martedì 29 dicembre 2015

Alanus Strunz _ l'uomo che sconfisse la fame isterica


Alanus Strunz è celebre in tutto il mondo per aver scoperto la “Strunxina”. 
Nato il 9 agosto 1881, a Kagerfort, in Prussia, Alanus frequentò una scuola di campagna situata a pochi chilometri dalla fattoria paterna dove gli Strunz, una famiglia di ferventi luterani, prosperavano coltivando patate e allevando porci. Dopo aver frequentato il ginnasio nell’ariosa cittadina di Petund, e quindi la prestigiosa Accademia Botanica di Kakatoy, nel 1896 si trasferisce a Londra per studiare Chimica Farmaceutica.
Allo scoppio della guerra del Transassholes, nel continente nero, Strunz si arruolò con vibrante partecipazione nella London Freckles, unità militare di soli uomini con le efelidi. Il numero fu superiore alle richieste e Strunz non partirà mai per la guerra. Durante questo periodo osservò la feroce voracità con cui, nell’attesa della chiamata al fronte, i commilitoni si avventavano sulle ripugnanti vivande del rancio. Un fenomeno singolare, insolito, ribattezzato dallo Strunz “fame isterica”, e il cui effetto riguardava l’ammassamento caotico di glucidi e lipidi nel plasma. Alanus - valente playmaker di Hockey su monociclo, eccellente giocatore di Elephant Polo e ottimo mediano di Rugby Subacqueo – si spese per arginare questo bizzarro fenomeno suggerendo l’adozione di un regime alimentare ferreo e l’integrazione forzata di attività sportive, ma la fame isterica restò incontenibile.
Strunz iniziò a frequentare i corsi interni del Tober Brandt’s Hospital, nel quartiere di Soho, un istituto allora all’avanguardia nell’ambito della ricerca farmaceutica. Primo in tutte le materie, seppur non dotato di vasta cultura, mostrò grandi abilità di contorsionista. 
Nel 1902 Sir Mark Anthony, celebre dietista, creò il Limming Alternative Department al Tober Brandt’s Hospital. Uno dei discepoli di Sir Anthony, il dottor Aiden Shaw, suggerì il nome del prussiano che così fu assunto come clinico ricercatore. La terapia del dimagrimento alternativo, detta “protocollo Birkermaier”, dal nome del dietologo che la ideò, era l’unica arma contro l’obesità alimentare. Alanus, che intendeva procedere dal protocollo terapeutico a quello preventivo, si rivelò competente e ingegnoso e con Sir Anthony sviluppò un rapporto tanto particolare quanto profondo. Nel 1908 superò gli ultimi esami conseguendo la laurea e il Department fu ingrandito grazie al munifico contributo di ricchi filantropi: una cura per la fame isterica divenne l’obiettivo dichiarato della struttura.
Intanto, nel dicembre 1915, in cerca di quelle futili distrazioni che talvolta lo spirito (ma soprattutto il corpo) pretende, Alanus adotta Brandon Rife, un povero ragazzo affetto da iperspadia congenita.
Nel 1922, durante un esperimento volto a ricavare un paté di funghi ipocalorico, Strunz scopre la Strunxina: una particolare varietà micotica, il Boletus Buliccius, opportunamente trattata su una piastra di Petri, invertiva in una materia spugnosa che, somministrata per via rettale in idonee prescrizioni di supposte di glicerina, possedeva l’effetto di estinguere la fame isterica. Una sostanza nuova era finalmente pronta per essere lanciata sul mercato dei farmaci dietetici. Strunz presentò i risultati dei suoi studi al Medical Research Club e alla Royal Society of Medicine. La Strunxina mandò quei cicisbei togati in fibrillazione. Nel 1928 Strunz è nominato professore emerito all’University of London e al Tober Brandt’s raccoglie il testimone di Sir Anthony, ormai in pensione.
L’anno successivo è eletto Fallow of the Royal Society, la più antica fra le società scientifiche, e nominato Baronetto. Nel 1930 riceve il telegramma da Stoccolma: è il Premio Nobel. 
Ormai ricco e stimato, il novello vincitore viaggerà per tutti continenti venendo accolto da sovrani e capi di stato con onori e prebende a profusione. Tornato a Londra dal Marocco, troverà Brandon ammalato di morbo gallico: il pupillo perirà di lì a poco.
Strunz, oppresso dal dolore e dal rimorso, si toglierà la vita assumendo una dose fatale di Strunxina. L’intera popolazione mondiale ne piangerà la scomparsa. Dopo la sua morte gli sarà dedicato un cratere sul pianeta Urano. Annoverato tra i grandi scienziati della storia, Strunz sarà ricordato in tutto il mondo come l’uomo che sconfisse la fame isterica.

immagine: Luca Salce


lunedì 21 dicembre 2015

formiche


Il poliziotto mi mostra di nuovo il vestito bianco, ha uno sguardo ostile. Continua a dire cose che non sento, una lunga fila di parole secche e concitate, che come una processione di formiche fuggono dalla sua bocca e dopo pochi passi si disperdono nell’aria. Come le formiche nell’aspirapolvere di Nadia, mentre aspiravo il formicaio. 
Quando vede che non lo ascolto, il poliziotto si arrabbia e fa scivolare il vestito verso di me. Per la prima volta lo osservo da vicino. È bianco, di un tessuto sintetico lavorato con cura per sembrare seta e pizzo. Agli orli si sfrangia in delle piccole trecce, lunghe circa tre centimetri. Alcune sono bianche, altre sono rosse. 
Anche il resto del vestito, soprattutto sulla schiena e sul petto, è screziato di rosso. 
Il poliziotto ha smesso di parlare e mi guarda. Lo guardo anch’io. Poi, visto che non riesco a sentirlo, tiro fuori il certificato e lo spingo verso di lui.


Io e Nadia non volevamo questo. Voglio dire, non sapevo neanche che si chiamasse Nadia. Sapevo che dovevo chiederle qualcosa e credo di averla sognata per molte notti di fila, ma non ricordo se sia successo prima o dopo la faccenda del vestito. E prima o dopo la storia sul treno. 
La storia sul treno, per esempio - adesso tutti pensano che sia stata colpa nostra, ma davvero, noi stavamo solo lì a guardare, come gli altri. 
Un uomo con la camicia azzurra, spiegazzata sulla schiena, e un tablet nella mano destra, continuava a dire:

- Chiamate la Polfer!

Gli altri rispondevano con lamentele generiche:

- Non serve a niente, finché siamo fermi. 

E:

- Ogni giorno la stessa storia!

