lunedì 28 settembre 2015

INPHOMANIAC _ gli indossatori di risvoltini


GLI INDOSSATORI DI RISVOLTINI

il 72% si giustifica dicendo che è il modello che veste così.
il 91% motiva l'acquisto affermando che gli "piaceva il colore".
è stato accertato che l' 86% dei soggetti NON abita vicino ad alcun tipo di corso d'acqua.
il 100% si è girato quando gli esaminatori hanno gridato ai fini della ricerca la parola "HIPSTER!"
alla domanda "l'ultimo libro che hai letto?", il 57% degli intervistati ha risposto "Vice"
il 77% giura di non essersi proprio accorto di avere un tatuaggio sul malleolo
di questo 77%, il 92% non è a conoscenza di cosa sia un malleolo.
condotti in un bar, il 72% degli intervistati ha ordinato una Coca Zero, mentre il restante 28% un'acqua a temperatura ambiente.
alcuni studi hanno accertato che con il tessuto dei risvoltini si potrebbe vestire circa il 43% della popolazione mondiale, ma il 93% degli indossatori di risvoltini non è mai uscito da Isola negli ultimi due anni e di tutto questo non sarà mai al corrente.

immagine Maria Garzo
testo Martin Hofer

lunedì 21 settembre 2015

INPHOMANIAC _ i lettori di infografiche


I LETTORI DI INFOGRAFICHE:


Il 68% degli intervistati utilizza termini come "goggolare", "pinnato", "refreshato".
Il 73% possiede una laurea in design di qualcosa. 
Il 47% dichiara di aver sviluppato la passione per le infografiche quando la maestra spiegava le frazioni dividendo torte.
Un altro 27% attribuisce il proprio feticismo agli spot elettorali, anche se tiene a precisare di non aver mai votato.
Il 37% dichiara di aver avvertito la prima pulsione sessuale giocando con l'abaco.
Il 23% ha subito il medesimo trauma in età scolare: seppellito sotto una montagna di regoli colorati durante l'ora di alternativa. Sembrerebbe dunque lecito individuare una forte componente laica del fenomeno.
Il 2% confessa di aver utilizzato almeno una volta nella vita il Comic Sans (ma in un momento di debolezza e fragilità emotiva).
Il 9% dichiara di non aver mai svolto la professione di grafico, neppure a livello amatoriale.
È stato riscontrato che il 77% degli intervistati soffre di un'acuta forma di "Sindrome da condivisione riflessa". La S.C.R. è una malattia che crea un temporaneo blackout fra cervello e indice della mano destra nel momento in cui il soggetto, impegnato nella consueta navigazione su Facebook, si imbatte in un'infografica.
Il 61% dichiara di servirsi di Frizzi Frizzi come principale strumento di informazione.
Il 36% afferma di aver trovato molto interessante l'infografica sul conflitto fra Tutsi e Hutu, soprattutto nella scelta del font.

immagine di Chiara Sgatti
testo di Martin Hofer

lunedì 14 settembre 2015

la SPAZZATURA _ fenomenologia del fetore


 In fin dei conti è stato inevitabile. A nessuno è venuto in mente di buttare la spazzatura, e la spazzatura ha cominciato a puzzare. E quando l’odore è diventato insopportabile non c’è stato più nulla da fare. Quel rigetto nauseante si era già impadronito di tutto. Le pareti, gli angoli, i conati della brava gente.
Inutile aprire le finestre, permettere all’aria fresca di riconquistare centimetri. La puzza dilagava nelle strade e non faceva prigionieri. Ormai la zona era compromessa: si salvava il possibile, ma il possibile era a sua volta uno scarto raschiato dalla spazzatura. 
Non restava altro da fare che traslocare. Più in alto, dove l’aria tornava a essere respirabile.
In fondo bastava aggiungere un piano, abbandonare la spazzatura in quella che prima era casa e adesso è cantina. Una città sopra la città, eretta su abbondanti dosi di cemento armato e su memorie sufficientemente morbide per essere scavate.
Poi si traccia una linea e si dice Fin qui, e tu che sei spazzatura te ne rimani buono buono, perché qui ci siamo noi e sarebbe meglio che ognuno restasse nel suo spazio, altrimenti ecco che si ricomincia da capo.

La mattina li senti scalpicciare come ghiri incastrati nel sottotetto. Pestano i talloni, affaticano le gambe, sovraccaricano i muscoli di nevrosi. Le tempie ti rimbombano della loro puntualità, dei loro preziosi minuti offerti in pegno alle bocche dei mezzi pubblici, immolati negli ingorghi autostradali.
La città che ridicolizza minuziosamente ogni piccolo gesto, moltiplica in scale triliardarie innocenti abitudini, nel grottesco dilagante, nel sistematico invito al carnevale osceno di code davanti alle biglietterie.
Ridicoli voi, ridicoli noi, quaggiù, spazzatura da passeggio, pellagra rampicante e contagiosa. Ciondoliamo spersi  in questo ventre odoroso, l’orfano contaminato che avete partorito e abbandonato senza il pudore di uccidere. 
C’avete nascosto il sole, avete borseggiato l’aria buona, ma la vostra pietà è la colpa più grande.
Lo sanno tutti. La spazzatura va incenerita. Altrimenti non smetterà di puzzare.

