martedì 30 dicembre 2014

bastonare patate


Gero, l'amico

Non so che dire… Ugo era un amico. Ma no, non so come dirlo… mi raccontava tante cose, e tante ne abbiamo fatte. Mai cattive, però… era buono, Ugo…

C’era quella volta che si era fermato per togliere un rospo dalla strada… quattro frecce all’ape, freno a mano e tutto… e dall’altra arrivavo io, in macchina, e m’aveva fatto segno di aspettare, e si era messo dietro al rospo, a fargli dai dai! ...e gli zompettava vicino per farlo muovere e il rospo era saltato nell’erba, e lui mi aveva ringraziato alzando una mano, io avevo sfareggiato… poi eravamo partiti, uno su, l’altro giù…

O quella volta… eravamo nell’orto, il suo, aveva appena smesso di piovere… bestemmiando duro aveva raccolto un sacchetto di lumache dalla lattuga: “Mi hanno già mangiato il basilico!”, diceva, e girava con ’sto sacco di plastica… lo scuoteva, me lo apriva sotto il naso per farmi vedere… allora voleva farle alla parigina, e già era lì che diceva: “Il burro, ce l’ho, il prezzemolo, eccolo lì, l’aglio è là, viene un sughetto che, ti dico, una roba!” Io avevo chiesto se sapeva come andavano cucinate e lui: “Come si cuociono, no, non lo so, perché come si cuociono?”…E gli dico che vanno cotte vive… le butti nell’acqua bollente ancora vive, le ammazzi così… e allora aveva guardato nel sacchetto, ce n’erano una cinquantina, quattro o cinque volevano venire fuori… tre piccoline, e la terza aveva la quarta piccolissima sul guscio, forse madre e figlia non so… e aveva tirato una mezza bestemmia, ma fiacca, le aveva buttate nella scarpata: “Ci pensano poi i ricci”, aveva detto…

O quell’altra volta che alla festa non ricordavo niente, e lui mi aveva raccontato, che ero arrivato con una trombetta di carnevale in bocca, e tutta la sera ci avevo soffiato dentro… “Ma piano, senza dare fastidio”, aveva detto… che se non sapevi dov’ero ti bastava seguire il fischio… e alla fine mi ero addormentato sulla panca, trombetta in bocca… e russavo e fischiavo… “Certo che non ti svegli nemmeno con le bombe!” m’aveva detto… e l’unica volta che mi ero tolto la trombetta di bocca, era per convincere Germano ad andare a puttane, ma Germano aveva tredici anni… allora diceva Ugo che ero andato a chiedere il permesso alla madre, di Germano: “Piera, posso portarlo a puttane? Pago io!” diceva che avevo detto… e tutti ridevano, e Piera: “Ma no, ma no, è piccolo! Non si va a donnine, non andare neanche tu!” …e diceva che Germano aveva detto: “Gero, io ho la ragazza!” e diceva che avevo detto: “E bèn? Io sono sposato!”, e era quel giorno che mi avevano ritirato la patente, poi m’è toccato andare a piedi per non so quanto, e su e giù a piedi, e le macchine andavano su e non mi caricavano, era passato Ugo, e subito non mi aveva caricato che aveva l’ape pieno di roba, anche davanti, poi era tornato indietro e mi aveva caricato, e io ero ciucco, e Ugo diceva che avevo detto: “Guarda Ugo, c’è certi stronzi! È appena passato uno con l’Ape come il tuo, si è mica fermato!” …mi ha tanto aiutato, tanto…

O quella volta che stava caricando letame nella carretta, e intanto che caricava, masticava un pezzo di resina…sai il melo, quando fa le bolle, lui le prendeva se le cacciava in bocca e partiva a ruminarle… solo che gli aveva fatto presa nella dentiera, e gli era schioccata via dritta nel letame, coi denti bianchi che li vedevi lì, tra i vermi rossi che attorcigliavano… e il nero del letame che sembra caffè… Lui aveva preso su, dato una passata sulla gamba, e dentro di nuovo in bocca…Mi aveva guardato: “Dieci mesi, sto letame qua, mica niente.”…

E quando andavamo in ape, che eravamo bocia, e lui mi diceva… mi faceva vedere quello che non vedevo, tutto mi faceva vedere, lui vedeva e sentiva tutto… e quando diceva lui sembrava bella, la cosa, anche le cose normali, l’asfalto, che diceva: “Guarda ’sta salita, che grani grossi ha!” …o: “Quanto mi piace la farina che fanno le castagne schiacciate” …poi c’era una macchina che sbucava dalla curva e viene giù come se ha rotto i freni, e ne fa rimbalzare una contro il guardrail, che suona, e lui: “È passato Fra Martino!”…ma non mi lasciava a piedi, mai, apriva la portiera, si storceva di lato, ci schiacciavamo nei finestrini, uno di qua, l’altro di là, sempre con ’ste camicie blu che sapevano di cantina e cipolle… “L’ape va come uno che cammina veloce.”, diceva… e mi ha raccontato che una volta era notte, venivo su dal bar, e lui anche stava tornando su, ma già portava la sua donna, e non aveva posto, e io ero montato dietro, e mi ero addormentato e quando eravamo su non mi svegliavo: “Guarda ti ho tirato i capelli, sgnaccato le balle, niente, non ti svegliavi!” mi aveva detto… e quando era mattina, c’era il sole, ero sveglio nel cassone dell’ape, con tre coperte addosso e il cuscino dietro la testa… buoni come lui non ne fanno più…

E quando eravamo dentro a fare due chiacchiere alla stufa, e mi diceva che aveva il cinghiale che gli girava il campo, e poi mi fa di stare zitto, che sente qualcosa… e esce… e c’è il cinghiale lì che mangia nell’orto… e lui a urlargli dietro, e il cinghiale scappa via, ma poi torna… e lui ancora che urla… e il cinghiale ancora che scappa, ma torna… allora Ugo prende una pietra e gliela butta… e il cinghiale si arrabbia e lo punta deciso… e lui invece di scappare, prende su la vanga e gliela schianta nella testa che ha spaccato il manico…e il cinghiale crolla a terra…e poi piangeva che non voleva ammazzarlo… e arriva la forestale e Ugo gli fa: “Ma chi se lo mangia, adesso?”…

Non so… non so che altro dire: era mio amico.


Ambrogio, l’editore

Mi guardo
la legna nel cesto.
Vedere se trovo
un vermetto
da dare al gatto.