Stavamo tutti in piedi attorno a quei due posti, formavamo una specie di semicerchio asimmetrico. Ho provato a raddrizzare e chiudere la circonferenza avvicinandomi all’uomo col tablet e cercando di spingerlo più in là, verso una ragazza con il piercing al sopracciglio e un tatuaggio sulla spalla, ma l’uomo col tablet mi ha lanciato uno sguardo furioso e ho lasciato perdere. Se agli altri non piace l’ordine e non hanno senso estetico, non è colpa mia. 

In fin dei conti vale lo stesso per la storia delle vespe. Se alla gente non importa di avere fessure nel soffitto e insetti in casa, puzzo d’immondizia e vicini che scavalcano le balaustre dei balconi, come si fa a dare la colpa a qualcuno quando le cose vanno storte? A qualcuno che vuole solo rendersi utile, per di più.

Ma questo non c’entra con il treno, perché sul treno Nadia non ha fatto nulla. Mentre io e gli altri passeggeri discutevamo, lei è rimasta seduta al suo posto, dandoci le spalle, e giocando con il cellulare. Forse è stato in quel momento che mi è tornato in mente. Che la conoscevo e che dovevo parlarle. 

Non ricordo quando è stata la prima volta che ho visto Nadia. Forse è stato in quel sogno con i cactus sul davanzale e le case in equilibrio su tralicci di alluminio e cavi del telegrafo. O forse ho visto una donna vestita come lei per strada. Quel giorno o un giorno prima della storia sul treno. 
Portava un vestito bianco, molto leggero, lungo circa fino a metà coscia. Era fatto di due strati di stoffa, uno molto sottile, semitrasparente, che stava sotto, e uno di pizzo, un po’ più scuro (forse un po’ ingiallito dall’uso) che stava sopra. 
Non so se sia questo. Forse ne aveva molti uguali. 
Comunque sia, il vestito era bianco, accecante sotto il sole del primo pomeriggio, e tutto il resto era nero. I capelli, i guanti, i sandali, gli occhiali da sole con le grandi lenti squadrate e la montatura spessa. E una collana che scendeva sul vestito e terminava in un pendente sferico, lucido. Camminava con passo scattante e guardava fisso davanti a sé. Ho pensato subito che dovevo parlarle. 

Non l’ho fatto. Non quella volta. Credo di averle parlato per la prima volta dopo la storia sul treno. Eravamo in un campo a pochi metri dai binari e lei cercava delle spighe di mais mature per fare uno spuntino. Aveva ancora gli occhiali da sole, ma dietro le lenti traspariva un’ombra del suo sguardo e l’odore del suo profumo si mescolava a quello di concime che saliva dal terreno umido. Più tardi, nel suo appartamento, fra le formiche, i cactus e le vespe, quell’odore non c’era più. 

O forse non lo sentivo più. Molte cose non riesco a metterle a fuoco; vedo i dettagli, ma non l’immagine intera. A volte non vedo neanche i dettagli, la mia mente si fa bianca e non lascia entrare più niente.


Non è stata mia e di Nadia l’idea. È stato un signore tarchiato, basso, rosso in faccia. Ha detto che si era rotto il cazzo, che lui tornava a piedi. Che tanto erano sì e no ottocento metri e vaffanculo le Ferrovie di merda. Sudava tantissimo. Sudavamo tutti, ma su di lui il sudore si notava di più. Gli colava a perle dalla fronte e si accumulava nella barba. Da lì scorreva a rivoli giù per il collo e spariva nella camicia. E poi ricompariva in due grandi macchie, una sul petto e una sulla schiena. La camicia era a righe verdi, non era facile vederle. Le macchie, intendo. Non era facile vedere le macchie. Avevano una forma strana, in alcune zone aderivano al corpo, in altre no. Dove toccavano la pelle, avevano formato delle pieghe nella stoffa, e la fantasia a righe era diventata irregolare. 

Sì, lo so che non è interessante, ma è una cosa che ricordo bene.

L’ha aperta lui. È facile, basta azionare una maniglia sopra la porta. Non scatta nessun allarme, non nelle carrozze almeno. 
E il binario accanto era libero, quando siamo scesi. 
Sì, il treno veloce è passato subito dopo, avevamo appena staccato e sbucciato una spiga nel campo di mais. Nadia rideva.
Ovvio che l’abbiamo sentito. Non il treno, il fischio e tutto il resto. Le urla. La frenata e l’impatto.
Nadia non voleva andare a vedere. Nemmeno quelli che avevano raggiunto il sentiero fra i binari e il campo sono tornati indietro. Si sono girati, hanno visto cos’era successo e se la sono svignata. 
Abbiamo fatto quello che hanno fatto loro. Io avevo fame e Nadia voleva cambiarsi.
Quando abbiamo sentito le sirene eravamo già nel suo appartamento. 


La storia del sangue è strana. Io ero fuori casa da sei o sette ore, non avevo preso i farmaci e Nadia era scossa. È stato tutto molto complicato e ne ricordo poco. È successo perché avevamo fame. Io avevo fame. 
Nadia ha una casa bellissima, un attico all’ultimo piano di una palazzina poco distante dalla ferrovia. È poco lontana dai campi ed è la più alta del quartiere, e quando si guarda dalle finestre, sembra sospesa nell’aria o immersa nelle campagne. Dal balcone sul retro si vedono i binari in lontananza sbucare fra gli alberi e le case basse, e quella sera si vedeva anche il treno fermo. Il sole stava per tramontare. 
Nadia per prima cosa ha aperto tutte le finestre perché c’era una puzza tremenda.

- Mi dimentico sempre di portare fuori la spazzatura. - ha detto - Poi, dopo un po’, non mi ricordo dove l’ho messa e comincia a puzzare. 
C’erano sacchetti e scatole ovunque, impilati lungo i muri e sparsi qua e là sul pavimento. Mentre Nadia apriva le finestre e liberava il divano da un mucchio di cianfrusaglie per farmi sedere, il mio sguardo si è posato su una fila di formiche che correva da un angolo del soggiorno alla portafinestra, passando sotto il divano, il tavolino e un paio di sacchi neri abbandonati in mezzo alla stanza. 

- Hai delle formiche. - ho detto. 

Nadia si è fermata e mi ha guardato:

- Ti danno fastidio?
- No.
- No?
- Un poco.
- Se vuoi ho un’aspirapolvere, puoi aspirarle.
- Non posso, non uccido gli animali. 
- Sei buddhista?
- No. -  ho dovuto fermarmi e riflettere. Nel mio cervello si stava espandendo un vuoto bianco, che lentamente, a balzi irregolari, inghiottiva i miei ricordi – No – ho detto, dopo un po’ - ho lavorato in un mattatoio per sei mesi. Da allora, certe cose mi danno fastidio. 

