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Patagonia e dintorni

Wikipedia: La Patagònia è una regione geografica dell'America meridionale, divisa tra Argentina e Cile. Ha una densità di 2,21 abitanti/km².
 



(instructiones por el utilizo)
Bueno, le empanadas non sono così facilmente reperibili a Puerto Madryn, ma quantomeno potrete trovare una sovrabbondanza di foche con le quali nuotare. E di balene. E uno strano bar-catapecchia con tante bottiglie vuote sugli scaffali che neanche uno studente fuorisede. Se volete fare le ruote e le capriole sulla spiaggia é consigliabile dello stretching preparatorio (sarete senz’altro intirizziti dalle ore passate in autobus). 

    
È strano come sia diverso l’oceano dal mare. Non riesco a spiegarmelo. In fondo, sempre di acqua salata si tratta. Acqua salata con pesci, alghe. E le balene. Però è più freddo, più buio, più salato. No, più salato forse no. È che sala in modo diverso. Le alghe sono più aliene e il vento incessante.
La sabbia dell’oceano è più compatta, più appiccicosa di quella di mare. Qualche migliaio di granuli potrebbero scroccare un passaggio al vostro zaino, accompagnarvi a spasso per pampa e ghiacciai per visitare posti nuovi e causare sfregature irritanti. Qualcuno potrebbe arrivare perfino in Cile ma la maggior parte finirà per essere inghiottita da un aspirapolvere in un ostello di El Calafate o di Rio Gallegos. Non fatevi impressionare dal grigiore. E neanche dai film americani, doppiati in russo con sottotitoli spagnoli proiettati nei comodi autobus a 2 piani. Un viaggio è sempre pieno di prime volte.
Certo, l’alloggio condiviso con due romani non di Roma e una malesiana non di Malesia avrà lo stesso fascino e lo stesso livello igienico di un bordello della periferia di Rangoon, ma non ci farete alcun caso, perché sarete troppo impegnati nel calcolare il cambio in Euro di trecento Pesos.
Se -malauguratamente- avete scelto di diventare vegetariani (come alcune malesiane non di Malesia), considerate un’altra destinazione, chessò, l’India, o Procida.
In Argentina il vegetarianesimo assume i contorni di una brutta malattia, può portare lentamente a fame e avitaminosi varie. La frustrazione di dover ripetere ad ogni pasto consumato in locali pubblici che né il pollo né il prosciutto sono cibi vegetariani potrebbe scatenare rash cutanei e misantropia cronica.
Abbandonerete romani non di Roma e malesiane non di Malesia a destini diversi dal vostro. Ora potrete finalmente riassaporare l’inquieta e gioiosa solitudine del viaggiatore; imbracciare il taccuino con gli appunti di spagnolo e una macchina fotografica presa in prestito (perché la vostra é stata presa in prestito da giovani meno abbienti di qualche barrio malfamato). Non temete se avrete dimenticato il vostro costume preferito in un Dive-center, potrete sempre recuperarlo in uno sgabuzzino del quartiere Palermo tornati nella capitale. Se, come molti ‘Patagonisti’ prima di voi, starete leggendo Chatwin, non lasciatevi impressionate  dalle frequenti descrizioni di peli delle gambe di immigrati gallesi nelle Fincas del secolo scorso. Siamo nel 2013 e la sua omosessualità é cosa ormai risaputa, a quanto pare.
Fatto? Bene. Ora contate i Guanacos e imparate a distinguerli dai Lama e dalle pecore. E dalle balene. Imparate lo spagnolo o il russo, perché per i prossimi quattromila chilometri non ci sarà più niente da vedere.

testo: Shakai
immagini: sottovuotø


Enu matrSongKran

Breve Glossario di viaggio Thai-Italiano in stile Lonely planet, per meglio comprendere il seguente testo e suscitare ilarità nelle popolazioni locali, nel caso si decidesse di provare a proferire vocaboli in una lingua tonale.

Chiang Mai – Cittá piú importante del Nord della thailandia.

Farang- Termine vezzeggiativo ma non necessariamente dispregiativo per persone non-thai, di razza caucasica, portatori sani di valuta estera.

Kwapkun-kraap/kaa - Corrisponde al nostro grazie, il suffisso khrap è usato dagli uomini mentre kaa (pronunciato alla toscana: "come fai cahà") dalle donne. I lady-boys possono alternare a piacere.