La poesia si intitola Piove, è tratta dalla silloge Bàite di Ugo Caillou, allevatore, eremita, prima scultore poi poeta, valdostano. Ho voluto cominciare questa commemorazione con una sua poesia perché, secondo me, che l’ho conosciuto solo tramite scambi epistolari, è attraverso i versi, che Caillou esprime sé al meglio. È grazie a loro, che si può scavare nel vero io dell’autore. Cercherò ora di attenermi al significato, simbolico e non, dei testi, per evitare la noia che potrebbe derivare da un’analisi lessicale, approfondita o meno, inutile, visto il momento. 
Caillou, ricordiamolo, è nato a casa sua, in cucina, uno degli ultimi parti casalinghi. Il padre ha portato il materasso vicino alla stufa, ha steso delle lenzuola pulite, è arrivata dal paese una vecchia levatrice, nasce così, come scritto nella sua prima epistole, nella quale tentava di raccontarsi per farmi capire chi era fin da subito, e dove sarebbe andata a parare la sua poetica. Caillou, forse, è il primo a essersi accorto che la parlata della gente di montagna, abituata a lavorare in silenzio, a contatto solo con le bestie, si avvicina molto a un linguaggio espressamente poetico, e, nella sua assenza di parole, e, nella sua aridità. Infatti, in svariati brani, si ha l’impressione che il suo lavoro non sia stato altro che trascrizione. Ovvero, trascrivere le parole così come venivano pronunciate. Nella sua poetica, Caillou imprime la rabbia e la solitudine della vita aspramente montana. La vita d’alpeggio, la durezza della stalla, la grande solitudine. Caillou, nei brani, canta la ricerca all’eremitismo. Quindi si può dire che sotto sotto, la solitudine nella quale si immerge, e della quale ha bisogno, è un’arma a doppio taglio, perché la condizione che gli permette di creare è la stessa che lo fa soffrire. Niente di nuovo: si può dire che Caillou è un artista a tutto tondo. Ma torniamo alla poesia, a Piove: è evidente, come la grande umanità della persona traspaia da questi cinque versi. Ci fa, gentilmente, entrare in casa con lui, innanzitutto, e sempre con lui, scaviamo tra i tronchetti del cesto, in cerca di cibo per il gatto, che, data la condizione climatica avversa è impossibilitato a uscire. Siamo evidentemente in stallo: non c’è nulla da fare, è un raro momento di ozio, come decide di passarlo l’autore? Dandosi. In questo caso al gatto. Tuffando una ricerca, un regalo prezioso, riconoscenza per la compagnia, le fusa, il caldo tepore accanto ai piedi durante le fredde notti invernali, quando la terza coperta di lana è appena sufficiente. Ma andiamo avanti, non voglio dilungarmi, passiamo a un’altra poesia, come molti di voi sapranno, l’ambiente del Caillou, e di conseguenza la sua scelta di ambientazione poetica, versava nella natura, con un ritorno di poesie a tema prevalentemente agro-pastorale, e di seguito voglio leggere per l’appunto, visto il tema a lui caro, Quando la vazza si arrabbia:

La mucca gira la testa
qui e lì,
e muggiva.
Mi faccio sotto,
metto il secchio, tiravo.
La mucca,
gli occhi così,
muggiva.
Scalciava la merda
nel muro.
Pisciava,
tirava un pèt.

Non c’è bisogno di spiegazioni, la grande sofferenza trasuda dalle parole: l’animale, evidentemente infuriato per qualche motivo, soffre al punto di non acconsentire alla mungitura, e il Caillou, soffre di conseguenza della sua sofferenza, ma nello stesso tempo, sa, che se non verrà tirato, il latte, peggiorerà la sofferenza dell’animale. Quindi, a scapito di tutte queste sofferenze, si mette di buona lena, e appronta una efficace evacuazione della mammella. Tutto è giocato sulla consapevolezza, come un circolo vizioso nel quale è difficile entrare, e una volta dentro, è difficile uscire. L’animale soffre, e sa di far soffrire l’uomo, soffrendo, e l’uomo che soffre, sa che dovrà, per mitigare la sofferenza dell’animale, farlo soffrire ulteriormente, e l’animale sa che lui sa che l’animale sa, ma lui, sapendo che l’animale sa della sua consapevolezza, sa anche che dovrà andare avanti, per uscirne, ma nonostante tutta questa sapienza, ci tiene a dimostrare il suo disagio, costellando di feci le pareti della stanza, orinando copiosamente sui piedi dell’allevatore, spetazzando disappunto come una mongolfiera bucata. Grande è l’empatia che aleggia in questi versi, e sottile, ma da cogliere sicuramente. Proseguirei, per andare a concludere, con un terzo brano, dal titolo Consiglio:

Con la neve,
non puoi mica,
con la neve
andar giù per i stradini.

Devi andare nel
stradone
a passettini.

Il titolo, non dice già tutto, su chi era ed è stato Ugo Caillou? Certo. Era, è stato e rimarrà per sempre, una persona che amava consigliare, senza imporsi, e non disdegnava ricevere consigli. Perché se sei in quella condizione mentale da capire che è meglio dare un consiglio, che un ordine, che imporre, di solito sei anche in grado di accogliere i consigli altrui. Poi, direi che questi versi, come in tutte le altre poesie del Caillou, sono basati su verità empiriche, verità di qualcuno che ha provato, e a furia di ematomi sul sedere, ha capito che non sempre conviene scegliere la strada più breve, a volte conviene andare dove più si riesce, o meglio, è giusto rischiare nella propria vita, ma sempre con coscienza, e senno di ora, non di poi, e mai per azzardo, a meno che non lo impongano le situazioni. E qui, direi che la saggezza che traspare, è quella del dolore: si potrebbe parlare di logica da caduta, o, esemplificando al massimo, come amava ed era solito fare anche lui, questa è la summa della ragione del culo ammaccato. E potrei andare avanti, ma lascio la parola a chi ne sa più di me, sulla persona: io ho conosciuto purtroppo solo il poeta, ma ne sono comunque grato. Ed è con le sue parole, che ho voluto dirgli addio.


Bruna, la vicina

Ugo è stato il mio grande amore. E ce l’avevo vicino, a due passi da casa. Ma non mi voleva. Ci ho provato tanto, a farmi volere bene, ma niente. Era bello, bellissimo. Quegli occhi che ti guardavano, come ti guardavano. Dritti. Faticavo a starci dentro, a quegli occhi. Diventavo rossa, e me lo diceva, e non capiva. “Bruna, sei sempre rossa, stai mica male?”, diceva, perché anche se non mi voleva, si preoccupava. Si preoccupava di tutti, Ugo. Solo di lui, non si preoccupava. Quando stava male, non prendeva medicine. Metteva un maglione in più, e via. Aveva le mani storte e sempre con qualche macchia, sembravano rubinetti vecchi, le dita, i giunti. Ma sempre gentili, con le bestie, e col gatto, che gli voleva bene, il gatto. Anche il cane, quando ancora c’era, lo adoravano, le bestie, e anche io. Ho sempre avuto facile adorare Ugo. Anche me, che non mi sopportava, lo sapevo bene che non mi sopportava. Lo sapevo. Adesso mi viene da piangere, ma devo dirlo: non mi sopportava. È che io insistevo, non mollavo. Mi piaceva, cosa dovevo fare! Ma non davo fastidio eh, andavo su da lui, una due volte al mese, massimo. Forse di più, ma non stavo tanto. E lo vedevi con le vacche, come le carezzava, e si preoccupava, e solo il migliore fieno, e sempre la stalla pulita, che ti aveva anche fatto fare le pareti, no Gero? Non ti aveva fatto rifare la stalla? Eh. Infatti. E in casa sua, non c’era mica quella luce. In casa sua, sempre buio, le finestre chiuse, e la stufa accesa bassa, sempre. Un poco di legna ma poca, dentro. E quando ho visto che il camino non fumava più sono andata a vedere, ma niente, non c’era. E c’era la casa aperta, ma lui no. E mi sembrava che qualcosa non andava. E ho iniziato a cercare, e ho trovato i denti nel lavandino, nel bicchiere con l’acqua. E ho trovato il foglio sul tavolo, in cucina. E non so per chi era l’addio, ma era un addio, solo quello: addio. E sono corsa fuori, a chiamare forte, ma niente. E hanno trovato l’ape, al ponte. Lo sportello spalancato.

