lunedì 31 ottobre 2016

pokerino


Mi perdo sempre tutto, questo è vero.
Tipo: quando hanno abbattuto le torri gemelle a New York io ero in cucina a farmi i Sofficini.


Avevo passato la nottata a giocare a poker con gli amici. Il pokerino di inizio settimana. Ne facevamo almeno tre a settimana, di pokerini. Ci giocavamo le paghette e poco più. Perdevo sempre, mi divertivo molto. Cioè, al momento non mi divertivo tanto, ma oggi, col senno di poi, posso dire che mi divertivo, che passavo belle nottate, che erano bei tempi. Sono sempre bei tempi, dopo.
Sta di fatto che quel giorno mi svegliai tardissimo, giusto per mangiare. Ero a casa da solo, senza i miei che rompevano, che ripetevano di cercarmi un lavoro, che col diploma avrei trovato qualcosa.
Mi svegliai che avevo fame e non avevo voglia di cucinare e avevo sonno e avevo solo voglia di tornarmene a dormire. Così infornai quattro Sofficini, tutto il pacco, aspettai il trillo del fornetto vinto con i punti Barilla, li mangiai tutti e quattro scottandomi la lingua e tornai a letto.
Intanto Osama Bin Laden attaccava l’America e George W. Bush leggeva una storia di animali ai bambini di una scuola elementare in Florida e tutti stavano davanti alla tv a guardare la diretta della CNN e il mondo pareva sul punto di collassare. 
Comunque non fu colpa mia, se mi persi il crollo delle torri. Fu un caso. Come quando Lara mi lasciò perché non mi presentai alla sua laurea.
Quello fu il pretesto, niente a che vedere col fatto che alla proclamazione mancavo solo io. Mica era così importante, la mia presenza. Infatti lei si laureò lo stesso, mica mi avvertì, “guarda che mi sto per laureare, sbrigati a venire”, che le costava farmi uno squillo?
Invece niente, lasciò che passassi il pomeriggio al bar, a cercare di recuperare i centoventi euro che quel cazzo di videopoker mi aveva rubato, che se avevo qualche altro spicciolo mi rifacevo subito e invece dovetti restare e lasciargli i soldi e non farci giocare nessuno fino al giorno dopo che altrimenti mi si sballavano le probabilità.
Il fatto che Lara non abbia neanche voluto sentire le mie scuse non fa che dimostrare che a me non ci teneva veramente. Voleva farmi pesare il fatto che avevo perso la sua seduta di laurea, come se me la fossi cercata. Insomma, come se fosse colpa mia. Be’, come si dice, meglio perderle che trovarle, certe persone.


Oggi invece si è trattato di una fatalità.
Sapevo che era il mio primo giorno di lavoro e che dovevo fare attenzione. Ma stanotte non potevo lasciare. Avevo preso un impegno. Pokerino on-line con altri tre, uno di Asti, uno di Roma e uno di Catania. Mezza Italia, insomma. Non era possibile piantarli lì solo perché avevo il lavoro e dovevo alzarmi presto. E poi ero sotto di duecento e dovevo recuperare. E se gli occhi non avessero iniziato a lacrimarmi dopo tutte quelle ore davanti al monitor, mi sarei ripreso tutto, fino all’ultimo centesimo.
Stamattina mi sono presentato alla reception dell’azienda con qualche ora di ritardo, non ne farei tutta questa tragedia.
Siete stati voi a dirmi che non potevo più entrare. Vi sembra giusto? Al mio primo ritardo a lavoro? E siete stati voi a chiamare la sicurezza, quei due energumeni. Una reazione a dir poco esagerata.
Non è mica vero che ho dato di matto, ditelo ai vostri amici là dentro, ditelo che non vi ho offeso. Sono cose che possono scappare, quelle. 

Ditelo ai vostri capi che io sono bendisposto, che io voglio entrare. Diteglielo, perché non voglio perdere il lavoro per colpa vostra. E aprite questa cazzo di porta, stronzi.

