibile fenomeno mediatico” o di “comunità della rete che soppianta la grande distribuzione”, radio e televisione sembrano invece snobbare la band inglese, forse ritenuta non adeguata al loro pubblico. Che gli utenti di internet siano più propensi a intristirsi? Probabilmente sì. Basta “sfogliare” un qualsiasi social network per accorgersi di quante persone vogliano condividere le lagne malinconiche e piagnucolose di Nick Name e compagni, quei Bad Signs che già dal nome danno un’idea di malaugurio.
Si dice che i quattro ragazzi, cinque con Nick, si siano conosciuti agli incontri del Mood Disorder’s Centre di Londra, ma potrebbe trattarsi di un’idea della casa discografica per consolidare la loro posizione nel genere musicale depressing. In realtà, pare che fino ad ora nessuno sappia neppure che faccia abbiano. L’unica apparizione live della band, pubblicizzata come sempre tramite internet, ha visto accorrere migliaia di persone che si sono trovate davanti a una “silent performance” (musica mimata) da cui non si è potuto comprendere se quegli anonimi giovanotti sul palco fossero davvero Nick Name & The Bad Signs o se si trattasse dell’ennesima trovata mediatica della Gloomy Records. La sola cosa certa è che, fino a un mese fa, nessuno aveva mai sentito parlare di questa band e, sinceramente, non se ne sentiva la mancanza.
Tre chitarre acustiche e un violino, niente fiati né percussioni che rischierebbero di dare alle canzoni un ritmo troppo allegro. Di sicuro, non si adatterebbero al tono di voce di Nick Name, al suo rauco mugugnare, quel bisbigliare sospirato che fa impazzire folle di depressi autolesionisti. Tutti i fans di questa band emergente sostengono di essere affascinati dai loro testi. “Bellissimi e poetici”, ho sentito dire a qualcuno. Basta quindi scrivere strofe tristi per essere definiti poetici? Qualche esempio: il ritornello di Grey Snow è “la neve grigia che mi raffredda il cuore”, oppure “ho salutato il tuo sorriso, quando lo rivedrò?” recita quello di Bye Bye Smile.
Qualcun altro ha detto che la loro musica trasmette una sensazione di pace: lo credo anche io, la pace eterna. A dire il vero, il valore artistico di Nick Name & The Bad Signs è pari a quello poetico dei testi, vale a dire che tra musica e parole non saprei quali definire più deprimenti. Fin dal primo ascolto, le canzoni si assomigliano tutte, dalla title track Raining Sadness all’ultima traccia, Born Bored, tutte insulse come Tired To Be Myself, che può essere ormai definito il tormentone di ottobre. Dead River è appunto un fiume senza capo né coda di frasi disperate che inneggiano al suicidio di massa. Gothic Dance suona come una danza macabra, da ballare restando immobili. Denotano, invece, un certo livello culturale i riferimenti alla poesia italiana, come nei brani Montale is My Friend e Pain of Living.
Dunque, torno al mio commento iniziale: se in questo periodo dell’anno la gente ha bisogno d’intristirsi, ben venga ogni aiuto in tal senso, ma non spacciatemi gruppi del genere come “avanguardia che sfugge alle leggi del mercato musicale.”

testo: Fabrizio Di Fiore
cover: sottovuotø