Che glielo avevo detto, di non prenderle più, le vazze. Che c’era qualcosa che non andava, già gli erano morte tutte una volta. E si era messo a scolpire, e andava bene come scultore. Ma le vazze erano il suo amore, gli animali. Quello vero, non quella là, non c’è neanche oggi, neanche è venuta. Si erano lasciati io ero contenta, così contenta guarda mi vien da piangere, adesso passa, passa. E neanche è venuta maledu, ah c’è? Ma non sei te! No non sei! Era grassa l’altra, te sei, ah. Ah. Bè, comunque era bellissimo, anche se poi ti ha voluto a te! La bocca, sempre che rideva a mezzo, con quel testone pelato che si vergognava, di non averci i capelli, poi ti aveva conosciuto a te, e non si vergognava più, bè, per quello brava: stava meglio senza parrucchino. Anche la testa, era liscia come le caraffe pulite che brillano, e io la guardavo, la testa, piena di sudore, quando era fuori a girare la terra, e se credevi che era dura e spessa, quella pelle, non sembrava, a vederla così, lucida. Nemmeno la faccia, che era tutta una crepa, e storta da un lato, era più bella con quel mezzo sorriso. Era come un sole, quel sorriso, come un sole. Anche se i denti non erano suoi, ogni tanto li toglieva per sputare bene, ci passava il fazzoletto, o nella manica, o nei pantaloni, e li rimetteva. Come ha fatto a volerti a te, non lo so, che arrivavi da lontano. Forse era quello, ma non adesso, non discutiamo, no. Io l’ho amato zitta. Lo sapeva, ma non gliel’ho detto mai. I complimenti sì, quelli li facevo. Ma come se erano prese in giro. Dicevo, dove vai, con quelle gambe lì, dove vai, fai vedere, metti un po’ in mostra, ma lui niente, sempre che non mi dava retta. E avanti e indietro e sposta e tira, e scava e porta, e rastrella e taglia, e sempre in movimento, quel diavolo! E quando andava in giro con la carretta, che c’erano da fare gli scalini, e gli scalini erano otto, e la carretta con la ruota sgonfia batteva nello scalino e a ogni scalino diceva una nota: “Do, re, mi, fa, sol, la, si, do!” e quando scendeva vuota: “Do, si, la lallà lallà lallà, do!”, perché al contrario non la sapeva mica dire, e quando spaccava la legna, andavo a sedermi sulla pietra grande del sentiero, stavo lì. 
“Cosa fai lì”, diceva, e con la canottiera si puliva la fronte. 
E io: “Sto qui, perché?” 
E lui: “A fare cosa”
E io: “Niente”
E lui: “Me, mi sembra che mi guardi. Eh? Mi guardi a me?” 
E io: “Ma sentilo, vanesio! C’è solo lui, da guardare!” 
E lui si vergognava un po’: “E cosa guardi allora!” 
E io: “Ma niente, così.”
Ma certo, guardavo lui, eh. Questo prima che ti conosceva a te, Verena, stai tranquilla, che quando poi ti ha conosciuto andavo sì a trovarlo, ma non mi fermavo a guardare. Però, che braccia aveva! Tronco fino e piegato, braccia quadrate come le travi! Tirava su la scure e la buttava giù, quasi tutta nel tronco, andava! Piegava da un lato per sfilarla, poi su e di nuovo giù, e via, che saltavano fette di legna grandi come piatti! E quando lavorava così, nella schiena era tutto uno scontro di serpenti! Io l’ho amato, non mi nascondo, l’ho amato. Era buono, Ugo. Buono come il pane. Non avrebbe spiaccicato una mosca. E chi c’era, quando una vazza gli è scappata, e lui per tenerla, si è buttato e ha preso al volo la cavessa, ma la vazza tirava, è scivolato, era in canottiera, e non mollava mica, e si è fatto tutto il campo d’ortiche attaccato alla vazza che correva, e poi era tutto rosso nelle braccia e nella pancia, meno male che teneva la testa alta, e non l’hanno pizzicato, in faccia, e chi c’era quel giorno lì? Io. E quando il manzo lo incornava per sfida, quanti ricordi quanti ricordi. “La natura”, diceva “la natura è infinita. Non sa che il sole si spegnerà e quindi morirà, anche se non è sicuro, quindi ha creato l’uomo.” Diceva che l’uomo è la morte della natura. “L’uomo è la creatura perfetta: è ciò che fa finire la natura.” diceva. Io questa cosa non l’ho mai capita, e gli chiedevo di spiegare, ma non per capire, ma per l’aria che gli veniva, quando parlava di quello, che la diceva così bene, così perso nel vuoto, quella cosa, che mi faceva venire caldo su dalle gambe, fino nel collo. Ma basta così, che anche adesso, quanti ricordi davvero.



Verena, l’ex fidanzata

Ugo era 

era buono.

Non era capace di far male a 

una mosca non scherzo le 

le prendeva sul tavolo o dietro la sedia poi usciva le liberava tornava dentro 

felice.

Era 

era sincero Ugo non mentiva non sapeva mentire non era capace. 