Phadthai-  Viscidi ma buonissimi noodle di riso saltati con arachidi, zucchero e l’immancabile peperoncino. Street food per eccellenza, generalmente privo di Amoeba.

Tom Yum = Bollente e piccante zuppa con spezie e corpi galleggianti variabili, toccasana per contrastare il caldo, la disidratazione e la voglia di vivere. 

SomTum =Fresca insalata di papaya verde e a volte carota, viene servita con una speciale salsa al peperoncino e uranio impoverito, pestati scenograficamente in un mortaio ignifugo.

Songkran = Festeggiamenti per il capodanno thailandese che per qualche ragione astrale cade in Aprile e dura una settimana. Comporta spargimento di liquidi. Acqua, perlopiù.

Tuk-Tuk = Mezzo di locomozione. Probabilmente derivato del’Ape Piaggio, ma più veloce, più inquinante e più rumoroso. Gli autisti sono noti per portare i loro clienti ovunque tranne dove vorrebbero andare davvero, e lo fanno apparentemente gratis, basta accettare di visitare 2 negozi di vestiti, un agente di viaggi e un commerciante di Gemme. Pare vengano pagati con buoni benzina dai negozianti che permettono loro di portare altri clienti gratuitamente e guadagnare nuovi buoni benzina. Ad oggi non é stato scoperto come si nutrono.


    
In Thailandia fa caldo. É cosa risaputa. Tra l’atro è un caldo umido, appiccicoso, unto, talvolta con un sentore di pesce secco e lime. Ma il popolo tailandese é molto avanti, così avanti da essere già al 2556. Fiero e ambiguo quanto sorridente, ha escogitato ingegnosi stratagemmi per meglio sopportare questa peculiarità climatica che verso la fine di Aprile raggiunge il suo apice premonsonico. Tra questi stratagemmi annoveriamo le agenzie di viaggi di Bangkok, il cibo piccante e il Songkran. Nel primo caso l’aria condizionata modello ‘Groenlandia a Febbraio’ rende l’ambiente ospitale e sopportabile il tanfo di fumo stantio. Affabili ‘tour operators’ esporranno le convenienti ed entusiasmanti possibilità di viaggio che solo per oggi, e solo perché tu sei un Farang particolarmente simpatico, potrai avere a un prezzo specialissimo che è solo il triplo della versione fai-da-te. Se per sbaglio o per semi-coercizione di un autista di Tuk-Tuk, sarete finiti in una di queste agenzie, accettate l’acqua in bottiglia, sorridete, mostratevi interessati ai depliant di posti incantevoli illustrati con giovani inglesi sorridenti, ma una volta riacquistata una temperatura corporea compatibile con la vita esterna, fuggite con la vecchia scusa del Padthai lasciato sul fuoco. Se invece vi hanno convinto a prendere un pacchetto di 3 giorni a Chiang Mai, pullman con aria condizionata, ostello e bambù rafting inclusi, significa che non solo le doti ammaliatrici thailandesi hanno fatto effetto, ma anche che, per il momento,  avete rinunciato alle devastanti notti di Luna piena sulle isole del golfo Thailandese, nota succursale dei locali notturni londinesi. Comunque sia, a questo punto potreste trovarvi su un autobus che Marina Ripa di Meana definirebbe “Kitsch e di cattivo gusto”. Su questi sgargianti veicoli per trasporto turisti si pratica una sottile vendetta verso i rappresentanti del mondo industrializzato che, pur vestendosi da nullatenenti firmati North Face, gozzovigliano nel regno del Siam spendendo in un mese il reddito annuo del Re. La climatizzazione è usata come sistema punitivo, si mantiene una temperatura interna al di sotto dei 14˚ che durante la notte scende di altri 3˚. Per rendere ancora meno gradevole il viaggio, piccoli schermi catodici proiettano senza sosta raggi gamma e guaiti sotto forma di canzoni pop-thailandese con tanto di sottotitoli in alfabeto Thai, nel caso vi sentiste di cantare. Non mancate di visitare un vero karaoke bar thailandese, se non per interesse antropologico almeno perchè vi permetterà di espiare parte del Karma negativo accumulato a Bangkok.


