martedì 29 dicembre 2015

Alanus Strunz _ l'uomo che sconfisse la fame isterica


Alanus Strunz è celebre in tutto il mondo per aver scoperto la “Strunxina”. 
Nato il 9 agosto 1881, a Kagerfort, in Prussia, Alanus frequentò una scuola di campagna situata a pochi chilometri dalla fattoria paterna dove gli Strunz, una famiglia di ferventi luterani, prosperavano coltivando patate e allevando porci. Dopo aver frequentato il ginnasio nell’ariosa cittadina di Petund, e quindi la prestigiosa Accademia Botanica di Kakatoy, nel 1896 si trasferisce a Londra per studiare Chimica Farmaceutica.
Allo scoppio della guerra del Transassholes, nel continente nero, Strunz si arruolò con vibrante partecipazione nella London Freckles, unità militare di soli uomini con le efelidi. Il numero fu superiore alle richieste e Strunz non partirà mai per la guerra. Durante questo periodo osservò la feroce voracità con cui, nell’attesa della chiamata al fronte, i commilitoni si avventavano sulle ripugnanti vivande del rancio. Un fenomeno singolare, insolito, ribattezzato dallo Strunz “fame isterica”, e il cui effetto riguardava l’ammassamento caotico di glucidi e lipidi nel plasma. Alanus - valente playmaker di Hockey su monociclo, eccellente giocatore di Elephant Polo e ottimo mediano di Rugby Subacqueo – si spese per arginare questo bizzarro fenomeno suggerendo l’adozione di un regime alimentare ferreo e l’integrazione forzata di attività sportive, ma la fame isterica restò incontenibile.
Strunz iniziò a frequentare i corsi interni del Tober Brandt’s Hospital, nel quartiere di Soho, un istituto allora all’avanguardia nell’ambito della ricerca farmaceutica. Primo in tutte le materie, seppur non dotato di vasta cultura, mostrò grandi abilità di contorsionista. 
Nel 1902 Sir Mark Anthony, celebre dietista, creò il Limming Alternative Department al Tober Brandt’s Hospital. Uno dei discepoli di Sir Anthony, il dottor Aiden Shaw, suggerì il nome del prussiano che così fu assunto come clinico ricercatore. La terapia del dimagrimento alternativo, detta “protocollo Birkermaier”, dal nome del dietologo che la ideò, era l’unica arma contro l’obesità alimentare. Alanus, che intendeva procedere dal protocollo terapeutico a quello preventivo, si rivelò competente e ingegnoso e con Sir Anthony sviluppò un rapporto tanto particolare quanto profondo. Nel 1908 superò gli ultimi esami conseguendo la laurea e il Department fu ingrandito grazie al munifico contributo di ricchi filantropi: una cura per la fame isterica divenne l’obiettivo dichiarato della struttura.
Intanto, nel dicembre 1915, in cerca di quelle futili distrazioni che talvolta lo spirito (ma soprattutto il corpo) pretende, Alanus adotta Brandon Rife, un povero ragazzo affetto da iperspadia congenita.
Nel 1922, durante un esperimento volto a ricavare un paté di funghi ipocalorico, Strunz scopre la Strunxina: una particolare varietà micotica, il Boletus Buliccius, opportunamente trattata su una piastra di Petri, invertiva in una materia spugnosa che, somministrata per via rettale in idonee prescrizioni di supposte di glicerina, possedeva l’effetto di estinguere la fame isterica. Una sostanza nuova era finalmente pronta per essere lanciata sul mercato dei farmaci dietetici. Strunz presentò i risultati dei suoi studi al Medical Research Club e alla Royal Society of Medicine. La Strunxina mandò quei cicisbei togati in fibrillazione. Nel 1928 Strunz è nominato professore emerito all’University of London e al Tober Brandt’s raccoglie il testimone di Sir Anthony, ormai in pensione.
L’anno successivo è eletto Fallow of the Royal Society, la più antica fra le società scientifiche, e nominato Baronetto. Nel 1930 riceve il telegramma da Stoccolma: è il Premio Nobel. 
Ormai ricco e stimato, il novello vincitore viaggerà per tutti continenti venendo accolto da sovrani e capi di stato con onori e prebende a profusione. Tornato a Londra dal Marocco, troverà Brandon ammalato di morbo gallico: il pupillo perirà di lì a poco.
Strunz, oppresso dal dolore e dal rimorso, si toglierà la vita assumendo una dose fatale di Strunxina. L’intera popolazione mondiale ne piangerà la scomparsa. Dopo la sua morte gli sarà dedicato un cratere sul pianeta Urano. Annoverato tra i grandi scienziati della storia, Strunz sarà ricordato in tutto il mondo come l’uomo che sconfisse la fame isterica.