Poi sì sono dovuta tornare a Torino per ragioni ragioni mie ragioni personali lui non poteva   venire io non potevo stare non c’era una via   non vedevamo come   come si potesse   ci siamo lasciati ma non non volevamo era come   mi sono   come strappata e anche lui anche lui era uno   uno strappo   ci siamo strappati lasciati non

non è come quando ti lasci e va tutto bene perché non vuoi più bene nessuno dei due ne vuole più all’altro no non è così no   noi non volevamo lasciarci ma non si poteva   è stato uno strappo come quando si strappa qualcosa    e le cose si strappano se non si dividono da sole noi non non volevamo dividerci non si poteva fare   non avremmo potuto   non so come fare come fare si poteva forse una soluzione ma non ci è venuto   e la mandria va curata e io dovevo tornare mio fratello   lo avevano    

scusate 






Mi diceva sempre che lui non era capace di amare, non ci sapeva fare con le donne, non le sentiva, non le capiva, sempre stato scarso con le donne, diceva così, ma a te, diceva, a te ti capisco, so sempre quando baciarti, non sapevo avesse una vena poetica, non sapevo scrivesse, credevo che la scultura fosse la sua arte, invece aveva cominciato a leggere, mi chiedeva cosa, io gli dicevo uno o due autori, lui a grappolo ce ne attaccava altri dieci, e leggeva leggeva, ma in casa sua non c’era un libro, tutto in biblioteca prendeva. 

Te Verena mi piaci, diceva. Te Verena sei brava.

Baciava come uno che non mangia da una settimana. Piano, dicevo, calma, Che calma e calma, diceva, La calma è per i preti.

Sapeva farmi bella. Con lui non sono mai stata brutta. Neanche appena sveglia.

Verena, spettinata così, sembri una diva del cinema.

Verena, hai le pieghe in faccia che sembrano una rosa. 

Profumi di fiori, diceva, e avevamo mangiato aglio, e dicevo ma se sentissi un altro che diresti, che profuma di fiore? Ah, no, diceva, un altro no, un altro lo caccio via con il moschicida.

Non so quando ha iniziato a scrivere, forse quando sono andata via. Ci sentivamo, diceva che non dormiva, non riusciva. Le mucche stavano male di nuovo, avevano cominciato a morire credo sia questo. Questo lo ha ucciso.

È il peso del dolore   l’ho amato tanto gli ho detto addio

un addio è per sempre non pensavo per sempre

non pensavo per sempre.

Scusate.


Il fratello di Gero

Non è morto, Ugo. Voi, lo dite. Ma non è morto. NO! E allora la bara? Perché è vuota? 

Lo ammiravo, mi trattava da pari. Facevamo braccio di ferro, mi batteva. Era l’unico a trattarmi da uomo. Non da handicappato. Questa sedia non lo spaventava. Se doveva dire qualcosa, la diceva. In faccia. Si sedeva, per parlarmi. Se c’era da mandarmi in culo, mi mandava. Alla sua. Non diceva parolacce. “Macaco!” mi diceva. “Rapa, sei un rapa, fammelo dire!” diceva. Diceva: “Fammelo dire”.

Non è morto, c’è la certezza? No! E allora! E se se ne fosse andato? Perché no? Scappato via, da un’altra parte, lontano da voi, da noi, da tutto. Lo conoscete, lo conosciamo, no, com’è fatto? Magari ha lasciato apposta l’ape, per farci credere! Poi se n’è andato! Non lo sapete, nessuno può!

Quando veniva giù col formaggio in spalle, anche se poteva venire giù in ape, ma lui no, era sempre venuto giù così, e continuava a fare così. Veniva al bar, posava il formaggio sul banco, prendeva un tè. E il bar si riempiva di formaggio, il barista si incazzava. “Cosa ti arrabbi!” diceva “Lo faccio buono, ne prendi sempre!” 
Il barista sventolava con lo strofinaccio, apriva la finestra. Io ridevo. “Cosa ridi, te! Sempre che ridi!” diceva “Vuoi del formaggio?” 
Ma a me il formaggio non piace. Nessun formaggio, neanche il suo. Però si rideva. 

Se fosse morto, ci sarebbe il corpo, no? O sulle pietre, o giù in fondo al fiume. Ma ma ma: ma cosa! Non l’hanno trovato perché non c’è! E non lo troveranno! È troppo furbo, Ugo! Troppo.

Quando si discuteva, lui guardava come se fosse uno spettacolo, la discussione. Non capiva quasi mai, sul perché si stesse discutendo. Ma discutevamo poco, io e lui. Mi spingeva ai giardini, a volte. Stava attento alle buche. Ai tombini. E inclinava la sedia, nelle discese. Se mi cadeva una gamba, si fermava finché non la tiravo su. Metteva a posto i poggiapiedi, nel caso. E ai giardini ci fermavamo all’ombra. Non dovevo dirglielo io, di non lasciarmi al sole. Lo faceva lui, da solo. Chiacchieravamo. Non gli piaceva litigare. Non sono mai riuscito a farlo incazzare davvero, mai. Ci ho provato, non ce l’ho fatta.

Mi sarebbe sempre piaciuto, avere un orto. Ma non posso. Come faccio, con ’sta cosa. Però gli chiedevo. Mi raccontava. Che di melanzane non ne piantava più, che non facevano. Che lo zucchino vuole il letame. Che i pomodori bisogna curarli da piccoli, attenzione alla pioggia. Che al porro gli devi tagliare la foglia, se no tocca terra e gli sale la mosca, che poi si chiama mosca, ma non vola. Che alla fava devi togliere la cima, per limitare i pidocchi. Che alle patate, se la pianta non secca, devi dargli giù col bastone, sul fusto. Aiuta a farla seccare. Quattro legnate, e poi puoi raccogliere. Mi portava la verdura, eh Gero? Quanta verdura ci ha regalato, Ugo? 


Io capisco che volete credere così. È più facile avere pace. A sperare ci si stanca. Ma io, io mi tengo l’idea. Se voi non avete voglia di aspettare, fate pure. Continuate a bastonare patate. Ma sotto la pianta secca, la patata la trovi. Forse piccola. O se no trovi la vecchia, marcia, ma la trovi. E invece qui? Cosa avete trovato? Mi tengo l’idea, io. Siamo liberi, no? Siamo liberi o no! E allora, cazzo, non è morto!

testo di Simone Torino
immagini di Margareta Nemo

domenica 28 dicembre 2014

li astri imprevedibili [dicembre/gennaio]


IL SEGNO DEL MESE!

Capricorno 22/12-19/01
Forse il vostro corpo sta cercando di dirvi qualcosa. Quei crampi che vi attraversano l'addome mentre, con estrema agilità, scansate i piatti e gli insulti che i vostri familiari si lanciano da un lato all'altro della tavola, potrebbero essere un monito psicosomatico che vi istiga a cambiare la trama e l'ambientazione della vostra vita. O forse dovreste solo smetterla di sniffare colla, portare monili di piombo e leccare pile per sentire lo sfrigolio sulla lingua.

...e tutti gli altri

Acquario 20/01-18/02
In quanto Acquario e persona alfabetizzata, siete dotati di un certo tipo di sensibilità che, di tanto in tanto, vi induce a stupirvi della leggerezza con cui altri ignorano e feriscono i sentimenti o invadono gli spazi altrui. Il periodo delle feste e la vicinanza forzata con parenti e familiari potrebbero acuire questo disagio. Consolatevi pensando che, come membro di una specie di mammiferi che per millenni hanno proliferato massacrandosi fra loro, le battute di vostro cugino sulla vostra vita sentimentale non sono il peggio che possa capitarvi.