Finalmente giunti nella festosa e quadrata città di Chiang Mai, preparatevi alla più grande guerra di gavettoni mai esistita. La ridente capitale del Nord, è circondata da un fossato che una volta era usato per tenere fuori Cinesi e  ispettori dell’ASL, mentre nei giorni di SongKran, viene svuotato addosso ai presenti. L’acqua viene lanciata dai bordi delle strade per mezzo di pentolini e contenitori vari (perfino le superstrade, quindi evitate di andare in moto senza un parabrezza decente), ma soprattutto dal cassone di furgoni Pickup. Se la carica batterica non fosse sufficientemente punitiva, l’acqua verrà trasportata in grossi bidoni di plastica con l'aggiunta di enormi blocchi di ghiaccio, in modo da causare paralisi muscolari ai passanti colpiti.

In ricordo di questa indimenticabile esperienza potrete tatuarvi un vibrio del Colera sul polpaccio o- perché no- la scritta EPATITE B in alfabeto Thai. Ormai i vostri linfociti, più che alle docili navicelle di “Esplorando il corpo umano”, somiglieranno a F35 con armi Predator.
Memento: nuotare nella baia di “The Beach” non vi farà mai somigliare a Leonardo di Caprio e non si deve MAI parlar male del Re, neppure se il museo a lui dedicato sembra la pagina di Kim Jon Il che guarda le cose.


  testo: Shakai
immagini: sottovuotø



Ecuador
 
Volo LAN per Quito con scalo a San Paolo. Tutto regolare. Cibo confezionato al retrogusto di microonde, coperte confezionate all’aroma di spray igienizzante, perfino spazzolino e dentifricio all’aroma d'aeroporto. A Quito teniamo d’occhio i passanti per precedere eventuali malintenzionati, contrattiamo passaggi in Taxi e ci dirigiamo rapidamente alla estacion de buses El Recreo. La scelta della compagnia di trasporti non è da considerarsi secondaria nella tutela della propria persona: in alcuni casi 1$ di differenza nel costo del biglietto può significare un numero di incidenti mortali nell’ultimo mese inferiore alla media, in altri casi significa solo che riceverete una bottiglietta d’acqua e delle noccioline comprese nel prezzo. Dopo cinque-sette ore, trenta-quaranta cascate e otto venditori di purganti antiparassitari miracolosi, sarete arrivati a Puyo. La domanda vera dovrebbe essere: Perché siete andati a Puyo? Se non siete ingegneri della Shell o reclute dell’esercito ecuadoriano, ci sono buone possibilità che siate lì per accedere al misterioso groviglio vegetoanimale noto come Amazzonia, per studiarne la biodiversità, la multiculturalità o la varietà di sostanze allucinogene che questo produce. Qualunque sia la ragione, deciderete presto che lo squallido, cementoso, multilingue centro urbano, sarà di ben poco interesse per i nuovi arrivati, giusto il tempo di identificare un internet point funzionale e avrete subito voglia di avventurarvi nel verde. Beh, ora non resta che scegliere una delle sette nazionalità indigene della provincia da cui farsi ospitare. Esclusi i Kichwa, che vanno troppo di moda, gli Zàpara, che ne sono una brutta copia, i Waoroani, che potrebbero creare imbarazzo con le loro nudità esposte, resta da scegliere fra Shiwiar, Andoa o Achua (perchè, non so perchè, sono fatti miei). I guerrieri invitti dai conquistadores, capelloni, simpatici e incorreggibili: gli Shuar!
Intorno al 1599, i conquistadores decisero che anche gli Shuar (ai tempi noti come Indiani Jivaro) dovessero pagare tributi in oro come gli altri indigeni conquistati. Questo non piacque affatto agli Shuar. In una settimana sterminarono trentamila coloni spagnoli. Il governatore della regione venne sequestrato e oro fuso colò direttamente nella sua gola, per "soddisfare" la sua sete di metalli preziosi (agli Shuar non manca certo il senso dell'ironia). Dopo l'episodio, a nessuno saltò in mente di disturbare la tribù fino all’arrivo dei missionari cattolici.
 

Conosciuti ai più per la pratica di rimpicciolire le teste (usanza "ufficialmente" proibita) gli Shuar sono anche appassionati consumatori di sostanze psicotrope come il Natèm (meglio noto come Ayahuasca) e il Maikiwa (o Floripondio). Insomma, quello che ci vuole per una rilassante scampagnata Amazzonica.

