martedì 29 aprile 2014

Giochi di Ruolo

Il gioco è semplice. Le regole sono poche ma, perché funzioni e si possa ripetere all’infinito, tutti devono conoscerle. Nel gioco i partecipanti devono sciogliere un enigma. A ciascun concorrente è affidata una pedina di colore diverso e consegnata una scheda prestampata dove annotare gli indizi. I suggerimenti per risolvere il gioco sono contenuti in un telefono gigante posto al centro del tabellone e vengono rivelati a turno ai giocatori semplicemente accostando l’orecchio alla cornetta. Il turno e la posizione delle pedine sono decisi dai dadi, e dunque dal caso. Le pedine si muovono lungo il percorso obbligato segnato sul tabellone. A ogni posizione è associato un numero da digitare sul telefono e un indizio da ascoltare.
La partita dura finché qualcuno non pensa di aver scoperto il mistero. Allora, e soltanto se è il suo turno, compone il numero di sei cifre impresso sulla cornetta. Quando il giocatore è sicuro che dall’altra parte ci sia qualcuno che lo ascolti riferisce a bassa voce la sua scoperta e, se è corretta, il telefono gli comunica altrettanto sottovoce la vittoria.
A quel punto la partita è finita, e si può ricominciare.
Il gioco si fonda sul numero infinito di misteri possibili, sull’onestà dei partecipanti e sul riserbo totale durante tutte le fasi della partita.
L’eterno giocare è minacciato soltanto dal numero limitato di schede del blocco segna indizi: sono tabelle dove segnare il proprio nome in alto a sinistra, e quello degli avversari nelle righe che seguono; nell’estremo inferiore del foglio ci sono gli spazi da riempire con gli argomenti scelti dal telefono. Le righe e le colonne che compongono le schede formano una griglia che si adatta al numero dei partecipanti e dei temi e che, per progressive esclusioni, porta alla soluzione. Ogni indizio è una casella da spuntare. Talvolta una telefonata cancella intere colonne di possibilità. Talvolta non è di nessun aiuto e per diversi turni si rimane con la matita in mano senza fare progressi.
La certezza della vittoria è rappresentata idealmente dall’unica casella rimasta bianca sul foglio.
È opinione dei giocatori che il gioco possa risultare altrettanto divertente con delle fotocopie. Fondamentale, a questo proposito, è fare le copie prima che l’ultima pagina vergine sia stata usata. All’apertura della scatola, questo è il primo pensiero di tutti i partecipanti, ma è sempre troppa la voglia di giocare per non rimandare. Solo tu non partecipi al gioco.


La tua rinuncia non ha niente di eroico. È vero che così viene risparmiata ogni volta una scheda, e si rimanda il momento in cui il divertimento avrà fine per tutti, ma è altrettanto vero che il problema non viene risolto. Saresti molto più utile se, staccata una pagina dal blocco, ti allontanassi dal gruppo e andassi a fare le fotocopie. Inutili e sempre più rari sono i tentativi di coinvolgerti: la tua paura è nota a tutti, sebbene non compresa né condivisa. Sanno che, se anche ti convincessi a giocare, ti rifiuteresti di premere con la matita in modo deciso (nella speranza di non rovinare definitivamente una scheda potenzialmente recuperabile) arrivando così, nel corso della partita, a non distinguere più gli indizi dalle semplici ombre e increspature della carta.
Per questo hanno smesso di insistere. Per di più, una simile condotta non sarebbe d’intralcio soltanto per la tua pedina, ma anche per quelle degli altri che, seguendo le tue mosse come suggerite dal telefono, potrebbero scartare ipotesi plausibili e addirittura risolutive della partita.
Quest’ultimo punto è l’unico sul quale non sei convinto. Data l’assoluta arbitrarietà del processo, come potresti influenzare gli altri con i tuoi errori?
I tuoi dubbi sembrano destinati a rimanere irrisolti, perché le partite si susseguono da decenni senza che i fogli finiscano o che il telefono si scarichi. Da tempo nessuno ti invita più al gioco. Si limitano a lasciarti un posto sulla panca, e una pedina appena fuori dal tabellone. Nessuno ricorda più il motivo per il quale hai rinunciato a giocare sin dall’inizio. Perfino tu, talvolta, dimenticando le tue paure, ti distrai e valuti se partecipare alla partita successiva; o addirittura se lasciare per sempre il tavolo. Immancabilmente una nuova partita comincia senza che tu ti sia mosso o abbia annunciato di volere partecipare.
Semplicemente rimani al tuo posto.
Non puoi escludere che il tuo comportamento abbia a che fare con il sorriso che ti rivolgono ogni volta i vincitori mentre sentono il telefono confermare in un sussurro la soluzione.

TESTO Stefano Mussari
IMMAGINE Margareta Nemo

venerdì 25 aprile 2014

aspirapolvere

“...no perché, vedi, il problema è che mi attacco troppo alle persone. Pensa che ho perfino smesso di prendere il treno.
 