Pesci 19/02-20/03
Ripensate ai vostri sogni adolescenziali. Se uscire con una minigonna bianca nel primo giorno di ciclo, avere un flirt con la vostra datrice di lavoro e suo marito contemporaneamente, o accelerare bruscamente a 160 km/h poche centinaia di metri prima dell'autovelox, non vi basta più per provare quel brivido che vi fa sentire in vita, forse è arrivato il momento di rendere giustizia al quindicenne in voi e fare davvero un abbonamento per il bunjee jumping.


Ariete 21/03-19/04
Qualora un'attenta alternanza di ASMR, training autogeno, betabloccanti, benzodiazepine e grappa autoprodotta, o qualsiasi altra abitudine discutibile, vi stia regalando un raro periodo di serenità, è inutile che questo oroscopo si lanci nell'impresa in cui il vostro medico ha già fallito, e cerchi di dissuadervi dal proseguire la cura. Tuttavia dovreste controllare la frequenza cardiaca e accertarvi che stiate ancora respirando, di tanto in tanto.


Toro 20/04-20/05
Se siete diventati fan su Facebook di “Abuso di psicofarmaci” e “Morte autoindotta” e ancora a nessuno è passato per la testa di chiedervi come state, forse è arrivato il momento di dire a qualcuno come state. Se qualcuno di vostra conoscenza ha smesso di nutrirsi, porta le camicie a rovescio e googlando il suo nome ottenete come primo risultato un forum di autolesionisti, forse è arrivato il momento di chiedergli come sta.


Gemelli 21/05-20/06
Avete bisogno di raccogliervi per un po' in voi stessi. Pensate a chi o cosa nella vita ritenete veramente importante, e imprescindibile. Quali sogni, ambizioni o affetti rappresentano lo scopo ultimo della vostra esistenza. Poi immaginate di prendere tutte queste cose e riporle con delicatezza in una scatola, che metterete nell'angolo più buio di quel grande armadio nero che è il vostro subconscio. Per il resto del mese vi dedicherete a qualsiasi altra cosa. Tagliatevi le unghie dei piedi, mangiate cioccolata, guardate film porno. Vedrete quanto sarà riposante.


Cancro 21/06-22/07
Ultimamente avete problemi con i Social Network. Per qualche motivo vi risulta intollerabile trovarvi davanti in diretta sequenza, mentre fate colazione, il video del gattino che cerca di entrare in una cesta, un articolo sugli interrogatori potenziati della CIA, l'ultima canzone di Katy Perry, le foto dei vermi che si possono prendere mangiando il sushi e quelle della colazione da Angelina del vostro collega emigrato a Parigi. Tuttavia, se in questo mese riuscirete ad accettare il fatto che il mondo è un'accozzaglia di orrori inspiegabili, immotivati e privi di senso, alcuni dei quali (qualora non vi sia stata diagnosticata una depressione clinica) probabilmente vi piacciono, potrete ritornare a una vita virtuale serena e realizzata. Soprattutto se a piacervi sono i gattini che tentano di entrare nelle ceste.


Leone 23/07-22/08
L'oroscopo dell'Inquieto non può dirvi quando e di cosa morirete, ma può rassicurarvi sul fatto che, qualora non abbiate novant'anni, non pratichiate sport estremi e non abbiate una spiccata propensione a circondarvi di persone violente, sadiche e con precedenti penali, la probabilità che avvenga nelle prossime quattro settimane è piuttosto esigua. Mangiate senza timore la trippa, i babà ripieni e il gelato fritto, e salite sereni sul vostro treno, anche se viaggia a luci spente e dalle bocchette dell'aria condizionata piove un liquido nero.


Vergine 23/08-22/09
C'è qualcuno o qualcosa nella vostra vita a cui dovreste dare più spazio e attenzione. In caso non sappiate identificarlo, è quella persona, o quell'attività, che fa sparire bruscamente la vostra tachicardia, rallenta il vostro respiro e vi fa sentire in pace con il mondo. Le benzodiazepine e gli oppiacei non contano.


Bilancia 23/09-22/10
Il doposbornia da abuso di sonniferi inefficaci, fra le forme di disagio non mortali offerte dalla condizione umana, è sicuramente una delle più sgradevoli. Tuttavia, dormire pare essere una funzione vitale e pur di riuscirci la gente è disposta a provare qualsiasi cosa. Qualora la vostra insonnia sia metaforica, però, dovreste cercare di affrontarla alla radice. Smettete di fare violenza su voi stessi per ignorare tutte quelle cose che riterreste normalmente insopportabili e cominciate a litigare, urlare, manifestare e abbandonarvi a ritorsioni gratuite. Qualora non l'abbiate mai fatto, lasciatevi consigliare da quel vostro amico o parente noto a tutti per il suo peculiare modo di scendere a compromessi con la vita. Quello con le cause pendenti e la macchina istoriata di sfregi e insulti.


Scorpione 22/10-21/11
Le cose non stanno andando male. Ma nonostante ciò continuate ad avvertire un vago senso di minaccia incombente e di insoddisfazione. Se alla vostra vita manca il senso dell'estasi, o della perfezione, pensate per un attimo al vostro amico Toro (quello imbottito di benzodiazepine, che di recente si è fatto tatuare il nome dell'ex su un braccio) e chiedetegli come sta. Sicuramente la sua riposta scaccerà per un po' il vostro destabilizzante senso di felicità.


Sagittario 22/11-21/12
Periodicamente la vostra vita si trasforma in una commedia romantica americana. Vi riproponete di essere gentili con qualcuno, poi fate una battuta sul suo sovrappeso. Indossate i vostri migliori vestiti per andare a un colloquio di lavoro, ma due minuti prima di entrare nella stanza del colloquio vi sedete in un barattolo di vernice fucsia. In caso vi siate mai chiesti perché esistono persone a cui tutto ciò non capita, sappiate che il loro segreto è il distacco. Accettate il fatto che le uniche cose importanti nella vita siano mangiare, dormire e defecare, e passate le prossime settimane ad allenare la vostra trascuratissima propensione all'indifferenza. 