Il Maikiwa o Makiua o come vi pare, visto che lo Shuar Chicham (idioma Shuar) non è una lingua scritta, è piuttosto impegnativo: si richiede un digiuno di almeno due giorni, e dopo averlo assunto, è proibito sfamarsi o dissetarsi per altre ventiquattro ore. Pare che le allucinazioni possano durare anche quattro giorni, durante i quali "l'utente" entra in contatto con gli spiriti del bosco e degli antenati, della cascata sacra e, telepaticamente, comunica con il mago Zurlì e Wanna Marchi. Sono interessanti anche i motivi per cui viene utilizzata questa bevanda a base di estratti di rampicanti e foglie. Oltre all’intuibile funzione cerimoniale, spesso coadiuvata da Sciamani, gli Shuar somministrano Maikiwa anche a bambini e animali come punizione per misfatti e irriverenze, in modo tale da mostrare loro dove hanno sbagliato. Inoltre, il Maikiwa viene assunto per ricevere risposte quando ci si trova di fronte a una scelta o, ancora, svolgere la funzione di anestetico e rimedio curativo per un gran numero di mali, da quelli fisici (fratture, infezioni, astenia e afflizione da Berlusconismo) a quelli causati da sciamani rivali sotto forma di dardi invisibili, portatori di maledizioni chiamati tsenstsak.



 



L’Ayahuasca è meno impegnativa. Troverete numerosi sedicenti Sciamani disposti a prepararvela: questa richiede solo mezza giornata di digiuno, ma pure il potere "predittivo" sarà meno intenso. Può servire per sapere che tempo farà domani o cosa danno stasera su TelePastaza, ma potreste ritrovarvi con un acufene che suona come i tamburi di Jumanji. Qualcuno afferma che l’uso di Ayahuasca riduca l’insorgenza di disturbi psichici* ma in fondo c’è anche chi crede alle scie chimiche o ai Rettiliani. Non credo quindi che possa sostituire i TSO negli anni a venire.

Gli Shuar hanno anche una strana passione per il vomito, caratteristica che li avvicina alle preadolescenti occidentali: anziché evitare sostanze che inducano emesi, loro ne sono cultori. Vi offriranno spesso guayusa o specie simili, una sorta di noce moscata che viene bollita e la cui acqua di cottura, bevuta a litri in pochi minuti, porta a rivomitare il tutto, "purificando" e conferendo energia corporea al praticante. Anche le suddette sostanze psicotrope inducono vomito a vari livelli, ma lo scopo non è tanto quello di dimagrire per assomigliare a Paris Hilton, quanto piuttosto la solita purificazione, perseguita anche attraverso docce nelle cascate e inalazioni di acqua di tabacco.






Lo so, avreste voluto sentire di come e perché rimpiccioliscono le teste, ma il viaggio è anche scoperta, quindi eviterò lo spoiler. Detto questo, consiglio vivamente di non aggirarsi solitari in zone isolate, di evitare il look da metallaro (le tsantsa hanno sempre i capelli lunghi) e di non fare domande troppo esplicite riguardo a dove trovare una tsantsa (è un argomento piuttosto delicato).



Raccomandazioni finali:

  • Quando vi vengono offerti, accettate i gusanos (grosse larve bianche con testa rossa da mangiare vive), sono una prelibatezza e buona fonte di proteine.
  • Se siete allergici alle banane o al Platano morirete di fame.
  • Non fate giudizi femministi sulla loro poligamia.
  • Nei voli interni assicuratevi che il pilota non sia ubriaco.
  • Portate stivali e impermeabile.
  • Se il nome Shuar che vi viene dato non significa niente, non rimaneteci male. Basta che suoni bene.

 


Buen Viaje.



testo: Shakai
immagini: sottovuotø



Barbados


Barbados è un’isola ben poco conosciuta, tant’è che capita spesso di sentir dire “le Barbados” (confusa probabilmente con le Bahamas, le Bermuda, le Baleari e ogni altro arcipelago che comincia con la B). La piccola differenza è che Barbados non è un arcipelago ma una singola isoletta, leggermente solitaria rispetto al resto delle Piccole Antille, quasi sperduta al confine tra il mar dei Caraibi e l’Oceano Atlantico. Potrà sembrare una precisazione puntigliosa, ma quando sento “le Barbados” provo lo stesso fastidio che avvertirei di fronte a uno che mi dice “le Sardegna”.