Sì, sai cosa, è che mi affezionavo troppo agli altri passeggeri. Entravo nello scompartimento, dicevo buongiorno, sistemavo il bagaglio e poi, niente, dopo un po’ iniziavo a volergli bene.
Magari uno scambia due parole, l’altro telefona alla fidanzata… come fai a restartene indifferente?
Che poi io non sono nemmeno questo gran chiacchierone, sai. Mica attacco bottone con gli sconosciuti, io. È più che altro un… non saprei come definirlo.
Si esatto! Un legame, ecco. Sento un legame con le persone che mi stanno attorno. Belle, brutte, simpatiche, antipatiche… per me fa lo stesso.
Voglio dire, è una cosa molto strana? Evidentemente sì, a giudicare dalla tua reazione. E non l’hai sentita ancora tutta. Ma ti stavo raccontando del treno…
Ecco, il problema è quando scendono. Soprattutto se si tratta di viaggi lunghi. Magari tu e un altro tizio avete passato quattro ore stipati nello stesso scompartimento di tre metri per due, avete respirato la stessa aria, hai ascoltato la sua telefonata alla figlia, l’hai visto dormire a bocca spalancata, e poi, all’improvviso, questo tizio si alza, prende la valigia e se ne va, spesso senza neppure salutare. Fine, the end, addio per sempre. Come la mettiamo, eh?
Non è facile, guarda. Io proprio non ce la faccio. Mi si stringe il cuore. E lo stesso avviene con tutti gli altri che, uno dopo l’altro, escono ordinatamente di scena. Eh sai, proprio non lo riuscivo a sopportare. Arrivavo a destinazione col magone. Finché mi sono detto: “Basta, d’ora in poi prendo la macchina”. Da solo, con la musica sparata al massimo. Almeno l’unico con cui devo fare i conti sono io. Nessuna separazione dolorosa. Di benzina si spende, ma risparmio in ulcere.
Puoi darmi del matto se vuoi, non mi offendo. Faccio anche di molto peggio, sai? Potrei farti un sacco di esempi. Chiedilo ai miei ex compagni delle elementari. Una volta al mese telefono a uno di loro. Così, a rotazione, giusto per rimanere in contatto.
“Ehi ciao, ti ricordi me? Abbiamo fatto insieme le elementari. Perché non mi aggiorni un po’ su quello che ti è capitato in questi ultimi… trent’anni?”
Alcuni riattaccano. E non ti dico come ci rimango quando uno cambia numero o sparisce.
Il mese scorso ho chiamato Piero, il figlio di un giostraio che è stato in classe con me per un paio di mesi, ai tempi della terza elementare. Piero non ha seguito le orme del padre. Ha studiato medicina ed è diventato podologo. L’ho trovato per caso sull’elenco telefonico, una volta che mi si era incarnita un’unghia. Ci siamo sentiti un paio di volte. Mi raccontò che si era sposato e che aveva due bambini, due gemelli.
Un giorno mi stavo annoiando e ho deciso di chiamarlo. Ha risposto una donna. Io ho chiesto di Piero e lei mi ha detto che Piero era morto. Un aneurisma.
Puoi immaginare come ci sono rimasto. È stato come se mi fosse morto un parente stretto. Alle volte la vita sa essere davvero crudele. E più il tempo passa e meno persone ci saranno da chiamare. Tutti, prima o poi, scendiamo dal treno.
D’altra parte è così. Certo non mi auguro di scendere per ultimo.
Comunque non lo faccio soltanto con i compagni delle elementari. Alle volte telefono anche a ex colleghi di lavoro, conoscenti, negozianti da cui mi servivo in passato e via dicendo.
Coltivo i rapporti, ecco tutto. Al giorno d’oggi le persone preferiscono rimanere in superficie. È meno dispendioso. Non ci si deve ricordare dei compleanni e non è necessario trovare argomenti di conversazione.
“Ciao, come va? Bene grazie e tu?” e poi tanti saluti. Ci rivediamo fra vent’anni, magari, in coda al supermercato. Cambiati. Così diversi che non abbiamo più nulla da dirci. E allora facciamo pure finta di non riconoscerci. Conviene a entrambi.
Comodo, no? Sai qual’è il mio problema? Sono troppo buono forse. Lo diceva anche la mia ex: “Tu sei troppo buono. Prima o poi finirò per farti del male”. Te lo assicuro, diceva proprio così. A quanto pare mi ha lasciato perché sono troppo buono. Ora capirai quanto possa risultare devastante l’interruzione di un rapporto amoroso, per uno nella mia situazione psicologica.
Spesso mi sono venuti degli attacchi di panico. Era il pensiero di non rivederla più che mi causava questi momenti di confusione devastante. Non riuscivo a respirare. Allora prendevo il telefono e la chiamavo, nel cuore della notte. Le dicevo: “Ti prego amore, cambierò… cambierò…”
Ma quando sei buono come puoi cambiare? Se sei cattivo puoi diventare buono, ok, ma se sei buono non puoi mica diventare cattivo. Che senso avrebbe!
E allora, sai cosa ti dico, meglio essere così, no? Che al mondo ne trovi quanti ne vuoi di menefreghisti. Io proprio non lo so dove finiremo, di questo passo. Figli e genitori si sputeranno in faccia e i vicini di casa si manderanno al diavolo ogni volta che s’incontreranno sul pianerottolo. Ognuno a difendere con le unghie e con i denti il proprio globulo atomizzato. Un individuo, una casa, una macchina, un letto singolo, uno spazzolino da denti, una cassa da morto. Ciascuno per conto suo. Gran bella roba, davvero.
Forse però ti sto annoiando. Ho indovinato? Tu hai chiamato per vendermi… cos’era, un aspirapolvere? Ah certo certo, il contratto telefonico. E guarda chi ti tocca ascoltare! Ti sto facendo perdere tempo prezioso. Del resto devi lavorare, no? Chissà quante altre persone dovrai chiamare oggi per guadagnarti la paga… eh… quante? Accidenti! No, no, allora ti saluto. Anzi, scusa se ti ho fatto perdere tutto questo tempo ma, come avrai notato, il problema di cui ti sto parlando si manifesta anche quando arriva il momento di congedarsi. Se uno mi invita a cena a casa sua io mi piazzo lì per ore. Trovo mille scuse per restare: l’autobus che passa fra venti minuti, l’ultimo giro d’amaro, l’ultima sigaretta, una discussione che proprio non può essere rinviata. Temporeggio fino a quando non mi sbattono fuori di casa.
Il fatto è che non riesco a dire addio alle persone. Mi fa stare male. E per me tutti gli addii sono dolorosi alla stessa maniera. Nessuno è sostituibile, nessuno. Si perde sempre qualcosa. Irrimediabilmente. Qualcosa di tuo e tuo soltanto, che rimane attaccato alle persone con cui hai avuto a che fare. Se le perdi di vista loro se lo portano via, si portano via un pezzo che ti riguarda, che ti appartiene.
Infatti a tal proposito vorrei chiederti una cosa, se non risulto troppo indiscreto. Pensavo... sai, visto che stai lavorando… magari potresti lasciarmi il tuo numero di casa, così ti potrei chiamare, una volta di queste. Senza impegno eh, giusto per fare due chiacchiere, se ti va. Così, tanto per non perderci di vista. Che ne dici?” 
 
TESTO Martin Hofer
IMMAGINE Chiara Sgatti 

lunedì 21 aprile 2014

l'ALVEARE

“Francesca” chiama una voce oltre la porta. “Francesca. Facci entrare.”
Francesca trema e ha il fiatone. È seduta per terra, la schiena contro la porta della sua stanza. Indossa un camice bianco aperto sulla schiena. Si strofina le mani sulle braccia, cercando di scaldarsi.
“Francesca”, dice la voce calma, gentile “Ci dispiace molto di averti spaventato.”