Nadia mi ha guardato. Aveva in mano l’aspirapolvere. L’ho attaccato alla presa, l’ho acceso e ho iniziato ad aspirare le formiche, una alla volta, partendo dal divano, finché a metà della fila ho trovato il formicaio, sotto una mattonella smossa e ho aspirato anche quello. Nadia continuava a guardarmi. Sembrava che stesse aspettando qualcosa, allora ho detto la prima cosa che mi è passata per la mente:

- Ho fame. È da stamattina che non mangio.
- Se vuoi ti preparo dei wurstel.
- Non mangio carne. 
- Ah, già. Aspetta. - si è girata ed è andata in cucina, poi mi ha chiamato. Era ferma davanti alla porta spalancata del frigorifero e ne fissava il contenuto. Di fronte a lei, tre scomparti strabordanti di rosso. Sacchetti e confezioni di bistecche, braciole, salsicce, frattaglie, teste di maiale, costole d’agnello, carne macinata, tagli per bollito. Che esalavano un odore penetrante di carne marcia.
- Ho solo questo. - ha detto alzando le spalle.
- Non posso mangiare carne. 

Il mio sguardo, per evitare il suo, si è spostato sul pavimento. Nell’angolo vicino al frigorifero, c’era una crepa nelle mattonelle gialle. Sembrava profonda, ma non riuscivo a capire se attraversasse tutto il solaio fino al piano inferiore, perché in parte era nascosta da un grosso sacco di plastica. Tutto attorno al sacco e alle mattonelle spaccate, guizzavano gruppi di scarafaggi neri. 

- Vuoi che ti faccia un fritto d’insetti? - ha ghignato Nadia, seguendo il mio sguardo. 
- Non posso mangiare animali. - ho detto, sforzandomi di stare allo scherzo. La voce mi è uscita fredda e monocorde. 
- Ma le formiche le hai aspirate. - ha risposto Nadia, con lo stesso tono. 
- Le ho aspirate, non le ho mangiate. - ho balbettato, cercando di sorridere.
- Sei una seccatura!

È difficile dire come sia successo. Non avevo visto i cactus finché non ho dovuto estrarre le spine dalla schiena di Nadia, una a una. Eravamo sul balcone del vicino, ma di quello sbagliato.  Nadia, stesa a terra, imprecava, e attorno a lei erano disseminati vasi rotti e cactus schiacciati. La terra con le radici e i cocci del vaso erano sparsi ovunque, le spine erano quasi tutte nella schiena di Nadia. 

- Mi dispiace. - ho detto – è colpa mia. Adesso entriamo e chiediamo aiuto.
- Idiota! - ha sibilato Nadia fra i denti. 
- Lo so, mi dispiace.
- Non tu, io. Lo sapevo che non dovevo voltarmi. Perdo sempre l’equilibrio quando non vedo dove sto mettendo i piedi. 
- Mi dispiace. - ho detto di nuovo. - Lo fai spesso?
- Un paio di volte a settimana.
- E il vicino non se ne accorge? - ho chiesto, mentre le sfilavo una spina dalla scapola sinistra.
- Ahia! Non credo. Non ha mai chiuso la finestra. Se se ne accorge, vuol dire che non gliene importa. 
- Perché non compri semplicemente delle verdure, ogni tanto?
- Me ne dimentico. 

Continuo a vedere Nadia in piedi sull’unità esterna del condizionatore che separa il suo balcone da quello del vicino, arrabbiata perché non ho il coraggio di seguirla. Quando si è girata e mi ha teso la mano per aiutarmi è caduta. Ho dovuto fare un salto sul balcone sottostante.

È stata una sua idea, rubare delle verdure dal frigorifero del vicino. Ha detto che lascia sempre la finestra sul balcone aperta e rientra tardi la sera, alle nove o alle dieci. Ha detto che è molto facile e che il balcone è così vicino al suo che non ci vuole niente. Dal condizionatore alla balaustra, sono due passi. Avevo paura, ma non volevo deluderla. 
Non l’ho spinta, se è questo che state pensando. Ma non ho neanche cercato di trattenerla. 


Nadia non se l’è presa più di tanto. È rimasta seduta per un po’ sulle piastrelle in cotto del balcone, con lo sguardo fisso nel vuoto, poi mi ha detto:

- Sai cosa facciamo ora?

Non ho risposto.

- Prendiamo quello e chiediamo al vicino di farci entrare.
- Quello cosa?
- Quello! - ha detto Nadia indicando il lato destro della portafinestra. Ho guardato meglio e ho visto che c’era una formazione giallognola, come una piccola spugna, fra il telaio e il muro. La superficie traforata sembrava percorsa da un movimento frenetico. 
- Un vespaio?
- Sì – ha annuito Nadia - così abbiamo una scusa. Diciamo che stavamo inseguendo le vespe. E poi non c’è niente di meglio che essere gentili con qualcuno per far sbollire la rabbia. Giusto, no?
- Può darsi.

Nadia non mi ha ascoltato. Si è tolta il vestito, l’ha piegato in quattro, si è avvicinata al telaio e con una mossa rapida e precisa ha afferrato l’intero vespaio, l’ha staccato e lo ha avvolto nella stoffa, stringendola bene fra le mani. Un paio di vespe sono sfuggite alla presa e hanno cercato di attaccarla in volo, ma lei le ha scacciate imprecando. 
L’inquilino a cui avevamo schiacciato le piante non si era ancora accorto di nulla, così abbiamo bussato alla portafinestra per farci aprire. Abbiamo continuato a bussare per un po’, ma non è arrivato nessuno. Poi ho premuto il palmo della mano contro il vetro e la porta si è aperta da sola. Dentro c’era silenzio. 


Voi non potete capire, ma da quando esiste Nadia, io non esisto. La storia sul treno - come poteva sapere cosa sarebbe successo? Voleva solo dare un senso a quel viaggio. Renderlo interessante. Lo stesso vale per quel che è capitato al vicino. Nadia sa che evitare i giorni in cui va tutto storto, significa sprecare la propria vita. È solo quando accettiamo la paura e la rabbia e troviamo un modo per renderle interessanti, che impariamo a vivere. 


