lunedì 15 febbraio 2016

BOLO _ l'imbarazzo della scelta


Fu un banchetto con tutti i crismi. Ogni minuzia venne calcolata in modo ineccepibile, senza il minimo risparmio di cura e dedizione. Precisione: una filosofia, attenzione al dettaglio: sempre, approssimazione: zero.
Schierati sui tavoli, quattrocento posate in totale (duecentoquaranta forchette, centosessanta coltelli, ottanta cucchiaini), duecentoquaranta bicchieri (ottanta flute, ottanta coppe di cristallo, ottanta da acqua), ottanta tovaglioli in puro lino, trentasei composizioni floreali.
Una volta predisposto il banchetto, il ristorante sprofondò in un silenzio ingiallito dalle lampade e dalle illuminazioni studiate per suggerire un’atmosfera calda e famigliare. I camerieri attesero in silenzio con le mani dietro la schiena. Il cuoco si concesse (di nascosto) una sigaretta sulla porta che dava sul retro del locale.
Qualcuno l’avrebbe potuta ironicamente definire “la quiete prima della tempesta”, se soltanto non si fosse trattato di incunearsi per altre quattro ore fra tavolate di commensali ubriachi.

Giunsero così in leggero e chiassoso ritardo, fra urla canzonatorie e auto strombazzanti.
Presero posto a fatica, lamentandosi sottovoce per la discutibile disposizione degli invitati. Quando l’ultimo parente invalido fu accomodato, ecco sfuriare il banchetto.
Fecero strada gli antipasti: carpacci, involtini, mousse al cucchiaio, tortini fumanti, insalatine, spiedini vegani, zuppe fredde, coppe di avocado e salmone (“rinfrescante”, a parer della sposa), crostoni, crocchette di patate, mini hamburger, salse di rafano e formaggi fusi.
Una guerra lampo negli stomaci dei partecipanti già sufficiente a vincere la disputa.  Ma quelle non erano semplici schermaglie, era un matrimonio, e la vera battaglia doveva ancora impazzare.
E allora i primi: tagliatelle caserecce, lasagne, ravioli fatti in casa, sughi di cinghiale, burro sfrigolante, erbe aromatiche, ripieni esondanti, formaggi grattugiati, soffritti, piatti rileccati da soffici molliche di pane. 
Trasportando i vassoi a mezza spalla, i camerieri venivano braccati con ampi cenni delle braccia per dispensare bis, ricette, rassicurazioni anti-allergiche.
Tutto sommato gli invitati stipavano gli apparati digerenti a buon ritmo, un modo come un altro per rifarsi di ciò che la lista nozze si era ingurgitata alla vigilia.
Possibile che nessuno avesse pensato alle seconde portate? Al cervo, al roast beef, alla tagliata? E neppure alle patate al forno, alle insalate, ai pomodori gratinati e ai finocchi grondanti besciamella? Evidentemente no.
Le mascelle iniziarono ad allentarsi, così come i buchi nelle cinture. Lo sguardo dei più anziani si fece vitreo, assente. I bambini giocavano sotto i tavoli e rifiutavano con smorfie disgustate le forchette protese dai genitori.
Con la rapidità di un batter di ciglia, le portate iniziarono a essere accolte con mormorii contrariati e singulti sempre meno controllabili.
Tutto ciò che era stato odorato, assaporato, bramato, adesso diventava repellente. 
Si deglutiva a fatica, il cibo veniva trasportato alla bocca tremolando e una volta lì sapeva di già masticato. 
Quando gli ultimi vassoi vennero riportati in cucina intonsi, la folla plaudì silenziosamente.
Gli ultimi canti, le ultime fette di torta smozzicate e abbandonate chissà dove. Gli amari e i digestivi, a volontà. Poi via, a casa, alla vita di tutti i giorni, in attesa del prossimo banchetto.
Restituiti alla quiete, i camerieri raccoglievano gli scarti gettandoli in grossi secchi dell’immondizia. Porzioni intonse e ossa sputate piombavano nella stessa gola buia del disgusto compostabile.
L’eccesso occultato, ripulito, trascinato a forza lontano dalla vista dei più sensibili.
Dei festeggiamenti restavano soltanto grossi sacchi portati a spalla da camerieri ormai in borghese.