La sua stanza è come l’ha lasciata: piena di peluche. Francesca non li vede da cinque anni, ma ricorda ancora tutti i loro nomi. Ci sono anche tante foto di Giulia, la sua migliore amica. Francesca non le vuole guardare.
“Abbiamo posto il quesito all’Alveare” dice la voce oltre la porta “e abbiamo raggiunto il consenso. Ti spiegheremo tutto di nuovo.”
Francesca si strofina le gambe nude. Mentre scappava gli facevano male, ora sono insensibili e rigide. Non riuscirebbe più a correre, anche se avesse un posto dove andare. Guarda le sue gambe e si stupisce della loro lunghezza. Che il seno gli fosse cresciuto si era accorta, ma delle gambe non si era resa conto. Deve essere diventata veramente alta. Si chiede per un secondo se sia più alta di Giulia, ora. Mentre scappava non ci ha fatto caso.
“Dopotutto” continua la voce calma dall’altra parte della porta “sei uscita dal coma da poco, e deve essere tutto così diverso per te. E poi, non siamo più molto sicuri di come funzioni un cervello Isolato. Forse non abbiamo spiegato bene.”
Francesca, scalza, si guarda le piante dei piedi. Sono nere. Un sassolino scuro, conficcato nel piede, le fa male.
“Mamma” dice.
“Piccola mia” continua la voce oltre la porta “Non preoccuparti. Adesso ti rispieghiamo tutto.”
“Quando la macchina ti colpì l’Alveare non era ancora nato, ma c’era già un uso diffuso e quasi continuo di social media. Facebook. Twitter. Rifletti, Francesca, eravamo già molto vicini all’Alveare.
Facemmo il salto con Dittgenstein. Dittgenstein era un neurologo americano, giovane, bravo, esperto di informatica. All’epoca era un ragazzo, si era appena laureato. Dittgenstein ha raccontato che stava camminando e guardando il suo cellulare, così non vide un palo e ci sbattè la testa contro. Racconta che toccandosi il bernoccolo, pensò: “Se voglio essere collegato con il resto del mondo, devo proprio guardare uno schermo?”.
Si inventò allora un piccolo chip, che le persone potevano inserirsi sotto la pelle, qui, appena sotto l’orecchio, che gli permetteva di stare collegati a internet sempre, e lo chiamò l’Ape, tutto il sistema lo chiamò “Alveare”.
Capisci, Francesca? Le persone andavano a lavoro, o a scuola, ma una piccola parte del loro cervello continuava ad interagire con il tutto il mondo. Grazie ai motori di ricerca dell’Alveare, qualsiasi informazione diventava immediatamente disponibile. E, soprattutto, quando si aveva un dubbio e non si sapeva cosa fare, si cominciava a porre il quesito all’Alveare. Quando si pone una domanda all’Alveare, Francesca, centinaia di migliaia di persone dibattono il tuo problema, condividono informazioni, valutano pro e contro, e infine raggiungono un consenso. Questo sistema è ormai così esteso che i governi non esistono più, Francesca. Tutte le decisioni le prende l’Alveare, e poi sono semplicemente messe in pratica dalle persone. I governi erano troppi lenti.
Sai Francesca, in questo momento politologi, sociologi, e madri di famiglia in tutto il mondo stanno discutendo di te, Francesca, cercando il modo migliore di gestire la tua situazione, e quella di chi, come te, non ha ancora preso parte all’Alveare. Sei un po’ un caso di studio, e potresti influenzare la scelta finale dell’Alveare. Sette miliardi novecentomilatrecentoquattro persone ci stanno seguendo in diretta. Sei famosa, piccola mia.”
“Non chiamarmi così!” gli grida contro Francesca, stringendosi la testa tra le mani. “Non chiamarmi così!”
“...Francesca, so che sei spaventata. Sappiamo che il tentativo di Giulia di impiantarti l’Ape ti ha molto turbata. Giulia è qui, ed è molto dispiaciuta. Giulia. Per favore.”
“Mi dispiace, Francesca. Volevo... Volevo solo che vedessi il mondo come lo vediamo noi.”
“Francesca, devi capire. L’Alveare è diventato qualcosa che nessuno si sarebbe potuto mai immaginare. Quando i cervelli vennero collegati, questi iniziarono a comportarsi come neuroni di un unico, grande cervello, in grado di affrontare e risolvere problemi troppo complessi per una singola persona.
E poi, poi ci fu l’idea di Josè Hernandez. Josè  era un quindicenne messicano. Una volta si ritrovò tra le mani un libro chiamato L’Intelligenza Emotiva. Leggendo quel libro Josè imparò che c’è una parte del cervello molto antica, chiamata amigdala, che è preposta a gestire le nostre emozioni. Ne rimase molto colpito. E così chiese all’Alveare: “Cosa succederebbe se collegassimo l’Ape all’Amigdala?”
Francesca, quello che successe dopo fu incredibile. Considera che ormai erano direttamente collegati all’Alveare il 92.4 della popolazione mondiale. I ricchi bambini americani si trovarono così a provare la fame dei piccoli esuli afgani. Il combattente israeliano provò il dolore del padre palestinese a cui un missile aveva distrutto la casa e strappato il figlio. Le signore ricoperte di gioielli provarono sulla propria pelle l’addestramento dei bambini soldato in Africa Centrale.
Io stavo stirando, quando successe. Guardando la televisione. E all’improvviso, sentii le emozioni della vecchia signora del piano di sopra, ti ricordi? Quella antipatica che si lamentava sempre della televisione alta. Sentii tutta la sua solitudine, e come questa diventava rabbia. Posai il ferro sulla mia gonna preferita. La bruciai, ma non mi importava. Erano ormai passati quasi sette anni da quando tuo padre ci aveva lasciate. Non potevo ignorarla, quella solitudine, non quando la sentivo anch’io, così forte. Uscii di casa. Credo che lasciai la porta aperta. Salii le scale. Feci per suonare alla porta della signora di sopra, ma non ce ne fu bisogno.
La vecchia signora mi aprì. Mi guardava e piangeva. Scoppiai a piangere anche io e la abbracciai. Non so quanto rimanemmo così. Puzzava, ma non mi importava.
Dopo aver pianto tutte le nostre lacrime, scendemmo le scale insieme, mano nella mano, e andammo in strada.
Francesca, immagino che tu abbia intravisto qualcosa, mentre correvi qui dall’ospedale, così forse ti puoi fare un’idea di cosa trovai.
C’era gente che faceva l’amore ovunque, nelle strade. É incredibile fare l’amore con l’Ape collegata all’Amigdala, Francesca. Il piacere entra in risonanza tra gli amanti e si moltiplica fino a diventare quasi insostenibile. Ricordo che nel giardinetto vicino casa nostra, c’erano due ragazzi, due maschi, che stavano facendo l’amore con una tenerezza incredibile, e tutto intorno a loro c’era un gruppetto di persone con il naso all’insù e l’espressione estatica. Tramite l’Ape stavano godendo anche loro del loro piacere. Vidi anche il prete, tra loro.
Poi un gruppetto di ragazzi si avvicinò a noi, e abbracciò la vecchia signora. Erano stati attirati dal suo dolore, che splendeva nero nell’Alveare. La presero e la portarono via. Tramite l’Alveare la seguii: la portarono nella casa di uno di loro, la lavarono, le diedero vestiti puliti e la ricoprirono di attenzione, e la ascoltarono parlare, per ore, e le asciugarono le lacrime con fazzoletti di cotone.
Rimasta sola, io ebbi all’improvviso la voglia di essere in un posto alto. Così camminai fino ad arrivare alla collinetta. Incontrai un vecchio attore, in piedi su una sedia, che stava recitando. L’Alveare mi disse che stava recitando Shakespeare. Seduti attorno a lui c’erano dei ragazzini di dodici anni, a bocca aperta. Una ragazza piangeva.
Arrivai alla collinetta, la scalai, e rimasi in piedi, in cima, con ancora indosso il mio grembiule.
E lì sopra, sentii. Sentii tutto. Arrivano ondate di dolore, e ondate di gioia, e di consolazione, e piansi, perché compresi che non sarei mai più stata sola.
Capisci, adesso? Capisci, piccola mia?”
“Non mi chiamare così! Tu non sei mia madre! Tu non parli come parla Mamma! Mamma non parla così.”
“...Francesca, devi capire. Io sono molto cambiata. Essere continuamente esposta a tutte queste emozioni, e a tutte queste informazioni, ti… cambia. Ti ricordi come ero subito dopo che tuo padre se ne era andato? Bevevo, Francesca, te ne eri accorta? Compravo il liquore per i dolci per non dovermi vergognare con la cassiera. L’unica cosa che leggevo erano quei giornalacci di pettegolezzi. Ho scoperto così tanto, da allora. Mi piacciono le poesie, specialmente dell’America Latina. Lavoro in un teatro, adesso, mi occupo di scenografia. In questo periodo mi sto vedendo con un signore nordafricano e con una ragazza poco più grande di te. Alle volte usciamo tutti e tre insieme. Faccio uso controllato di allucinogeni con la signora del piano di sopra. E non avrei fatto tutto questo se non fosse stato per… Aspetta… Francesca. Ascoltami. L’Alveare ha deciso.
Ascoltami, Francesca. L’Alveare è arrivato alla conclusione che sa che cosa è meglio per le persone che non ne fanno ancora parte. Che siete come bambini, che non sapete cosa vi fa bene. La decisione si sta già applicando. In questo momento, stanno iniziando l’inserimento forzato dell’Ape allo 0,4 della popolazione ancora non collegato. Francesca, spostati. Stiamo per buttare giù la porta. Stiamo per inserirti l’Ape.”
“Mamma, ti prego. Non voglio.”
“Non ha più importanza, piccola mia.”




