giovedì 24 luglio 2014

Regina


Dado è in piedi già da diverse ore. Ha piegato la coperta dentro alla busta grande del supermercato, e l’ha ficcata dietro ai cespugli. Sopra ci ha piazzato i cartoni, accanto il vino. Si è lavato la faccia con l’acqua della fontanella, strofinandosi bene le guance e gli occhi. Ha fatto una passeggiata per il quartiere, alle dieci e mezza finisce la messa ai Cappuccini, è una buona occasione. Poi è tornato e si è seduto ad aspettare.
Oramai ci siamo. I ragazzini con lo skate sono andati a casa, e lui è rimasto solo. È ora di pranzo anche per loro. Vengono spesso la domenica, anche se con lui non parlano mai. Si mettono a chiacchierare sotto al cavalcavia, dalla parte dei murales. Fumano qualche sigaretta, fanno un paio di salti fra le panchine e poi vanno via.
È una bella giornata oggi, Dado è contento. Anche se ama il freddo dell’inverno, per uno come lui il sole è indispensabile. Quando piove è tutto più complicato. Come il giorno in cui è arrivato.

Era rimasto sotto al camion fino a sera tarda, poi con il buio era sgusciato fuori. Aveva superato i cancelli, e aveva camminato dal molo fino al lungomare. La vista della grande piazza a scacchi, illuminata dal rumore caldo dei lampioni a olio aveva sciacquato via la sua stanchezza, che si era sciolta insieme all’angoscia del viaggio. Aveva scelto una panchina un po’ defilata. Tutto quello di cui ho bisogno è un bagno al mare, si era detto prima di chiudere gli occhi. E di un paio di scarpe da ginnastica bianche. La mattina era entrato in un bar, e aveva ordinato una sfoglia morbida di mela e un caffè. Lo aveva voluto nel bicchierino di vetro, proprio come il signore accanto a lui. A casa mia in quei bicchieri si beve solo la grappa, aveva pensato, ma non sapeva dire grappa in quella nuova lingua. “Cafè e pezo, grazie” aveva ripetuto alla signorina alla cassa, indicando anche il giornale che aveva preso dall’espositore, poi era tornato alla panchina sulla piazza sul mare, deciso a studiare questa sua nuova lingua. Ma pioveva ancora, e le pagine si erano bagnate tutte. Dado aveva guardato l’inchiostro sciogliersi, colare nero a formare lettere deformi, grandi e complicate, parole nuove mute e distanti. Ma a Dado non importava.
Verso l’ora di pranzo era sceso di sotto, verso il mare. Spogliato di tutto tranne delle mutande, saltando da uno scoglio all’altro come un granchio goffo, aveva incrociato lo sguardo beffardo di due anziani pescatori. I due, immobili come statue di sale, lo osservavano cupi, lanciandosi ogni tanto vocali ed elle lunghe da una parte all’altra del molo.
È proprio il mare per me, si era detto Dado quel pomeriggio, mentre l’isola di fronte si faceva ogni attimo più grande, tanto da sembrare che corresse verso di lui. Un mare poco profondo e sempre calmo, con l’isola che se allunghi il braccio quasi la tocchi. Un mare verde di campagna.

Lei arriva sempre un po’ prima, Dado lo sa. Gli piace questa cosa di lei, gli fa pensare che ci tiene a lui, anche se non gliel’ha mai detto. Adesso la vede camminare nel viale, fra gli alberi monchi. Si alza dalla panchina, scuote le gambe come prima di una corsa e va verso di lei. Fa sempre così, la va a prendere all’ingresso del sottopassaggio. In fondo dopo il sottopassaggio è solo casa sua. Anche Elena lo ha visto, lo dice la sua mano, che sventola alta sulla testa.
“Sei già qui.”
“Sei bella con questa cosa” risponde lui indicandole la testa. Elena si tocca il cerchietto nei capelli.
“Questo? Ma è di plastica” si schernisce lei con un sorriso tondo. Ha i denti grandi e squadrati, con un largo spazio fra i due incisivi davanti. Carezza la coda di capelli castani e grossi con un gesto lento e regolare, quasi ipnotico. Anche il volto è tondo, con la pelle elastica e chiara, arrossata solo sulle guance. È un po’ tutta tonda pensa Dado, anche se a lei non lo direbbe mai.
“Hai freddo?”
“Un po’.”
“Solo le divinità possono trasformare la plastica in luce.”
Lei lo guarda senza capire, poi si tocca di nuovo il cerchietto in testa. “Ma cosa dici, stupido” replica avvicinandosi alla panchina dove prima era seduto lui.
“Ci mettiamo qui?” dice mentre si guarda attorno.
“Come vuoi.”
“No, dai, andiamo al sole.”
Si spostano pochi metri più in là, con nelle orecchie il rumore delle foglie schiacciate. Elena cammina piano, sta attenta a dove poggia i piedi. Piove da diversi giorni, tutto il prato è ricoperto di foglie grandi con le dita larghe, tenute insieme da una fanghiglia scivolosa e infida. Dado ha molta paura adesso. Paura che lei scivoli, e si sporchi il suo bel cappotto giallo. Paura di non riuscire ad afferrarla, e di cadere anche lui, come uno scemo. Paura che Elena abbia intenzione di attraversare il prato e andare più in là, sulle panchine dietro ai cespugli, dove ogni mattina stiva la sua vita notturna. Ma lei si ferma prima.

Una città di mare: all’inizio Dado l’aveva scelta solo per questo. Nel suo paese di mare non ce n’è per niente, neanche un pezzetto piccolo come un francobollo. Nel suo paese c’è solo la campagna, tantissima campagna verde e piena di mucche. Durante la guerra erano state le prime a saltare, non distinguevano una margherita da una mina, e adesso Dado della sua campagna ricorda solo l’odore marcio del sangue di mucca.
“Ecco, qui va meglio” dice soddisfatta Elena voltandosi verso di lui e indicandogli la panchina di marmo proprio al centro del prato. Si siede a cavalcioni, mettendo davanti a se la borsa frigo a fiori che portava a tracolla, poi si volta a guardarlo con un occhio chiuso e uno aperto, arricciando il naso per il sole.
Sta in piedi davanti a lei. Con il sole dietro sembra un fascio di grano, uno spaventapasseri in un campo. A lui non piace quella panchina, è troppo al centro, e lui troppo al centro non si siede mai. È alto, molto alto, e quando si decide a sedersi sembra che si srotoli. Le sue mani sulla panchina, con le dita aperte e lunghe, sembrano pale da fornaio.

Dopo quel primo bagno al mare le cose non sono andate poi così bene. Giorno dopo giorno la sua vita si è come impigliata. Sono stanco del viaggio, si è detto all’inizio. È colpa della puzza dello scarico, delle vibrazioni, del dolore alle mani. Anche adesso, certe mattine si sveglia con le mani anchilosate, le dita rattrappite in una presa immaginaria, l’asse del camion ancora là, a sfiorare il naso.
Dopo tante ore le nocche gli erano apparse prima bianche, poi grigie, infine nere. E il rumore, sordo, costante, minaccioso, proprio vicino al piede, tanto intenso da fargli temere di perdere tutto, lo aveva reso arrendevole. Per questo si era aggrappato alla paura, alla fatica di stare così tante ore a braccia e gambe aperte, crocifisso all’asse di un camion troppo lento.
Il ricordo del suo arrivo lo immalinconiva sempre. Ma non era la fatica, o la paura. Erano le scarpe, che gli erano apparse davanti agli occhi di colpo, come una campanella avevano segnalato il suo arrivo. Scarpe da ginnastica bianche e candide, che si mescolavano con parole piene di vocali, tutte aperte e arrotolate. Così diverse da quelle che portava lui, così diverse dalla lingua della sua gente. Scarpe, non un tramonto sul mare, o una piazza piena di gente. Anche una stazione di servizio, o un sottopassaggio come quello del parco gli sarebbe andato bene, ma non scarpe. Quelle scarpe gli avevano guastato la gioia dell’arrivo.


