mercoledì 29 marzo 2017

Kinbaku

Quando nacqui ero come tutti, poi sentii dolore perché mi assestarono qualche colpo e mi incazzai e urlai. Fu il primo segno. Si aspettavano piangessi e invece no, avrei restituito volentieri colpo su colpo.
Quando per la prima volta mi alzai e camminai mia madre e mio padre sorridevano e tenevano le braccia larghe ma io mi girai e corsi nella direzione opposta. Fu il secondo segno. Non una fuga, altro.
Quando iniziai scuola, la prima elementare, non riuscivo a parlare con nessuno per il mio fluente italiano standard appreso in sei anni di telegiornali pomeridiani e serali di Striscia la notizia di serie TV con poliziotti ispettori e preti. In più usavo termini desueti anche per le maestre. Fu il terzo segno. Marcai nettamente la differenza rispetto ai miei coetanei, e sempre, a scuola, avrei saputo troppo rispetto a tutti, insegnanti inclusi. Però mia madre aveva le sue convinzioni pedagogiche, niente scuole speciali, si impuntò affinché seguissi il corso regolare pur essendo palesemente irregolare.
Finito il liceo scientifico, decisi di non frequentare l’università. Mi ero torturato troppo a studiare cose con facilità, ad avere poco da imparare, a convivere con chi ne sapeva meno di me. Questo non fu un segno, o forse sì, non lo so. Mia madre accettò la decisione solo perché in base alle sue convinzioni pedagogiche io dovevo essere libero di decidere ciò che volevo. Mio padre non c’era più, faceva l’avvocato, aveva trovato un’altra donna e io lo cancellai dalla lista di persone che dovevo frequentare.
In questa lista erano rimasti mia madre, un mio cugino farmacista che ogni tanto mi regalava medicinali, la vecchietta del secondo piano – noi abitavamo al quarto – che mi aveva sempre cucito i vestiti, Margherita. Poi mi rifiutavo di vedere alcuno. Capitava, mio malgrado, di incrociare vicini e parenti: la mia strategia era il silenzio. Mia madre non interferiva su queste decisioni. Io e lei guardavamo insieme le serie TV con poliziotti ispettori e preti e anche se io dicevo sempre come sarebbe finita lei era felice.
Una volta le feci una domanda.
«Mamma, cosa ti aspetti da me?»
Avevo diciassette anni, una t-shirt stiracchiata e una barba di settimane, ero rimasto chiuso in camera trentasette giorni nutrendomi di patatine in busta che mi piacevano tanto, di una scorta di biscotti e di scatolette di tonno che pure mi piacevano tanto; uscii solo quando finii tutto. Lei dopo quei trentasette giorni in cui non aveva mai osato nemmeno bussare alla porta mi fissò come se non fosse accaduto nulla. Stette zitta, mi passò uno straccio sulle labbra sporche di patatine, mi strizzò due brufoli. Io lasciai fare perché sapevo che avrebbe detto qualcosa. Lei era così, aveva altre priorità. Infine parlò.
«Aurelio, figlio mio. Mi dissero che non potevo avere figli e invece sei nato tu.»
Poi ammutolì. Era felice.
«E quindi?»
Lei fece quell’espressione stuporosa sua con gli occhi semichiusi e le labbra serrate e il capo pronto a scuotersi per dire “ma come? proprio tu non capisci?”.
Io ci pensai. Dopo capii. Mi aveva voluto dire che come non si aspettava che nascessi così non poteva aspettarsi nient’altro. Quando ci arrivai le sorrisi e lei sorrise a sua volta distendendo i lineamenti della faccia come a dire “menomale”. Mia madre era l’unica a non avermi mai deluso. Il resto del mondo era decisamente insostenibile. 