...e un felice Natale & Annonuovo
a tutti i lettori che hanno un uovo!

 testo: Margareta Nemo
immagine: RUPE

venerdì 26 dicembre 2014

AULD LANG SYNE


La radio annunciava sangue, fatica, lacrime e sudore. Nell’ora più buia e solenne, non aveva altro da offrire, se non l'onestà necessaria a guidare la Britannia nel trionfo sul Male. Churchill, degno cavaliere di quei tempi, masticava sillabe smussate con bizzarra cantilena da predicatore. La guerra non era affar nostro, eppure i potenti ce la trascinavano addosso ancora una volta. 
Pensai a Gavin, rivissi il suo ultimo addio, settimane addietro, disperso in un mare di fazzoletti irrequieti dentro la burrasca salmastra di lacrime, quei suoi occhi combattuti tra doveri e affetti erano fari che non smarrivano mai la purezza nel caotico oceano degli scontri umani. Abbandonai così il figlio più caro ed estirpai le mie radici nelle Lowlands, solitaria tra la massa sul transatlantico.
L'unione invocata dalla voce d'etere, da ritrovarsi nell'artificio della Union Jack, era ciò di cui i popoli erano da sempre abituati a diffidare. Malgrado questo, Gavin fu fedele all'investitura del suo giuramento che trascendeva odi razziali e vincoli di patria. Un medico non nega il suo aiuto, aveva spiegato, non scapperò da Londra ora che è minacciata. Lui, che Londra l’aveva conquistata con le unghie e con i denti, ingollando pinte di disprezzo e scherno.
Sarebbe più comodo se l'intero mondo migrasse a New York, sostenevano i fratelli e tutto il resto della famiglia, eppure Gavin non avrebbe abbandonato né le umili origini, né i suoi traguardi nella terra di San Giorgio. Mai. Sbocciato dalla crisalide di fatiche e studi, mi era apparso diverso da qualunque uomo avessi mai conosciuto: non una donna nel suo cuore, nemmeno un vizio o una banale passione, bensì un fuoco di dedizione. Fu lui a donarmi la mia prima radio.


Quello stesso apparecchio gracchiava ora di stormi meccanici, di morte grandinata dalle nuvole e di città che la notte ammutolivano le luci, paralizzate in attesa del sole. Senza nominarlo, parlava di Gavin, troppo occupato tra le corsie malandate per dedicare un solo pensiero alla vecchia madre. Egli camminava tra la morte e le offriva le spalle, incurante. Il suo cuore era un grande asilo in cui riverberava l'eco del bisogno da cui non poteva distogliersi. Non lo interessavano i discorsi sulla Britannia unita al fronte: aveva dimesso bandiere e divise una volta scoperto come il dolore vestisse chiunque allo stesso modo. Al momento apparteneva a Londra perché Londra era nel bisogno, ma avrebbe potuto trapiantare il suo sguardo ovunque. 
Mi precipitò così addosso la notizia di una bomba abbattutasi proprio sul St. Bartolomew. Il gesto codardo di colpire un ospedale mi apparve come l'essenza stessa del conflitto e dovetti lottare per non perdere sintonia con la speranza. Tuttavia, il crollo evocava nient’altro che morte, e attraverso le parole dello speaker potevo solo scorgere un inferno di Britannia ridotta in macerie, incendi e anime in pena. Smisi di temere per un figlio, presi a tremare per il mondo: se Gavin e gli uomini come lui non fossero sopravvissuti, sarebbe stato peggio che aver perso la guerra. La guerra non sarebbe finita mai.


Eppure morì anche il conflitto stesso, infine, polverizzandosi in una pace troppo bruciante per essere davvero benigna. Gli Stati Uniti, autoeletti per bocca di Truman paladini del mondo grazie a un definitivo atto disumano, adesso mi gravavano con l'orrore di una medicina che si era dimostrata più spaventosa del male stesso. 

Fuggii allora attraverso l’oceano, verso Londra. Trascurai il decadente scheletro delle città e il volto spento delle campagne; di vita ce n'era ancora, ma forse era solo inerzia alla sopravvivenza. Proseguii oltre, inquieta nella ricerca, fino ad afferrare ciò che restava di mio figlio. Gavin, mai vittima del suo tempo, ma neppure tiranno. Non più mio. Trattenni baci e carezze, scrutai invece il fondo dei suoi occhi. Occhi che riflettevano un paesaggio diverso da quello assorbito, la giusta frequenza di bene, la sua visione. La guerra era vinta, diceva la radio.

testo di Francesco Quaranta
immagine di BURLA2222

martedì 23 dicembre 2014

IRIS


Lei non sapeva che esistesse una perversione del genere e non era sicura se considerarla una forma di feticismo. Conosceva queste canzoncine pop e le canticchiava a bocca chiusa, mentre masticava. Diceva che era merito mio se era sazia di una felicità che non aveva a che fare col cibo che ingoiava.

Io volevo diventare una SSBBW perché non sopportavo il pensiero che mio marito filmasse un’altra donna. Avevo deciso di ingrassare perché se da centotrenta chili fossi arrivata a pesarne centottanta, non avremmo dovuto coinvolgere una terza persona e la cosa sarebbe rimasta tra me e lui. 

Eravamo entrambi senza lavoro e stavamo mangiando noodles piccanti quando ho aperto la foto e a momenti mia moglie non mi rovescia il brodo addosso.

Una così non potevamo mica cercarla per strada e non c’erano i siti dove se vuoi una donna senza una gamba, alta uno e novanta coi capelli verdi e il piercing al sopracciglio, la trovi in due minuti. Ammetto di averla odiata dal primo istante.

In chat io ero Hansel_64 e lei Iris. Mi ha raccontato che da bambina passava ore davanti allo specchio afferrando e rilasciando il grasso che l’avvolgeva come una ciambella e senza che sua madre la scoprisse si chiudeva in bagno con tutto il cibo che riusciva ad accaparrare e mangiava fino a star male. Desiderava che il suo corpo scoppiasse come una crisalide e rivelasse la vera se stessa nascosta sotto pelle. Coltivava farfalle e ne aveva una tatuata sulla spalla.

Non c’è nulla di più patetico di una cicciona con la passione per le farfalle. Non volevo dipendere da lei. 

È stata di mia moglie l’idea di sfruttare la perversione degli ammiratori del grasso. Navigando in rete aveva scoperto una serie di forum sulla fat admiration: uomini che si eccitano al pensiero dell’aumento del peso corporeo di una donna. È una forma di feticismo nata negli Stati Uniti che ha preso piede anche nel resto del mondo. Eravamo convinti di far soldi perché molti utenti avevano pubblicato annunci in cui si dichiaravano disposti a pagare i video di SSBBW filmate nell’atto di ingerire cibo. 

Dovevamo rispettare i gusti di chi avrebbe acquistato i video e secondo le tabelle dei forum io non ero una SSBBW. Sarei diventata una super-sized big beautiful woman se fossi arrivata a pesare centottanta chili, così ho raddoppiato i miei pasti. Facevo due colazioni. Una alle 7:30 e una alle 9:00. Uova fritte, pancake sciroppati, merendine e un litro di succo di frutta zuccherato. Alle 11:00 due barre di cioccolato e una bibita gassata. 

L’accompagnavo da McDonald’s e mangiava di nuovo alle 15:30 e alle 17:00. Crepes, salumi, altra cioccolata, patatine, maionese. Beveva birra. A cena ramen, che è a base di brodo preparato con lardo, carne di maiale e olio, oppure un calzone fritto, Coca Cola e gelato. 