Sta seduto davanti a lei, a cavalcioni della panchina, senza dire niente. Per lei si potrebbe sedere anche al centro di un campo da calcio, dentro allo stadio il giorno del derby. Con un piede scosta delle foglie un po’ più in là, copre una siringa con una lattina mezza vuota. Chissà se lei l’ha vista.
Elena gli sorride. Forse lo sa. “Allora” dice mentre fruga nella borsa “vediamo cosa abbiamo portato.” Comincia a tirare fuori i contenitori, impilandoli davanti a se, fino a quando la borsa termica non si affloscia su se stessa, vuota. Solo allora la appoggia a terra.
Le sue gambe sono così lunghe che sono dappertutto. Toccano la borsa frigo a terra, sbattono contro la panchina. Con le ginocchia potrebbe toccare il mare e tornare indietro. Potrebbe toccare quelle di lei, e permettere ai suoi pensieri di salire, da sotto le calze fino alla bocca, al naso, agli occhi.

Scarpe. Dopo il bagno al mare corse subito a comprarne un paio, buttando via le zappe di cartone marrone con ancora la terra appiccicata sotto. Bianche, con le strisce colorate, perfette. Ma non servì a niente. Il movimento di quelle scarpe, di quei piedi agili e sicuri, mentre lui restava attaccato all’asse del camion, lo perseguitava, giorno dopo giorno, notte dopo notte.

“Indovina cosa ti ho portato oggi?” dice Elena, mentre stende uno strofinaccio sulla panchina, fra di loro. È a quadretti rossi e bianchi, e lei lo liscia con le mani, passando le dita su e giù per le pieghe del ferro da stiro.
“È carino, vero? Sembra proprio una tovaglia” chiacchiera mentre toglie il coperchio ai contenitori. “Tocca, è ancora caldo” gli dice porgendogliene uno. Lui lo prende, il tepore della plastica sulle mani. Sono lasagne, stipate così tanto che fanno delle pieghe morbide di sugo e besciamella. Gli piacciono le lasagne, specie quelle che cucina la mamma di Elena.
“Cosa le hai detto?”
“La verità, che venivo a mangiare qui da te.”
“E lei?”
“Lei è contenta. È come te: le piace stare sola la domenica.”
Mangiano le lasagne in silenzio, ostaggio dell’equilibrio precario dei piattini di carta. Dopo un po’ alcuni uccellini gli si fanno intorno; si avvicinano, prima incerti, poi sempre più coraggiosi. Elena sbriciola un po’ di pane verso di loro, che mangiano e volano via. Solo uno resta fermo davanti a loro.
“Lei è Regina.”
“Vi conoscete?” chiede Elena con un tono cantilenante.
“Sì stiamo spesso insieme” aveva replicato Dado rabbuiandosi. Lo prendeva in giro, era chiaro. “Le piace stare in compagnia.”
“Ciao Regina” si rivolge subito la ragazza al passerotto, per farsi perdonare. Lui la guarda, con la testa inclinata di lato, come piccato. Gambe così lunghe che sopra potrebbe starci una fila intera di passerotti, come su un cavo dell’alta tensione.

Le scarpe erano diventate la sua ossessione. Le osservava passare per ore intere, come se i corpi che ci stavano sopra non avessero molto di più da dirgli. Piano piano aveva smesso di frequentare la piazza sul mare, e anche di fare il bagno sugli scogli sotto. Adesso andava di rado sul lungomare. Non è che non gli piacesse, questo non poteva dirlo. Solo non si sentiva a suo agio, come se ventidue anni di colline verdi e mucche sopra gli avessero lasciato un segno indelebile addosso. Da prima dell’estate si era trasferito definitivamente qui. Un parco secondario e trascurato, senza giochi per bambini né alberi alti, i prati incolti e silenziosi. Un po’ come a casa sua.

“E adesso?” Elena non smette di sorridergli. Quanti modi di sorridere esistono? Di certo lei li conosce tutti. Adesso per esempio è interrogativa. Quando gli fa una domanda, ma solo quando la domanda è retorica, inclina la testa di lato, anche se in maniera quasi impercettibile. Non potrebbe mai giocare a poker, di certo non con quel ciccione di Nando e i suoi baffi cattivi.
“E adesso?” ripete, e intanto allunga la mano verso il basso, fino dentro alla zip della borsa. Tira fuori un altro contenitore, piccolo e con il coperchio rosso.
“Tadà! Sorpresa!” gli dice mentre lo apre. Dalla superficie increspata del piccolo dolce il miele cola dorato, mentre i pistacchi sminuzzati si tengono ben saldi sopra.
“Tua… tua madre?” balbetta Dado.
“No!” replica Elena battendosi la mano sul petto “Io!”
“E come… e come hai fatto?”
“Mi sono fatta dare la ricetta da Fatma…” Dado la guarda. “Fatma! La signora che fa compagnia alla nonna di Lucia!” Quando si spazientisce il mento spunta aguzzo e triangolare, dall’ovale tondo e perfetto. “Certo, lei è turca, ma insomma, sempre di baklava si tratta!” conclude mentre cerca di tagliare una porzione. La lama del coltello affonda negli strati di pasta fillo con difficoltà. Il piccolo pezzo, pesante come deve essere, appiccica di ricordi la mano di Dado, fino a farla tremare. Lo morde, mentre il mescolio dell’arancia e della cannella gli invade i pensieri, e il piccolo diadema di Elena sembra luccicare ancora di più, tanto da fargli chiudere gli occhi.

Questo mare non lo lascerò mai, aveva pensato la prima mattina in questa città nuova, mentre la pioggia continuava a scendere e lui si sentiva forte, fiducioso. Ma poi le cose cambiano. Le scarpe bianche, una volta ai tuoi piedi, sono un po’ meno candide, il mare un po’ meno limpido, e l’isola di fronte è solo un carcere.
Le prima gocce lo raggiungono che ha ancora gli occhi chiusi. Alza la testa e li riapre. Il cielo è tutto coperto adesso. Si è alzato un vento forte, e le raffiche fanno turbinare le foglie via dagli alberi. “Il tempo in questa città è molto pazzo” le dice guardandola negli occhi. Il passerotto è volato via. Dove vanno gli uccelli quando piove?
“Dice piove, poi non piove. Dice non piove, poi piove” ripete arrabbiato. Stare sdraiato sul prato con lei, togliendosi finalmente quelle scarpe sbagliate, ecco quello che voleva fare dopo mangiato, e non gesti scomposti, infilando contenitori vuoti nella borsa frigo, con le posate ancora unte di sugo.
“Fermo” gli dice Elena mettendogli un braccio sulla mano, e lui allora la guarda. Con i capelli che puzzano di pioggia è ancora più bella. “Non buttare le briciole a terra” sorride lei sfilandogli lo strofinaccio dalle mani: la raccoglie per le quattro punte, come un piccolo cestino. “Le lasciamo per Regina. Quando smette di piovere avrà fame.”
Era arrivato un mercoledì di marzo, e pioveva, ma non come oggi. Anche se adesso il cielo è diventato nero, e le nuvole si inseguono e si sovrappongono fra i tuoni, Dado prende Elena per mano e la porta verso la siepe. Corrono insieme e poi si riparano, accucciandosi vicini alla borsa con dentro la sua vita della notte, ma Dado non ha più paura che lei veda, no. Il fango dipinge storie sul candore delle loro scarpe. Adesso che il fango traccia la loro storia sulla tela delle sue scarpe, non c’è più distanza fra la terra e il sole.