È notte, nessuno in giro qua sopra. Nulla è fuori posto. Nessuna sirena a prometter burrasca, nessun topo barcollante libero di insozzare la strada, nessun ubriaco iracondo a fender l’aria coi suoi cocci spuntati. 
Soltanto oggetti immobili in attesa del risveglio della città. Adesso, quando l’ultimo cameriere ha infilato la via di casa, L’Inquieto può uscire dal sottoscala.
È ora di banchettare in questo nuovo mondo, in questo vicolo per poveri benestanti.
Punta dritto ai cassonetti. Ne rovescia uno, due, tutti e tre. Gli avanzi rotolanti si offrono sul cemento senza pudore.
L’Inquieto consuma lì il suo limpido buffet. Inserisce in bocca i rifiuti di altre vite. Spezzetta, frantuma, sminuzza, impasta, trangugia. 
Continuerà a incorporare provviste fino a quando l’ultimo succo gastrico non si sarà dissipato. Fino a quando non avrà compreso la vergogna dell’abbondanza. Fino a quando la fame non avrà azzannato le strade pasciute di questo nuovo mondo.


L’Inquieto 

immagine: burla 2222 



martedì 9 febbraio 2016

i giorni della muscengola


È finita la stagione delle piogge. Cassandra urla, sfuria, sbatte le penne e indossa un kimono a strisce saldato al collo da un papillon, s’è vestita così per salutare Eta-31, nuda e kimono e papillon, le vesti linde della cattiva sorte. Io le dico di tacere, ché m’infastidiscono le lagne movimentate, accarezzo la carcassa di Eta-31 sul ciglio di questo muro di rovi sfilacciati da una falena albina, le liscio la testa sotto il canto imbarazzato di uno di quei barbagianni guerci che di solito vivacchiano tra i buchi spiritisti dei campanili e che, per necessità o per vezzo, quest’oggi s’è posato su una fronda di felce del signor Lì. Non c’è più vento. Da giorni il dottor Ciavosky prova a spiegare a Gamma-47 e Omega-82 come mangia un maschio adulto. Gli ha fatto una specie di disegno a fumetti, così capiscono ha detto, due schizzi di biro per il mezzo busto d’una muscengola che coglie un frutto rosso e se lo sbatte in bocca, i denti strapazzano il frutto e il macinato pastoso, intimidito dalla brutalità dei canini lunghi, spessi e torti, va dritto in fondo, giù, si perde in una vignetta nera, e poi il suono del mille-long, tutti che ballano un mille-long postprandiale: il culo alto, le mani sulla nuca e i piedi impigriti dalla sabbia che s’alza e forma minuscole dune, gote d’imbarazzo un po’ fuori misura, gialle. E poi le bestiole gridano mi mi, quella danza è il loro lento paso doble della gioia, sono strette in cerchio attorno al meteorite, saltano, urlano, il masso sputa arie ancestrali e tutto sembra d’autunno, fresco. Che dici, funzionerà? Ciavosky è fiducioso che le bestiole associno la gaiezza del ballo all’ingestione, così che almeno possano nutrirsi quando sentono di ballare, ché lo sentono spesso, quello stimolo, come quello d’accoppiarsi alla maniera dei mammiferi. Quei due però figurati, Gamma-47 e Omega-82 non hanno capito un bel niente, due minuti dopo stavano già pisciando dalla torre di guardia, un eterno fiume di piscio dall’odore di plastica bollita concimava la roccia, e giù fino alla piana delle catinelle, lì dove si abbeverano i barbagianni guerci all’ora media d’ogni domenica di settembre, ché forse per questo son guerci, per il piscio delle muscengole, e per l’ora media a cui non son certo avvezzi.