testo: Flavio Ignelzi
immagini: Lisa Lazzaretti

lunedì 24 ottobre 2016

Oh Eurydice


Era sceso nel fuoco per lei. Passo dopo passo. Era scivolato nella lava, era inciampato nei corpi dei dannati. Si era guardato attorno come un forsennato, voltandosi a destra e a sinistra, scostando putridi teli di seta dai volti sconvolti dal dolore. Si era perso in un labirinto di sofferenza senza fine. Lei doveva essere lì. L’aveva persa in inverno. La nebbia si era posata sulla primavera di un tempo, il freddo si era insinuato dentro al suo corpo. Era partito dalla punta delle dita congelate; era arrivato fino al petto. L’aveva aspettata allo stesso posto, sul bordo di un precipizio di pietra, con le gambe penzoloni nel vuoto sotto di lui. L’aveva aspettata e si era sentito smarrito e confuso. Una folata di vento freddo aveva portato alle sue orecchie rumori conosciuti e odori di altri luoghi distanti da lì. Erano i rumori della città, ormai così distante da lui, ormai così lontana e insignificante. C’erano cose che avrebbe voluto dirle, ma che erano rimaste dentro e non erano mai uscite. Aveva taciuto davanti alle sue mille parole, per orgoglio e per paura. Aveva riposto le buste in una scatola nascosta in soffitta, seppellita sotto a un cumulo di cose inutili. Ma c’erano state notti in cui la tentazione di riaprirla era stata troppo forte. Era l’angolo maledetto della casa, quello che avrebbe voluto cancellare per sempre, quello che avrebbe voluto dimenticare. Una notte dopo l’altra si era seduto sul marmo freddo e aveva acceso una candela. La cera era colata sulla punta delle sue dita tremanti, lui aveva letto a bassa voce parole non sue. Si era nutrito di quei sogni scritti con l’inchiostro nero, nell’elegante calligrafia di uno spirito lontano. E quel giorno era tornato. Era tornato con un pacchetto in una sacca di tela e l’aveva aspettata. Restare per sempre, aveva pensato.
Lei si era fatta largo tra le erbacce, strattonando con le mani tremanti il bordo dell’abito bianco per liberarlo dai rami delle piante. Aveva sbagliato strada, ancora una volta. Voleva raggiungerlo, ma nella sua mente erano tornate parole che credeva di aver dimenticato. Si era confusa in quei posti che conosceva così bene. Avrebbe potuto camminare a occhi chiusi. Ma ora gli alberi le sembravano tutti uguali e i fiumiciattoli scorrevano tutti nella stessa direzione, e lei si era persa. Ogni cosa aveva incominciato a girare vorticosamente intorno a lei. Le immagini si erano sovrapposte davanti ai suoi occhi, la sua mente aveva creato stagioni nella memoria, combinazioni di condizioni atmosferiche legate a sensazioni che non aveva mai dimenticato. Aveva sollevato gli occhi e il cielo era già nero e pieno di stelle. Erano le stesse stelle che aveva guardato un giorno in piedi su una strada sconnessa rabbrividendo di freddo. Anche loro l’avevano guardata dall’alto, posando la loro luce bianca sul suo volto triste. La sua stella polare era scomparsa; era abbandonata a se stessa. Ogni passo era un errore. Aveva sentito un dolore lancinante alla caviglia destra. Era caduta tra i rovi, i suoi lunghi capelli si erano attorcigliati ai rami, la pelle bianca si era sporcata di terra e fango. Aveva iniziato a piovere e lei aveva allungato una mano verso la caviglia. Le sue dita avevano sfiorato qualcosa di viscido. Era lui, l’incarnazione dell’errore, con i lunghi denti affilati e la lingua sibilante. L’aveva afferrato per la testa, aveva stretto con tutte le sue forze, la carne si era piegata sotto la sua presa disperata. Aveva lottato nell’acqua, le spine le avevano graffiato le gambe e le guance. La testa si era voltata con uno scatto e l’aveva morsicata un’altra volta. Il serpente era morto all’istante, era rimasto appeso privo di forze al suo polso con i denti affondati nelle sottili vene azzurre. Lei si era accasciata al suolo. Un fuoco infernale si era propagato in tutto il suo corpo. Aveva perso conoscenza e la notte l’aveva celata agli occhi di tutti, un’Euridice perduta nel cuore della foresta. Qualcuno avrebbe pensato a portarla via. La terra l’avrebbe risucchiata. Il bianco sarebbe scomparso e in quella pozza di sangue e fango sarebbe rimasto solo l’incavo lasciato dal suo corpo inesistente. 
In sogno gli aveva parlato. L’aveva guardata stagliarsi davanti al fuoco, sagoma priva di fattezze, contorno di un corpo assorbito dalle viscere della terra. “Era un sentiero lungo e difficile. Tornare dopo così tanto tempo. Dopo così tanto silenzio. Non ce l’ho fatta, non ci sono riuscita. Torna, se puoi. Torna a prendermi”. Lui aveva raggiunto a piedi il centro del deserto, aveva scavato con le nude mani nella sabbia rovente, aveva versato lacrime e gocce di sangue e si era strappato i capelli dal dolore e aveva sollevato le mani al cielo. Aveva cantato le più belle canzoni, aveva sussurrato le melodie più dolci e malinconiche. Era sceso all’inferno senza pensarci due volte, e l’aveva cercata, tra le fiamme e i rovi, tra le lacrime di chi implorava perdono e le braccia tese verso di lui in uno spasmo di sofferenza. L’uomo e la donna lo avevano osservato da lontano seduti sul loro trono, re e regina dell’oltretomba. Lui era scivolato ai loro piedi con le mani giunte, il volto rigato di lacrime e sporco di cenere, la fronte appoggiata a terra. Si era aggrappato allo strascico della bella regina e aveva sussurrato parole tra i singhiozzi. Che tornasse, che la ritrovasse, non chiedeva altro. Aveva capito, aveva imparato la lezione, non avrebbe più sbagliato. “Ebbene, l’avrai” aveva detto il re. “Lei ti seguirà. Ma finché non sarete usciti da qua, non potrai voltarti indietro. Se lo farai la perderai per sempre” aveva aggiunto la regina abbassando lo sguardo su di lui. Aveva posato i piedi sui carboni ardenti, le ginocchia avevano ceduto, ma si era rialzato. Aveva percepito la presenza di lei alle sue spalle, il calore era tornato nel suo corpo paralizzato. Aveva sentito ancora una volta quella presenza rassicurante, la consapevolezza che lei c’era, era lì, a pochi passi da lui. Anche se non parlava, anche se non poteva vederla. Era sempre stato quello, il loro amore fatto di distanza e silenzi interminabili. Ma i pensieri erano sempre stati uniti, non importava dove fossero. Ora lo sentiva di nuovo. Aveva camminato inciampando, il terrore lo aveva assalito. E se lei si fosse smarrita? E se lo avesse perso di vista e non avesse più potuto seguirlo? Impossibile, si sarebbero ritrovati anche nella foresta più fitta, nella notte più buia. Aveva visto la luce del giorno filtrare attraverso la sabbia. Stava tornando nel mondo dei vivi insieme a lei, e avrebbe dimenticato per sempre quel viaggio terribile, quella catastrofica discesa nel mondo dei morti. Aveva sentito il cuore esplodergli di gioia. Davanti ai suoi occhi, il bel viso di lei, sotto le sue mani la pelle sottile delle guance. 