Comunque, essendo poco conosciuta e ancor meno frequentata da noi italiani, non vedo l’utilità di menzionare il pittoresco centro della capitale, Bridgetown, in cui poche vie distanziano sfilze di gioiellerie tax free dalle bancarelle che circondano la stazione degli autobus. Non ho nessuna intenzione di parlare della cultura e della storia bajan. Né mi verrebbe in mente di consigliare una visita alla plantation della Mount Gay (uno dei rhum più antichi al mondo) o di perdere il proprio tempo in spiagge paradisiache come Crane Beach e Foul Beach. Dovrei forse descrivere gli strani scogli arrotondati e la spiaggia modello “prato all’inglese” di Batsheeba? Allora perché non suggerirvi di chiedere a un benzinaio scrupoloso come raggiungere il leone di pietra con la palla rossa, scolpito a Gun Hill dal capitano Henry Wilkinson con la collaborazione di altri militari inglesi dislocati sull’isola, forse incaricati della speciale missione di sollazzarsi al sole dei tropici.


Piuttosto, penso sia meglio descrivere qualche elemento caratteristico di Barbados, in modo da stimolare eventuali viaggiatori nostrani. E allora occupiamoci della fauna, tanto si sa che gli animali esotici fanno sempre presa. Qual è l’animale simbolo di Barbados? È il pesce volante, flying fish per gli isolani.
Pesce di media grandezza dalla forma affusolata, il pesce volante è munito di pinne simili ad ali che gli permettono di spiccare il volo fuori dalla superficie dell’acqua con balzi degni di Douglas Fairbanks. Il flying fish vi accoglie nell’isola fin dal vostro arrivo all’aeroporto Grantley Adams. Giganti riproduzioni pendono dal soffitto come quei sonagli attaccati sopra i lettini dei neonati. Da lì in poi, i pesci volanti vi accompagneranno ovunque, onnipresenti anche dal punto di vista urbanistico: li vedrete su insegne e cartelli vari, edifici e pavimentazioni (molto carini, per esempio, quelli aggrovigliati a mosaico sopra i marciapiedi della via principale di St. Lawrence Gap), nonché, ovviamente, in ogni negozio di souvenir. Anziché acquistare un posacenere a forma di flying fish, però, vi consiglierei di conservare meglio dentro di voi un bel ricordo di questo buffo pesciolino, saltato in padella con un filo d’olio. Asciutto e leggero, può essere fatto anche al sugo, ma credo che assaporarlo con poco condimento sia il modo migliore per apprezzare a pieno il suo gusto prelibato.

Per procurarsi un bel plateau di pesci volanti esiste un luogo migliore di qualsiasi altro: il mercato del pesce di Oistins, un paesino della costa sud di Barbados. Non aspettatevi il mercato coperto di Porta Palazzo. In uno spiazzo tra la via principale del paese e il mare, una grossa tettoia spiovente copre una serie di banchi quadrati (simili a dei ring) continuamente riforniti di pesce fresco: laggiù pescano tutta la giornata e il mercato resta aperto fino alle otto di sera. Oltre al flying fish, si può trovare un po’ di tutto, soprattutto i predatori naturali del povero pesce volante: dai marlin ai tonni, dal pesce spada al dolphin (che non è il delfino ma la nostra lampuga). Qualità e freschezza sono fuori dubbio, prezzi che definire economici non è abbastanza e anche l’igiene è migliore di quanto ci si potrebbe aspettare da un’isola caraibica (quasi tutti i banchi sono piastrellati, il che permette ai pescivendoli di tenerli abbastanza puliti). Per scegliere il pesce, si sa, occorre un po’ d’esperienza, ma potrete affidarvi ai consigli di qualcuno (sempre meglio un cliente di un venditore). Potreste anche incontrare casualmente uno dei pochi italiani presenti sull’isola, il quale vi guarderà con aria seria e grave per dirvi: “fate attenzione al pesce che non ha gli occhi!”. Anche se non avete nessuna intenzione di friggere qualche pesce volante, il mercato di Oistins merita comunque una visita il venerdì sera per la Festa del Pesce. In occasione della festa, il mercato si riempie di bancarelle e chioschi in cui i bajan grigliano e friggono senza tregua. Perché non provare allora il pesce volante fritto infilato dentro a un bel panino? Con il panino in una mano e una birra nell’altra (qui la Banks va per la maggiore), cercherete di mimetizzarvi in mezzo al via vai di gente varia e bizzarra di tutte le età. Il caos regna sovrano, ma i bajan in genere sono persone piuttosto socievoli, quasi mai moleste. C’è un grosso palco su cui si esibiscono dj e musicisti, circondati da numerosi ballerini improvvisati. Il volume della musica è decisamente alto e non si danza solo sul palco, ma ovunque ci sia un centimetro libero, tutt’intorno, fuori e dentro le bancarelle. Si beve e si balla fino al mattino. Quest’atmosfera di caciara non può che essere condita dall’aroma di pesce, fritto o grigliato che sia, che si spande nell’aria e vi raggiunge in ogni momento della festa per stuzzicarvi e convincervi a prendere un altro panino. In ogni modo, è un’esperienza che potrebbe rivelarsi molto curiosa e divertente, specie se eviterete di portarvi dietro una giovane coppietta di San Pietroburgo, fidanzatini appena arrivati sull’isola dalla Giamaica e tanto traumatizzati dall’ostilità anti-white man dei giamaicani da aver paura di rivolgere la parola alla gente del posto, anche solo per chiedergli da accendere.
Non vi siete divertiti abbastanza alla festa del mercato di Oistins? Provate a rifarvi andando in qualche locale notturno dove si pratica un’altra specialità bajan degna di essere conosciuta: il whining. Si tratta di una danza tipica della cultura caraibica, da eseguire preferibilmente in coppia. Per la donna consiste nel movimento frenetico del sedere, che viene fatto ruotare e vibrare come se fosse la coda di un serpente a sonagli. Dopo aver assistito a una specie di contest, mi sono fatto l’idea che l’apice della bravura di una ballerina di whining stia nel chinarsi in avanti tenendo il sedere puntato verso l’alto, continuando a muoverlo instancabilmente senza mai perdere l’equilibrio. Molto più scenografico, invece, il ruolo maschile: lui si mette alle spalle di lei e le pungola le natiche con un’ondulazione pelvica ritmata. Parecchi uomini, peraltro, si danno un tono tenendo a portata un asciugamano da passarsi sulla fronte per sottolineare la fatica del gesto. Non fate l’errore di giudicarla una danza lasciva o volgare. Il whining fa parte delle loro tradizioni e i bajan ci tengono molto, quasi quanto al flying fish.
 