immagine: Luca Salce


lunedì 21 dicembre 2015

formiche


Il poliziotto mi mostra di nuovo il vestito bianco, ha uno sguardo ostile. Continua a dire cose che non sento, una lunga fila di parole secche e concitate, che come una processione di formiche fuggono dalla sua bocca e dopo pochi passi si disperdono nell’aria. Come le formiche nell’aspirapolvere di Nadia, mentre aspiravo il formicaio. 
Quando vede che non lo ascolto, il poliziotto si arrabbia e fa scivolare il vestito verso di me. Per la prima volta lo osservo da vicino. È bianco, di un tessuto sintetico lavorato con cura per sembrare seta e pizzo. Agli orli si sfrangia in delle piccole trecce, lunghe circa tre centimetri. Alcune sono bianche, altre sono rosse. 
Anche il resto del vestito, soprattutto sulla schiena e sul petto, è screziato di rosso. 
Il poliziotto ha smesso di parlare e mi guarda. Lo guardo anch’io. Poi, visto che non riesco a sentirlo, tiro fuori il certificato e lo spingo verso di lui.


Io e Nadia non volevamo questo. Voglio dire, non sapevo neanche che si chiamasse Nadia. Sapevo che dovevo chiederle qualcosa e credo di averla sognata per molte notti di fila, ma non ricordo se sia successo prima o dopo la faccenda del vestito. E prima o dopo la storia sul treno. 
La storia sul treno, per esempio - adesso tutti pensano che sia stata colpa nostra, ma davvero, noi stavamo solo lì a guardare, come gli altri. 
Un uomo con la camicia azzurra, spiegazzata sulla schiena, e un tablet nella mano destra, continuava a dire:

- Chiamate la Polfer!

Gli altri rispondevano con lamentele generiche:

- Non serve a niente, finché siamo fermi. 

E:

- Ogni giorno la stessa storia!

Stavamo tutti in piedi attorno a quei due posti, formavamo una specie di semicerchio asimmetrico. Ho provato a raddrizzare e chiudere la circonferenza avvicinandomi all’uomo col tablet e cercando di spingerlo più in là, verso una ragazza con il piercing al sopracciglio e un tatuaggio sulla spalla, ma l’uomo col tablet mi ha lanciato uno sguardo furioso e ho lasciato perdere. Se agli altri non piace l’ordine e non hanno senso estetico, non è colpa mia. 

In fin dei conti vale lo stesso per la storia delle vespe. Se alla gente non importa di avere fessure nel soffitto e insetti in casa, puzzo d’immondizia e vicini che scavalcano le balaustre dei balconi, come si fa a dare la colpa a qualcuno quando le cose vanno storte? A qualcuno che vuole solo rendersi utile, per di più.

Ma questo non c’entra con il treno, perché sul treno Nadia non ha fatto nulla. Mentre io e gli altri passeggeri discutevamo, lei è rimasta seduta al suo posto, dandoci le spalle, e giocando con il cellulare. Forse è stato in quel momento che mi è tornato in mente. Che la conoscevo e che dovevo parlarle. 