sabato 19 aprile 2014

i consigli dello Zio l'Ontano

Tre persone che non vorresti incontrare in un luogo affollato


Alla festa

“No perché a lavoro mi dicono tutti che sono troppo brava, se c’è una cosa da fare alla fine mi ci metto e la faccio, guarda quando mi hanno chiesto l’altro giorno una cosa che io non sapevo neanche dove cominciare e alla fine l’ho fatta ed il mio capo c’è rimasto, mi ha detto guarda non sembra proprio che lavori da così poco, loro sono stracontenti però sai come funziona contano le raccomandazioni, e quindi io non so se mi tengono, è come quando facevo danza, il mio maestro era uno bravissimo che però ti mandava al pianto, ne avevano paura tutti, e invece alla fine all’esame di fine anno mi ha detto che ero stata la più brava, che poi a danza è come ho conosciuto il mio ex, cioè non faceva danza però era l’addetto alle pulizie di dove facevamo le prove, che poi non è che fosse pulitissimo e infatti che buffo ci siamo conosciuti perché gli ho detto che puliva male, allora abbiamo litigato e poi lui mi ha offerto un caffè, e siamo stati insiemi però era troppo piccolo, cioè avevamo la stessa età ma si vedeva che io ero troppo matura per lui, probabilmente per le esperienze che ho fatto, mio padre è andato via che ero piccola e allora ho dovuto portare avanti tutto io, cioè portavo avanti io la casa che avrò avuto neanche 10 anni, e infatti tutti ci rimanevano, del resto si vede anche a lavoro, si vede che si fidano perché ho senso di responsabilità, mi affidano delle cose che neanche mi potrei prendere, no perché a lavoro mi dicono tutti che sono troppo brava, se c’è una cosa da fare alla fine mi ci metto e la faccio, guarda quando mi hanno chiesto l’altro giorno una cosa che io non sapevo neanche dove cominciare e alla fine l’ho fatta ed il mio capo c’è rimasto, mi ha detto guarda non sembra proprio che lavori da così poco, loro sono stracontenti però sai come funziona contano le raccomandazioni, e quindi io non so se mi tengono, è come quando facevo danza…”
 


In coda alla posta

“Fffff… ma vedi se… ffffff… mezz’ora, mezz’ora! Fffff… ci spicciamo? Ma la gente non ha proprio nulla da fare nella vita? Vengono qui tanto per…ma andassero a lavorare! Che poi tre sportelli per tutta questa gente, a cosa serviranno? Perché non ne aprono degli altri? Con questa crisi facessero lavorare un po’ di gente. Il vero problema è che nessuno ha più voglia di sporcarsi le mani. Dicono che non c’è lavoro ma in realtà i giovani, queste mansioni qui, non hanno più voglia di svolgerle. Il lavoro c’è, eccome se c’è. È che si prendono le loro lauree in comunicazioni e credono di avere il mondo in ginocchio. Addirittura vanno ai colloqui accompagnati da mamme o fidanzate, e pretendono di farle assistere. Pensa te. Il problema è che non s’insegna più il latino nelle scuole. I professori fanno vedere i film…ma quali film! Il latinooo! Quella sì che è una palestra. Allena il cervello. Ti apre la mente. Il latino e il servizio militare. Lo hanno tolto, capito? Che gran trovata.
Eh? Tocca a me? Ah, bene. Era l’ora... Signorina! Come andiamo? Oggi la vedo in splendida forma. Passato buone vacanze? Massì, massì, facciamoli aspettare questi qua. Sempre a lagnarsi, a sbraitare. Tutti di corsa, chissà cosa avranno fare…morire otto ore in ufficio, glielo dico io. Lavorare, lavorare, lavorare. Mai una volta che se la prendessero comoda, ‘sti robot. Invece lei è diversa, signorina. Con lei si possono scambiare due chiacchiere senza l’ansia di essere congedato in quattro e quattr’otto. Infatti, pensi lei, son venuto a pagare una bolletta che scade fra nove giorni, così, giusto per fare un saluto. Cosa sbraitano questi qui? Avete tanta fretta? Su su, andate a lavorare, schiavi. Hehehe, roba da matti. Sa qual è il problema? È che non si insegna più il latino nelle scuole…”



Sull’aereo 


“No, tipo. Avrò preso l’aereo tipo un migliaio di volte. Per lavoro o in vacanza, tipo. Oramai è come prendere tipo l’autobus. Su e giù su e giù. Milano, Parigi, Londra, New York, Berlino… È tipo la mia seconda casa. Figurarsi. Dormo, ascolto la musica, guardo film, lavoro…
Non è certo un problema per me. Però va detto che questo aereo sembra proprio uno scarcassone.
Voglio dire, ti pare normale che quella roba lì – che roba è? Tipo una turbina, tipo un’elica? – insomma, quella roba lì faccia quel ronzio? Non ti pare un po’ strano?  Ne ho presi di aerei io, ma un rumore del genere non lo avevo mai sentito, giuro. Non per fare l’allarmista, sono mica una liceale in gita, io. Però, scusa, a me non pare affatto normale. Di solito questa compagnia è affidabile, ho viaggiato con loro tipo dieci volte. Però, vattelapesca, hai letto quanti aerei precipitano ogni anno?