E l’errore fatale, il secondo, arrivò prima che potesse rendersene conto. Si voltò, guardò da sopra la sua spalla: lei non c’era più. Svanita in una nebbia fitta e dolorosa, in un eco di urla infernali provenienti dalle viscere della terra. L’aveva persa, di nuovo, in un giorno d’inverno. L’aveva persa perché aveva guardato indietro sopraffatto dall’emozione e dall’amore. Orfeo pazzo e disperato, dove sarebbe andato a morire? In un giorno d’inverno dove poteva andare, folle di dolore? Aveva ripensato alle parole che non le aveva mai detto. Aveva allungato un braccio e aveva spezzato la nuvola di fumo che era rimasta alle sue spalle, un gesto gentile e delicato di due anime che si perdono per sempre. L’inverno era arrivato.

testo:Elena Ramella
immagine: Marta Sorte

lunedì 17 ottobre 2016

la Firenze-Dakar


A volte succedeva quello che successe quel sabato sera: André, visto italiano e parenti in Francia, aveva appena sollevato la sciarpa fin sopra il naso. Nel piazzale del centro commerciale le gomme di chi cercava parcheggio stridevano, il vento faceva stringere le palpebre a uomini e donne dietro pesanti carrelli e i bambini piangevano per capricci non ascoltati. 
Il lavoro di André era scroccare spiccioli nel parcheggio, offrendosi di aiutare a caricare la spesa nel portabagagli. A quell’ora, aveva già fatto il pieno di vaffanculo e tornatene a casa e negro di merda. Sedette su una panchina. Infilò le mani nella tasca del cappotto: quattro Euro e trentacinque centesimi. Quando la giornata era così magra, André entrava nella galleria del centro commerciale e camminava con lo sguardo fisso sul pavimento. Non di rado trovava qualche carta da cinque, da dieci e perfino da cinquanta. A volte succedeva.
Quel sabato, sul pavimento che rifletteva le luci delle vetrine e su cui si specchiava l’ondata di consumatori, trovò la chiave di una Renault.
La raccolse e tornò fuori.
Iniziò a girare con passo lento il parcheggio, fila per fila, premendo il tasto per l’apertura delle portiere a intervalli di tre secondi.
Alla fine, lampeggiarono le frecce di una Megane Sportour bianca. Salì a bordo. L’abitacolo odorava di nuovo: niente polvere, niente posacenere e sigarette, niente deodoranti né scontrini. Escluso il Telepass sul parabrezza e una confezione di siringhe per insulina abbandonata sul sedile posteriore, sembrava la stesse ritirando da una concessionaria. Col motore si accese anche il Gps. Il navigatore definì un percorso. André ingranò la prima e lasciò il parcheggio. 
Nei successivi dieci chilometri saggiò le prestazioni del motore diesel della station wagon: urlava che era un piacere.