Non ricordo quando è stata la prima volta che ho visto Nadia. Forse è stato in quel sogno con i cactus sul davanzale e le case in equilibrio su tralicci di alluminio e cavi del telegrafo. O forse ho visto una donna vestita come lei per strada. Quel giorno o un giorno prima della storia sul treno. 
Portava un vestito bianco, molto leggero, lungo circa fino a metà coscia. Era fatto di due strati di stoffa, uno molto sottile, semitrasparente, che stava sotto, e uno di pizzo, un po’ più scuro (forse un po’ ingiallito dall’uso) che stava sopra. 
Non so se sia questo. Forse ne aveva molti uguali. 
Comunque sia, il vestito era bianco, accecante sotto il sole del primo pomeriggio, e tutto il resto era nero. I capelli, i guanti, i sandali, gli occhiali da sole con le grandi lenti squadrate e la montatura spessa. E una collana che scendeva sul vestito e terminava in un pendente sferico, lucido. Camminava con passo scattante e guardava fisso davanti a sé. Ho pensato subito che dovevo parlarle. 

Non l’ho fatto. Non quella volta. Credo di averle parlato per la prima volta dopo la storia sul treno. Eravamo in un campo a pochi metri dai binari e lei cercava delle spighe di mais mature per fare uno spuntino. Aveva ancora gli occhiali da sole, ma dietro le lenti traspariva un’ombra del suo sguardo e l’odore del suo profumo si mescolava a quello di concime che saliva dal terreno umido. Più tardi, nel suo appartamento, fra le formiche, i cactus e le vespe, quell’odore non c’era più. 

O forse non lo sentivo più. Molte cose non riesco a metterle a fuoco; vedo i dettagli, ma non l’immagine intera. A volte non vedo neanche i dettagli, la mia mente si fa bianca e non lascia entrare più niente.


Non è stata mia e di Nadia l’idea. È stato un signore tarchiato, basso, rosso in faccia. Ha detto che si era rotto il cazzo, che lui tornava a piedi. Che tanto erano sì e no ottocento metri e vaffanculo le Ferrovie di merda. Sudava tantissimo. Sudavamo tutti, ma su di lui il sudore si notava di più. Gli colava a perle dalla fronte e si accumulava nella barba. Da lì scorreva a rivoli giù per il collo e spariva nella camicia. E poi ricompariva in due grandi macchie, una sul petto e una sulla schiena. La camicia era a righe verdi, non era facile vederle. Le macchie, intendo. Non era facile vedere le macchie. Avevano una forma strana, in alcune zone aderivano al corpo, in altre no. Dove toccavano la pelle, avevano formato delle pieghe nella stoffa, e la fantasia a righe era diventata irregolare. 

Sì, lo so che non è interessante, ma è una cosa che ricordo bene.

L’ha aperta lui. È facile, basta azionare una maniglia sopra la porta. Non scatta nessun allarme, non nelle carrozze almeno. 
E il binario accanto era libero, quando siamo scesi. 
Sì, il treno veloce è passato subito dopo, avevamo appena staccato e sbucciato una spiga nel campo di mais. Nadia rideva.
Ovvio che l’abbiamo sentito. Non il treno, il fischio e tutto il resto. Le urla. La frenata e l’impatto.
Nadia non voleva andare a vedere. Nemmeno quelli che avevano raggiunto il sentiero fra i binari e il campo sono tornati indietro. Si sono girati, hanno visto cos’era successo e se la sono svignata. 
Abbiamo fatto quello che hanno fatto loro. Io avevo fame e Nadia voleva cambiarsi.
Quando abbiamo sentito le sirene eravamo già nel suo appartamento. 


La storia del sangue è strana. Io ero fuori casa da sei o sette ore, non avevo preso i farmaci e Nadia era scossa. È stato tutto molto complicato e ne ricordo poco. È successo perché avevamo fame. Io avevo fame. 
Nadia ha una casa bellissima, un attico all’ultimo piano di una palazzina poco distante dalla ferrovia. È poco lontana dai campi ed è la più alta del quartiere, e quando si guarda dalle finestre, sembra sospesa nell’aria o immersa nelle campagne. Dal balcone sul retro si vedono i binari in lontananza sbucare fra gli alberi e le case basse, e quella sera si vedeva anche il treno fermo. Il sole stava per tramontare. 
Nadia per prima cosa ha aperto tutte le finestre perché c’era una puzza tremenda.