Che è successo? Cosa è stato? Una turbolenza? Niente di grave? E che dovrebbero dire? Mi sembrano molto nervose le hostess, troppo nervose per trovarci in una situazione “perfettamente normale”. Del resto, cosa possono fare? Non possono mica uscire a controllare! Ormai siamo a tipo cinquantamila chilometri da terra, se c’è qualcosa che non va siamo fritti. E la cosa peggiore è che non è che ti possono dire “Ok gente, il motore è andato, recitate le vostre preghiere”, loro continuano a sorridere, a vendere biglietti della lotteria e i loro bei panini rancidi da tipo dieci euro l’uno.

Dio mio, Dio mio. Ho un brutto presentimento. Qui ci lasciamo tutti quanti le penne. Io lo sapevo. Li avevo notati quegli sbalzi al momento del decollo. E se non trovano una pista dove atterrare? Qui c’è solo acqua, non vedo altro che acqua. Cosa? A te sembra tutto normale? Ah si? Lascia che ti chieda una cosa: tipo quanti aerei avrai preso in vita tua? Tipo uno… due a esagerare? Io ci sono… Ooohhh! Aaaaaahhh! Cristo Santo! Andiamo giù, andiamo giù… nooo… precipitiamo… non voglio morire! Non voglio morireeee…
Cosa? È soltanto l’atterraggio? Quindi… siamo arrivati? Ah….
Ce la siamo vista brutta però, non trovi?”



TESTI
Martin Hofer
Stefano Pellegrini
IMMAGINI Giulio Zeloni

lunedì 14 aprile 2014

People are people - Apnea corporale

 
“Ehhh, la gente! La gente è così” dice l’uomo seduto al bancone. Ha appena concluso una storiella su un tale che ha maciullato la famiglia con un’accetta.
“Ehhh, la gente è strana” gli fa eco il Barista.
“La gente è tutta matta”
“He he, sì. La gente è la gente” aggiunge il Barista.
L’Avventore se ne sta aggrucciato sullo sgabello, il fiato umano appanna il boccale di birra che stringe tra le mani.
“He he he”, ridacchia il barista per occupare un attimo di silenzio.
Dovremmo trovarci in un pub irlandese. Lo suggeriscono gli arredi in legno, le cianfrusaglie sottratte a qualche mercatino della domenica pomeriggio e quell’inconfondibile puzzo di piscio che non dovrebbe mai mancare in nessun pub irlandese che si rispetti.
Il Barista è un uomo secco sfinito dagli zigomi. Sembra innaffiare la sua quotidiana prestazione lavorativa con abbondanti fiotti di entusiasmo e rigagnoli di buonumore, ma c’è chi sarebbe pronto a giurare che, ogni sera, nel risuonare delle orchestre televisive, si senta gridare e imprecare, e piangere, mentre un sapore di corda avvolta spezza i pasti del vicinato, li raffredda in un cappio indigesto.
L’Avventore è la carne che manca al Barista. Basso, sguardo pigro, postura incagnita. Viene a farsi qualche bicchierino. Spesso, tutti i giorni. Non ci trova niente di male nel bere in compagnia. Lo aiuta a sentirsi parte di qualcosa, spiega agli altri clienti.
Si dice in giro che abbia un debole per signorine dalla virilità sconveniente, che raccoglierle dalla strada come funghi rari e vagamente velenosi lo aiuti a sentirsi parte di qualcosa.
Lo schiocco di un accendino friziona l’aria umidiccia.
“Ehi, non si può fumare qui”, dice il Barista all’altro cliente nel pub.
Siede al tavolino in fondo. Ha ordinato un gin liscio e per tutto il tempo non ha fatto altro che osservare gli scaffali ingombri di alcolici e picchiettare le nocche bluastre contro lo spigolo di un mobile.
“Non si può. Se devi fumare abbi la decenza di andartene fuori.”
Il cliente sbuffa e butta la sigaretta nella vaschetta delle noccioline, poi la spegne deponendo un grosso bozzo di saliva.
Il Barista scuote il capo e cerca lo sguardo del suo fedele Avventore.
“Pazzesco”
Questi restituisce una scrollata di spalle, come a sentenziare: “Visto? La gente è così. Son capaci di tutto. Possono maciullare la famiglia e sputare nel vasetto dei salatini con la stessa indifferenza”. Tornano a ignorarlo.
In strada sta sfilando la Processione del Santo e i due uomini si precipitano alla finestra per guardare.
Un arrabattare di campanelli, incensi caramellosi, donne piangenti, croci innalzate. Un brusio di bocche che districa rosari per madonne mute. Ecco i fedeli.
Ordinati, mandria obbediente, sfilano in coro. Le donne, gli uomini, gli storpi miracolati. Gomito a gomito, procedono solenni, gomito a gomito, appresso alle reliquie del Santo. E il prete. Canta nel megafono, scandisce ogni parola con chiarezza, più lento del carro dal quale predica.
“Resteremo uniti, e pregheremo il Santo. Saremo una cosa sola soltanto, un solo corpo, un solo spirito, un’unica ragione.”
Il Barista e l’Avventore si sciroppano tutta la scena, non perdono un movimento, fanno spazio coi fianchi.
Forse è in quel momento che sparisce una bottiglia di whisky dallo scaffale. Anche il cliente seduto in fondo al locale, sparito.

 
L’Inquieto è già in strada. Sbanda, barcolla, afferra un braccio per non cadere. È un braccio qualsiasi, di un fedele, qualsiasi, sciama nella folla inosservato. Ogni tanto solleva la bottiglia, la porta alle labbra, disfa la sete, la sete di acqua santa distillata forte. Il gin fu inventato per consolare i soldati olandesi dalla febbre, la religione per consolare i poveracci. Ma la gente è buona soltanto a consolare la polvere.
Il carro del Santo prosegue lungo la sua strada, alcuni fedeli si disperdono, diventano passanti, mangime per ipermercati e poi code di fronte ai locali.
Così perfettamente disordinati, cullano ansie e passeggini. Così perfettamente indifferenti.
L’indifferenza di chi non sa, non conosce, non sa di non conoscere. La verità è che non esisti, e per questo sei libero. Nessuno saprà chi sei, nessuno dirà che hai sbagliato strada, nessuno giudicherà le tue stanche barzellette.
Siamo tanti e pallidi. Ingoiamo un giorno appresso all’altro, nudi d’invidia. Siamo in balia delle sciagure, reticoli di nervi mortificati. Siamo esploratori di comodini. Scarti della massa feroce. Siamo esausti, perseguitati dalle pause pranzo e dal tempo malspeso.
Là in mezzo sono io. Sono Nessuno e Nessuno sarà la Gente.

 l’Inquieto

venerdì 11 aprile 2014

la Fame

L’avvoltoio intanto si nutriva, mentre tutti passavano accanto alla scena non badando a quel che stava succedendo. L’avvoltoio intanto si nutriva. E cosa avrebbe dovuto fare altrimenti?