*

Poco dopo, la signora Razzauti vagava per il parcheggio del centro commerciale. Sentiva che il sudore era già arrivato al giaccone di lana cotta. Il tacco della scarpa destra la tradì, si storse una caviglia e rovinò per terra. Nella caduta, si provocò un’escoriazione su entrambi i palmi delle mani e la busta della farmacia con le dosi di insulina scivolò nel buio sotto una macchina.
Strisciò sotto l’automobile e recuperò il tutto. Poi si rialzò, cacciando un urlo. Sfilò l’altra scarpa e la gettò in avanti. Alla scena assistette, a bocca aperta, un pensionato che aveva appena finito di caricare la spesa nel bagagliaio.
Elvira Razzauti aveva cinquantasei anni e non aveva mai lavorato in vita sua. Moglie dell’ammiraglio in pensione Tullio Razzauti di anni settantadue, si teneva in forma andando in palestra tre volte a settimana. Non aveva figli. Divideva il suo tempo tra il volontariato al canile e Penny, una deliziosa Pralish delle Fiandre di tre anni d’età.
Zoppicò fino al limite est del parcheggio, si appoggiò col sedere sul cofano di una macchina e pianse e singhiozzò e si graffiò il volto con le unghie per cinque minuti buoni. 
Una volta ritornata in sé, cercò il cellulare nella borsa. Si avvicinò a un lampione per vedere meglio. Esasperata, vuotò l’intero contenuto per terra. Non si accorse che mancavano le chiavi della macchina. Erano rimaste impigliate in una borchia e poi erano scivolate per terra, nello stesso quadrato di pavimento dove le aveva ritrovate André.
Recuperato lo smartphone compose un numero, attese, poi disse: — Dove sei?
— Davanti all’entrata est.
— Hai trovato la macchina?
— No. Te l’avevo detto, tesoro: l’avevamo lasciata nel settore F3. Difficile che mi sbagli.
— Aspettami lì. Ti raggiungo.
Davanti l’entrata est c’era Carlo Emilio Scardigli, personal trainer di due lustri più giovane di lei. Aveva in mano un badile appena acquistato al Leroy Merlin. A furia di batterlo per terra, la punta nera aveva perso la vernice. Disse: — Ho pensato una cosa.
Elvira Razzauti riprese a frugare nella borsa.
Scardigli disse: — Ho pensato che forse è meglio così.
— Taci.
— Che c’è?
— Tullio mi ha installato il satellitare sul telefono.

*

A Dakar, André aveva fatto per un anno l’autista di dirigenti d’azienda stranieri. La sua patente non aveva validità in Italia né, a dire il vero, in Senegal dal giorno in cui investì un podista. 
Ad André piace correre veloce.
Prese l’autostrada a Prato Est. Il navigatore indicava di andare dritto fino all’uscita di Firenze Sud. Ponte a Ema, poi via Chiantigiana: un pezzo di periferia residenziale ridisegnato sullo schermo del Gps in blu e rosso. A meno di un chilometro dalla destinazione impostata, perse il controllo in curva e sbandò. L’auto si esibì in un rumoroso testacoda e si piantò in mezzo alla carreggiata.
Non passò nessuno.
André accostò e spense il motore. Slacciò la cintura. Chiuse gli occhi. Il silenzio era una coperta fredda, strappata da una macchina che passò veloce, spostò l’aria e fece barcollare la Megane. 
Decise che ne aveva abbastanza e aprì lo sportello con l’intenzione di andarsene a piedi. Appena sceso, sentì come un lamento. 
Si portò le mani al volto, stropicciandosi gli occhi più volte. Il lamento continuava. Veniva dal bagagliaio.
André lo aprì e fece la conoscenza dell’ammiraglio Tullio Razzauti, che proprio in quel momento riemergeva per un attimo dal coma glicemico per poi affondarci a un livello più profondo.
*

Carlo Emilio Scardigli buttò giù da una Panda una ragazza che aveva appena avviato il motore e partì a tutta velocità. Elvira salì a bordo e non fece in tempo a tirarsi dietro lo sportello, che si chiuse con la spinta dell’accelerazione. 
Nella fretta, il badile fu dimenticato nel parcheggio.
— Dov’è? — disse lo Scardigli.
— All’altezza di Firenze Scandicci. 
Imboccarono l’autostrada.
Lo stereo diffondeva a basso volume Comin’ Home Baby di Herbie Mann. Tutto l’abitacolo tremava per la velocità. Anche la signora Razzauti tremava, ma non se ne accorse. Era troppo concentrata sul cellulare. Dopo cinque minuti di silenzio disse: — È praticamente sotto casa.
— Dici che Tullio si sia svegliato e abbia guidato fino a casa? Davvero? Comunque te l’avevo detto che era meglio comprarla prima l’insulina, ché non bastava…
— Taci. Il ladro, la macchina, sono sotto casa.