***


La sentinella ficca una sigaretta in bocca e tuffa una mano nella tasca del giaccone. Rovista per un po’, cerca qualcosa, non trova.
Sputa copiosamente e bestemmia fra i denti, alla fine alza il braccio in direzione della torretta più vicina, la numero sei.
Il pollice va su e giù fino a quando l’altra vedetta non dà cenno d’aver inteso.
“Vieni tu”, dice.
La sentinella sbuffa. Sul ponte tira un vento mortifero che latra dappertutto. Fucile in spalla s’incammina verso l’altra torretta. Le raffiche beffarde stuzzicano il bavero e le maniche della giacca.
Soltanto vento sul ponte, e i passi infastiditi dell’uomo. La solita notte di sigarette e raffreddori a presidio di un ponte che nessuno si sogna di varcare.
Adesso la sentinella fumerà con il collega, scambierà qualche battuta di circostanza sul tempo e l’umidità infame, poi guarderà per un po’ le torrette distribuite lungo il perimetro del ponte, rigide una dopo l’altra, le osserverà prendere colore fino a quando non sarà ora di tornare a casa.
Nel frattempo una figura bluastra appostata nella boscaglia sarà strisciata via dal suo nascondiglio e avrà già approfittato della distrazione delle due sentinelle. Non ci è dato sapere quanto tempo sia durata l’attesa – se ore, o giorni, o mesi – ma il momento è giunto, e la figura si è incuneata come un’infezione nel territorio negato.
L’Inquieto
In fin dei conti è stato inevitabile. A nessuno è venuto in mente di buttare la spazzatura, e la spazzatura ha cominciato a puzzare. E quando l’odore è diventato insopportabile non c’è stato più nulla da fare. Quel rigetto nauseante si era già impadronito di tutto. Le pareti, gli angoli, i conati della brava gente.
Inutile aprire le finestre, permettere all’aria fresca di riconquistare centimetri. La puzza dilagava nelle strade e non faceva prigionieri. Ormai la zona era compromessa: si salvava il possibile, ma il possibile era a sua volta uno scarto raschiato dalla spazzatura. 
Non restava altro da fare che traslocare. Più in alto, dove l’aria tornava a essere respirabile.
In fondo bastava aggiungere un piano, abbandonare la spazzatura in quella che prima era casa e adesso è cantina. Una città sopra la città, eretta su abbondanti dosi di cemento armato e su memorie sufficientemente morbide per essere scavate.
Poi si traccia una linea e si dice Fin qui, e tu che sei spazzatura te ne rimani buono buono, perché qui ci siamo noi e sarebbe meglio che ognuno restasse nel suo spazio, altrimenti ecco che si ricomincia da capo.

L’Inquieto

immagini: Sara Flori



lunedì 7 settembre 2015

i consigli dello Zio l'Ontano _ N5

TRE CONFINI CHE NON ANDREBBERO VARCATI


immagine: Enrico "Stres" Giannini


Non dare confidenza agli estranei

Non dare confidenza agli estranei. Ma finché non gli darò confidenza resteranno sempre degli estranei. Mettiamo il caso che mi capiti d’incontrare il signor Estraneo. Sta a me decidere se dargli o meno confidenza. Allora il suggerimento del titolo non avrebbe alcun senso. Meglio un altro consiglio: fai capire agli estranei che non intendi dargli confidenza, cioè fai capire loro che li reputi tali. 
Ci sono tutta una serie di soluzioni. La più famosa è il “dare del tu”. Però, se il signor Estraneo fosse un mio coetaneo risulterebbe difficile dargli del lei. E non posso limitare la cerchia degli estranei soltanto a chi è più anziano di me. Un altro criterio è quello del contatto fisico. Quindi potrei chiarire al signor Estraneo la sua posizione schivando il maledetto braccio intorno alle spalle o la pacca fraterna. Che poi se si chiama così un motivo ci sarà. “Mi scusi, signor Estraneo, ma non mi risulta che io e lei siamo fratelli.” Doppia soluzione, dare del lei ed evitare il contatto fisico. 
Infine, supponendo di dover sostenere una conversazione con lui, subentra il criterio della risata. Con gli estranei, infatti, cambia il tono. La risata sincera è un privilegio della confidenza. Quando c’è confidenza, puoi ridere soltanto alle battute divertenti. Invece il signor Estraneo dirà una sciocchezza o una banalità e io riderò di gusto. “Davvero divertente, signor Estraneo…”, evitando però la pacca fraterna, “…sa che lei è davvero spassoso.” E il gioco è fatto. Ecco innalzata la mia barriera. Al di là di questa si è estranei, al di qua si è conoscenti. La barriera successiva è quella tra confidenza e intimità, ma è molto lontana e non così facile da distinguere.