Ogni rimedio sembra inutile, siamo investiti da un senso d’impotenza, oggi, fin troppo manifesto. Che dici funzionerà? Dice sempre così, Ciavosky, e io non ho di che rispondere. Quattro giorni fa ha provato a infilare il fallo di Omega-82 in una luccicante vagina elettronica, lui si è eccitato subito, figurati, e il dispositivo gli ha contato ben otto pernacchie di sperma stimando un paio di cuccioli per pernacchia e evidenziando movimenti regolari nelle code degli spermatozoi. Ma queste sono solo un mucchio di vecchie teorie, superate. Ormai lo hanno capito tutti che l’assenza di fame non è regolata da alcun battito di coda aritmico di uno spermatozoo, e io proprio non capisco perché Ciavosky si ostini a tentare accoppiamenti con quella dannata vagina, ché fa pure tanto rumore durante l’amplesso e puzza di lubrificante sfatto. Eppure Ciavosky, testardo com’è, dice che la verità è lì vicino, a due balzi d’intelletto, s’è proprio fissato con i movimenti di coda. Dice che gli scienziati hanno accantonato la teoria della coda aritmica troppo presto, che curerà l’obesità, che gli daranno il Nobel, eccetera eccetera. Le sta provando proprio tutte, sant’uomo di un Ciavosky. Ah, eccolo che si avvicina sventolando due carte, gobbo e industrioso, pare che abbia trovato qualcosa in uno spermatozoo di Omega-82, una scriminatura sulla coda, urla. Una scriminatura? Sì, sì, una scriminatura, giustappunto a mezza coda. Bella, guarda qui, fa la coda come una testa pettinata. Ciavosky non l’ha mai avuta, la testa pettinata, credo proietti i suoi mezzi desideri sull’inerme cavillo di sperma.  È ostinato, mi sbatte in faccia l’immagine presa dalla circuiteria della vagina, io non posso non guardarla, lui insiste troppo, però vedo il solito filo di coda che mi ha mostrato duecento volte, lui mi guarda e cerca conferme, e quando fa così, non so come dire, ha lo sguardo di un Belzebù redento. Vedi che questo spermatozoo ha due teste? Qui, la vedi la riga? E l’altra la vedi? Su in cima, la vecchia testa dico, vedi com’è bella liscia? Due teste! Ho trovato il doppio! O Dio, fra poco s’arrovellerà con qualche liaison tra testa numero due e assenza di fame, ne sono certo, è meglio che lo fermi adesso, lo devo fermare, qui è davvero finita e lui non capisce. Il doppio, certo, non riusciamo che a vivere di pretesti, ormai. Che dici, funzionerà? Cosa Ciavosky, la doppia testa? Io non vedo che uno strappo di coda qui, e pure più magra delle altre, e no, non vedo nessun’altra testa, nessuna, e anche se la vedessi, se ci fossero due teste brute con gli occhi traversi, due grandi teste quanto due bocce, cosa accadrebbe? Nulla. Sono po’ duro, lo so, Ciavosky butta la mano in alto e si gira, torna in laboratorio ed è un po’ offeso, gli capita spesso, zoppica con il piede storto, maledette goccioline di nitrato d’ammonio di giovani esperimenti d’adolescenza nerd. Gli saltò l’alluce qualche decade fa e non gli è più tornato, gli sta così bene il piede senz’alluce, l’asimmetria sporca gli dona proprio. Ha ormai l’età delle bazzecole, il dottore, della cataratta, e forsanche dei pannetti sporchi. Oh… e del Nobel, certo.  
Cassandra s’è calmata, ha le penne più morbide adesso, veglia la carcassa di Eta-31 con qualche nota di gratitudine nell’espressione del muso, sarà contenta che accarezzo questo feticcio di corpo moscio, sarà tanto contenta, il kimono le va stretto, è ingrassata un po’ da quando ci alimentiamo con eccellente grasso di porco, è nutriente e le muscengole ne vanno matte quando glielo infiliamo per l’esofago con la pinzetta a U del dottor Ciavosky.
Eta-31 s’è persa due giorni fa nella piana delle catinelle, io l’ho trovata stamane, esanime sotto un pesco, per salvarsi le sarebbe bastato alzare la zampa e prendere un frutto, uno soltanto, infilarselo in bocca così come narravano le vignette del dottor Ciavosky; ma quella lì se n’è stata a giocare per tutto il tempo a qual è il filo d’erba più lungo, stupida bestia, e difatti di fianco alla carcassa ho trovato dodici fili di lunghezza superiore ai quaranta, i migliori candidati, suppongo. Ho preso il più lungo è l’ho legato al naso, così come faceva lei quando vinceva la gara con Cassandra, la gara dei fili. Era un gelido vessillo di trionfo animale, quello. Ho pure pianto.