*

André camminò avanti, indietro e intorno alla macchina.
Si mise a correre per quasi un chilometro, poi tornò indietro. 
In quel momento Scardigli sgommava uscendo dal casello di Firenze Sud. 
André aveva visto un cartello che indicava la direzione per l’ospedale di Santa Maria Annunziata. Montò in macchina, avviò il motore e fece un’inversione a u.
— Eccola, oh! — disse lo Scardigli.
La signora Razzauti aveva le unghie piantate nelle ferite delle mani.
Avvistarono la Megane all’altezza della rotonda di via Benedetto Fortini. 
La seguirono a tutta velocità. In prossimità dell’entrata del pronto soccorso, la Renault rallentò per preparasi a svoltare e così anche Scardigli. Elvira poggiò entrambe le mani sul ginocchio destro del suo personal trainer e lo schiacciò con tutta la forza che aveva in corpo. La Panda urlò in seconda e andò a tamponare la Megane. I pantaloni di Scardigli si macchiarono del sangue della signora Razzauti. L’ammiraglio dentro il bagagliaio si fratturò il setto nasale. André, costretto a rimanere su via dell’Antella, imprecò, accelerò e guadagnò i 90 km/h in pochi secondi.
Elvira Razzauti disse: — Seguilo, cazzo. Seguilo, seguilo, seguilo!
— Tu sei matta.
— Taci.
André li ebbe alle calcagna per qualche chilometro. Per quanto avesse a disposizione un motore più potente, la strada non gli permise di staccarli. All’altezza di Osteria Nuova vide nello specchietto la Panda sbandare e finire contro un muretto su cui c’era scritto in viola: “Juve Merda”. 
Qualche istante prima, Scardigli aveva assestato un manrovescio tra orecchio e guancia della signora Razzauti per placarne la crisi isterica. Elvira reagì saltandogli addosso. Quando il ragazzo senegalese tornò indietro e li trovò entrambi riversi sul cruscotto, imprecò una seconda volta. Tirò furori Elvira e la sistemò sul sedile posteriore della station wagon. La terza bestemmia fu per 95 kg di Scardigli. 

*

André dette all’infermiera appena il tempo di sgranare gli occhi davanti ai tre feriti nell’automobile bianca parcheggiata davanti l’accettazione. Sgusciò fuori dal pronto soccorso e imboccò via dell’Antella.
Non si voltò neppure.
Negli anni a venire, avrebbe ricordato di aver corso per tutta la notte.

testo: Fernando Fazzari
immagine: Emanuele Arnaldi

lunedì 10 ottobre 2016

BARCO NEGRO


Il sogno di New York funziona così: sono a New York, e non so come ci sono arrivata. Devo aver preso un aereo – anzi, sono sicura di aver preso un aereo, ma non ricordo niente. Un attimo prima ero a casa, tranquilla, e adesso sono a New York. Che di per sé non sarebbe neanche un problema, se non fosse che devo anche tornare indietro, prima o poi, e questo vuol dire prendere un altro aereo, e io non lo voglio fare. Come mi è venuto in mente di arrivare fino a qua, mi chiedo, se poi non sono capace di tornare indietro. Che gran cazzata che ho fatto, dovevo pensarci prima. Sono stata poco attenta, ero sovrappensiero, guardavo le nuvole, e adesso sono a New York e non so come andarmene. Cerco allora di ricordare i dettagli del viaggio: il colore dei sedili, chi era seduto accanto a me, cosa ho ordinato dal carrello del pranzo, quale film passavano. Non mi viene in mente nulla. Non mi viene in mente neanche cosa ci sono venuta a fare, a New York, come sono arrivata in questa casa. Perché il sogno comincia sempre dentro una casa, una diversa ogni volta. In comune hanno tutte una conformazione inutilmente complicata, corridoi lunghissimi, stanze cieche, passaggi nascosti, e finestre enormi coperte per tre quarti da qualcosa – tende, oggetti ingombranti, cumuli di vestiti –, così che fuori non si vede niente, solo qualche dettaglio vago, uno scorcio neanche troppo suggestivo, un parco, dei ragazzi che giocano a basket, edifici alti con le finestre illuminate. Quasi sempre ci sono delle persone, in casa, di quelle comparse che si incontrano nei sogni e che sembrano familiari anche se i loro lineamenti non corrispondono a nessuno di riconoscibile. Sono allegri e gentili, parlano italiano, mi invitano a lasciare la valigia da qualche parte come se sapessero, almeno loro, perché sono lì. E potrei chiederglielo ma non lo faccio mai, perché il mio unico pensiero è il ritorno: devo tornare indietro, ma non voglio prendere  l’aereo. A quel punto mi sveglio, di solito. 

