lunedì 24 aprile 2017

una settimana

Tutto considerato il salmastro sulla pelle le era piaciuto e anche il sole e anche il vento e anche il rumore dell’acqua sotto lo scafo e anche il lieve movimento della barca in rada e anche la catenaria che scodinzolando a prua produceva un lieve rumore e anche il fatto che per due settimane non avevano più pensato a nulla di brutto: il lavoro, i soldi che mancano, il suo terribile vizio a bere un po’ troppo la sera e quindi anche a fumare un po’ troppo la mattina e quindi anche a sciogliere grossi pezzi di amarezza nell’acqua il fine settimana e non avevano pensato neanche a tutte le delusioni che gli amici, volenti o nolenti, ci danno giorno dopo giorno nel loro violentissimo tentativo di prevalere su di noi sempre e comunque in nome dell’amicizia, coi loro giudizi veri e al contempo campati in aria. Ecco sì, era stato uno stacco totale, liberi lì sulla superficie salmastra dell’oblio, la notte le stelle, dove e quando sorgerà questa volta la luna?, i delfini che si grattano la schiena sulla chiglia mentre la navigazione procede instancabile a sette miglia nautiche all’ora, sull’orlo dell’oblio, abbracciati in cabina, sorreggendosi l’uno all’altra mentre galleggiavano nell’alta marea, il costume slacciato, il sole che brucia le spalle e il naso e le lentiggini che neanche troppo lentamente vengono fuori e si illuminano di baci e dire che ti amo è fin troppo poco, giorno dopo giorno, ci sono problemi che svaniscono, il mare cancella, la barca non lascia dietro di sé nessuna traccia, era stato come riposare a lungo dopo un lungo viaggio che non porta in nessun luogo e in nessun tempo, se non tra le sue braccia impaurite e poi il tempo era finito e lei, solo lei doveva tornare a casa, avrebbe preso un aereo e lui l’avrebbe raggiunta una settimana, dico una sola settimana dopo.

Il traghetto che avrebbe condotto Sara dalla piccola isola dove avevano attraccato alla grande isola dove l’operosità umana aveva edificato un aeroporto sarebbe salpato due ore più tardi. Lui la aiutò a fare i bagagli, stavano in silenzio mentre piegavano le magliette. Lei tutto sommato avrebbe preferito rimanere a prendere il sole per il resto della sua vita (intendo della vita di lui). Se solo avessi vinto il Superenalotto, allora crederei in Dio, ma così, così no. Aveva ripiegato anche il costume in silenzio, guardandola appena, in silenzio, ma che avevano per non parlarsi? Mentre lei cercava le proprie amate forbicine da unghie, lui era andato a comprare il biglietto del traghetto che dalla piccola isola dove avevano attraccato l’avrebbe condotta alla grande isola dove l’operosità dell’uomo aveva edificato un aeroporto e invece di comprarne uno, ne prese tre, che ripose nel proprio portafogli. Osservò le barche in porto fumandosi una sigaretta. I pescherecci, i motoscafi, i dragamine, le piccole dolci barche a vela, i catamarani, i gommoni, le boe su cui i cormorani digerivano sonnacchiosi, e i traghetti, i traghetti che partono, che arrivano in nessun tempo e in nessun luogo.
Poi era tornato da lei, l’aveva abbracciata, le aveva sbarcato le valige, l’aveva accompagnata al molo, le aveva detto che l’avrebbe accompagnata almeno fino all’isola più grande e poi sarebbe tornato indietro e lei aveva sorriso e gli aveva chiesto se fosse impazzito. Ma no dura solo un’ora il viaggio, non ho niente da fare oggi se non accompagnarti almeno fino all’isola più grande, là dove l’autobus ti porterà via, in quel posto dove ti raggiungerò tra solo una settimana, una sola settimana. Lei era contenta quando si misero a sedere sulla poltroncina, ma cominciò a preoccuparsi quando vide che lui stava piangendo.
Ma perché piangi? Niente, volevo solo dirti che, niente mi dispiace che vai via.

Una volta sbarcati non riuscivano a fare un passo che non fosse sincrono. Lui fumava, certo fumava, ma almeno era da due settimane che non toccava una goccia di alcol e che non scioglieva l’amaro nell’acqua durante i fine settimana, per cui lei era contenta e sorpresa e le veniva da piangere anche a lei e stava pensando al fatto che questa era forse la dichiarazione d’amore più incredibile che avesse mai ricevuto, voglio dire, insomma, si sarebbero rivisti dopo solo una settimana, per cui che motivo c’era per commuoversi?
Non lo so, rispose lui, mi dispiace solo che te ne vai. Ma ci vediamo tra una settimana. Lo so, lo so, e allora? Poi era arrivato l’autobus. Lei era salita per ultima. Lui aveva fatto il duro cercando di chiedere informazioni all’autista sui pullman del futuro. Poi le porte si erano chiuse. Lei aveva scosso la testa e i capelli e la mano di flanella ed era semplicemente scomparsa.


E adesso era solo. Non riusciva a smettere di piangere. Solo ora si era accorto che quel porto era il luogo ideale per scuotere il proprio ciao ciao dietro ad un autobus che se ne va: grosse ciminiere di una centrale idroelettrica, carghi e container multicolore e il vento carico di zolfo e i turisti contenti che arrivavano pronti a salire sul traghetto successivo, solari e gioiosi come pietre abbandonate alla deriva, i loro vestiti estivi e i loro sorrisi festivi e la loro felicità agostana e nessuna traccia di smog dietro a loro, mentre lui stringeva la bottiglietta d’acqua, solo mezzo litro d’acqua naturale a temperatura ambiente, tra un singhiozzo e l’altro, tra una settimana, dietro la capitaneria di porto, la rivedrei tra una settimana, le lacrime e il muco e il pacchetto di sigarette che stava finendo e l’amaro che si scioglie in un solo sorso fra pochi minuti spensierato e speriamo che nessuno si accorga di me, speriamo solo che nessuno si accorga di me.



testo: Ferruccio Mazzanti
immagine: Celina Elmi

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