Cassandra ci avvisa sempre quando una muscengola va fuori schema, quando scappa per il lato Sud della torre di guardia o si perde ai confini del lago d’acqua sorgiva e piscio, nella piana delle catinelle, e fa un verso che è meglio di una sirena, e noi accorriamo e riportiamo la bestiola a casa, senza guinzaglio, basta chiamarla, quella torna con le gambe intrecciate e il muso sporco di pigmenti d’erba mai masticata. Questi animali tornano sempre al richiamo, e se non le richiamassimo, io e quel sant’uomo di Ciavosky, dopo pochi giorni farebbero come Eta-31 e cioè, mancando d’appetiti e non abbisognando, nella loro mente, di alcun alimento, s’accuccerebbero sotto un pesco a giocare al filo più lungo o alla pietra più grossa, e poi lascerebbero che un’inedia felice ne prendesse corpo e spirito, sensi addormentati e addio, povere bestie. Ciavosky è da anni che prova a insegnare alle bestiole l’arte dell’istinto, del necessario, del desiderio, ma quali miserrimi risultati, povero dottore! Sono nate così, con la sazietà in corpo, proprio non lo sanno quando la fine è vicina, non soffrono, niente cali d’energia, eppure il sonno arriva, mesto e sincero, poco stanco, d’abitudine, arriva d’impatto e disinnesca la vita senza avvertimenti, non una campanella, non un fischio, non un segnale di corpo, e di spirito neppure a parlarne, nulla, o il nulla. Il nulla. La fame che non c’è mai stata, che non c’è mai, l’inappetenza senza sintomi. Lì fuori un guerriero dà di lame e schiamazzi, un neonato stride al capezzolo acché gli venga riempito il vuoto, quattro iene s’accavallano sulla carcassa di un’antilope bugiarda e ridono, e ridono al pasto, un passamontagna s’arrocca, s’arrischia, muove due chiavi e passa; tutti fanno rumore, e poi son tutti sazi, così, con l’animo placato, pacato, parco. E silenzio di notti e luna che accondiscende. Qui no. Queste bestiole son piene da principio, alla schiusa e alla chiusa, è tutto già preso, tutto già narrato. Oh… che il Signore raccolga i decibel che il mondo dice per fame, e ne porti qui un gruppetto di valorosi, che sappiano far baldoria e insegnar lo schiamazzo affamato a queste tenere bestiole, e noi, dalle panche della torre di guardia, osserveremo un pascolo di muscengole lì da basso eseguire un martellante concerto di slap di boccacce, ingurgitare fili d’erba con cui, adesso, sanno solo giocare, però allora mangeranno, perché sapranno come aver fame, e quando, e quanto, e saranno pieni d’incontenibile bassezza primordiale.