Fabrizio di Fiore


Non aprire quella porta

Così ti ha detto il padrone di casa, quasi sovrappensiero, come se la cosa non avesse alcuna importanza. Se ti dice di non aprirla, avrà le sue buone ragioni. Resta da capire se le ragioni sussistano nel tuo interesse o nel suo. Più facile la seconda opzione. 
E allora cominci a farti delle domande. Cosa ci sarà mai dietro la porta che non dovrei aprire? Forse un reattore nucleare, una nidiata di procioni, un uomo con tre teste o magari un uomo con tre teste legato a una sedia, tre bocche imbavagliate e sei occhi bendati? 
Però potresti trovare anche qualcosa di prezioso, che so, un antico manufatto precolombiano, milioni di euro in banconote di piccolo taglio non segnate, il tesoro dei Templari. Solo l’idea ti fa venire l’acquolina in bocca. Ormai hai deciso di aprirla, ma la porta è chiusa a chiave. Perché il padrone di casa ti avrebbe dovuto intimare di non aprire una porta chiusa a chiave? Non sforzarsi di aprirla dovrebbe essere la norma. 
Nella tua testa si fa sempre più strada l’idea del tesoro. Aprirai quella porta a costo di spalancarla a calci. Non ce ne sarà bisogno. Hai imparato a forzare le serrature col fil di ferro da quando tuo fratello ti chiudeva in camera per stare da solo con la fidanzata.
Mentre stai armeggiando, ti viene in mente l’assurda possibilità di trovare al di là della porta proprio lui, non tuo fratello, il padrone di casa. Magari ha voluto metterti alla prova, per vedere se in te prevalga la curiosità o il rispetto. E ora se ne sta lì, aspettandoti al varco, forse con una bacchetta in mano. Questo pensiero dovrebbe farti passare subito la voglia di continuare. Meglio ricominciare a pensare a qualche forziere pieno di dobloni. E, dopo la faticaccia fatta per forzare la serratura con il fil di ferro, ti trovi davanti a una parete di mattoni. È una porta murata, punto. Ecco perché non avresti dovuto aprirla, semplicemente perché è inutile farlo.

Fabrizio di Fiore


Non dare confidenza ad Alessio

Non dare confidenza ad Alessio. Mai. Soprattutto se sono le quattro di notte e la serata e già bella che stecchita. Stai bevendo l’ultimo vodka lemon, quello del pentimento, e sdraiato su un prato osservi gli studenti che suonano la chitarra e cantano le solite vecchie canzoni.
Poi arriva Alessio. Ha un cappellino calato sul viso e dei riccioli che spuntano fuori da tutt’attorno. Arriva e propone di fumare. Così, dal nulla, come se ci conoscessimo da una vita. Siede a gambe incrociate e comincia a farneticare qualcosa sul fare amicizia. 
Gira una canna. Lentissimo. Imbastisce, disfa, appallottola cartine come fossero lettere imbrattate di parole sbagliate.
Tipo strano, questo Alessio. Si affaccia su discorsi confusi, disarticolati, infiniti, e poi di colpo chiude gli scuri liquidando il tutto con un “ma sto dicendo una cazzata, scusate”.
Verso le sei attacca col cinema, cita spezzoni di film di cui poi non ricorda il titolo. 
“E quel film? L’avete visto quel film con quell’attore…dai! Come cazzo si chiama! Che stupido che sono!”, dice picchiettandosi il palmo sulla fronte.
Lo ripete spesso Alessio. Dice di essere stupido e poi chiede scusa. 
Ci alziamo da terra che è già giorno, i pantaloni infradiciati d’umidità. Per la prima volta riesco a vedere Alessio in faccia. Pensavo fosse Mark Lanegan, invece era un ragazzino.
Ci incamminiamo verso le nostre camere doppie e singole e lui ci viene dietro. Quando io e Fabrizio facciamo per separarci lui ci obbliga a proseguire tutti quanti nella stessa direzione. “Dai ragazzi!” A quanto pare Alessio non ha alcuna voglia di tornare a casa. 
Altri tre incroci: lui ci abbraccia e ci costringe a continuare un percorso che non accontenta nessuno. L’orologio della farmacia segna le sette, per strada i vecchi cominciano a portare a spasso il cane. Sono stanco, vorrei solo infilarmi a letto, però Alessio non molla. Crede di aver finalmente trovato degli amici, non ha ancora realizzato che siamo solo due tizi annoiati a caccia di aneddoti.
Quando ci ritroviamo davanti alla stazione la notte è davvero finita. Saluto Alessio, saluto Fabrizio, e proseguo sotto i portici il più in fretta possibile. 
Alessio non smette di parlare, mi grida dietro qualcosa. Io tiro dritto. So che mi sta seguendo e non sapendo cosa fare per liberarmene decido di andare avanti. Di tanto in tanto faccio un gesto di saluto con la mano, così, senza voltarmi.
Continuo a camminare. La presenza di Alessio me la sento tutta sulle spalle. A pochi metri da casa mi volto. Resto a guardare la strada deserta per qualche secondo.

In televisione hanno detto che pioverà, ma io non ci credo.

Martin Hofer