No, non erano ordigni incendiari. Erano dei semplici incensieri con due o tre bastoncini d’incenso per ciascuno. Al profumo di lavanda, sandalo e vaniglia nelle carrozze di prima classe; rosa, patchouli e cannella in quelle di seconda classe. Dovevano solo produrre un po’ di fumo e far scattare il sistema antincendio del treno. Ma il sistema antincendio non è scattato. La plastica dei sedili ha iniziato a bruciare e i passeggeri hanno spento le fiamme con delle bottigliette d’acqua. Poi il treno si è fermato per gli accertamenti e non è più ripartito.
Nadia aveva fatto il giro di tutte le carrozze prima della partenza, e in ciascuna aveva nascosto un’incensiera nell’incavo fra il fianco di un sedile e la parete del treno. Nella mia era un sedile al centro della vettura. Non c’era nessuno attorno e ha fatto in tempo a prendere fuoco anche il posto accanto.
Ma Nadia non voleva fare del male a nessuno. Voleva solo che fosse un viaggio meno noioso del solito. 


So che devo spiegare anche quel che è successo nella casa del vicino, ma è la parte di cui ricordo meno. La portafinestra si è aperta e la stanza era ancora immersa nel silenzio. 

Davvero non sapevo che il vicino fosse allergico. A me era simpatico e anche a Nadia, penso. Ma quando è arrivato dalla cucina e ci ha visti in piedi nel suo salotto, nudi e mezzi insanguinati, ha afferrato una lampada da tavolo e si è messo a urlarci contro. E Nadia si è arrabbiata - lei voleva solo essere gentile, in fin dei conti – e gli ha lanciato in faccia il fagotto con le vespe. 
Non lo sapevamo che era allergico, finché non l’abbiamo visto rotolarsi in terra con le mani alla gola. 
Anche l’idea della tracheotomia è stata di Nadia, ma se non l’avessimo fatta sarebbe morto, probabilmente. Ha usato il vestito per tamponare il sangue, mentre le vespe continuavano a ronzare per la stanza, poi non so dove sia finita. 
Ricordo che c’erano delle urla, ma forse ero io che gridavo. Quando i poliziotti hanno sfondato la porta non sentivo più niente, riuscivo solo a leggere le labbra. Tenevo il vestito appallottolato nella mano sinistra e continuavo a passarlo sulla ferita per evitare che il sangue coagulasse. 

Poi non ricordo più niente. No, non ricordo cosa sia successo prima e cosa sia successo dopo. Non so nemmeno quante di queste cose siano successe realmente. I vicini hanno chiamato per le urla, questo l’ho capito. 


Non so che fine ha fatto Nadia e perché l’appartamento nel palazzo risulti intestato a me. Non so neanche perché ero in piedi davanti allo specchio con addosso solo la biancheria intima e i guanti neri, quando siete arrivati. È freddo senza vestiti, su questa sedia di plastica, ma potete chiamare il mio medico, se volete, i contatti sono sul certificato. Adesso ho mal di testa, ho bisogno dei miei farmaci e voglio dormire.

immagine: Enrico Pantani

lunedì 14 dicembre 2015

non sapevamo cosa comprare


Questo racconto è ambientato in un supermercato ma all’inizio nessuno lo sa. Nemmeno il lettore lo saprebbe se non fosse che spesso, ingordo, il lettore legge subito le prime righe. Queste.
Però poi avevamo deciso, per il bene della letteratura, avevamo deciso di abbandonare la metaletteratura, ma la letteratura e la metaletteratura ci scappano di mano e si sovrappongono e ci confondono e così poi non sappiamo mai dove sia il confine tra letteratura e non letteratura, tra metaletteratura e non metaletteratura, tra super-mercato e non supermercato tra quello che vorrei dirti io e quello che io, travestito da qualcos’altro, ti direi comunque. In ogni caso, tanti saluti al lettore da parte mia.

Siamo in un supermercato. Siamo in un supermercato?

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Non sapevamo cosa comprare.
Avevamo nello stomaco un buco da riempire, un buco cosmico e freddo nel nostro stomaco, un buco grande così, anzi, così, e dovevamo comprare qualcosa da mangiare, qualcosa d’importante, qualcosa che non solo ci sfamasse ma nel quale potessimo anche riconoscerci.
- Cosa compriamo?
- Non lo so.
- Dei cereali base?
- Non lo so.
- Dei legumi secchi?
- Non lo so.
- Paella?

Avevamo bisogno di qualcosa da comprare, qualcosa che ci rappresentasse per bene, non sarebbero certo bastati delle fibre o dei grassi saturi e insaturi e animali e vegetali e dei sali minerali messi insieme a caso. 
Avevamo bisogno di qualcosa da comprare, sentivamo l’impulso venire da dentro, ma non sapevamo come soddisfarlo...
- Almeno aiutami, dammi un’idea, cosa compriamo?
- Forse dovremmo comprare qualcosa di tipico.
- Qualcosa di tipico?
- Sì, qualcosa che rappresenti il posto dove siamo e che allo stesso tempo rappresenti noi che consumiamo la cosa del posto dove siamo.
- Mmm... ma dove siamo?
- Questo è un problema tuo.
- Ma tu sei con me! È un problema anche tuo.
-  È vero, lo ammetto.
- E allora? Come facciamo a soddisfare questo nostro bisogno primario e al contempo sapere qual è il prodotto tipico di qua?
- Non lo so... ci saranno dei biscotti.

Scegliere: se avessimo potuto non scegliere saremmo stati meglio. Invece c’era questo ricercato prodotto da ricercare, che ci calzasse a pennello, come il cacio sui maccheroni.
- Il cacio sui maccheroni! Che ne dici?
- Cioè, il cacio coi maccheroni sotto?
- Sì, un piatto con le due cose insieme, il cacio e i maccheroni.
- Ma sarà tipico?
- Be’, direi di sì. Sicuramente tipico di un posto da qualche parte.
- Sicuro che il cacio coi maccheroni sotto sia tipico del posto dove siamo?
- Ma come possiamo conoscere il prodotto tipico del posto dove siamo se non sappiamo il posto dove siamo?
- Guarda se c’è qualcosa in offerta sconto.



Effettivamente, a ben guardare, eravamo circondati da una spaventosa moltitudine di accecanti offerte sconto sparpagliate in diversi ripiani che prima non si vedevano e, giusto dietro alle offerte sconto, eccoli, imperanti, maestosi, solenni e sbrilluccicanti, ecco gli scaffali degli yogurt.
Eravamo contentissimi, finalmente qualcosa di concreto intorno a noi!