- Mi dimentico sempre di portare fuori la spazzatura. - ha detto - Poi, dopo un po’, non mi ricordo dove l’ho messa e comincia a puzzare. 
C’erano sacchetti e scatole ovunque, impilati lungo i muri e sparsi qua e là sul pavimento. Mentre Nadia apriva le finestre e liberava il divano da un mucchio di cianfrusaglie per farmi sedere, il mio sguardo si è posato su una fila di formiche che correva da un angolo del soggiorno alla portafinestra, passando sotto il divano, il tavolino e un paio di sacchi neri abbandonati in mezzo alla stanza. 

- Hai delle formiche. - ho detto. 

Nadia si è fermata e mi ha guardato:

- Ti danno fastidio?
- No.
- No?
- Un poco.
- Se vuoi ho un’aspirapolvere, puoi aspirarle.
- Non posso, non uccido gli animali. 
- Sei buddhista?
- No. -  ho dovuto fermarmi e riflettere. Nel mio cervello si stava espandendo un vuoto bianco, che lentamente, a balzi irregolari, inghiottiva i miei ricordi – No – ho detto, dopo un po’ - ho lavorato in un mattatoio per sei mesi. Da allora, certe cose mi danno fastidio. 

Nadia mi ha guardato. Aveva in mano l’aspirapolvere. L’ho attaccato alla presa, l’ho acceso e ho iniziato ad aspirare le formiche, una alla volta, partendo dal divano, finché a metà della fila ho trovato il formicaio, sotto una mattonella smossa e ho aspirato anche quello. Nadia continuava a guardarmi. Sembrava che stesse aspettando qualcosa, allora ho detto la prima cosa che mi è passata per la mente:

- Ho fame. È da stamattina che non mangio.
- Se vuoi ti preparo dei wurstel.
- Non mangio carne. 
- Ah, già. Aspetta. - si è girata ed è andata in cucina, poi mi ha chiamato. Era ferma davanti alla porta spalancata del frigorifero e ne fissava il contenuto. Di fronte a lei, tre scomparti strabordanti di rosso. Sacchetti e confezioni di bistecche, braciole, salsicce, frattaglie, teste di maiale, costole d’agnello, carne macinata, tagli per bollito. Che esalavano un odore penetrante di carne marcia.
- Ho solo questo. - ha detto alzando le spalle.
- Non posso mangiare carne. 

Il mio sguardo, per evitare il suo, si è spostato sul pavimento. Nell’angolo vicino al frigorifero, c’era una crepa nelle mattonelle gialle. Sembrava profonda, ma non riuscivo a capire se attraversasse tutto il solaio fino al piano inferiore, perché in parte era nascosta da un grosso sacco di plastica. Tutto attorno al sacco e alle mattonelle spaccate, guizzavano gruppi di scarafaggi neri. 

- Vuoi che ti faccia un fritto d’insetti? - ha ghignato Nadia, seguendo il mio sguardo. 
- Non posso mangiare animali. - ho detto, sforzandomi di stare allo scherzo. La voce mi è uscita fredda e monocorde. 
- Ma le formiche le hai aspirate. - ha risposto Nadia, con lo stesso tono. 
- Le ho aspirate, non le ho mangiate. - ho balbettato, cercando di sorridere.
- Sei una seccatura!

È difficile dire come sia successo. Non avevo visto i cactus finché non ho dovuto estrarre le spine dalla schiena di Nadia, una a una. Eravamo sul balcone del vicino, ma di quello sbagliato.  Nadia, stesa a terra, imprecava, e attorno a lei erano disseminati vasi rotti e cactus schiacciati. La terra con le radici e i cocci del vaso erano sparsi ovunque, le spine erano quasi tutte nella schiena di Nadia. 