Poi c’era Margherita.
Margherita viveva al primo piano e aveva una famiglia normale, ossia un padre e una madre. Aveva la mia stessa età. Era magra come le modelle che vedevo al tg2 costume e società, cioè era più magra della media tanto che in certi periodi si era sottoposta a cure perché il suo era un caso sempre ai limiti dell’anoressia con venature bulimiche. Ma sapeva recuperare subito. Si piaceva magra, Margherita, e col tempo aveva imparato a gestire il corpo senza bisogno di interventi esterni. Io durante l’adolescenza la lasciavo vomitare liberamente perché avevo imparato da mia madre che le persone devono decidere da sole, anche quando sbagliano, e infatti a un certo punto lei non vomitò più.
Margherita mi parlava sempre e solo di sé. A me andava bene così. Eravamo amici.
Quando iniziò l’università, Margherita pretese che la accompagnassi ai corsi. Io non avevo altro da fare. Mi ritrovai ad apprendere il greco e altre lingue antiche: non era divertente. Però c’era lei. Quando si avvicinava qualche ragazzo mi presentava come Will Hunting. Era un codice, voleva dire che dovevo fare come l’attore biondo nel film e cioè interrogare il ragazzo citando diversi libri che non erano in programma ma che lei mi aveva preventivamente obbligato a leggere solo per queste occasioni. I ragazzi ne uscivano malconci, Margherita rideva e così ridevo anche io. Un giorno mi obbligò a sostenere l’esame di Letteratura Italiana dopo di lei solo perché il professore le aveva guardato le tette tutto il tempo e poi le aveva dato un voto basso. «Stronzo pezzo di merda» mi disse, «le mie tette gli facevano schifo… ora vai, tocca a te». Gli citai testi su Dante a lui ignoti che io e Margherita durante i corsi avevamo scelto a caso nella sterminata bibliografia dedicata al poeta sempre per il solito gioco, e quei testi fecero sudare e arrossire il professore davanti ad almeno una ventina di studenti in attesa; alla fine gli dissi che avevo dimenticato il libretto e lui alzò la voce e mi insultò alleviando così i suoi dolori. Margherita fuori l’aula rideva, rumorosamente, rideva per farsi sentire e quelle risate non erano belle.
Margherita mi diceva sempre cosa dovevo fare, era l’unica, e io lo facevo. Non mi lasciava libero e questo mi piaceva. Quando festeggiò i suoi diciotto anni mi ricordo che bevve tanta vodka poi mi portò in bagno mi obbligò a spogliarmi e a sdraiarmi sul pavimento sotto di lei, poi mi pisciò sulla faccia e mi obbligò a bere. Io lo feci. La pipì era calda e bianca e aveva un sapore che non saprei dire sgradevole ma non troppo. Ebbi un’erezione tale che appena mi sfiorò, involontariamente, con la sua mano piccola, eiaculai. Il giorno dopo lei non ricordava nulla, io invece sì.
Margherita aveva capelli lunghi e lisci che spesso legava a coda di cavallo, occhi azzurri, espressione che sembrava schernire il mondo intero. A dodici anni capii una cosa di lei. Mangiavamo un gelato. Una macchina parcheggiò, scese una signora grassottella con un bastardino di taglia piccola al guinzaglio, varcò la soglia del bar, le intimarono di non estrare col cane perché il proprietario era allergico, così lei uscì, chiese a Margherita di tenerlo pochi minuti e lei lo tenne, varcò di nuovo la soglia del bar, Margherita sorrise, guardò il cane, sorrise, davanti a noi c’era la strada, vide una macchina che si avvicinava in estrema velocità, lanciò il gelato, lasciò il guinzaglio e il resto già lo avete immaginato. Io ero dispiaciuto, la signora era più che dispiaciuta, Margherita no. Era crudele.
Margherita a diciassette anni ebbe il suo primo ragazzo. Un pomeriggio mi disse di scendere di casa alle 23.45 per farmelo vedere. La sera scesi, trovai la macchina, una utilitaria di poche pretese, ero a qualche metro quando vidi che lei teneva il membro turgido di lui tra le mani e lo leccava. Lui aveva gli occhi chiusi e lasciava fare, in stato di abbandono. Lei mi vide e mi sorrise. Io mi girai e andai via. Una volta a casa mi masturbai.
Margherita a ventitré anni prese la laurea breve. Mi disse che dovevo festeggiare con lei e così mi diede un indirizzo ignoto. Erano le 22.30, bussai, un tizio vestito da pagliaccio mi fece entrare. Io ho sempre diffidato dei pagliacci e avevo ragione. Vidi Margherita con in pugno una pistola che rideva sguaiata e sorseggiava vodka, a pochi metri da lei un suo professore legato e imbavagliato con una mela in testa. Sparò, la mela esplose, il professore urlava per quello che poteva e piangeva, un pezzo di mela raggiunse la mia faccia. Fece sistemare un’altra mela sulla testa di lui.
« Aurelio, tieni, tocca a te.»
Io sapevo che era tutto sbagliato, ma presi la pistola e puntai. Non avevo mai sparato. Sparai. La mela esplose e Margherita rise. Fece sistemare dal pagliaccio un’altra mela e mi disse di sparare. La mela esplose di nuovo.
Il tempo passava e Margherita continuava con quei suoi giochi crudeli. Io la lasciavo fare, non potevo intervenire, non sarebbe stato giusto.


Un giorno mi fece denudare mi legò tutto e mi tenne appeso manovrandomi con le corde e le carrucole. Eravamo in un macello abbandonato. Non immaginavo che quel corpo gracile avesse tanta forza. Io la guardavo annullato, avevo preso una adeguata dose di calmanti; comunque mi piaceva guardarla dall’alto verso il basso. Lei dopo si spogliò. Io intanto mi eccitai ma non potevo fare nulla.
«Aurelio, cosa ti aspetti da me?» mi chiese.
Margherita non sorrideva e non aveva la sua solita espressione. Mi aspetto che questi tuoi giochi li faccia solo con me, così nessuno capisce come sei. Volevo dire questo ma quando cercai di parlare non riuscivo ad articolare le parole. Dovevano essere i calmanti. Dovevano essere le corde.
Margherita si rivestì e mi lasciò lì. Dopo diverse ore venni recuperato. Il macello era in una zona isolata, era stata di certo lei a salvarmi. Avevamo ventisette anni.
Non la vidi più, era sparita.
E io sono solo.
Voi sapete cos’è la solitudine del genio?
È quando capisci di non poter avere nessun nemico. Nemico non come lo intendete voi, ma come lo può intendere uno come me.

testo: Antonio Russo De Vivo
illustrazioni: Enrica Berselli

1 commento:

  1. Una supposta nel culo. Minuscola, fastidiosa, seriale, insipida, eppure con lei che lentamente scivola sciogliendosi, impari che anche quello è tutto il tuo universo corpo. Eccetera eccetera.Piaciuto molto!(non la supposta, il testo) s.

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