Non andavo a letto prima di aver ingurgitato una tazza di cioccolata liquida con biscotti al burro o un Deep-Fried Mars Bars, un dolce che si prepara friggendo una barretta di cioccolato Mars in pastella. Stavo mettendo su peso, poi mio marito ha voluto che facessi dei controlli, mi hanno diagnosticato il diabete e ho deciso di darci un taglio. 

Internet non aveva ancora sdoganato un certo tipo di pornografia. Per noi era un vantaggio, poi le cose sono precipitate. 

Non avevamo la webcam ed era compito di mio marito trovare la SSBBW adatta. Diceva che scrivere era una scocciatura perché non aveva le dita veloci come chi passa la vita in chat. 

Su un canale frequentato da utenti sovrappeso avevo conosciuto una SSBBW che lavorava come infermiera al San Camillo. Quando ha compreso le mie intenzioni ha smesso di rispondere. Era difficile trovare donne di quelle dimensioni, poi una sera ho conosciuto Iris, le ho chiesto di inviarmi una foto e lei non si è fatta problemi a spedire il file.

Era al lago di Bracciano, sotto un albero che le faceva ombra, e indossava un due pezzi inghiottito dalle pieghe della carne. Era enorme. Era un’opera d’arte. Ho detto a mio marito che se fossi stata così grassa non avrei perso tempo, avrei aperto il frigo e gli avrei detto di accendere la videocamera. Non c’erano dubbi che fosse una SSBBW. Ovviamente voleva che mio marito le inviasse una sua foto e su mia insistenza ha specificato che non cercava un partner: voleva solo sapere se le avrebbero fatto comodo dei soldi extra. 

Lavorava in un’agenzia viaggi sulla Tuscolana e quando le ho spiegato le nostre intenzioni non ho ricevuto messaggi per qualche minuto e ho pensato che si fosse disconnessa.


Lo so io che stava facendo. Stava controllando che i forum degli ammiratori del grasso esistessero davvero, perché dopo un po’ scrive: ”Questi uomini dovrò incontrarli?” “No” risponde mio marito. E lei scrive che non è una decisione che può prendere sul momento e vuole parlargli di persona, la scrofa. 

Ci siamo incontrati il giorno dopo davanti alla metro Giulio Agricola. Era voluta venire anche mia moglie, che ha aspettato in macchina. Io ero sceso un semaforo prima. Iris stava davanti a un bar e gettava ombra sui tavoli alle sue spalle. Aveva il viso coperto da grandi occhiali da sole, mi eguagliava in altezza e mi superava in larghezza. Vedevo la macchina in doppia fila. Il finestrino era abbassato. Mia moglie fumava e ci fissava. 

Volevo vedere come avrebbe fatto a incastrare quel suo culo su una delle sedie del bar. Ma non sono rimasti lì, hanno attraversato la strada e sono entrati nel portone di un palazzo. 

Avevo la camicia madida e attaccaticcia. Si stava stretti nella sua cucina e lei guardava da ogni parte, come se seguisse il volo di un insetto. Aveva la bocca molto piccola rispetto al viso e i suoi occhi erano stretti come fessure per via degli zigomi carnosi che spingevano verso l’alto. I capelli le ricadevano sulle spalle coprendo la farfalla tatuata. Molte donne sovrappeso, compresa mia moglie, si mangiano le unghie, per questo mi aveva colpito che avesse mani curate. “Nessuna menzogna, nessuna vergogna. Che poi i primi a vergognarsi siete voi, che fate tanto gli spavaldi e alla fine spedite foto fasulle.” Aveva questo modo di fare schietto mentre parlava degli uomini deludenti che aveva conosciuto in chat. Indossava un abito largo di cotone che le lasciava scoperte le caviglie larghe e ho apprezzato quando ha detto: “Non credo che se da bambina avessi saputo che da grande avrei odiato il mio fisico, avrei avuto la forza di impedire che ciò accadesse.” Una voce esile, inadatta a quel corpo. La capivo. Era così anche per me. Ora ho perso molti chili, ma prima, anche per l’ernia… non c’è bisogno che lo dica, le mie foto sono apparse su tutti i telegiornali… Le ho chiesto se avesse allergie e se ci fosse qualcosa che non le piaceva mangiare. “L’unica cosa che detesto è chiudere un pasto senza dessert.” Mi è scappato da ridere e i suoi occhi sono diventati due tondi piccolissimi quando ha saputo che con mia moglie - non le ho mai nascosto di essere sposato - avevamo deciso di offrirle il trenta per cento del ricavato sui video. Pensavo che non avrebbe accettato perché si sarebbe esposta a rischi che avrebbero potuto compromettere il suo lavoro, invece il trenta andava bene, andava bene ogni cosa dicessi, tutto stava correndo molto velocemente. Mi ha portato in camera e quando ha aperto un cassettone e ha tirato fuori la biancheria che avrebbe voluto indossare durante le riprese, mi è sembrato che fosse più entusiasta di me. Poi qualcosa si è mosso vicino alla parete, spaventandomi. Erano farfalle. C’era una teca di vetro piena di farfalle dalle ali scure. Le allevava lei: un passatempo che la rilassava e la faceva stare bene. 

Il contatto con la clientela era diretto e il pagamento in contanti. Ora sarebbe tutto più discreto. Farei trasferire il denaro su un conto PayPal così i clienti non sono obbligati a condividere i dati della carta di credito. Chiederei un anticipo, caricherei il video online protetto da password e una volta saldata l’altra metà, fornirei il codice d’accesso.

Tranne che in un caso, Iris non ha mai saputo i nomi dei “cercaciccia”, come li chiamava mia moglie, né loro il suo, che non era Iris. L’aveva scelto per chattare perché Iris è la specie di farfalla che allevava. Erano farfalle sciafile, che è la disposizione di alcuni esseri viventi a vivere all’ombra. Le sembrava perfetto per una donna che trascorreva la maggior parte del tempo a casa e usciva per chiudersi tra altre quattro mura zeppe di locandine di mari azzurri e scaffali con cataloghi di località soleggiate che sfogliava per i clienti dell’agenzia. Non andava nemmeno al mare da quella volta che una donna le aveva chiesto se poteva rivestirsi perché il suo fisico era motivo di confusione per il figlio. Allora aveva iniziato a scoprire i laghi intorno Roma, innamorandosi di quello di Bracciano, con le sue sponde isolate e quasi sempre all’ombra.

Ho letto che giravano con luci morbide e soffuse per non disturbare quello schifo di farfalle.

Avevo trovato lavoro come centralino dell’AMA. Postazione, cuffie, PC, macchinetta del caffè e pausa pranzo di un’ora, ma a casa evitavo di tornarci perché era diventato impossibile vivere con mia moglie. Trascorreva il tempo davanti alla tv, continuava a bere birra e a criticare i video di Iris dicendo che nessuno li avrebbe acquistati, invece gli affari andavano a meraviglia. 