TESTO Veronica Galletta
Camilla Garofano ILLUSTRAZIONI


martedì 22 luglio 2014

l'amico Fottesega



Ho conosciuto Fottesega sei o sette anni fa, in un forum sugli attacchi di panico. Rispondeva alla maggior parte dei thread, fornendo descrizioni estremamente dettagliate dei suoi stati d'ansia e una buona quantità di consigli non richiesti, ma generalmente validi. Il suo nickname era Fottesega e il suo avatar uno smiley grigio senza bocca. 
Più tardi l'ho ritrovato, a volte per caso, a volte cercandolo, su altri siti, social network e giochi online. Su alcune piattaforme fa battute e scherza con tutti, su altre si limita a leggere e intervenire quando ne ha voglia. 
Quando ho ricevuto lo sfratto, l'unico a cui ho scritto è stato lui. Fottesega, come immaginavo, ha risposto subito e mi ha chiesto i dettagli. Poi mi ha proposto di stare da lui finché non troverò un'altra soluzione. Ho pensato che sarebbe stato l'unico modo per non parlarne con amici e familiari, così ho accettato.

Fottesega vive in una villetta bifamiliare di un'anonima cittadina a due ore di treno da quella che è stata la mia ultima casa. Ha una cinquantina d'anni e una moglie bellissima. Quando arrivo, con uno zaino e un borsone, mi accolgono entrambi sulla porta e mi prendono i bagagli di mano. La moglie sorride e mi stringe la mano, Fottesega mi consegna due asciugamani, un paio di ciabatte e mi mostra la camera degli ospiti. Non sorride. 

Mi lasciano sola, chiudendosi la porta alle spalle. La stanza è grande e pulita, senza un filo di polvere. Cerco di riempire lo scaffale vicino alla finestra con le poche cose che mi sono portata dietro, poi mi stendo sul letto a guardare il soffitto bianco. Il posto mi piace e mi lascio scivolare nel sonno per qualche minuto.
***

A cena mi ritrovo seduta davanti a una tavola apparecchiata in modo spartano. Quattro piatti bianchi e un bicchiere per ciascuno sono tutto ciò che vedo, oltre alla bottiglia d'acqua al centro. Fottesega fa il giro per distribuire le posate. 
Mi sono svegliata pochi minuti fa e ho ancora la testa intontita per il sonno. Non riesco a gestire lo sforzo contemporaneo di allontanare l'atmosfera torbida dei sogni e imbastire una conversazione, perciò rimango in silenzio, assorta in pensieri vaghi. Mentre cerco di riprendere coscienza per poter dire qualcosa, compare una donna anziana che non avevo ancora incontrato, forse la madre di Fottesega. Prende posto a capotavola, senza dire niente e senza salutarmi. Poi entra la moglie, con una grande busta di carta, che reca il nome di un ristorante. La vecchia, appena la vede, si mette a borbottare timidamente: 

- Perché non me l'avete detto? Potevo cucinare io...
- Lo sai che oggi è il mio turno. - ribatte la moglie.
- Ma a me piace cucinare, posso cucinare domani se volete. - insiste l'altra, con voce lamentosa.
- Domani sta a me. - precisa Fottesega, che ha finito di distribuire le posate e si è appena seduto.
- Che senso ha questa cosa dei turni se poi non cucinate mai e ordinate tutto al ristorante? 
- Non sono turni per cucinare, ma per occuparsi dei pasti. - risponde Fottesega, mentre si versa da bere.
- Come credete. - si arrende la madre, storcendosi le mani e fissando il bicchiere vuoto.

Nel frattempo la moglie di Fottesega ha iniziato a distribuire il primo e io lascio che mi riempia il piatto senza dire niente. Dopo due settimane passate a nutrirmi di pane confezionato e pesche sciroppate faccio fatica a tenere a freno la salivazione. 

***

Di ritorno da una gita al frigorifero, m’imbatto in Fottesega che stende i panni in bagno, e vado ad aiutarlo. Ci mettiamo circa una decina di minuti, durante i quali lui non apre bocca. È meticoloso e stira per bene ogni capo con le mani, prima di fissarlo allo stendino con le mollette. A volte le sposta di qualche millimetro, se gli sembra che non siano attaccate nel punto giusto. Alla fine, prima di uscire, mi indica la lavatrice e il detersivo e dice:

- Se devi lavare qualcosa, fai pure.

Mi viene in mente che una volta, in un thread su una marca di ansiolitici, Fottesega menzionò che stava valutando l'ipotesi di suicidarsi. I commentatori abituali scrissero una marea di risposte accorate in cui lo invitavano a pensare alle cose belle della vita, alle persone che amava e al fatto che i brutti momenti passano. Qualcuno gli fece notare che quelli che dicono di volersi suicidare sono solo egoisti in cerca di attenzione, che non si ammazzano mai. Fottesega non rispose ai commenti, si cancellò dal sito e sparì, lasciando la maggior parte degli utenti nella convinzione che si fosse ucciso davvero. Io all'epoca giocavo a un GDR con lui e sapevo che era vivo, almeno finché ogni sera si divertiva a deridermi per le idiozie che scrivevo. Ma provavo la strana sensazione di scherzare con un morto.
***  

Dopo una settimana accendo il portatile e controllo la posta elettronica. Trovo una mail di mia madre, due del centro per l'impiego e una quindicina di notifiche da social vari. Sposto tutto quanto nella cartella spam, senza leggerlo, e rimango a fissare la schermata vuota. Prima che si attivi lo screen saver, spengo tutto e vado a sedermi al tavolo della cucina. Dopo poco mi raggiunge l'anziana madre con due mazzi di carte. Giochiamo a solitario, scambiando qualche parola ogni tanto. Scopro che non è la madre di Fottesega, ma una parente alla lontana della moglie, che vive qui già da un anno, in seguito ad alcune difficoltà di cui non può o non vuole parlarmi. 
Comincio a sospettare che questa casa sia una specie di centro di smaltimento per esistenze in avaria. 

***  

Quando sento il segnale di spegni-mento della lavatrice, mi alzo e vado in bagno per aiutare la moglie di Fottesega a stendere i panni. Lei è più veloce e più approssimativa di lui. Ma a metà dell'opera si ferma e va a fumare una sigaretta alla finestra, mentre con una mano scioglie i nodi che qualcuno ha fatto alla tenda.

- Cosa fai di bello nella vita? - mi chiede, senza voltarsi.
- Momentaneamente niente.
- Capisco.

Prende un tiro lungo dalla sigaretta e torna a stendere i panni assieme a me. Da vicino è ancora più bella, ma ha molte rughe. Alterna i gesti macchinali con cui stende i panni a quelli per fumare. Mi domanda ancora:

- E come vi siete conosciuti?
- Internet.
- Capisco. - ripete.

Poi chiede a bruciapelo:

- Hai figli?
- No. - rispondo.
- Io sì – dice e sorride – ma vive dal padre. Abbiamo fatto scegliere al bambino, quando ci siamo separati, e ha detto che preferiva stare dal padre. Dovrebbe venire qua per il fine settimana, ma spesso non viene. Gli ho chiesto perché e ha detto che non ha tempo. Non credo sia vero, ma ho pensato che se non ha voglia di venire, non dovrei insistere. 
- Capisco. - dico io, stavolta.