- Mi dispiace. - ho detto – è colpa mia. Adesso entriamo e chiediamo aiuto.
- Idiota! - ha sibilato Nadia fra i denti. 
- Lo so, mi dispiace.
- Non tu, io. Lo sapevo che non dovevo voltarmi. Perdo sempre l’equilibrio quando non vedo dove sto mettendo i piedi. 
- Mi dispiace. - ho detto di nuovo. - Lo fai spesso?
- Un paio di volte a settimana.
- E il vicino non se ne accorge? - ho chiesto, mentre le sfilavo una spina dalla scapola sinistra.
- Ahia! Non credo. Non ha mai chiuso la finestra. Se se ne accorge, vuol dire che non gliene importa. 
- Perché non compri semplicemente delle verdure, ogni tanto?
- Me ne dimentico. 

Continuo a vedere Nadia in piedi sull’unità esterna del condizionatore che separa il suo balcone da quello del vicino, arrabbiata perché non ho il coraggio di seguirla. Quando si è girata e mi ha teso la mano per aiutarmi è caduta. Ho dovuto fare un salto sul balcone sottostante.

È stata una sua idea, rubare delle verdure dal frigorifero del vicino. Ha detto che lascia sempre la finestra sul balcone aperta e rientra tardi la sera, alle nove o alle dieci. Ha detto che è molto facile e che il balcone è così vicino al suo che non ci vuole niente. Dal condizionatore alla balaustra, sono due passi. Avevo paura, ma non volevo deluderla. 
Non l’ho spinta, se è questo che state pensando. Ma non ho neanche cercato di trattenerla. 


Nadia non se l’è presa più di tanto. È rimasta seduta per un po’ sulle piastrelle in cotto del balcone, con lo sguardo fisso nel vuoto, poi mi ha detto:

- Sai cosa facciamo ora?

Non ho risposto.

- Prendiamo quello e chiediamo al vicino di farci entrare.
- Quello cosa?
- Quello! - ha detto Nadia indicando il lato destro della portafinestra. Ho guardato meglio e ho visto che c’era una formazione giallognola, come una piccola spugna, fra il telaio e il muro. La superficie traforata sembrava percorsa da un movimento frenetico. 
- Un vespaio?
- Sì – ha annuito Nadia - così abbiamo una scusa. Diciamo che stavamo inseguendo le vespe. E poi non c’è niente di meglio che essere gentili con qualcuno per far sbollire la rabbia. Giusto, no?
- Può darsi.

Nadia non mi ha ascoltato. Si è tolta il vestito, l’ha piegato in quattro, si è avvicinata al telaio e con una mossa rapida e precisa ha afferrato l’intero vespaio, l’ha staccato e lo ha avvolto nella stoffa, stringendola bene fra le mani. Un paio di vespe sono sfuggite alla presa e hanno cercato di attaccarla in volo, ma lei le ha scacciate imprecando. 
L’inquilino a cui avevamo schiacciato le piante non si era ancora accorto di nulla, così abbiamo bussato alla portafinestra per farci aprire. Abbiamo continuato a bussare per un po’, ma non è arrivato nessuno. Poi ho premuto il palmo della mano contro il vetro e la porta si è aperta da sola. Dentro c’era silenzio. 


Voi non potete capire, ma da quando esiste Nadia, io non esisto. La storia sul treno - come poteva sapere cosa sarebbe successo? Voleva solo dare un senso a quel viaggio. Renderlo interessante. Lo stesso vale per quel che è capitato al vicino. Nadia sa che evitare i giorni in cui va tutto storto, significa sprecare la propria vita. È solo quando accettiamo la paura e la rabbia e troviamo un modo per renderle interessanti, che impariamo a vivere. 