 
Bisognerebbe osservarlo bene un avvoltoio, di qualsiasi specie, mentre fa quello per cui la natura l’ha creato. L’avvoltoio del vecchio continente non ha olfatto, e trova le carcasse solo grazie alla vista, mentre l’avvoltoio del nuovo  tende a trovarle grazie all’olfatto. Nulla gli sfugge. Un solitario, discreto e imperiale, che da lontano sembra addirittura un’aquila reale. L’avvoltoio non mangia unicamente le carcasse, l’avvoltoio ripulisce tutto ciò che è morto, distruttore e innovatore.
Come un fiume in piena tutti marciavano, correvano, cercando affannosamente qualche scorciatoia, qualche modo per evitare ogni tipo di scoglio, di ostacolo. A testa alta lo sciame continuava la marcia: qualcuno cercava l’ape regina, qualcuno solo del miele, qualcun altro invece, trovatosi nella mischia senza una ragione, seguiva lo sciame per inerzia.

L’avvoltoio intanto si nutriva. È tutto inutile, nessuno lo avrebbe visto, nessuno avrebbe notato quel becco che molto lentamente e senza fretta si occupava del suo fabbisogno giornaliero. Nessuno si sarebbe chiesto di chi fosse quella carcassa. Come sassi che rotolano senza sosta da una montagna, i piedi delle persone battevano l’asfalto, così forte, così tanti, così insaziabili. Non lasciavano tracce ma raschiavano l’asfalto, i marciapiedi, le zone pedonali e le stazioni della metropolitana. I piedi avanzano in linea retta, come se non avessero gambe, come se non avessero corpo, come se non avessero niente che li indirizzasse. Le infinite linee modificavano la loro traiettoria solo in caso del sopraggiungere di un ostacolo, come scarpe senza un’anima non avevano occhi e non potevano vedere il vecchio che aveva perso il sostegno del suo bastone e non riusciva a rialzarsi, non potevano vedere il senzatetto di cui non si conosceva lo stato vitale, nascosto sotto una coperta di fortuna, non potevano vedere la bimba che aveva perso la propria madre, non potevano vedere il nemmeno l’avvoltoio che osservava la gente, appoggiato su una ringhiera di un parcheggio di una grande città. Scarpe inanimate che non potevano vedere milioni e milioni di cose.

Famelico, intanto, l’avvoltoio si nutriva. Come stuzzicadenti incastrati in un contenitore, migliaia di manichini senz’anima occupavano involucri di ferro a forma di autobus, metropolitane e treni. Qualcuno aveva delle cuffie, qualcuno un libro, qualcuno stava solo fissando il nulla in attesa del momento giusto per uscire.

Famelico, intanto, l’avvoltoio si nutriva. Come se non avessero un collo mobile, milioni di persone camminavano in tutte le strade delle grandi città del mondo, camminavano guardando dritto, all’altezza dei propri occhi. Avevano perso la speranza, e la voglia di guardare in alto, verso il cielo. E così si negavano la possibilità di notare gli avvoltoi, che proprio lì, alla luce del sole, facevano i loro porci comodi. Non capivano che gli avvoltoi si spostano sempre per un motivo. Non guardavano nemmeno a terra, dove gli avvoltoi, appollaiati, mangiavano.

Famelico, intanto, l’avvoltoio si nutriva. L’umanità moriva ogni giorno, in ogni grande città. Famelico, intanto, l’avvoltoio si nutriva. Si nutriva della carne dell’umanità che stava morendo.
  
TESTO Andrea Cobelli
IMMAGINE sottovuoto

lunedì 7 aprile 2014

avviso ai viaggiatori

Ore 15.34
Il treno parte con pochi minuti di ritardo, non c’è molta gente. Tutti e quattro i posti sono liberi, io mi metto nel sedile vicino al finestrino, un po’ guardo fuori e un po’ sfoglio il libro che ho tra le mani. Nessuna delle due cose si rivela molto avvincente. Chiudo gli occhi e mi faccio cullare dal suono della velocità, penso a come andrà a casa stavolta, se sarà un Natale normale o succederà qualcosa anche quest’anno. L’anno scorso mia nonna non aveva fatto in tempo ad arrivare che mio padre già stava urlando. Poi era uscito sbattendo la porta. Mia madre stava ancora finendo di cucinare, era venuta in salotto per capire cos’era successo, mia nonna le aveva risposto male, così io mi ero arrabbiata e avevo sbattuto fuori di casa la nonnina. Ripenso a come urlava e faceva finta di sentirsi male, ripenso anche al pranzo poi, tutti in silenzio come se una bomba potesse esplodere da un momento all’altro. Un Natale normale, forse nessuna famiglia ne ha uno.


Ore 16.52
Mi devo essere addormentata, riapro gli occhi e vedo che si è messo qualcuno di fronte a me, una donna di mezza età, con i pantaloni di pelle aderenti, una camicetta scollata, le unghie laccate e i capelli finto biondo. Spero con tutta me stessa che non decida di parlarmi, mi sistemo meglio nel sedile e fingo di tornare a leggere il mio libro.
“Scusi – ecco è finita, penso – ha sentito che c’è un ritardo di venti minuti? Speriamo di recuperarlo, sa, ho il cambio con la coincidenza, non vorrei mai perderlo che è l’ultimo. Ho una cena di Natale con i miei vecchi compagni di scuola, non ci vediamo da vent’anni. Lei quanti anni ha?”. Guardo distratta il paesaggio sempre più nitido, il treno sta rallentando.
“Ventisei”, sguardo basso, tutti sanno che significa chiusura, ossia non ho voglia di parlare con te.
“Oh che bella età, io sono quasi arrivata ai quaranta, corre il tempo, corre – chissà quali altre emozionanti rivelazioni ha in serbo – sa che le dico, se li goda”. Oh ecco, ora mi sento soddisfatta, il giro di luoghi comuni sull’età si è concluso.
Ore 17. 02
Un signore di circa sessant’anni con dei teneri baffi grigiastri si ferma, guarda il suo biglietto, poi l’etichetta con i numeri, quindi torna a guardare il biglietto.
“Mi scusi – si rivolge alla pantera quarantenne – quello è il mio posto.”
Lei lo guarda tra il sorpreso e l’indignato.
“Ne è sicuro?”
“Sicuro, ho appena controllato 16A.”
Lei si da una breve occhiata nel vetro del finestrino: “Le dispiacerebbe mettersi al mio posto? Io adddoro i posti vicino al finestrino”.
“Bellezza se vuole ce n’è uno qui, ma quello dov’è seduta lei è il mio posto e non posso cederglielo. L’ho scelto apposta vicino al finestrino, guardare fuori mi aiuta a pensare e …”
Guardo il volto di lei farsi teso e rossastro, piace anche a me guardare fuori ma non ho voglia di sentirli discutere: “Può mettersi qui”, dico
“Nono – strilla lei – non voglio avere di fronte un maleducato del genere”, si alza, prende la sua borsetta e si sposta a piccoli passi nervosi nel posto da lui indicato.
Il signore baffuto mi guarda in cerca di conforto, io mi sforzo di mantenere il volto impassibile, non voglio dargli alcuna soddisfazione.