***   

Non ricordo esattamente quando sono arrivata. Il computer non l'ho acceso più, per non vedere la posta e le notifiche. Finché non le vedo posso far finta che non esistano. 
Come ogni sera, Fottesega rientra per primo, saluta dal corridoio e va nel suo studio. Poi torna la moglie, saluta dalla porta e va in salotto col tablet. La vecchia prozia non esce mai dalla sua stanza e a volte mi domando come passi le giornate. Potrei andare a chiederglielo, ma non ho voglia di alzarmi dal letto. 
Bussano alla porta, è la moglie di Fottesega. Mi chiede come sto, le dico che va tutto bene. Mi fa segno di seguirla. Va in camera da letto, apre l'armadio e comincia ad armeggiare fra i vestiti. Poi tira fuori un maglione di lana scura, molto lungo, e me lo mostra.

- A me sta largo, ma a te potrebbe andar bene. - dice, allungandomelo.

Lo infilo sopra il dolcevita e annuisco. 

- Ti sta bene. - conferma. Poi continua a cercare nell'armadio. - ho un sacco di vestiti molto belli che portavo da giovane. Adesso non mi stanno più, ma a volte mi piacerebbe poterli mettere ancora. È un peccato lasciarli qua dentro. C'è anche una specie di abito da sera, l'ho messo al mio primo matrimonio. Era una cerimonia in Comune, ma volevo essere elegante lo stesso. Non mi fraintendere, non ho mai voluto il vestito bianco con il velo e cose simili, ma ci tenevo comunque a essere bella. Uno si fa un sacco di illusioni nella vita, su come le cose debbano funzionare e sull'importanza dei dettagli. Probabilmente volevo che fosse un giorno perfetto. O forse ho pensato che non avrei avuto molte altre occasioni per comprare un abito elegante e portarlo in pubblico, non lo so. Le due volte successive mi sono preoccupata molto più delle questioni economiche e degli ospiti. Comunque se lo trovo te lo mostro.

La lascio parlare e guardo il maglione che ho addosso. 

- Secondo te perché preferisce stare dal padre? - mi chiede all'improvviso, mentre continua a frugare nell'armadio. - Voglio dire, perché qua non vuole proprio venirci?

Vorrei dirle che non lo so, che io avrei preferito di gran lunga crescere in una casa come la loro che con gente che ogni tre minuti cominciava a urlare e spaccare cose, ma che forse per suo figlio è diverso. Magari preferirebbe sentir urlare di tanto in tanto. Mi chiedo come formulare il ragionamento, poi penso che in fin dei conti non è molto sensato e dico:

- Non lo so.

La moglie di Fottesega continua a mettere sottosopra l'armadio, poi si volta delusa.

- Mi dispiace, ma non riesco proprio a trovarlo. Comunque il maglione ti sta molto bene. - aggiunge.
- Sì, mi piace. - dico, finalmente.
- Puoi tenerlo, se vuoi. 
- Grazie. - rispondo.

***

Mi sveglio a metà mattinata, con uno strano senso di lucidità. La casa è deserta e silenziosa. Le pareti bianche riflettono in maniera impeccabile la luce invernale che entra dalla finestra. Vago per il corridoio e per le stanze deserte, cercando di ricordare cosa ho sognato. 
Ho sognato che sul divano in salotto c'era un bambino di pochi mesi, grasso, sorridente e completamente vestito di giallo. Era seduto immobile, appoggiato a un cuscino, ed era mio. 
Il giallo è un colore che ho sempre odiato.
Torno in camera, tolgo i vestiti dallo scaffale e li appoggio uno per uno sul letto. Metto il computer nello zaino, assieme allo spazzolino e al deodorante. Poi prendo il maglione che mi ha dato la moglie di Fottesega e lo piego con cura. Infilo i vestiti nel borsone, prima i pantaloni, poi le magliette e le camicie, la biancheria, le giacche. Quando arrivo al maglione, nella borsa non c'è più spazio. Lo rimetto sul letto, vicino al cuscino.
Penso che avrò bisogno di vestiti caldi, per il freddo che sta per arrivare, e forse di una borsa più capiente. Mentre esco dalla stanza, apro il portone e lentamente scendo le scale per andarmene.