No, non erano ordigni incendiari. Erano dei semplici incensieri con due o tre bastoncini d’incenso per ciascuno. Al profumo di lavanda, sandalo e vaniglia nelle carrozze di prima classe; rosa, patchouli e cannella in quelle di seconda classe. Dovevano solo produrre un po’ di fumo e far scattare il sistema antincendio del treno. Ma il sistema antincendio non è scattato. La plastica dei sedili ha iniziato a bruciare e i passeggeri hanno spento le fiamme con delle bottigliette d’acqua. Poi il treno si è fermato per gli accertamenti e non è più ripartito.
Nadia aveva fatto il giro di tutte le carrozze prima della partenza, e in ciascuna aveva nascosto un’incensiera nell’incavo fra il fianco di un sedile e la parete del treno. Nella mia era un sedile al centro della vettura. Non c’era nessuno attorno e ha fatto in tempo a prendere fuoco anche il posto accanto.
Ma Nadia non voleva fare del male a nessuno. Voleva solo che fosse un viaggio meno noioso del solito. 


So che devo spiegare anche quel che è successo nella casa del vicino, ma è la parte di cui ricordo meno. La portafinestra si è aperta e la stanza era ancora immersa nel silenzio. 

Davvero non sapevo che il vicino fosse allergico. A me era simpatico e anche a Nadia, penso. Ma quando è arrivato dalla cucina e ci ha visti in piedi nel suo salotto, nudi e mezzi insanguinati, ha afferrato una lampada da tavolo e si è messo a urlarci contro. E Nadia si è arrabbiata - lei voleva solo essere gentile, in fin dei conti – e gli ha lanciato in faccia il fagotto con le vespe. 
Non lo sapevamo che era allergico, finché non l’abbiamo visto rotolarsi in terra con le mani alla gola. 
Anche l’idea della tracheotomia è stata di Nadia, ma se non l’avessimo fatta sarebbe morto, probabilmente. Ha usato il vestito per tamponare il sangue, mentre le vespe continuavano a ronzare per la stanza, poi non so dove sia finita. 
Ricordo che c’erano delle urla, ma forse ero io che gridavo. Quando i poliziotti hanno sfondato la porta non sentivo più niente, riuscivo solo a leggere le labbra. Tenevo il vestito appallottolato nella mano sinistra e continuavo a passarlo sulla ferita per evitare che il sangue coagulasse. 

Poi non ricordo più niente. No, non ricordo cosa sia successo prima e cosa sia successo dopo. Non so nemmeno quante di queste cose siano successe realmente. I vicini hanno chiamato per le urla, questo l’ho capito. 


Non so che fine ha fatto Nadia e perché l’appartamento nel palazzo risulti intestato a me. Non so neanche perché ero in piedi davanti allo specchio con addosso solo la biancheria intima e i guanti neri, quando siete arrivati. È freddo senza vestiti, su questa sedia di plastica, ma potete chiamare il mio medico, se volete, i contatti sono sul certificato. Adesso ho mal di testa, ho bisogno dei miei farmaci e voglio dormire.

immagine: Enrico Pantani

lunedì 14 dicembre 2015

non sapevamo cosa comprare


Questo racconto è ambientato in un supermercato ma all’inizio nessuno lo sa. Nemmeno il lettore lo saprebbe se non fosse che spesso, ingordo, il lettore legge subito le prime righe. Queste.
Però poi avevamo deciso, per il bene della letteratura, avevamo deciso di abbandonare la metaletteratura, ma la letteratura e la metaletteratura ci scappano di mano e si sovrappongono e ci confondono e così poi non sappiamo mai dove sia il confine tra letteratura e non letteratura, tra metaletteratura e non metaletteratura, tra super-mercato e non supermercato tra quello che vorrei dirti io e quello che io, travestito da qualcos’altro, ti direi comunque. In ogni caso, tanti saluti al lettore da parte mia.

Siamo in un supermercato. Siamo in un supermercato?

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Non sapevamo cosa comprare.
Avevamo nello stomaco un buco da riempire, un buco cosmico e freddo nel nostro stomaco, un buco grande così, anzi, così, e dovevamo comprare qualcosa da mangiare, qualcosa d’importante, qualcosa che non solo ci sfamasse ma nel quale potessimo anche riconoscerci.
- Cosa compriamo?
- Non lo so.
- Dei cereali base?
- Non lo so.
- Dei legumi secchi?
- Non lo so.
- Paella?