 
Ore  17. 36
“Il treno viaggia con 50 minuti di ritardo, ci scusiamo per il disagio.”
La frustrata quarantenne ha trovato delle alleate, da quando si è spostata ha coinvolto due signore in discorsi femministi e distruggi-uomini. Il signore si agita sul sedile e scommetto che prova sincero pentimento per non averle lasciato il posto vicino al finestrino. Nell’aria si sente tensione per il ritardo che continua ad aumentare inesorabile. Io guardo fuori e penso di scendere alla fermata successiva perché l’atmosfera si sta facendo insopportabile. Ho bisogno di fumare una sigaretta e mangiare qualcosa di dolce. Penso che non ho voglia di tornare a casa, che il Natale quel treno e tutto quanto è un’immensa e stupida ipocrisia.

Ore 18.43
Il treno è fermo da un’ora, ormai regna l’anarchia. La gente si alza, passeggia, apre le valigie, urla. Un gruppo di temerari si è unito alla ricerca del capotreno.
Io rollo una sigaretta e corro al bagno a fare due tiri. Quando esco e sto per tornare al mio posto vedo il capotreno circondato da gente di ogni tipo che parla animatamente e muove le braccia. Mi avvicino per sentire meglio. Lui si volta, mi guarda minaccioso e mi punta un dito contro: “Lei ha fumato!”, sentenzia. Io lo guardo sbalordita, non so se iniziare a giustificarmi o vuotare il sacco. È a quel punto che sento qualcosa salirmi da dentro, farsi pensiero e poi parola e uscire come un fiume in piena.
“Si, ho fumato nel bagno ed è stato bello. Ho fumato perché ne avevo voglia, perché siamo fermi in mezzo al nulla, perché ho ascoltato quella biondona senza cervello vomitare tutte le sue inutili frustrazioni  per un’ora, perché il vecchio baffuto non le ha ceduto il posto vicino al finestrino che lei adddora tanto, perché ho sentito lamenti di ogni genere e io odio la gente, odio la gente nei treni, odio lei, odio i vostri maledetti treni e odio questo paese di merda dove non funziona niente e uno per tornare a casa per le feste deve andare in esaurimento nervoso, spendere soldi in psicologo per tutto il resto dell’anno, e odio gli psicologi e odio il Natale.”


Intorno s’è fatto il silenzio.
Il treno, lentamente, ricomincia a muoversi.

TESTO Julie Messina
IMMAGINI Giulia Baratella

venerdì 4 aprile 2014

BIDU'

Perché non era scritto sul programma? Il pubblico voleva sapere quale razza di circostanza aveva portato a non specificare sul programma che la proiezione di Bidù il coniglietto era riservata esclusivamente a coloro che si erano prenotati sul sito dell’associazione.
E non era sufficiente accampare blande giustificazioni (“c’è stato un disguido”) o mea culpa all’acqua di rose (“ci scusiamo”). Il pubblico voleva proprio sapere per quale dannatissima ragione nessuno si era degnato di avvisare circa l’obbligo di prenotazione per la visione di Bidù il coniglietto. Se l’unica alternativa era restarsene fuori dalla sala a bocca asciutta, orfani di Bidù il coniglietto – beh – allora tanto valeva sporgere reclamo, far saltare qualche testa, legare il colpevole (o chi per lui) a un cavallo imbizzarrito, e trascinarlo per qualche chilometro di asfalto scorticante.     
L’aspetto curioso della vicenda era che, a separare noi tre – io, il responsabile di sala e Luiggi – dal resto della folla, c’era soltanto un esile cartellino plastificato che penzolava dal nostro collo. Un cartellino con nome e cognome stampati, una foto scattata con grandangolare severità dalla webcam, e la discriminatoria scritta “STAFF”.
STAFF. A pronunciarla, con quelle due effe così piene (S-T-A-FFFF), fa pensare a un’immersione sola andata nei mari del nord. Pinne, costume e blocco di cemento ben fissato alle caviglie. STAFFFFF… e buonanotte al secchio.

Nonostante tutto, ci tenevo veramente a far passare il concetto “Io: uno di voi”.
Il mattino precedente, infatti, la direttrice del festival Quattrozampe: i nostri amici più cari ci aveva radunati in una stanza e, dopo averci accuratamente passati in rassegna, aveva sbuffato un breve discorsetto di ringraziamento (“Grazie per essere blabla”), informazione (“…il festival Quattrozampe, giunto alla sua terza edizione blabla”) e formazione (“…una sola regola: il cliente ha sempre ragione, quindi siate garbati”). Subito dopo era giunto il momento della firma dei contratti, qualcosa di molto simile a un mercatino della Caritas per persone bisognose (“Ecco, prova se ti va questo maglione… firma qui… non stare a leggere, ho una riunione fra cinque minuti”).
Insomma, se l’unica cosa che mi era stata insegnata era la cortesia, allora non potevo far altro che scusarmi con trasporto, alzare educatamente le spalle, scuotere dolcemente la testa, ascoltare le lamentele degli spettatori, subire il pubblico ludibrio con una buona dose di entusiasmo.
Perché, a dire il vero, me lo domandavo pure io il motivo per il quale la prenotazione non fosse segnalata da nessuna parte. Avevo persino chiesto spiegazioni al mio referente, un ometto distratto e prossimo ai quaranta, responsabile di sala per quei tre giorni di festival, ma in realtà contabile dell’associazione organizzatrice.
Lui aveva fatto una strana smorfia – simile a quella di chi entra in un supermercato e realizza di aver scordato cosa comprare – e poi aveva detto: “Tutti gli eventi sono su prenotazione”.
“No _ avevo ribattuto io _ veramente Bidù è l’UNICO evento su prenotazione, il resto è a ingresso libero. Se mi chiedono perché non è segnalato da nessuna parte, cosa rispondo?”
Altra smorfia: “E tu digli che tutti gli eventi sono su prenotazione. Vado a prendere un caffè”, e si era dileguato.