- Ci sono 47 tipi di yogurt diversi!
- Allora da queste parti sono tipici gli yogurt!
- Allora scegliamo lo yogurt che faccia per noi! che ci rappresenti!
- Guarda questo, è yogurt all’albicocca, buono, l’albicocca è un frutto!
- A me ispira questo, fa guarire dal cancro! Devo comprarlo.
- Ma tu non hai il cancro!
- Ne sei sicuro?!
- No!
- Mmm!
- Mmm!
- Le confezioni mi confondono! Leggi qui: yogurt allo yogurt, da oggi con più yogurt e meno yogurt!

All’improvviso abbiamo paura di tutto, ci sentiamo circondati dagli yogurt, ci sentiamo minacciati dagli yogurt... esiste un film con yogurt assassini? Be’, questo potrebbe essere l’inizio... esiste un film con gli zombi nel supermercato che però vanno d’accordo con tutti e si cibano solo di yogurt e non danno fastidio a nessuno e anzi alcuni in paese li trovano carini perché portano turismo? Be’ non so se questo potrebbe essere l’inizio di quel film lì, ma di quell’altro sì, quello con gli yogurt assassini che saltano dagli scaffali e che ti assassinano.

Troppi stimoli tutti in un colpo, non riusciamo a sostenere questo sovraccarico di informazioni, ci lasciamo andare alla paura, dobbiamo comunque comprare qualcosa, decidiamo di comprare dell’acqua, controlliamo la presenza di sodio, il residuo fisso, beviamo l’acqua.

Per oggi non moriremo, per oggi, questo pomeriggio, saltiamo la merenda.

immagini: guido occhipinti


lunedì 9 novembre 2015

Frutta nelle scuole, panico nelle strade

 LETTURATORE presenta
Frutta nelle scuole, panico nelle strade


Dice Mangia la frutta, la frutta fa bene, dice. Devi mangiare più frutta, dice, la frutta cruda ti fa sentire sazia e ti da le vitamine e i minerali di cui hai bisogno.
E allora per un mese corri tutti i giorni al mercato, compri intere ceste di frutta. Pesche per le vitamine A-B1-B2-C-PP, albicocche per le vitamine B-C-PP, arance per la vitamina C, mele per la vitamina A-E-C, banane per il potassio, mirtilli per la circolazione. Cominci a darci dentro.
Mastichi tutto insieme – semi, bucce, acini, fibre – e mentre mandi giù l’unico pensiero che hai è: che diavolo sarà mai questa vitamina PP?

Da piccola, quando ero a tavola con i miei genitori, facevo sempre un gioco: immaginavo di essere una barbona che non mangiava da settimane e che veniva invitata a pranzo da una famiglia di benefattori. Se mi concentravo riuscivo ad avvertire precisamente i morsi della fame.
Mi avventavo sul cibo come se fosse l’ultima occasione per nutrirmi, piatto dopo piatto, non mi arrendevo fino all’ultimo boccone.



Poi un giorno sei lì, seduta davanti al televisore. È pomeriggio, stai ingoiando litchis come fossero pop-corn. Li sbucci ed esplori con il pollice la loro strana superficie. Immagini di tastare un bulbo oculare. Li ficchi in bocca.
È a quel punto che dicono no eh! la frutta non fa mica sempre bene, la frutta è piena di zuccheri eh. Gli zuccheri fanno ingrassare, non si scappa.
Manca poco caschi dalla poltrona. E poi non tutta la frutta è uguale. C’è la frutta particolarmente zuccherina, quella che contiene molti lipidi…bisogna stare attenti. 
Hai già smesso di ascoltare. Finisci di raccogliere le ultime cose – un avocado, quattro fichi, due pesche, i litchis rimasti – e butti tutto nel secchio dell’immondizia.
Quando sollevi il piede dal pedale, il coperchio si richiude con un clanc metallico che assomiglia allo scatto di una tagliola.

Da piccola, quando ero a tavola con i miei genitori, facevo sempre un gioco: immaginavo di essere una condannata a morte al suo ultimo pasto. Allora mangiavo piano, assaporavo le pietanze, godevo per l’ultima volta dei doni che mi venivano offerti, spazzolavo adagio tutto quello che mi veniva messo davanti. Per l’ultima volta. Ogni volta.



Ti svelo un segreto, dice, per star bene non c’è trucco migliore di un’acqua tiepida, pepe e limone appena svegli, dice, per la digestione è il massimo. Detox.
Ti senti già male. Solo il pensiero di ingollare mezzo litro di acqua calda e limone di prima mattina ti disgusta. Eppure lo fai. Sette giorni su sette, un bel bicchierone che a malapena ti sei cacciata fuori dal letto.
In effetti pensi di star meglio. Senti lo stomaco che sciaguatta tutto quanto. Immagini sia buon segno, immagini.
Anche il senso di fame dipenderà certamente da quello. Ripulirsi, ripulire, stare meglio, dimagrire. Se non fai qualcosa prima o poi la pagherai senza alcun preavviso, questo è certo. Infarto, tumori, osteoporosi. Per non parlare di come ti guarda la gente.
Ieri, al telefono con Isabella, mentre le stai parlando della tua nuova esistenza detox lei ti fa Alt!
Sì, è stato dopo tutte queste bicchierate acidule tirate giù controvoglia che Isabella ti intima l’alt. Bufala. Completamente inutile. Acidità di stomaco. Zero risultati.
E allora a quel punto vorresti afferrare un megafono e gridare al mondo: “Ok gente, io voglio dimagrire con tutta me stessa. Lo voglio davvero. Voglio stare meglio e sentirmi bene e sono disposta a fare qualsiasi cosa. Qualsiasi. Farò tutto ciò che vorrete. Seguirò diete, digiunerò, metterò sotto i denti tutto ciò che mi presenterete nel piatto. Voi però dovete venirmi incontro. Collaborare. Perciò, santo cielo, mettetevi d’accordo! Stabilite una volta per tutte cosa è giusto, dove sta la salute, cosa si deve e non si deve fare e io vi seguirò, sarò la vostra più fedele adepta.”
Vorresti urlare tutto questo, ma poi chiedi soltanto: “Ma sei sicura? Su un forum un dietologo ha detto che fa bene…”
Isabella ride. “Tesoro – fa – datti una sveglia. Ancora a dar retta ai dietologi? Quelli ti raccontano un sacco di frottole. Io adesso seguo solo i consigli del mio food coach.”