A New York in realtà ci sono stata solo una volta, nel duemilacinque, con i miei genitori, e solo dentro l’aeroporto, aspettando di prendere una coincidenza per Los Angeles o per San Francisco. Della città non ho visto niente, ricordo solo che ci avevano tenuti in fila molto tempo per fotografarci di fronte e di profilo, e forse addirittura per prenderci le impronte digitali. Poi avevamo rischiato di dimenticare lì i bagagli, che dovevano invece essere recuperati e imbarcati di nuovo per il volo successivo. E una guardia aveva fermato mio padre al check-in per chiedergli se avesse con sé un accendino - d'you have a lighter sir? lui non aveva capito e io sì, vuole sapere se hai un accendino, gli avevo detto, e mi ero sentita utile, come se per una volta quello che sapevo io valesse un po’ di più di quello che sapevano gli altri. Per anni, poi, fino alla fine del liceo, avrei annunciato varie volte davanti alla mia famiglia riunita, con un tono tra il solenne e il risentito, che da grande me ne se sarei scappata in America e non sarei tornata mai più.

Mi sono fermata, invece, molto prima dell’America. A milleduecento chilometri da casa, in un posto che, prima di metterci piede, non sapevo nemmeno esistesse. Ci sono arrivata per caso, per un misto di mancanza di alternative preferibili e dell’incoscienza stupida per cui si fanno le cose a venticinque anni, e ci sono rimasta abbastanza a lungo da permettergli di cambiarmi. È una dote che mi è sempre mancata, l’accortezza di fare le valigie e mollare tutto appena prima di lasciarmi trasformare in una persona diversa. Non saprei dire com’è successo; non è stato difficile, tutto sommato, far passare i mesi in questa città composta, pulita, con tutti i parchi e i canali e i caffè al posto giusto, né ostile né accogliente. Un luogo come un altro in cui costruirsi una vita accettabile, prendere tempo, accumulare qualche aneddoto divertente da raccontare agli amici quando si torna a trovarli. Un luogo che mi osserva da una distanza cortese, come a dire fai pure quello che vuoi, a me non interessa, basta che lasci tutto come l’hai trovato. D’inverno la luce scende alle cinque, cinque e mezza, e le finestre senza tende illuminate dalla luce gialla e arancione delle lampade a basso consumo fanno assomigliare tutto a un quadro di Magritte.

Il mio appartamento è l’unico del condominio che sa sempre, sempre, di cibo appena cucinato. Aglio, cipolla, spezie, un odore dolciastro che si inizia a sentire già dal pianerottolo e che mi fa incazzare, mi rende subito riconoscibile. Un po’ come quando, a casa, mi ero trasferita in un appartamento in cui aveva vissuto una famiglia di indiani e, come nel peggiore dei cliché, l’odore del curry era rimasto attaccato ai mobili per mesi. Allora accendo le candele profumate, che però non servono a niente; qualche volta ho provato con l’incenso ma ho paura che il fumo faccia scattare l’allarme antincendio, e finisce sempre che butto lo stecco sotto il getto del lavandino. 
Torno a casa due o tre volte all’anno, durante le vacanze, e puntualmente c’è qualcosa che si rompe – la lavatrice, la macchina, la borsa dell’acqua calda che riversa il suo contenuto sul materasso una notte di dicembre all’improvviso – come a dimostrarmi che la precarietà vera non è questione di chilometri o di aerei o di borse di studio. È una questione di abitudini, e di case. 
Nel terzo cassetto in basso della cucina tengo un metro a nastro con cui prendo le misure della libreria immaginaria che vorrei comprare quando tornerò, quando avrò abbastanza soldi e un lavoro vero; misuro l’altezza dello schienale del divano, immaginario anche lui, con cui rimpiazzerò quello vecchio di pelle scrostata; misuro la percentuale della cucina che dovrei demolire per farci entrare una lavastoviglie. Prendo le misure di tutti gli angoli, delle pareti, degli spigoli, e mentre riempio le valigie penso alla cena che organizzerò quando finalmente la nuova cucina sarà montata, e dopo non ci sarà neanche bisogno di lavare i piatti a mano.

Il sogno di New York è l’unico in cui non mi accorgo mai di essere in un sogno. Questa volta è vero, penso sempre, cazzo, questa volta è vero, devo tornare indietro, come faccio a tornare indietro, e dopo invece mi sveglio. Tutte le volte.