Avevamo bisogno di qualcosa da comprare, qualcosa che ci rappresentasse per bene, non sarebbero certo bastati delle fibre o dei grassi saturi e insaturi e animali e vegetali e dei sali minerali messi insieme a caso. 
Avevamo bisogno di qualcosa da comprare, sentivamo l’impulso venire da dentro, ma non sapevamo come soddisfarlo...
- Almeno aiutami, dammi un’idea, cosa compriamo?
- Forse dovremmo comprare qualcosa di tipico.
- Qualcosa di tipico?
- Sì, qualcosa che rappresenti il posto dove siamo e che allo stesso tempo rappresenti noi che consumiamo la cosa del posto dove siamo.
- Mmm... ma dove siamo?
- Questo è un problema tuo.
- Ma tu sei con me! È un problema anche tuo.
-  È vero, lo ammetto.
- E allora? Come facciamo a soddisfare questo nostro bisogno primario e al contempo sapere qual è il prodotto tipico di qua?
- Non lo so... ci saranno dei biscotti.

Scegliere: se avessimo potuto non scegliere saremmo stati meglio. Invece c’era questo ricercato prodotto da ricercare, che ci calzasse a pennello, come il cacio sui maccheroni.
- Il cacio sui maccheroni! Che ne dici?
- Cioè, il cacio coi maccheroni sotto?
- Sì, un piatto con le due cose insieme, il cacio e i maccheroni.
- Ma sarà tipico?
- Be’, direi di sì. Sicuramente tipico di un posto da qualche parte.
- Sicuro che il cacio coi maccheroni sotto sia tipico del posto dove siamo?
- Ma come possiamo conoscere il prodotto tipico del posto dove siamo se non sappiamo il posto dove siamo?
- Guarda se c’è qualcosa in offerta sconto.



Effettivamente, a ben guardare, eravamo circondati da una spaventosa moltitudine di accecanti offerte sconto sparpagliate in diversi ripiani che prima non si vedevano e, giusto dietro alle offerte sconto, eccoli, imperanti, maestosi, solenni e sbrilluccicanti, ecco gli scaffali degli yogurt.
Eravamo contentissimi, finalmente qualcosa di concreto intorno a noi!

- Ci sono 47 tipi di yogurt diversi!
- Allora da queste parti sono tipici gli yogurt!
- Allora scegliamo lo yogurt che faccia per noi! che ci rappresenti!
- Guarda questo, è yogurt all’albicocca, buono, l’albicocca è un frutto!
- A me ispira questo, fa guarire dal cancro! Devo comprarlo.
- Ma tu non hai il cancro!
- Ne sei sicuro?!
- No!
- Mmm!
- Mmm!
- Le confezioni mi confondono! Leggi qui: yogurt allo yogurt, da oggi con più yogurt e meno yogurt!

All’improvviso abbiamo paura di tutto, ci sentiamo circondati dagli yogurt, ci sentiamo minacciati dagli yogurt... esiste un film con yogurt assassini? Be’, questo potrebbe essere l’inizio... esiste un film con gli zombi nel supermercato che però vanno d’accordo con tutti e si cibano solo di yogurt e non danno fastidio a nessuno e anzi alcuni in paese li trovano carini perché portano turismo? Be’ non so se questo potrebbe essere l’inizio di quel film lì, ma di quell’altro sì, quello con gli yogurt assassini che saltano dagli scaffali e che ti assassinano.

Troppi stimoli tutti in un colpo, non riusciamo a sostenere questo sovraccarico di informazioni, ci lasciamo andare alla paura, dobbiamo comunque comprare qualcosa, decidiamo di comprare dell’acqua, controlliamo la presenza di sodio, il residuo fisso, beviamo l’acqua.

Per oggi non moriremo, per oggi, questo pomeriggio, saltiamo la merenda.

immagini: guido occhipinti