Eccolo lì, Ciavosky, porta Omega-82 a braccetto perché io possa aprirgli le fauci, è l’ora del grasso di porco, del pasto, con la pinzetta a U afferra il cubetto e lo infila giù nell’esofago pigro e un po’ matto. Omega-82 è contento, si passa una zampa sul muso come a pulirsi dai resti che non esistono, perché questo è riuscito a insegnarglielo, il dottor Ciavosky, solo questo, a spazzarsi il muso da ciò che non c’è, e sarà che l’hanno imparato perché con il non necessario ci vanno proprio a nozze, queste bestiole; è ciò di cui abbisognano che proprio non sanno, né sanno chiedere, né sanno arrangiarsi a sperare.
Ho la carcassa di Eta-31 di fianco, Ciavosky e Omega-82 di fronte, e Cassandra, la piccolina, che guarda dal basso il pezzetto di grasso di porco, ne ha voglia pure lei, e lei sa come chiederlo, con quel versaccio che sa di sirena, lei lo sa. Al volo, prendi Cassandra, gnac, gnac. Lo vedi, Omega-82, come si fa? Certo che vede, ma non capisce. Ecco, sento il rombo del pick-up del signor Lì, è finita, Ciavosky, è finita, vedrà la carcassa e ci manderà tutti a casa, ce ne sono rimaste solo due adesso, delle centouno due, Omega-82 e Gamma-47, e non la vedo da stamane, Gamma-47, Cassandra era impegnata nella veglia oggi, e chissà dov’è, Gamma-47, sotto un pesco della piana delle catinelle a giocare al filo più lungo, forse, chissà dov’è, non l’hai proprio chiamata oggi, Ciavosky? No, certo che no, tra vignette e code di sperma stai proprio perdendo il senno, mio caro dottore. Ecco, lo vedi che il signor Lì sta arrivando? Vieni qui, Ciavosky, mettiti di fianco a me, non possiamo fare altro adesso, nient’altro che attenderlo. Prendo le carte? Ma no, che vuoi prendere, Ciavosky, credi che al signor Lì importi della coda aritmica o del fumetto? Povero vecchio scienziato. Sta’ qui, resta, non possiamo fare niente, Ciavosky, abbiamo fallito di metter fame in questi corpi, e adesso basta, basta con i pretesti, abbiamo fallito nel compito di mettergli l’istinto per farle buone bestie. Aggiustati i capelli, quei pochi che ti restano, datti un contegno, io non lo voglio vedere il dolore in un corpo vecchio; dai, sta’ su, sta’ qui, diritto per favore, ché il signor Lì non abbia a vedere che t’accasci, sta’ su, ti prego, su. Devo… Devi cosa, Ciavosky? D… devo finire con Omega-82, io… devo finire. Ciavosky prende la pinzetta a U e infila un altro cubetto in quell’esofago addomesticato all’accatto, ne bastano tre, solo tre cubetti per un pasto completo. Omega-82 digrigna i denti. E trema. Gli tremano piedi, gambe, ventre, braccia, mani, e collo, molto collo, tanto da espellere due cubetti con la violenza di un atto di forza. Ciavosky gli passa uno straccio sulla fronte. Suda. Per la prima volta mi sembra tutto volontario, umano, corruttibile. Ciavosky prova con l’ultimo pezzo di porco, Omega-82 vomita ancora, e vomita, strano a dirsi, con il volto rilassato, quasi incapace, un lascito di muscoli che si muove giù per gli zigomi in un fischio, è il suo verso, quello, un fischio mogio al cui cenno Cassandra, con un frullo d’ali, gli salta tra i peli lunghi della groppa. Io e Ciavosky dovremmo cantare qualcosa, così ci pare, eppure l’unico rumore che ci viene è di tener ferme le corde, è la prima volta da quando son qui che provo vergogna, l’avevo lasciata a casa, quest’onta, e adesso ricompare dinanzi alla criniera morbida di una giovane muscengola. Omega-82 ci dà il culo e galoppa, galoppa o come diavolo si chiama quel suo modo sgraziato di prender corsa, imbocca la via della piana delle catinelle tenendo il passo. Saliamo alla torre, io e Ciavosky, respiriamo a gradini alterni, Ciavosky ha l’affanno, il respiro si fa strano e sa di mezzo, ma ormai siamo in cima, non c’è tempo per mozzarlo adesso; se è finita, che la si veda, la fine. Quant’è bello l’orizzonte della piana da qui, il tratto lontano, la luna che l’accende di asciutte tenerezze, la sabbia che sottrae rumore alle crespe del lago e a qualche saltello d’animale d’acqua dolce e piscio, e tanti, tanti alberi di pesco, un firmamento di frutta che dà simmetria ai corpi celesti. Laggiù, coperto dall’arbusto più a Nord, Omega-82 gioca con Cassandra al filo più lungo, o alla pietra più grossa, si lanciano scarti di roccia, s’abbracciano, si tengono stretti; un frutto grasso prende la via della terra, fa l’impronta e si affossa. Omega-82 s’accuccia sull’avvallamento, guarda un ramo e si siede con la testa alta. Guarda, mio caro Ciavosky, guarda lì, lo vedi cosa sta facendo? Cosa, non vedo… Lì, sotto l’albero, Omega-82 sta covando, lo vedi? Sta covando un ovetto di pesco. La bestiola fa un riso sottile, sembra ci stia guardando, si toglie l’invisibile dal muso con la zampa, come gli ha insegnato Ciavosky, chiude gli occhi e sbatte le labbra come un infante che vuole latte.