A dicembre la città diventa una specie di enorme mercatino natalizio. Ci sono bancarelle dappertutto, renne impagliate, improbabili presepi postmoderni e un odore costante di dolci fritti. È una specie di versione nordeuropea della festa dell’unità, non c’è modo di evitarla. Una sera cedo all’ennesimo invito di un gruppo di amici, e usciamo alla ricerca di un chiosco di vin brulè. Quando lo troviamo è troppo dolce e poco caldo, e un bicchiere piccolo costa due euro e cinquanta. Siamo al secondo giro quando si avvicina un signore sulla sessantina, vestito di nero, chiaramente ubriaco ma in modo non eccessivo, quasi elegante. Ci ha sentito parlare italiano, si vede, e comincia a camminarci intorno cantando Va Pensiero. La conosce tutta, anche le strofe che vengono dopo i colli ove olezzano tepide e molli, che io non ho mai saputo. Si presenta senza dire il suo nome, ma stringe la mano a tutti, poi recita l’incipit dell’Iliade in greco antico. Non si riesce a fermarlo in nessun modo: da giovane ha studiato teologia qui, poi ha viaggiato per il mondo, conosce quattordici lingue, dice,  racconta cinque o sei barzellette sconce di fila, in un accento inglese un po’ troppo marcato. La punch line è quasi sempre un gioco di parole – il parossismo delle onomatopee, dice – quindi dopo averle raccontate ci chiede se abbiamo capito, e se non abbiamo capito spiega tutto daccapo. Gli offriamo un bicchiere di vino sperando che si allontani, ma lui lo butta giù in un sorso e ricomincia. Parla delle streghe che bruciano, dice qualche frase in ebraico biblico, e se si accorge di aver detto qualcosa di particolarmente divertente, fa una piroetta girando su se stesso, accenna qualche passo di danza, e riprende a parlare. Intanto fa freddo, il chiosco del vino sta chiudendo, e due vigili in tuta catarifrangente ci fanno segno di allontanarci. Quando decidiamo che è veramente arrivato il momento di salutarsi è passata quasi un’ora e mezza. Prima di separarci, però, dice che ci vuole lasciare un pezzo della sua anima. Si fruga nelle tasche del cappotto (e per un attimo abbiamo tutti paura), tira fuori un cellulare vecchio modello, di quelli a conchiglia, armeggia un po’ finché non parte una canzone. Amalia Rodrigues, dice, la regina del fado. La canzone è in portoghese, si chiama Barco Negro, e il ritornello fa: “lo so, amore mio, che non sei nemmeno riuscito a partire, e tutto, intorno a me, mi dice che sei sempre rimasto con me”. Se non capite il testo siete stupidi, dice il vecchio. La ascoltiamo tutta, in silenzio, le teste in cerchio intorno al cellulare. Qualche passante si gira a guardare cosa stiamo facendo. Quando vi manca fortissimo qualcuno, dice, basta prendere il telefono e ascoltarla. Io l’ho fatto per dodici anni. 
La canzone nel frattempo è finita e ricominciata e lui non riesce a premere stop, si agita per qualche secondo, finché uno di noi non si fa avanti e gli mostra come spegnere la musica. Lui si tranquillizza, rimette il cellulare nella tasca del cappotto, poi si fa accompagnare fino al bancomat dall’altro lato della strada, e lo lasciamo lì. Siamo tutti stanchi, ci sembra di essere usciti da una specie di apnea prolungata, e andiamo a bere le ultime birre della serata in un locale con la musica troppo alta. 
Barco Negro, scopriamo nelle settimane successive, è anche la marca di un vino rosso da discount, di quelli che si trovano al pakistano sotto casa e che, pure se sa di succo di frutta andato a male, a turno continuiamo a comprare ogni volta che qualcuno organizza una cena. 

Per mesi, dopo che eravamo tornati dalla California, quando mia madre mi veniva a prendere a scuola dopo il lavoro per riportarmi a casa, rallentava sempre all’altezza della rotonda di via Sante Vincenzi, dove ancora non c’erano gli studentati futuristici con le finestre che di notte si illuminano di giallo e verde e arancione, ma solo un campo infangato, un vecchio magazzino di arredamento di bassa qualità e le case popolari dietro il passaggio a livello, e sospirava: dai, non sembra un po’ di stare in America? No, mamma. Proprio per niente. 
E ripartivamo, in silenzio, verso casa.