testo: Fabrizio di Fiore
immagini: sottovuoto

Nuova Zelanda


In Nuova Zelanda il cielo è più grande. Vediamo se riesco a spiegarmi: più largo, di un azzurro diverso, le nuvole sono da isola oceanica e non da bacino mediterraneo, rendo l'idea? Probabilmente no. Esistono anche aspetti che invece ci accomunano a questo remoto paese: per esempio le latitudini e le longitudini, che sono pressoché speculari. Se Bugs Bunny scavasse un cunicolo da Bologna attraversando il centro della terra sbucherebbe a testa in giù non lontano dal monte Aspring, nell’isola del sud. Hanno dimensioni simili e persino la forma a stivale è quella, un altro di quegli scherzi geologici lasciati lì dal Grande Manovratore per confonderci le idee sull’ontologia terrestre.  Ma in tutti i viaggi le cose più interessanti stanno nelle differenze. Come la scarsa densità di popolazione: meno di quattro milioni di umani abitano in un paese grande quanto l’Italia, e se lo spartiscono con circa sessanta milioni di ovini. A parte i facili paragoni tra italiani e pecore, è come immaginare l’hinterland napoletano sparpagliato per tutto il territorio nazionale.
Anche gli uccelli hanno seguito un’evoluzione bizzarra in Nuova Zelanda. Prima ancora dell’arrivo dei Maori e di altri predatori più o meno panciuti, molte specie avicole si sono permesse di smarrire la capacità di volare, che in fondo costa fatica, e se non c’è lo stronzo dell’ARCI-caccia con la doppietta ma chi glielo fa fare. Un po' per pigrizia e un po' per mille altri motivi nacquero i Kiwi, che per il loro aspetto marrone e peloso ricordano un incrocio tra il frutto a cui dettero il nome e gli abitanti di queste isole "pacifiche ma non troppo". 
I nativi neozelandesi, i Maori, non sono poi cosí "nativi", visto che arrivarono dalla Polinesia intorno al 1300. Sono conosciuti per le facce buffe e i tatuaggi fighi, oltre che per una bellicosità rimasta loro prerogativa fino alla nascita del rugby. La cultura Maori si è mescolata solo in parte con quella dei coloni britannici, ma è bello vedere come il popolo neozelandese ha sviluppato caratteristiche comuni, indipendenti dall’etnia. Vige un senso diffuso di rilassatezza e giovialità in tutti gli abitanti; questi aspetti si aggiungono a un innaturale stakanovismo e a un invidiabile spirito di inventiva. Sarà difficile trovare un neozelandese che non si dedichi con pari intensità ai lavori più duri e faticosi così come all’edonismo e al relax, che non abbia fatto quattro o cinque mestieri in vita sua o a cui manchino manualità e ingegno, tipici dei popoli pionieri.
La NZ è un paese facile (beh a meno che non si abbia paura di volare, in tal caso le trenta ore di volo possono risultare un discreto ostacolo e sono consigliabili mete più alla portata: Milano marittima o Abano Terme, magari). Un paese facile poiché, se escludiamo il potere di indurre psicosi da stress delle "sandflies" (moscerinus emofagus odiosissimus), non presenta fauna particolarmente rischiosa per la salute umana. A differenza della “vicina” Australia, si può camminare scalzi nei corsi d’acqua e nei boschi senza rischiare di essere uccisi da rospi velenosi, formiche carnivore o marsupiali pugili. Diversamente da molti paesi "esotici", l’acqua è a prova di amoebiasi o vibrio del colera, il cibo è tendenzialmente non letale (anche se eviterei le "kidney pie" da NZ$1.50 al Pack’n’Save).