testo: Francesco Fumarola
immagini: Marta Sorte




lunedì 1 febbraio 2016

alla tua età avevo sempre fame


“Alla tua età avevo sempre fame”

Avevo sette anni quando il nonno mi disse per la prima volta questa frase. E in effetti ero un bambino piuttosto schizzinoso. Non avevo molto appetito e dovevo sempre sforzarmi per riuscire a finire quello che mi mettevano nel piatto. In realtà, dovevo sforzarmi anche per riuscire a immaginare come facesse il nonno a ricordarsi quanta fame avesse lui a sette anni. E comunque, dopo avermi rimproverato, prendeva il mio piatto e mangiava gli avanzi. Giunsi alla conclusione che quella fosse la sua intenzione fin dal principio e che il nonno avesse sempre fame, a prescindere dall’età.
“Alla tua età avevo sempre fame.”
Il nonno aveva ripetuto la frase, ammiccando e colpendomi col gomito nell’anca.
C’era la festa del paese, ultimi giorni di giugno. Avevo quattordici anni e, insieme agli amichetti, ammiravo il motorino nuovo di mio cugino Paolo. Accanto a me, due o tre ragazzine lo guardavano con gli occhi luccicanti. Non il motorino, mio cugino Paolo. Lui si pavoneggiava e ricambiava gli sguardi. Aveva già cominciato a interessarsi all’altro sesso e quella sera sarebbe andato a scoprire le gioie dei primi baci e palpeggiamenti dietro qualche cespuglio. Io no, invece. Io avevo occhi soltanto per il motorino, non per le ragazzine. Proprio per questa ragione il nonno aveva ammiccato e ripetuto la sua frase. 


“Alla tua età avevo sempre fame.”
A me non importava. Ero uno di quei ragazzini che a quattordici anni pensano soltanto al calcio, ai videogiochi e ai motorini. Mio cugino Paolo, invece, aveva preso dal nonno. Aveva sempre fame e, nel giro di qualche anno, sarebbe diventato il donnaiolo del paese. Io non avevo preso dal nonno. L’estate successiva mi fidanzai con Lina, una ragazza secca secca e allampanata. Neanche lei aveva molto appetito. Inutile quindi che il nonno continuasse a ripetermi la sua frase tipica. Lui, però, la sera della festa era andato a dormire dalla vedova Basolo, la vicina di casa. Il nonno aveva sempre fame, a prescindere dall’età.
“Alla tua età avevo sempre fame.”
Questa volta il tono della frase era più severo. Per il nonno non era ammissibile che suo nipote, a ventotto anni, rifiutasse un’offerta di lavoro così allettante. Trasferimento in una sede più grande, possibilità di far carriera, di arricchirmi professionalmente e non solo. Soprattutto quel “non solo” era alla base del rimprovero di mio nonno. 
Mi aveva raccontato di quando, solo al pensiero di un aumento di stipendio, aveva accettato di dirigere l’ufficio di Scurcola Marsicana. Stesso motivo che anni dopo gli avrebbe fatto accettare l’incarico di consulente all’estero per l’azienda, destinazione delta del Niger. Il nonno aveva fame e la sua fame si era tramutata in case al mare e in montagna, barca a vela e molto altro ancora. Io quella fame non ce l’avevo. Nel mio ufficio stavo bene, andavo d’accordo con i colleghi. Non mi interessavano né gli aumenti di stipendio né le possibilità di crescita professionale.


“Alla tua età avevo sempre fame.”
Così mi disse, tanto per cambiare, quando ereditai la casa della nonna, non la sua ex-moglie, l’altra nonna, quella che non aveva mai potuto sopportare. “Vendi quella casa, finché vale ancora qualcosa. Hai trentacinque anni ed è ora che inizi a metterti dei soldi da parte. Io alla tua età avevo sempre fame.”
Io però ero molto affezionato a quella casetta. Mi bastava vederla in lontananza, arrivato al paese, per farmi tornare alla mente i ricordi di quelle estati interminabili, quando correvo dietro alle lucertole fino a perdere le forze, in attesa che il sugo di mia nonna finisse di cuocere lentamente sui fornelli. Ma vallo a spiegare al nonno.

illustrazioni: Maria Garzo