Da piccola, quando ero a tavola con i miei genitori, facevo sempre un gioco: appena mia madre si alzava per controllare la pentole sui fornelli e mio padre era distratto, sottraevo un piccolo boccone dai loro piatti. Nel momento in cui lanciavo la forchetta all’attacco una scarica di terrore mi attraversava la schiena. Non penso che se mi avessero scoperta sarei stata sgridata o punita, eppure ogni volta che lo facevo mi sentivo terribilmente colpevole ed eccitata.
Qualsiasi fosse la ragione per cui ripetevo quel gesto, non saprei spiegare il perché, ma il loro cibo sembrava sempre più buono del mio.



Alla tivvù passano un horror che negli anni ’90 avrai visto almeno un centinaio di volte. È uno di quei film che nasconde una buona dose di trascuratezza sotto il tappeto di chissà quale critica sociale, un modo come un altro per giustificare litrate di sangue al pomodoro e goffi effetti speciali. 
È la storia di una commessa che alla fine del turno rimane accidentalmente bloccata  all’interno del supermercato dove lavora. Mentre si rassegna a passare la notte su una sdraio del reparto giardinaggio, gli scaffali cominciano a tremare e i prodotti prendono vita, animati da una forza demoniaca assetata di sangue.
Nella scena culmine, la protagonista, abbagliata dalle luci lattiginose del supermercato, cammina tra file di cibo in scatola con orrende e taglienti bocche di latta che cercano di morderla.
Mentre assisti alla fuga della commessa sorseggiando un frullato al cetriolo e sbocconcellando un biscotto alla farina di kamut, pensi a quale potrebbe essere la trasposizione moderna di quel film: contadini che brandiscono verdura biologica di stagione, allevatori che roteano catene di salsicce suine a chilometro zero, modelle anoressiche testimonial di cibo macrobiotico.
Forse devi esserti addormentata per un istante, perché il film è ai titoli di coda. Spegni il televisore e ti alzi per riporre i biscotti nell’armadietto. Dentro ci sono anche le fette biscottate integrali, la pasta senza glutine,  le gallette di riso. È tutta lì, la tua vita. Ti guarda e scuote il capo, ti sorride con la benevolenza che si riserva a chi non ha capito e proprio non ci potrà arrivare mai.

La sera, quando sono a letto, faccio sempre un gioco: raccolgo le ginocchia al petto e mi stringo tutta quanta. Conto alla rovescia, immagino di tornare indietro, sempre più lontano, fino a tornare bambina, fino a essere appena nata. Un corpicino nuovo, puro, incontaminato, per ricominciare da zero. Poco più di un feto. Niente scorie, grassi in eccesso, nessuna zavorra di colesterolo. Solo io. Nuova, pura, incontaminata. Un corpo pulito per una vita pulita. Come quella dei film americani, dove le persone fanno attività fisica e camminano scalzi nel giardino dietro casa e sorridono al futuro con la sicurezza di chi ha denti perfettamente regolari.. 

foto Iris Viola
testo Martin Hofer


martedì 27 ottobre 2015

INPHOMANIAC_ i mangiatori di Noodles

I MANGIATORI DI NOODLES

L’83% degli intervistati sostiene che sia la soluzione migliore per chi non abbia tempo di cucinare. Quando gli si parla del tempo di cottura, il 25% di loro fa finta di ricevere una telefonata.
Il 18% li chiama nudles e li cuoce nel voch.
Il 32% esalta la praticità della confezione da asporto e fa suo il motto “sbrodolarsi significa non saperli mangiare”.
Il 59% ritiene che il vero mangiatore di noodles debba utilizzare esclusivamente le apposite bacchette, in contrasto con lo sparuto 7% secondo cui “con le mani sono ancora più buoni”.
Il 66% dice che non hanno nulla da spartire con gli spaghetti nostrani. Il 64% appoggia la teoria secondo cui gli spaghetti sarebbero stati inventati dai cinesi secoli prima della loro comparsa in Italia. La consistenza delle due percentuali lascia intuire che molti intervistati non abbiano le idee chiare. Soltanto una persona ha affermato che il noodle più antico sia quello attaccato sul fondo della pentola di suo cugino.
Il 13% pensa che la ricetta napoletana sia migliore di quella originale. Il 13% degli intervistati è di Napoli.
Il 48% controlla la cottura dei noodles con il vecchio metodo di lanciarli contro la parete: se rimbalzano  non sono ancora pronti, se si attaccano per un istante prima di cadere sono pronti, se s’incollano sono scotti. L’11% degli intervistati lascia i noodles scotti attaccati alla parete per alcune settimane.
Il 21% ne conserva una porzione per il giorno dopo perché, come il risotto, diventano ancora più gustosi. Il 3%, invece, usa i noodles avanzati per far giocare il gatto.
Il 92% degli intervistati non ha mai visto C’era una Volta in America.
immagine DeckBote
testo Fabrizio Di Fiore

lunedì 28 settembre 2015

INPHOMANIAC _ gli indossatori di risvoltini


GLI INDOSSATORI DI RISVOLTINI

il 72% si giustifica dicendo che è il modello che veste così.
il 91% motiva l'acquisto affermando che gli "piaceva il colore".
è stato accertato che l' 86% dei soggetti NON abita vicino ad alcun tipo di corso d'acqua.
il 100% si è girato quando gli esaminatori hanno gridato ai fini della ricerca la parola "HIPSTER!"
alla domanda "l'ultimo libro che hai letto?", il 57% degli intervistati ha risposto "Vice"
il 77% giura di non essersi proprio accorto di avere un tatuaggio sul malleolo
di questo 77%, il 92% non è a conoscenza di cosa sia un malleolo.
condotti in un bar, il 72% degli intervistati ha ordinato una Coca Zero, mentre il restante 28% un'acqua a temperatura ambiente.
alcuni studi hanno accertato che con il tessuto dei risvoltini si potrebbe vestire circa il 43% della popolazione mondiale, ma il 93% degli indossatori di risvoltini non è mai uscito da Isola negli ultimi due anni e di tutto questo non sarà mai al corrente.

immagine Maria Garzo
testo Martin Hofer

lunedì 21 settembre 2015

INPHOMANIAC _ i lettori di infografiche


I LETTORI DI INFOGRAFICHE:


Il 68% degli intervistati utilizza termini come "goggolare", "pinnato", "refreshato".
Il 73% possiede una laurea in design di qualcosa. 
Il 47% dichiara di aver sviluppato la passione per le infografiche quando la maestra spiegava le frazioni dividendo torte.
Un altro 27% attribuisce il proprio feticismo agli spot elettorali, anche se tiene a precisare di non aver mai votato.
Il 37% dichiara di aver avvertito la prima pulsione sessuale giocando con l'abaco.
Il 23% ha subito il medesimo trauma in età scolare: seppellito sotto una montagna di regoli colorati durante l'ora di alternativa. Sembrerebbe dunque lecito individuare una forte componente laica del fenomeno.
Il 2% confessa di aver utilizzato almeno una volta nella vita il Comic Sans (ma in un momento di debolezza e fragilità emotiva).
Il 9% dichiara di non aver mai svolto la professione di grafico, neppure a livello amatoriale.
È stato riscontrato che il 77% degli intervistati soffre di un'acuta forma di "Sindrome da condivisione riflessa". La S.C.R. è una malattia che crea un temporaneo blackout fra cervello e indice della mano destra nel momento in cui il soggetto, impegnato nella consueta navigazione su Facebook, si imbatte in un'infografica.
Il 61% dichiara di servirsi di Frizzi Frizzi come principale strumento di informazione.
Il 36% afferma di aver trovato molto interessante l'infografica sul conflitto fra Tutsi e Hutu, soprattutto nella scelta del font.

immagine di Chiara Sgatti
testo di Martin Hofer

lunedì 14 settembre 2015

la SPAZZATURA _ fenomenologia del fetore


 In fin dei conti è stato inevitabile. A nessuno è venuto in mente di buttare la spazzatura, e la spazzatura ha cominciato a puzzare. E quando l’odore è diventato insopportabile non c’è stato più nulla da fare. Quel rigetto nauseante si era già impadronito di tutto. Le pareti, gli angoli, i conati della brava gente.
Inutile aprire le finestre, permettere all’aria fresca di riconquistare centimetri. La puzza dilagava nelle strade e non faceva prigionieri. Ormai la zona era compromessa: si salvava il possibile, ma il possibile era a sua volta uno scarto raschiato dalla spazzatura. 
Non restava altro da fare che traslocare. Più in alto, dove l’aria tornava a essere respirabile.
In fondo bastava aggiungere un piano, abbandonare la spazzatura in quella che prima era casa e adesso è cantina. Una città sopra la città, eretta su abbondanti dosi di cemento armato e su memorie sufficientemente morbide per essere scavate.
Poi si traccia una linea e si dice Fin qui, e tu che sei spazzatura te ne rimani buono buono, perché qui ci siamo noi e sarebbe meglio che ognuno restasse nel suo spazio, altrimenti ecco che si ricomincia da capo.

La mattina li senti scalpicciare come ghiri incastrati nel sottotetto. Pestano i talloni, affaticano le gambe, sovraccaricano i muscoli di nevrosi. Le tempie ti rimbombano della loro puntualità, dei loro preziosi minuti offerti in pegno alle bocche dei mezzi pubblici, immolati negli ingorghi autostradali.
La città che ridicolizza minuziosamente ogni piccolo gesto, moltiplica in scale triliardarie innocenti abitudini, nel grottesco dilagante, nel sistematico invito al carnevale osceno di code davanti alle biglietterie.
Ridicoli voi, ridicoli noi, quaggiù, spazzatura da passeggio, pellagra rampicante e contagiosa. Ciondoliamo spersi  in questo ventre odoroso, l’orfano contaminato che avete partorito e abbandonato senza il pudore di uccidere. 
C’avete nascosto il sole, avete borseggiato l’aria buona, ma la vostra pietà è la colpa più grande.
Lo sanno tutti. La spazzatura va incenerita. Altrimenti non smetterà di puzzare.

***


La sentinella ficca una sigaretta in bocca e tuffa una mano nella tasca del giaccone. Rovista per un po’, cerca qualcosa, non trova.
Sputa copiosamente e bestemmia fra i denti, alla fine alza il braccio in direzione della torretta più vicina, la numero sei.
Il pollice va su e giù fino a quando l’altra vedetta non dà cenno d’aver inteso.
“Vieni tu”, dice.
La sentinella sbuffa. Sul ponte tira un vento mortifero che latra dappertutto. Fucile in spalla s’incammina verso l’altra torretta. Le raffiche beffarde stuzzicano il bavero e le maniche della giacca.
Soltanto vento sul ponte, e i passi infastiditi dell’uomo. La solita notte di sigarette e raffreddori a presidio di un ponte che nessuno si sogna di varcare.
Adesso la sentinella fumerà con il collega, scambierà qualche battuta di circostanza sul tempo e l’umidità infame, poi guarderà per un po’ le torrette distribuite lungo il perimetro del ponte, rigide una dopo l’altra, le osserverà prendere colore fino a quando non sarà ora di tornare a casa.
Nel frattempo una figura bluastra appostata nella boscaglia sarà strisciata via dal suo nascondiglio e avrà già approfittato della distrazione delle due sentinelle. Non ci è dato sapere quanto tempo sia durata l’attesa – se ore, o giorni, o mesi – ma il momento è giunto, e la figura si è incuneata come un’infezione nel territorio negato.
L’Inquieto
In fin dei conti è stato inevitabile. A nessuno è venuto in mente di buttare la spazzatura, e la spazzatura ha cominciato a puzzare. E quando l’odore è diventato insopportabile non c’è stato più nulla da fare. Quel rigetto nauseante si era già impadronito di tutto. Le pareti, gli angoli, i conati della brava gente.
Inutile aprire le finestre, permettere all’aria fresca di riconquistare centimetri. La puzza dilagava nelle strade e non faceva prigionieri. Ormai la zona era compromessa: si salvava il possibile, ma il possibile era a sua volta uno scarto raschiato dalla spazzatura. 
Non restava altro da fare che traslocare. Più in alto, dove l’aria tornava a essere respirabile.
In fondo bastava aggiungere un piano, abbandonare la spazzatura in quella che prima era casa e adesso è cantina. Una città sopra la città, eretta su abbondanti dosi di cemento armato e su memorie sufficientemente morbide per essere scavate.
Poi si traccia una linea e si dice Fin qui, e tu che sei spazzatura te ne rimani buono buono, perché qui ci siamo noi e sarebbe meglio che ognuno restasse nel suo spazio, altrimenti ecco che si ricomincia da capo.