Perfino guerre o attentati non sono da temere, perché nessuno può davvero avercela con la NZ. Per cui non vi preoccupate se dopo ore di viaggio con il vostro furgone camperizzato, senza incontrare anima viva, venite sorpassati da carri armati ANZAC (Australian and NZ Army Corps. Ndr): con tutta probabilità è solo un'esercitazione di caccia all’opossum, nemico pubblico. Una volta imparato a imboccare le rotonde con la guida sulla carreggiata sinistra sarete a cavallo. Scoprirete che parlano una lingua molto simile all’inglese anche se inizialmente l’accento potrebbe risultare spiazzante anche per un madrelingua: tendono a usare una vocale unica simile a una “e” molto chiusa, per cui una frase come “check it again mate” suonerà come “cəkətəghənməit” .
Dunque, se avete qualche mese da perdere, godetevi sostanze stupefacenti a buon mercato, contaminate nature incontaminate, scapicollatevi da un dirupo o da una teleferica attaccati a paracadute o corde elastiche, fatevi inseguire da leoni marini di una tonnellata (ecco, in effetti questi costituiscono un discreto pericolo se passate tra loro e il frangiflutti) su spiagge infestate da pinguini nani ed esplorate gli scenari da "terra di mezzo" senza rischiare la decapitazione per mano orchesca. 
testo: Shakai
disegni: sottovuoto


Nei bar di Panama

Di andare ai cocktails con la pistola non ne posso più… comincia con questa strofa la canzone "Panama" di Fossati. Giusto per dare un'idea del tipo di personaggi che si possono incontrare nei bar del posto.Li puoi trovare indifferentemente nei locali raffinati, così come nelle bettolacce. Cambia soltanto l'abbigliamento, ma le facce restano le stesse.
Ci sono quelli loschi a prima vista e quelli che, invece, a vederli non lo diresti mai, però lo sono. E, proprio la prima sera, il Casco Viejo (il centro storico di Panama City) mi ha messo di fronte a questa contrapposizione. Tornando a piedi verso l’albergo, circa le tre di notte, decido di concedermi ancora una visita a un paio di posticini adocchiati in precedenza. Il primo, non ricordo il nome, è davvero molto chic, luci soffuse, divanetti in pelle, persino gli sgabelli davanti al bancone di marmo hanno un design elegante, come le divise delle cameriere e dei baristi. Alle loro spalle c’è uno specchio gigantesco e una specie di mosaico raffigurante la Monna Lisa. Ecco dove inciampa il gusto raffinato. Basta girare lo sguardo e ci sono finti affreschi e capitelli corinzi di marzapane. In una cornice simile, non stona per nulla la tavolata che vedo in fondo alla sala. Potrebbe essere una riunione della Confindustria panameña oppure della cupola di Cosa Nostra, lo stile è quello. Mi viene in mente l’aneddoto che mi ha raccontato il gestore di un altro bar su certi italiani che vivono a Panama, gente che parla la nostra lingua finché non si accorge che ci sono connazionali nelle vicinanze, poi comincia a parlare in spagnolo. Che si tratti dei trafficanti e rifugiati citati nella canzone di cui sopra? E sembra molto azzeccata la presenza di alcune signorine discinte in mezzo a quegli anzianotti coi capelli impomatati, rolex, braccialetti d’oro e camice sbottonate. Mi chiedo di cosa stiano discutendo. Staranno decidendo a quale banca rivolgersi per riciclare del denaro sporco o, magari, staranno negoziando uno scambio di droga e armi. Potrei avvicinarmi per sentire se parlano o meno in italiano, ma preferisco non fare la parte del curioso.