Erica Molli ILLUSTRAZIONE

venerdì 18 luglio 2014

il guardiano del faro


Quando accompagnai Tucci alla stazione ci congedammo come se ci dovessimo rivedere il giorno seguente. 
Lui mi disse: “Scrivimi quanto ha fatto il Catania”.
Io gli risposi: “Ok, ti è rimasta una sigaretta?”
Sfilai una sigaretta dal suo pacchetto di Lucky Strike e mi diressi verso l’uscita.
E così Tucci partì per Dublino, in cerca di un lavoro o di non si sa bene cosa, e io rimasi l’ultimo bastardo di mia conoscenza a vivere in questo canile di città.
Camminai sotto i portici sospinto da una certa fretta, schivando i passanti come se avessi qualcosa di urgente da sbrigare. Il cielo salivava impercettibili spruzzi di pioggia che goccia dopo goccia mi inzuppavano il colletto della camicia.
Volevo bene a Tucci perché era un bravo ragazzo e perché aveva scelto di affrontare l’università in modo rilassato, per cui tutte le volte che avevo avuto voglia di bere una birra lui non si era mai tirato indietro, ultimo baluardo di una generazione perduta di gentiluomini da compagnia.
Ma poi erano arrivati gli ultimi esami, una tesi che poteva essere mandata avanti da qualsiasi latitudine e, soprattutto, le minacce di rimpatrio da parte dei genitori, perciò anche Tucci si era lasciato sedurre dalle promesse di lavoro sicuro sospirate da quel gigantesco Paese dei Balocchi conosciuto come “Estero”, e per evitare di tornarsene a bere birre da 66 davanti alla sua ex scuola elementare si era convinto di tentare la fortuna in una nazione con un tasso di disoccupazione pari al 13,1%.
“Quando avevo quattordici anni i miei mi ci mandarono d’estate per imparare l’inglese – mi aveva spiegato qualche settimana prima – là è pieno di tipe che te la mollano facile.”
Entrai in un supermercato e comprai una confezione da sei di Moretti. Per non fare la figura dell’alcolizzato acquistai anche una confezione di ammorbidente con un pupazzo stampato sull’etichetta, ma la cassiera nemmeno alzò lo sguardo. 
Discuteva con un’altra cliente di come uno non si rende mai conto delle bellezze che lo circondano, soprattutto quando si vive da tanto nella stessa città.
Giunto a casa oscurai le finestre e mi accomodai davanti al televisore con la confezione di Moretti sulle ginocchia. 
Intercettai un canale satellitare che trasmetteva una maratona di episodi dei Robinson. Stappai una birra e mi calai in una piacevole dimensione atemporale plasmata da smorfie, complicità familiare, piccole problematiche quotidiane e maglioni a rombi di dubbio gusto. Mentre masticavo episodi, uno appresso all’altro, come fossero noccioline, pensavo che dopotutto non era così male, starsene lì, sbracato sul divano a bere birra, ad ascoltare le innocue battute di Bill Cosby. Percepivo con evidenza che non mi sarebbe potuto accadere nulla di male, fin quando fossi rimasto sul divano, davanti alla tv che trasmetteva i Robinson.
E poi effettivamente i Robinson terminarono, e la mia vita iniziò a puzzare di inutilità.
Masturbarmi non migliorò la situazione. Osservavo il mio uccello scarico e avvertivo il disgusto che può provare un vegetariano di fronte a un pezzo di carne morta e inscatolata.
Mi lavai e camminai un po’ per casa, poi afferrai il computer con due mani e cominciai a scrivere una mail ad Alice, un’amica che era partita da poco per l’Erasmus a Braga.
Senza la minima esitazione scrissi alcune righe accorate, scrissi di me e del mio stato d’animo, della frustrazione, della condizione insoddisfacente in cui sono costretti i giovani della mia e della sua età, scrissi altre cose che non avevo mai confidato a nessuno e che forse non ero mai riuscito a esprimere a parole.
Poi cancellai tutto e scrissi soltanto: “Quando torni?”
Rimasi qualche minuto a fissare una macchia sul soffitto e poi aprii un’altra mail e la indirizzai a Paolo, un mio ex compagno di università tornato a casa in attesa di sostenere l’esame di stato.
“Quando torni?” scrissi.
E così feci con Dario, partito per Berlino per provare a fare il dj, con Salvatore, tornato in un paese così piccolo da non avere il diritto di essere nominato (quando gli domandavano di dove fosse lui rispondeva: “della provincia di Campobasso”) e con Arianna, impegnata all’ufficio del turismo di Madrid per un Leonardo vagamente retribuito (tasso di disoccupazione spagnolo aggiornato al 2013: 26,2%).
“Quando torni?”
“Quando torni?”  
“Quando torni?”
Copia in una mail, incolla nell’altra. “Quando torni?” anche se in realtà avrei voluto chiedere: “Tornerete mai?”
Chiusi il computer e finii la birra. Fu in quel momento che mi ricordai di Leonardo. Leonardo era l’ex coinquilino di Dario. Ogni tanto, d’estate, quando tutti erano partiti, ci eravamo visti per spartire le nostre solitudini sudaticce. Passavo a casa sua, per fumare un po’ e ascoltare musica, oppure ci sedevamo al tavolino di un bar per guardare una partita della Confederation Cup di cui non c’importava niente, tipo Uruguay-Tahiti.
Era da parecchio che non ci sentivamo: io avevo trovato di meglio da fare e lui era finito chissà dove, a sindacare su Robert Plant in qualche camera tripla della periferia.
Non sapevo in che zona abitasse ma sapevo con esattezza dove lo avrei potuto trovare: in aula studio. 
Uscii di casa con il pacco di birra sotto braccio. Aveva smesso di piovere da chissà quante puntate dei Robinson e tutto sommato l’aria era gradevole.
Mi fermai di nuovo al supermercato per comprare un’altra bottiglia di birra, che cercai di sistemare nell’unico buco rimasto vuoto della confezione da sei.
L’aula studio era proprio a due passi da casa. Mi alzai in punta di piedi per scorgere Leonardo nella confusa massa di studenti aggrovigliati davanti all’ingresso.
Di solito Leonardo posava i libri di musicologia su un banco e poi usciva, per chiacchierare, bere caffè e fumare quasi fino all’orario di chiusura. Non lo trovai. Entrai dentro e non c’era. Alla fine mi decisi a telefonare, al diavolo le sorprese.
Ci vollero una caterva di squilli prima che qualcuno rispondesse. Sentivo soltanto dei rumori confusi e delle voci di sottofondo che chiacchieravano fitto.
Leonardo disse “pronto” all’improvviso, come se fosse in attesa da ore e non avesse altro tempo da perdere. Lo salutai e finsi di essere interessato a come se la stava passando, mentre invece l’unica cosa che mi premeva era sapere quanto ci avrebbe impiegato a uscire da casa o da qualsiasi altro posto nel quale si era ficcato e a raggiungermi dalle parti dell’aula studio.
Mi rispose che aveva temporaneamente lasciato l’università e che era tornato dai suoi per lavorare nella concessionaria del padre, situata a circa quattrocento chilometri dall’aula studio. 
Ci scambiammo dei saluti distratti e riattaccammo. Mi guardai un istante intorno, come se avessi qualcun altro da cercare. Poi ripresi sottobraccio le birre e mi levai di torno.
Mi diressi verso casa, ma non avevo alcuna intenzione di passare la serata con Bill Cosby. Camminavo e pensavo, pensavo troppo, allora smembravo i pensieri in piccoli segmenti di discorso, fino a renderli privi di senso e inoffensivi.
L’unica riflessione intera che mi schizzava per la testa era che avrei dovuto passare un bel po’ di tempo solo con me stesso, e non avevo una gran voglia di rimuginarci troppo sopra. Alla fine però mi rassegnai, e decisi di prendere in esame le attività che non mi era mai capitato di svolgere per conto mio.
Per esempio non ero mai andato da solo al ristorante. Questo voleva dire una cosa ben precisa: l’unico modo per mangiare la pizza con i friarielli che facevano da Peppe era prendere e andarci per fatti miei.
Prima di crollare definitivamente tirai a dritto, superando di slancio il portone di casa, diretto con determinazione verso il dehor di Peppe. 
Mangiare solo mi aveva sempre creato un grande imbarazzo. Anche quando prendevo un pezzo di pizza o un kebab, me lo facevo incartare e filavo nel parco più vicino, per abbuffarmi il più in fretta possibile al riparo di una siepe.
Il vero problema è che non so mai dove guardare: se uno si mette a fissare le persone passa per indiscreto, se non alza gli occhi dal piatto sembra a disagio.
E allora mentre mi dirigevo da Peppe cercavo di immaginare la scena che di lì a poco mi si sarebbe presentata di fronte agli occhi. Tentavo di dare un volto ai clienti, di progettare i gesti e le mosse che avrei compiuto, l’atteggiamento che avrei assunto una volta accomodato al tavolo. 
Una coppia di anziani, due o tre imprenditori in trasferta chini sul Sole 24 ore, un cameriere cortese e disinteressato. E io, che avrei ordinato la mia onesta pizza coi friarielli, ingannando l’attesa con un libro.


Non andò esattamente come previsto. Il dehor di Peppe ospitava una tavolata di cinquanta persone riunitasi per celebrare la laurea di un goliarda ultratrentenne. Indossavano tutti un cappello ridicolo e ogni volta che uno sollevava il bicchiere intonavano una canzonetta che riguardava il bere o qualcosa di osceno.
Come se non bastasse, il cameriere mi informò che per la pizza coi friarielli ci sarebbe voluta una buona eternità, considerata la mole di clienti, per cui aprii il menù  a una pagina a caso e ordinai una pizza con un nome oscuro e vagamente lascivo (La Golosa, la Sfiziosa, non ricordo più).
Mentre i goliardi oscillavano sul tavolo, ubriachi, cercai di mostrarmi a mio agio e del tutto indifferente alla condizione di pasteggiatore solitario.
Controllai sul cellulare se gli altri avessero risposto alle mail. Trovai soltanto un messaggio di Alice che diceva:

     Ehi, ma ciao! Qui va tutto alla grande, il posto è strafigo, un sacco di gente superinteressante, sbronze balorde. Non so quando tornerò. Sto pensando di prolungare l’Erasmus e di passare l’estate a Lisbona, magari mi trovo un lavoretto come cameriera. E tu? Quando vieni a trovarmi?
     Mi manchiii
     Baciuz :)
     A.