Iris era quello che volevo essere e aveva quello che volevo avere.

Ogni tanto, per passare il tempo, mi scriveva da casa o dall’agenzia ed ero in pausa quando sullo schermo del PC ho letto: “Il rumore del suo inguine contro le mie natiche è di schiaffi ben dati mentre assecondo il ritmo portando il cucchiaio dalla bocca alla vaschetta da un chilo.” Che c’entrava adesso quella storia? L’ho chiamata al cellulare e non mi ha risposto. Un attimo dopo mi chiama mia moglie, che con voce spaventosa dice: “Ci sono io, nuda sul letto, che mangio Häagen-Dazs mentre lui mi prende da dietro.” 

Volevo vedere da vicino quanto fosse grassa, magari riuscire anche a toccarlo quel grasso e farmi un’idea di come facesse a vivere con tutta quella roba addosso. Era sabato. Sapevo dove viveva e quando ha aperto la porta – m’ero fatta tre piani a provar campanelli prima di trovare quella giusta – ho capito che ci saremmo dovuti affidare per sempre a lei perché io non sarei stata una super sized nemmeno se avessi ripreso a nutrirmi di ramen e Mars pastellati. Mi sono presentata e lei era tutta risolini mentre mi faceva entrare, felice di conoscermi perché mio marito le aveva parlato di me e non la finiva di ringraziarmi per averla coinvolta in quella che, sapeva, era stata una mia idea. Certo che era una mia idea. A lei non sarebbe venuta in mente perché aveva il cervello pieno di grasso. Ha messo su il caffè e io volevo vedere che aveva in frigo, quali schifezze l’avevano trasformata nell’obesa che era, invece ho detto che mi sarebbe piaciuto dare un occhio alla stanza dove giravano i video e lei mi ci ha portato, felice e contenta, camminando come un elefante e dicendo che, prima o poi, se non fossi andata io da lei, avrebbe chiesto a mio marito di organizzare un incontro perché ci teneva a conoscere la donna che aveva sposato. Blaterava che eravamo una coppia felice. Non ne sapeva niente. Non la stavo a sentire, guardavo le farfalle: volavano e avevano le ali nere. 

Una cosa che non sarebbe dovuta succedere fu che Iris, a mia insaputa, si era iscritta a un forum di fat admirer e mi aveva assillato affinché accontentassimo un cliente che aveva avanzato una proposta impossibile da rifiutare. 


Quando è andata a versare il caffè in cucina, ho raggiunto la cassettiera piena delle schifezze da quattro soldi che si metteva addosso. L’ho annusata, sapeva di vaniglia e in mezzo a mutande e reggipetti grossi come tovaglie, trovo questo quaderno scritto con una calligrafia leggerissima, come se avesse avuto paura di rompere la penna. All’ultima pagina leggo: “Il cibo è l’unico piacere che mi soddisfa, anche se un aspetto della mia storia che non dovrebbe essere ignorato è che la fame passa in secondo piano quando ti pagano per riempirti la bocca.” Poco più sotto c’era la descrizione di mio marito attaccato alle sue chiappe e non sono andata oltre perché ho sentito i passi pesanti lungo il corridoio. Ho chiuso il cassetto e quando è entrata con le tazzine in bilico sui piattini, ho fatto in modo che si mettesse tra me e la teca di vetro. La sua pancia sfiorava la mia. Perché non potevo avere i suoi chili? Bevevo a piccoli sorsi, cercavo di sorridere, poi lei posa la tazzina, mi guarda le mani e dice, con quella voce disgustosa: “Non dovresti mangiarti le unghie.” 

In quel video stacco la Sony dal cavalletto e senza smettere di filmare prendo una pastella dal vassoio. Mi sporco le dita e le faccio gocciare lo sciroppo sul seno abbondante. Le riempio la bocca, mi lecca le dita, canticchia guardando in camera e alla fine le porto un asciugamano con cui pulirsi il corpo. Poi il gelato, perché il cliente, un uomo molto magro e ricco, avrebbe pagato il doppio se lei avesse mangiato Häagen-Dazs mentre faceva sesso con il feeder, colui che l’aveva imboccata, una fantasia molto accesa tra gli ammiratori del grasso. Mentre filmavo si è sentita male e ha vomitato sulle lenzuola. Mi ha guardato, gli occhi arrossati dallo sforzo, la bocca sporca di Häagen-Dazs, e mi ha domandato se dovevamo girare ancora. Mi sono staccato dalle sue natiche e le ho detto che di materiale ce n’era a sufficienza: avrei tagliato la parte in cui dava di stomaco, anche se non era da escludere che il cliente avrebbe apprezzato.

Era un donnone da duecento chili, ma è bastata una buona spinta per mandarla contro la teca che si è frantumata liberando una nube di farfalle.

Sapevamo di essere andati oltre e mentre interrompevo la registrazione e recuperavo i vestiti dalla sedia, facevo finta di non accorgermi che lei tentava di capire se fossi triste di quanto successo. Con la testa ero altrove. Pensavo a mia moglie e credo che lei lo sapesse.


Mentre cercava di rialzarsi, il vetro le feriva le mani e urlava e scivolava cercando di respingermi. Le fui sopra, centotrenta chili sull’addome, anzi, centoquaranta, perché dieci ero riuscita ad accumularli, e siccome lei era piena d’aria, di merda e del grasso che volevo dentro di me, ha rilasciato una scoreggia così lunga che ho creduto che si sgonfiasse fino a sparire. Allora ho preso un pezzo di vetro ed è stato come sventrare un materasso. Urlava, la scrofa. Il PC era sul letto. L’ho acceso con le dita viscide e dopo aver contattato mio marito in chat con l’account di Iris, l’ho chiamato e controllando a malapena la voce ho ripetuto: “Ci sono io, nuda sul letto, che mangio Häagen-Dazs mentre lui mi prende da dietro.”

Per la gravità della telefonata avevo lasciato la postazione senza preavviso e in tre fermate di metro ero a Giulio Agricola. 

Sono rimasta immobile sul letto finché non ho sentito suonare alla porta. Non ricordo di aver aperto. Ricordo solo che era lui. 

Era lei. Ferma sulla soglia, gli occhi spenti e lontani, insanguinata e tremante con alcune farfalle incastrate nei capelli e una poltiglia bianca e molle tra le mani che solo dopo essere entrato in camera da letto, ho capito essere una porzione del grasso sottocutaneo estratto dall’addome di Iris. Il corpo era riverso sui vetri. Le farfalle volteggiavano sulle ferite e alcune si erano posate sui lembi insanguinati dello squarcio addominale, da dove sembravano uscire. Era una buona donna Iris e non è stato facile, poi, sbarazzarsi di tutta quella carne.


testo di L.Filippo Santaniello
immagine di Patrizia Beretta