L’Inquieto

immagini: Sara Flori



lunedì 7 settembre 2015

i consigli dello Zio l'Ontano _ N5

TRE CONFINI CHE NON ANDREBBERO VARCATI


immagine: Enrico "Stres" Giannini


Non dare confidenza agli estranei

Non dare confidenza agli estranei. Ma finché non gli darò confidenza resteranno sempre degli estranei. Mettiamo il caso che mi capiti d’incontrare il signor Estraneo. Sta a me decidere se dargli o meno confidenza. Allora il suggerimento del titolo non avrebbe alcun senso. Meglio un altro consiglio: fai capire agli estranei che non intendi dargli confidenza, cioè fai capire loro che li reputi tali. 
Ci sono tutta una serie di soluzioni. La più famosa è il “dare del tu”. Però, se il signor Estraneo fosse un mio coetaneo risulterebbe difficile dargli del lei. E non posso limitare la cerchia degli estranei soltanto a chi è più anziano di me. Un altro criterio è quello del contatto fisico. Quindi potrei chiarire al signor Estraneo la sua posizione schivando il maledetto braccio intorno alle spalle o la pacca fraterna. Che poi se si chiama così un motivo ci sarà. “Mi scusi, signor Estraneo, ma non mi risulta che io e lei siamo fratelli.” Doppia soluzione, dare del lei ed evitare il contatto fisico. 
Infine, supponendo di dover sostenere una conversazione con lui, subentra il criterio della risata. Con gli estranei, infatti, cambia il tono. La risata sincera è un privilegio della confidenza. Quando c’è confidenza, puoi ridere soltanto alle battute divertenti. Invece il signor Estraneo dirà una sciocchezza o una banalità e io riderò di gusto. “Davvero divertente, signor Estraneo…”, evitando però la pacca fraterna, “…sa che lei è davvero spassoso.” E il gioco è fatto. Ecco innalzata la mia barriera. Al di là di questa si è estranei, al di qua si è conoscenti. La barriera successiva è quella tra confidenza e intimità, ma è molto lontana e non così facile da distinguere.

Fabrizio di Fiore


Non aprire quella porta

Così ti ha detto il padrone di casa, quasi sovrappensiero, come se la cosa non avesse alcuna importanza. Se ti dice di non aprirla, avrà le sue buone ragioni. Resta da capire se le ragioni sussistano nel tuo interesse o nel suo. Più facile la seconda opzione. 
E allora cominci a farti delle domande. Cosa ci sarà mai dietro la porta che non dovrei aprire? Forse un reattore nucleare, una nidiata di procioni, un uomo con tre teste o magari un uomo con tre teste legato a una sedia, tre bocche imbavagliate e sei occhi bendati? 
Però potresti trovare anche qualcosa di prezioso, che so, un antico manufatto precolombiano, milioni di euro in banconote di piccolo taglio non segnate, il tesoro dei Templari. Solo l’idea ti fa venire l’acquolina in bocca. Ormai hai deciso di aprirla, ma la porta è chiusa a chiave. Perché il padrone di casa ti avrebbe dovuto intimare di non aprire una porta chiusa a chiave? Non sforzarsi di aprirla dovrebbe essere la norma. 
Nella tua testa si fa sempre più strada l’idea del tesoro. Aprirai quella porta a costo di spalancarla a calci. Non ce ne sarà bisogno. Hai imparato a forzare le serrature col fil di ferro da quando tuo fratello ti chiudeva in camera per stare da solo con la fidanzata.
Mentre stai armeggiando, ti viene in mente l’assurda possibilità di trovare al di là della porta proprio lui, non tuo fratello, il padrone di casa. Magari ha voluto metterti alla prova, per vedere se in te prevalga la curiosità o il rispetto. E ora se ne sta lì, aspettandoti al varco, forse con una bacchetta in mano. Questo pensiero dovrebbe farti passare subito la voglia di continuare. Meglio ricominciare a pensare a qualche forziere pieno di dobloni. E, dopo la faticaccia fatta per forzare la serratura con il fil di ferro, ti trovi davanti a una parete di mattoni. È una porta murata, punto. Ecco perché non avresti dovuto aprirla, semplicemente perché è inutile farlo.

Fabrizio di Fiore


Non dare confidenza ad Alessio

Non dare confidenza ad Alessio. Mai. Soprattutto se sono le quattro di notte e la serata e già bella che stecchita. Stai bevendo l’ultimo vodka lemon, quello del pentimento, e sdraiato su un prato osservi gli studenti che suonano la chitarra e cantano le solite vecchie canzoni.
Poi arriva Alessio. Ha un cappellino calato sul viso e dei riccioli che spuntano fuori da tutt’attorno. Arriva e propone di fumare. Così, dal nulla, come se ci conoscessimo da una vita. Siede a gambe incrociate e comincia a farneticare qualcosa sul fare amicizia. 
Gira una canna. Lentissimo. Imbastisce, disfa, appallottola cartine come fossero lettere imbrattate di parole sbagliate.
Tipo strano, questo Alessio. Si affaccia su discorsi confusi, disarticolati, infiniti, e poi di colpo chiude gli scuri liquidando il tutto con un “ma sto dicendo una cazzata, scusate”.
Verso le sei attacca col cinema, cita spezzoni di film di cui poi non ricorda il titolo. 
“E quel film? L’avete visto quel film con quell’attore…dai! Come cazzo si chiama! Che stupido che sono!”, dice picchiettandosi il palmo sulla fronte.
Lo ripete spesso Alessio. Dice di essere stupido e poi chiede scusa. 
Ci alziamo da terra che è già giorno, i pantaloni infradiciati d’umidità. Per la prima volta riesco a vedere Alessio in faccia. Pensavo fosse Mark Lanegan, invece era un ragazzino.
Ci incamminiamo verso le nostre camere doppie e singole e lui ci viene dietro. Quando io e Fabrizio facciamo per separarci lui ci obbliga a proseguire tutti quanti nella stessa direzione. “Dai ragazzi!” A quanto pare Alessio non ha alcuna voglia di tornare a casa. 
Altri tre incroci: lui ci abbraccia e ci costringe a continuare un percorso che non accontenta nessuno. L’orologio della farmacia segna le sette, per strada i vecchi cominciano a portare a spasso il cane. Sono stanco, vorrei solo infilarmi a letto, però Alessio non molla. Crede di aver finalmente trovato degli amici, non ha ancora realizzato che siamo solo due tizi annoiati a caccia di aneddoti.
Quando ci ritroviamo davanti alla stazione la notte è davvero finita. Saluto Alessio, saluto Fabrizio, e proseguo sotto i portici il più in fretta possibile. 
Alessio non smette di parlare, mi grida dietro qualcosa. Io tiro dritto. So che mi sta seguendo e non sapendo cosa fare per liberarmene decido di andare avanti. Di tanto in tanto faccio un gesto di saluto con la mano, così, senza voltarmi.
Continuo a camminare. La presenza di Alessio me la sento tutta sulle spalle. A pochi metri da casa mi volto. Resto a guardare la strada deserta per qualche secondo.

In televisione hanno detto che pioverà, ma io non ci credo.

Martin Hofer