Cercai di fare una partita a Snake fingendo di scrivere un sms, ma temevo che i goliardi potessero accorgersene attraverso il riflesso dei vetri del dehor.
Avevo le orecchie come mezze esplose e mi sentivo rosso, rosso di rabbia, vergogna e di allergie varie alle comunità studentesche.
Fermai il cameriere e gli chiesi se per caso avessero un elenco del telefono. Quando entrò nel ristorante per cercarlo, mi alzai, afferrai le birre da sotto al tavolo e sgusciai fuori, il più lontano possibile, con quei pochi passi che mi erano concessi.
Salii al volo su un autobus, come avevo visto fare in certi film, e mi afflosciai stremato su uno dei sedili in fondo. 
Ci lasciammo alle spalle i condomini che imbrunivano al bisbigliare dei frigoriferi, i quartieri che avevo imparato a riconoscere per nome in questi miei stolti anni universitari, diretti verso un capolinea indefinito.
Per un attimo fui tentato di scendere e tornare verso casa, ma poi realizzai che nessuna delle persone presenti sul bus era a conoscenza di chi fossi e di dove abitassi. Forse si trattava proprio di questo, restare da soli: scendere dall’autobus quando ti pare senza che nessuno abbia qualcosa da obiettare. 
Mi abbandonai di nuovo sullo schienale. Pensai soltanto a godermi la corsa, con le cose fuori a perdersi di vista e i passeggeri dentro presi dai loro affari. Avvenne questo strano deflusso – fuori i pensieri, dentro le immagini – che mi salassava perbenino il malumore e mi lasciava intuire un principio di sensatezza.
Rinfrancato, prenotai la fermata e scesi dall’autobus quando ancora l’autista non aveva finito di rallentare. Non sapevo bene in quale direzione andare. Scorsi un sentierino che conduceva dritto al fiume e decisi di seguirlo. 
Il livello dell’acqua era molto basso. In certi punti le pietre umide tagliavano il fiume in rivoli insulsi che disegnavano un sistema di vene liquide.
Saltai su un gruppo di massi emersi. Con le braccia ben tese abbozzai un urlo liberatorio che non uscì granché.
Poi sedetti sopra la confezione da sei e frignai per un po’. Dissi persino povero me, proprio così dissi. Povero me. La mia voce riecheggiò nel nulla con uno squittio patetico.
In un sol colpo mi resi conto di aver freddo, di essere al buio, e di non possedere un cavatappi per aprire le birre. Di non avere niente da cui ripartire, e nemmeno qualcosa da lasciarsi indietro.
Dopotutto non ero affatto il protagonista di un film indipendente americano in concorso al Sundance. Non avevo la minima idea di dove mi trovassi o di cosa stessi facendo di preciso, ma certamente non ero lì, in quel film, ero da tutt’altra parte. 
Forse l’indomani mi sarei comprato un cofanetto con tutte le serie di Heimat e mi sarei lasciato stritolare da tremiladuecentottantuno minuti di mirabolanti intrecci fra piccola e Grande Storia, oppure avrei attaccato con le droghe pesanti.

Ma nel frattempo sarei rimasto lì. A guardia del faro.

TESTO Martin Hofer
Elena Guidolin ILLUSTRAZIONE

martedì 15 luglio 2014

bridge over troubled water


I.

Si chiama gefirofobia, ti è capitata in sorte. Significa che hai paura dei ponti. Di attraversarli, tieni a precisare con chi semplifica e riduce. Di attraversarli, sì: se non devi attraversarli tu, i ponti stanno benissimo dove stanno. Se ti ci ritrovi sopra, però, ci vuole un attimo per ammollarti dentro certi sudori ghiacciati che solo un gefirofobico come te può immaginare. Ti prende qualcosa tra lo sterno e lo stomaco, come una randellata, e pensi che stai per morire; sei sicuro che stai per morire. Ti capita in macchina, ma solo se la guidi tu, in bicicletta, o anche a piedi. In autobus no, non ti capita, ma ti capiterebbe di sicuro se facessi l'autista, lavoro che infatti non faresti mai e al quale preferiresti la tua attuale disoccupazione. Quei ponticelli di poco conto alla periferia di Roma, dove sei cresciuto, sono gli unici che non temi. Quelli li attraverso da quand'ero pupo - dici - è sempre andato tutto bene, ma con gli altri, cristo, con gli altri è una tragedia. 
Ogni volta che ti metti in viaggio verso posti che non conosci, ti organizzi con metodo: memorizzi accuratamente la mappa per studiare tutte le soluzioni stradali possibili, prendi la macchina solo dopo esserti assicurato dell'esistenza di un percorso alternativo a quello coi ponti. In questo caso, per evitarli arrivi a fare deviazioni anche di parecchi chilometri. Quando questo piccolo accorgimento non è possibile, allora prendi il treno, o l'autobus, o rimedi un passaggio in macchina da un amico, o andate insieme con la tua macchina a patto che la guidi lui. Oppure te ne resti proprio a casa e buonanotte. In effetti questa soluzione è quella che pratichi maggiormente, visto che tu non viaggi molto, a meno che non sia costretto a farlo.
Con il tempo, mi hai raccontato tante volte, con il tempo hai compreso che questa paura si estende alle altezze sospese sul vuoto, quindi ti capita, anche se con minore probabilità, di sentirti male su balconi e terrazze. Perciò ti dicono che forse soffri di gefirofobia e di acrofobia. Tu alzi le spalle, risolvi in fretta: guardate che non soffro proprio per niente, io sto benissimo, non mi piace stare sui ponti, semplice. Dipende dalla loro altezza, e da quanto spazio ti separa dalla terra, ma non sai dire con precisione quanto spazio sia sufficiente a farti stare male. Ti succede e basta, e tu eviti il più possibile che ti succeda evitando ponti, balconi, terrazze e, ah sì, pure torri. Qualcuno una volta ti ha fatto notare che, stando così le cose, allora dovresti avere paura anche di stare a casa tua, che è un appartamento al secondo piano, di salire le scale del tuo palazzo e quelle di ogni altro palazzo, di fumare una sigaretta sul tuo balcone e su ogni altro balcone, e poi i grattacieli, gli ascensori, gli aerei? Insomma, ti hanno detto, «a rigor di logica» dovresti avere paura di stare sulla Terra. 
Chi usa il rigore della logica, è evidente che non è un gefirofobico - questo lo dici con un sorriso mite e intanto ti gratti la fronte come fai sempre per artigliare il tuo disagio - forse è più probabile che sia un idiota, perché far notare a qualcuno che abbia una particolare fobia l'insensatezza di quella fobia è del tutto inefficace, la fobia non è logica, io in aereo ci vado senza problemi, su grattacieli e ascensori pure. Avanti: come me lo spiegate questo con il rigore della logica?
Non è una paura tanto grave, tutto sommato. Ci campi, e te la tieni. Non solo te la tieni: ti serve. Ti serve a cosa?, ti ho domandato una volta. Mi serve per non cascare e farmi male sul serio. Semplice. 
Comunque, tu con questa paura non ci sei mica nato, lo specifichi sempre a tutti quelli che ti chiedono spiegazioni, tanto per accontentarli e chiudere lì la questione (che spreco di energie, scavare nelle proprie questioni, facciamoci un aperitivo). La prima volta che ti è venuta eri in moto. Hai avuto una moto, quand'eri più giovane, e ci andavi spensierato in giro per tutta Roma, un po' anche fuori; non tanto fuori, no, a te non piace molto viaggiare. Finché un giorno non ti si è fermata su un cavalcavia, ne hai perso il controllo e sei arrivato a tanto così dal guardrail. Non ti sei fatto niente, non sei nemmeno scivolato, però ti sei spaventato parecchio. Da allora hai cominciato ad avere paura di attraversare i ponti. Semplice - dici alzando le spalle - da quella volta in avanti ho cominciato a evitare tutti i ponti che si potevano evitare e, quando proprio non si potevano evitare, a sentirmi male. 