Qualche ora prima mi ero svegliato nel letto di F con una sgradevole fitta di preoccupazione che mi pizzicava lo stomaco. Lei dormiva emettendo uno strano soffio irregolare. Le avevo sfiorato il braccio e con uno scossone nervoso si era destata di colpo.
“Non voglio andare” _ le avevo detto con tono supplichevole, come se la decisione spettasse a lei. Avvertivo un pessimo presentimento, di sangue e sventura.
Per tutta la notte non avevo fatto altro che sognare peluche giganti che tentavano di sodomizzarmi. Se ricordavo bene, non “tentavano” e basta, ci riuscivano piuttosto bene, e anche ripetutamente, a turno, e poi tutti insieme.
F si era stirata e mi aveva guardato dritto negli occhi: “Coraggio, sono solo tre giorni, passeranno in fretta”
“Ma la prenotazione _ avevo farfugliato _ non hanno scritto della prenotazione…”
“Non lavori da tre mesi, hai bisogno di farti qualche soldo. In questo momento non hai altre alternative”
“Cento miseri euro per dodici ore al giorno. Non mi va… non mi va…” _ mugugnavo, ma lei era già scivolata fuori dal letto e dopo poco avevo sentito lo scroscio della doccia.
Così mi ero vestito, avevo fatto colazione e mi ero diretto verso il cinema, che avevo trovato chiuso. Davanti al bandone abbassato c’era Luiggi, un altro ragazzo che si era offerto di prestare servizio al festival. Parlammo di calcio, della mimica facciale di Sara Tommasi e, immancabilmente, di lavoro.
“Finito questo me ne vado all’estero” _ disse
“Ah. E dove?”
“All’estero, lì sì che c’è lavoro”
Nessuno dei due aggiunse altro e per il resto del tempo rimanemmo in silenzio a fumare le nostre sigarette.

La prima proiezione – Buffe Canaglie, una commedia su una pensione per animali parlanti – filò liscia. Qualche passante entrò per chiedere di Bidù, ma il responsabile non nominò la prenotazione e gli spettatori se ne andarono sereni. Ogni tanto presentavo le mie preoccupazioni a Luiggi, ma per non fare la figura del paranoico ci detti presto un taglio.
Continuava a ronzarmi in testa la famosa scena di The shining in cui un’ondata di sangue fiotta copiosa dall’ascensore e invade il corridoio dell’albergo.
Al ventesimo minuto di Buffe Canaglie, entrò uno stagista per consegnare il foglio delle prenotazioni: esaurito.

Si presentarono quasi in contemporanea, circa mezz’ora prima dell’inizio del film. Marciavano compatti, con passo marziale, determinati a rendere onore a Bidù il coniglietto. Entrarono nel cinema a gruppetti, col medesimo sorriso pronto a spegnersi all’arrivo della cattiva notizia. Al loro broncio ribattevamo con un sorrisetto che comunicava un imbarazzato quanto garbato rammarico.
“Eh vabbè, è andata così, sarà per la prossima” _ dicevamo con le spalle.
E invece no! Loro rimanevano lì, solidi nelle loro spalle ben distese. Le spalle di chi ha sempre ragione e una gran voglia di piantarsi di fronte a te finchè non gli spiegherai perché diavolo non è stato comunicato l’obbligo di prenotazione.
“Mi lasci dire che il servizio è veramente scadente” _ inveivano gli spettatori.
Lo ripetevano così spesso che a un certo punto mi ero quasi convinto a offrirgli un giro di amari, a parziale titolo di rimborso.
Il servizio era scadente, non si poteva negare. Ma non riuscivo a smettere di domandarmi cosa avesse di tanto speciale questo Bidù. I bambini piangevano e si asciugavano il moccio sulla manica, gli adulti erano dapprima sconsolati, poi infastiditi per il torto, infine furibondi.
Iniziarono a protestare vivacemente, a urlare, insultare, addirittura spingere. Il responsabile era andato, diceva solo “Lo so, lo so. Qualcuno dovrebbe fare qualcosa”. Notai che al collo non aveva più il pass.
La folla cominciò a premere, utilizzando come ariete un cartonato di Bidù. Nella confusione generale vidi un signore che assestava una sberla a Luiggi, che per la sorpresa cadde a terra. I rinforzi inviati dall’organizzazione erano insufficienti e impreparati alla scena che si parava davanti ai loro occhi: una falange di braccia e gambe che schiacciava e sudava e sputava. E all’improvviso si materializzò lui.

Nessuno ci aveva avvisato della presenza di un pupazzo a grandezza reale di Bidù, ma in quel momento non importava granché. Ciò che contava veramente, era che all’ora prestabilita, il tizio pagato per fare le foto con grandi e piccini si presentò al cinema mascherato da coniglio, come se nulla fosse. Nel giro di poco, uomini, donne e bambini allentarono la pressione sul cordone dei volontari e si avventarono in contemporanea sul povero Bidù. Stritolato dalla morsa affettuosa della folla, il coniglio subiva il suo martirio con un sorriso stoico, impassibile. 
“Bidù, Bidù” _ urlavano le mamme, offrendo i figli al tocco del pupazzo.
Ma Bidù non poteva sentirli. Era accerchiato, immobilizzato, soffocato. Ben presto alcuni spettatori iniziarono a strappare pezzi di orecchie e faccia, per portare a casa un cimelio. Sul cinema nevicava una granaglia di gommapiuma e pelo sintetico.
Ne approfittammo per farci largo fra la folla e uscire, scappando ciascuno in una direzione diversa. Non rividi mai più i miei colleghi.
Continuai a correre per un paio di isolati, fino a quando non mi convinsi di essere finalmente fuori pericolo. Le gocce di sudore scendevano sul collo e si iniettavano del freddo invernale, gelando gola e nuca.
Ritrovai regolarità nel respiro e mi preoccupai soltanto di camminare fino a casa di F.
Nella piazza principale della città, un capannello di persone si era radunato attorno a due artisti di strada indiani. Erano vestiti da fachiri, uno seduto per terra a gambe incrociate, l’altro sopra uno sgabello minuscolo, tenuto in aria con un bastone dal suo compare. Entrambi erano raccolti in meditazione e non muovevano un muscolo.
Il pubblico guardava estasiato, ognuno sussurrando nell’orecchio dell’altro: “Ma come farà? Come farà a reggerlo con una sola mano?”
Rimasi per un po’ assieme a loro, a chiedermi come diavolo facessero a stare in quella posizione assurda senza cadere.
Nel momento in cui mi resi conto che non esiste alcun tipo di principio logico secondo il quale un disgraziato possa rimanere in equilibrio nel vuoto, ripresi a camminare.
L’unica cosa che desideravo in quel momento era mettermi a letto e fare una bella dormita senza sogni. Non sognare. Non sognare mai più.
 
TESTO Martin Hofer
IMMAGINE sottovuoto