testo: Elisabetta Mongardi
immagini: Maria Storiales


lunedì 3 ottobre 2016

BERNARDO


Non uso calendari. Tempo fa ci ho provato, ma dimenticavo sempre di cambiare mese e dopo gennaio la corrispondenza tra tempo del calendario e tempo del resto del mondo finiva. Ad agosto la pagina era quella di marzo e strappare tutte le pagine insieme per rimettermi in pari non mi piaceva.
Se devo ricordare qualcosa procedo per associazioni: ho aperto le lenti a contatto due giorni dopo l’esame di semiotica, la bolletta della luce scade il giorno prima dell’inizio dei saldi, ho perso la voce la sera che in tv davano Psycho.
Non mi sono preoccupata. Da piccola ogni tanto mi succedeva di perdere completamente la voce dopo qualche giornata di mal di gola. Passata una settimana tornava tutto normale. Così aspetto. 
Ci sono degli inconvenienti, come essere obbligati ad ascoltare passivamente chi alla fermata si lamenta del ritardo dei mezzi o la commessa bionda del supermercato sotto casa che approfitta del mio mutismo per darmi due buste in più di quante ne servirebbero, cinquanta centesimi l’una.
Sara è una mia amica del liceo a cui da qualche anno è venuta la fissa dell’albero genealogico. “Pensa che bello quando sarà completo”, mi dice. Io rispondo che sì, sarà bellissimo, ma senza condividere davvero il suo entusiasmo. Qualche settimana fa mi ha mandato un messaggio che diceva “Ho scoperto di avere una prozia sepolta dove abiti tu. Mi manderesti una foto della tomba, quando puoi?”
Al quarto giorno di afonia ho pensato che se c’è un posto in cui parlare non serve quello è il cimitero. Mi sono fatta dare le indicazioni necessarie e nel primo pomeriggio sono andata a fotografare la tomba della prozia morta.
La prozia era in una di quelle tombe a cassettoni, al quinto piano. Lapide rosa e nome in un corsivo quasi illeggibile. Lumicino elettrico d’ordinanza e fiori finti un po’ scoloriti. Sono salita sulla scala e ho fatto tredici foto tutte sfocate, poi sono scesa e le ho inviate a Sara. 
Non sono andata via subito. Era una bella giornata e passeggiare all’ombra lunga dei cipressi era piacevole. Camminavo seguendo una direzione casuale e ogni tanto mi fermavo a guardare le foto negli ovali dorati.
Stavo iniziando a pensare di andar via quando una signora mi ha chiesto di aiutarla a trasportare un secchio d’acqua riempito fino all’orlo. Ho annuito e l’ho seguita buttandomene la metà sulle scarpe di tela. Ci siamo fermate davanti a una grande tomba rivestita di marmo nero lucidissimo che si è messa a pulire mentre io facevo dei gesti che grossomodo volevano dire “arrivederci signora, è stato un piacere aiutarla, ora dovrei proprio tornare a casa perché si sta facendo tardi e con i piedi bagnati inizia anche a venirmi freddo.” Lei non mi ha guardata, ma quando ho fatto un passo iniziando ad allontanarmi mi ha detto: “Ma tu non parli?”. 
Ho fatto sì con la testa perché sembrava la cosa più veloce, anche se avrei avuto a disposizione una sequenza di mosse studiate il giorno prima che spiegavano abbastanza bene il fatto che avevo solo perso la voce per qualche giorno in seguito a un mal di gola. 
“Ah, sei muta, come il servo di Zorro” mi ha detto. Ha fatto una pausa e mi ha guardata come cercando delle somiglianze. “Bernardo” ha aggiunto. Poi approfittando del mio mutismo e del fatto che sarebbe stato maleducato da parte mia andare via mentre lei parlava mi ha raccontato le previsioni del tempo che aveva visto a pranzo e i fatti salienti della sua vita. 
Nel giro di quindici minuti ero venuta a sapere che da piccola aveva un cane che si chiamava Ugo e che a vent’anni aveva conosciuto l’uomo della sua vita, che si era però sposato con la sua amica Clara. Lei con pazienza aveva aspettato per anni che lui si accorgesse del madornale errore commesso, ma invece era morto qualche mese prima senza rendersi conto dello sbaglio. “Insomma ha perso tutta la vita con Clara” ha detto la signora mentre lucidava il marmo già lucido, poi ha concluso “Mai aspettare troppo, perdere tempo. Per questo l’anno scorso mi sono fatta costruire questa. Così è pronta. Ti piace?”
Mentre annuivo automaticamente ho guardato di nuovo la tomba. Sotto il nome non c’erano date e mancava la foto.
Dopo la signora è andata a poggiare il secchio ormai vuoto da qualche parte. Io mi sono diretta verso l’uscita e in quel breve tragitto ho visto altre tombe senza date, decine di tombe di persone vive che mi hanno fatto venire una gran voglia di scappare via urlando. Ma ero ancora senza voce e mi sono accontentata di scappare via senza urlare. 

Tre giorni dopo le cose sono tornate normali. I morti sono tornati al loro posto e sono nuovamente in grado di dire alla commessa che una busta mi è sufficiente, grazie. 

testo: Chiara Nuvoli
immagine: Andrea Serio