Poi ho conosciuto Clara. 
Fai una pausa dopo il suo nome. Ti prendi il tuo tempo per girarti una sigaretta - tabacco Pueblo, cartina Rizla, filtro OCB ultra slim. L'accendi, una generosa boccata e ricominci da Clara. 
A Clara piaceva molto come mi giro le sigarette. Diceva che quando ci siamo conosciuti le è venuta voglia di fare l'amore con me quando mi ha visto girarmene una in tre secondi, fermi al semaforo, mentre la stavo riaccompagnando a casa sua dopo la prima sera che siamo usciti insieme. Non erano tre secondi, è che io mi giro sigarette da quindici anni, lei invece da quindici anni sfila Lucky Strike dal pacchetto, non è abituata al rituale della preparazione. Però ero tutto gonfio di compiacimento quando me lo diceva. Ci siamo innamorati, ci siamo messi insieme, siamo andati a vivere insieme. Non dico che le tre cose siano successe nello stesso momento, ma nel giro di pochi mesi, sì. Cioè no, a dire il vero le cose sono andate così: ci siamo innamorati, ci siamo messi insieme, dopo pochi mesi Clara ha ritenuto necessario traslocare in un nuovo appartamento perché aveva avuto non so quali divergenze con i suoi coinquilini, ma credo c'entrassero col fatto che io rimanevo spesso a dormire da lei e qualche volta mi ci fermavo per due o tre giorni, e questo ai suoi coinquilini non piaceva affatto, qua chi consuma paga. Io allora le ho suggerito di venire a vivere a casa mia, che non c'era nemmeno un affitto da pagare, lei ha detto di no e ha preso in affitto da sola un intero appartamento a settecentocinquanta metri dal mio ed è finita che per un anno buono abbiamo vissuto insieme, una settimana da me e una settimana da lei, finché non le sono finiti tutti i soldi che aveva da parte e stava di nuovo senza contratti di lavoro, allora ha sospirato un po' ed è venuta a vivere con me, e finalmente abbiamo cominciato a dire, senza più grossi dubbi su come formulare l'affermazione, che vivevamo insieme. Ecco, le cose sono andate così. Lei le avrebbe raccontate meglio, ma il succo alla fine è questo.
Ogni tanto lei tornava in Abruzzo a trovare la sua famiglia per un fine settimana, e un giorno ci sono andato anch'io, per conoscerla. Ero contento di vedere i luoghi dove Clara era cresciuta, che lei me lo permettesse. All'inizio aveva stabilito “Le famiglie fuori”, e io mi ero trovato completamente d'accordo. Ma poi succede sempre che, a un certo punto, ti viene la voglia, o la dannata curiosità, di vedere dal vivo le facce di chi ha messo al mondo la persona che ami, e anche tu alla fine vuoi far vedere a lei le facce di chi ha messo al mondo te, anche se magari non sono facce bellissime. 
Di solito in Abruzzo Clara ci andava in autobus, però quel giorno io le ho detto: ti accompagno, andiamo con la mia macchina. E chi ci pensava, in quel momento, ai ponti della A24? E lei, se avesse saputo che sono gefirofobico, senz'altro mi avrebbe chiesto: ma sei sicuro?
Il tracciato complessivo della A24 si sviluppa su un territorio quasi esclusivamente collinare e montano, che ha costituito una delle ragioni dello storico isolamento dell’Abruzzo, dove è cresciuta Clara, dal Lazio, dove sono cresciuto io. Non ho mai contato quanti ponti ci vogliono per andare a casa sua, ma sono i peggiori che io abbia mai visto. Il viadotto di Pietrasecca, perdio! Cento metri! E che vuoi che siano quelle quarantadue gallerie, e quel traforo del Gran Sasso lungo dieci chilometri, quando esistono ponti come quello là? Sì, è vero, la A24 è un viaggio tra le meraviglie dell'Appennino. Per voi, forse. Per gli occhi sgranati di un gefirofobico è la strada per la pazzia. 
Così mi dici, la strada per la pazzia, e io non dico niente, non approfondisco, non faccio domande (mi diresti “Possiamo parlarne un'altra volta?”, con il tempo ho imparato che un'altra volta significa mai).
Quando sono uscito al casello di Teramo, lei ha telefonato ai suoi per dire che non saremmo arrivati in tempo per pranzo, che mangiassero pure, noi avevamo avuto un contrattempo a casa ed eravamo partiti più tardi del previsto. Invece noi eravamo partiti all'ora prestabilita, mentre era vero che c'era stato un contrattempo, però non a casa, sulla A24. Ma avevo tenuto la strada, eh. Solo che l'avevo tenuta a una velocità di sessanta, settanta chilometri orari, e mi ero fermato a tutte le aree di servizio e le piazzole di sosta disponibili. Durante il viaggio Clara aveva continuato a dirmi guido io, guido io, guido io, nonostante a lei non piacesse affatto guidare, indipendentemente dalla presenza di ponti. Ma io non me la sentivo di afflosciarmi così, gettare la spugna, non portarla a casa in Abruzzo. Con un amico lo avrei fatto, gli avrei detto guida tu, ma Clara la volevo accompagnare io, io ci volevo stare, io volevo essere quello che porta la donna sua dove lei vuole andare. 
Poi l'ultimo tratto di autostrada che ci restava da fare, quello della A14. Poco prima che imboccassimo la rampa di accesso, Clara mi aveva detto: guarda che possiamo fare una strada interna, passiamo per i paesi, ci mettiamo di più, ma chi se ne frega! Io niente, tanto stremato dalla strada fatta quanto intignato a finirla, mi ero infilato nella A14 a Mosciano Sant'Angelo, fermamente deciso a percorrerla fino alla nostra uscita a Val Vibrata, la terra di Clara mia, il posto dove era stata bambina. Lei a quel punto era piuttosto agitata, ha ripetuto a lungo che voleva guidare lei, le ho detto perché, tanto ormai siamo arrivati, lei mi ha risposto sì, sì, siamo quasi arrivati, ma per arrivare del tutto dobbiamo ancora passare su un ponte brutto. Brutto quanto?, ho chiesto. Lei non mi ha risposto.
Brutto, per la madonna, brutto quanto il ponte del Salinello: viadotto della A14 tra le uscite di Mosciano Sant'Angelo e Val Vibrata, con i suoi centotrentametri metri risulta il terzo viadotto più alto d’Italia ed è tristemente noto come “il ponte dei suicidi” a causa del considerevole numero di vittime volontarie che ha fatto registrare nel corso degli anni, grazie alla sua capacità di garantire una morte certa indipendentemente dal punto di lancio prescelto lungo il suo chilometro e mezzo di estensione.
Dal ponte del Salinello si vede il mare. Mi dici: sai, è un tratto della costa adriatica all'altezza di Tortoreto, che ha una bella spiaggia. Questo però, in quel momento, tu l'hai saputo perché te l'ha sussurrato Clara, pensando che fosse una cosa bella da dirti, per distrarti un poco dai sudori che andavi buttando, per farti stare allegro, tenerti in vita. Ma tu, mentre guidavi con le mani incollate al volante, la testa di qua e di là non la potevi muovere, roteavi giusto gli occhi quel tanto che ti bastava per controllare gli specchietti. Quindi, che dal ponte del Salinello si vede il mare, un tratto della costa adriatica all'altezza di Tortoreto, che ha una bella spiaggia, tu questo l'hai scoperto dalla voce rassicurante di Clara dentro il tuo orecchio destro. Ed è l'unico dettaglio che ricordi con sopportabile chiarezza di quel viaggio, di cui comunque, in qualche modo, siete  arrivati alla fine. 
Quando sono arrivato al paesello di Clara, mi sono presentato ai suoi genitori, con un'ora abbondante di ritardo sul pranzo, la camicia zuppa di sudore, la faccia bianca devastata dalla fatica, gli occhi iniettati di sangue, due bottiglie di vino dentro una busta di carta, e una mano mezza morta che ho allungato a suo padre biascicando a bassa voce: “Piacere, sono Daniele”.


II.

Il giorno in cui mi hai vista uscire dalla nostra camera da letto, con una faccia più appesa del borsone che mi trascinavo su una spalla, non ti sei sconvolto più di tanto, e io nemmeno. Ti si è un poco allentata la mascella e hai rovesciato sul bancone il caffè che stavi versando nelle due tazzine, questo sì. Però non eri del tutto impreparato, si capiva. Sarà stato che quella scena non era insolita, o che quella mattina eri stanco per via dei lavori nella casa nuova, che negli ultimi tempi erano pure rallentati a causa di un tuo congenito torpore che alle volte ti piglia come una gomitata in mezzo agli occhi e non ti fa risolvere la giornata. Per questo, credo, la tua unica reazione è stata quella di chiedermi piano:
- Possiamo parlarne un momento?
- Parliamone! - ti ho detto io, ma non ne volevo parlare.
Sei rimasto in silenzio a guardarmi. Ho ripensato il tuo silenzio solo molto tempo dopo quel giorno, e te ne ho dato ragione. In cucina c'è la tua donna con un borsone sulla spalla e una faccia per niente allegra, e ti dice parliamone. Magari vorrà cominciare a spiegarti perché alle otto di domenica mattina sta con una borsone sulla spalla e una faccia per niente allegra, soprattutto considerando che tra mezz'ora dovete andare a Torre Maura per continuare coi lavori nella casa nuova, dove continuerete a vivere insieme. Quindi hai passato in fretta uno straccio sul caffè rovesciato, ti sei appoggiato con tutte e due le mani sul bancone della cucina, mi hai guardato di nuovo: tu eri pronto ad ascoltare e io per quel silenzio ho preso fuoco. 
Sei un coglione. Questo credo di avertelo ripetuto tre volte, forse quattro, in mezzo alle altre parole.
Qual era il punto, poi? Non me lo ricordo più, ma avevamo passato l'ultima annata a chiacchierarne, tanto che ormai era diventato uno dei nostri argomenti di conversazione più accuratamente dibattuti a tutte le ore, a tavola, la sera a letto, o sul divano davanti alla tv accesa, a volte pure in bagno, e anche per strada. Sì, dev'essere andata proprio così: ne abbiamo chiacchierato con la stessa frequenza, con la stessa disponibilità e con la stessa capacità di improvvisazione con cui una volta scopavamo. Per cui era chiaro che io, quella mattina lì, di quella conversazione lì, volevo arrivare alle conclusioni. Mentre ci arrivavo, urlando, continuavo come una bestia incattivita a girare per le stanze, solo altre due, perché dalla camera ero appena uscita e le conclusioni avevo cominciato a dirle in soggiorno, che poi era anche una cucina, quindi andavo e venivo fra il bagno e il ripostiglio, che era una cameretta, ma col tempo ne avevamo fatto uno studio, una stanza per gli ospiti, un ripostiglio, una stanza e basta, alla fine la chiamavamo lo stanzino, ci buttavamo dentro tutto quello che aspettava di trovare posto. Girando e urlando tra i pochi metri quadrati rimasti a disposizione, con il borsone che mi faceva camminare tutta storta, mi guardavo intorno e cercavo qualche cosa. 
Tu mi venivi dietro dietro, in silenzio. Sono ritornata in camera, a fare che non lo sapevo. Mi sono girata verso di te, per vedere se c'eri ancora. Mi hai guardato con gli occhi che ti avevo visto una sera, un momento prima di spegnere la lampada e addormentarci, e quella sera te li avevo baciati. Invece no, stavolta non l'ho fatto. Ho continuato ad abbaiare come una cagna. Non hai detto niente. Ma proprio niente, eh, non un insulto, una bestemmia, un ringhio, un rantolo. E che potevi dire? Che non era vero quello che dicevo, che mi stavo sbagliando, che avevo torto? Che era vero quello che dicevo, che non mi stavo sbagliando, che non avevo torto?
Sono uscita dalla camera, e tu dietro a me, mi sono rifatta tutto il soggiorno, e tu dietro a me, sono arrivata alla conclusioni, e tu sei rimasto fermo a guardarmi. Niente hai detto.
- E tu niente dici, eh? -  t'ho chiesto io, sulla porta di casa.


III.

Quando si è richiusa la porta alle spalle, Clara l'ha sbattuta talmente forte che il calendario appeso al muro lì accanto, un calendario che aveva confezionato lei con certi fogli leggeri dove ci stanno scritte mese per mese la frutta e la verdura di stagione che fa bene mangiare, s’è staccato ed è volato per aria.
Pochi mesi prima Clara aveva detto qualcosa a proposito della mentuccia in balcone. Lì per lì non avevo capito. Avevamo pure un vaso di basilico e di rosmarino, per un po' ce ne eravamo presi cura con entusiasmo, ma qualche volta ci scordavamo di annaffiarli, oppure non ci mettevamo d'accordo e finiva che io li inondavo al mattino e lei alla sera. Poca acqua, troppa acqua, non si sa, comunque il basilico ci aveva lasciati per primo, il rosmarino per secondo. La mentuccia, invece, aveva dimostrato una straordinaria capacità di resistenza.
- Hai notato? - mi aveva chiesto Clara, mentre beveva un caffè davanti alla finestra.
- Che? 
- Fuori, in balcone.
- Ma cosa?  
- La mentuccia. Fuori, in balcone. Sta crescendo malgrado tutto.
- Malgrado tutto cosa? 
- Malgrado noi.


IV.

Dal ponte del Salinello si vede il mare. Te l'ho detto io, il giorno in cui stavamo per finire di sotto. Ho avuto paura che la tua paura ci ammazzasse tutti e due. Potevi svenire, mollare il volante, perdere il controllo dell'auto? Non lo sapevo; io prima di conoscerti non sapevo nemmeno cosa fosse, la gefirofobia. Sudavi ed eri bianco. Non te ne sei accorto, che ero pronta a buttarmi su di te e cercare di recuperare la direzione, se tu avessi perso il controllo. Non l'hai perso. Sei forte, tu, tu sei Er Cinghiale de la Tibburtina, i cinghiali quando intignano non mollano. Forse non te la ricordi, la mia voce dentro il tuo orecchio destro che ti diceva: dal ponte del Salinello si vede il mare. Un tratto della costa adriatica all'altezza di Tortoreto, che ha una bella spiaggia. Ti ho detto anche altre cose, per cercare di distrarti come mi chiedevi. Del mare non volevi sapere, avevi bisogno di concentrarti su moltiplicazioni e divisioni. Facciamo un gioco con i numeri, - mi hai detto, - così mi aiuti. Va bene, ho detto io, quanto fa 1442 diviso 4? Ho sparato a caso, convinta che il conto ti avrebbe tenuto impegnato fino all'arrivo, ma tu dopo pochi secondi mi hai risposto: 360.5. Ma come cazzo fai? - ti ho detto dopo aver verificato sulla calcolatrice del telefonino. Hai pregato in un fiato solo, irrigidito: continua per favore i numeri mi aiutano. Così abbiamo dato i numeri sul ponte del Salinello. È bello quando si vede il mare. Il mare è il posto dove sono nata, lo sai. Sono tornata a viverci, adesso il ponte mi capita spesso. Tutte le volte che ci passo sopra, ripenso sempre al giorno in cui ho violato il tuo confine, e tu il mio.

A Le Sanglier

TESTO Annalisa Di Salvatore
Sara Flori ILLUSTRAZIONI