Finisco il mio bicchiere e mi sposto in un altro bar. È poco distante, solo un isolato più in là. Ma basta per cambiare completamente ambiente. Sono stato attirato dalla sua facciata, le persiane di legno di colore azzurro acceso, dipinta una bella bionda con un vestitino rosso attillato e circondata da fiori, accanto la scritta “refresca lo panameño que hay en ti”. L’interno del locale, invece, è quanto meno degradato. Il pavimento è lercio. I manifesti sulle pareti, pubblicità di birre e alcolici vari, sono scoloriti dagli anni, alcuni tendono al giallo, altri al blu, screpolati come certe vecchie fotografie. Il bar è spoglio, soltanto un bancone, quattro tavolini defilati e una sfilza di slot machines sul lato opposto, tutte occupate. Una donna smette di giocare esclamando “puta mierda” e va dal barista per farsi dare altre monetine, poi saluta l’uomo seduto sullo sgabello accanto al mio. Lui la guarda e scuote la testa. Piuttosto che buttare un solo Balboa in quelle macchinette, dice, preferisce spenderlo per bere una birra…che tra l’altro si chiama nello stesso modo. Balboa. La moneta nazionale, la birra nazionale, ma anche un’avenida importante della Ciudad. Tutto intitolato all’esploratore spagnolo che scoprì l’oceano Pacifico, anche se a me piacerebbe credere che sia in onore di un pugile italo-americano. Ma l’unico pugile che conta a Panama è Roberto Durán, Manos de Piedra. L’uomo seduto accanto a me, comunque, stappa la sua bottiglia di Balboa e m’invita a un brindisi. È curioso di sapere cosa ci faccia uno straniero in questo bar. Ci presentiamo. Lui si chiama Ruben. Ha l’aspetto di un pirata, capelli neri e lisci, lineamenti da indio, fisico tarchiato, orecchini e un guazzabuglio di tatuaggi. Io e Ruben chiacchieriamo di musica, perché lui sta organizzando una serata di industrial in qualche zona della Ciudad che non ho ben inteso. Inizia a parlarmi di alcuni narcos di sua conoscenza che potrebbero finanziargli il concerto. Ma Ruben preferisce non fare affari con loro, perché sarebbe come stringere “un pacto con el diablo”. Purtroppo, parole sue, è difficile evitare certe amicizie nel barrio. Così come è difficile evitare certe situazioni. A dimostrazione, mi mostra alcune ferite da accoltellamento: una piccola sul fianco e una grossa sulla pancia (sembra che abbia subito un parto cesareo). L’uomo che lo ha aggredito adesso si trova in galera e Ruben mi dice che alcuni suoi amici, dentro, avrebbero voluto dargli una ripassata. Ma Ruben vuole che l’altro esca di galera sano e in piena forma per potersi vendicare come si deve. E così che funziona nel barrio e lui deve rispettare la consuetudine. “Perché io, invece, sarei por paz y amor.” Poi, però, mi racconta di aver vissuto molti anni facendo i combattimenti clandestini. Guadagnava parecchi soldi e gli avevano anche proposto di partecipare a tornei più importanti, contro turchi, serbi, negros e gente della legione straniera. “Son fucking asesinos.” E Ruben non aveva voglia di farsi ammazzare di botte. Peccato, perché avrebbe potuto intascare mucho dinero. “Es mejor que trabajar…perché io, altrimenti, sarei por paz y amor”, ripete.






Sembra un personaggio ai limiti dell’assurdo, ma non si può negare che sia in pieno stile Casco Viejo. Come quel ciccione ubriaco che la sera successiva è entrato nella bettola in cui stavo mangiando. Essendo senza gambe, ha fatto il suo ingresso su un carrellino con le rotelle simile a quello usato da Eddie Murphy in Una Poltrona per Due. Nonostante l’ubriachezza e qualche collisione contro le sedie, riesce a issarsi e mettersi a tavola. Accanto al sottoscritto, ovviamente. Inizia subito a blaterare qualcosa circa la mancanza di rispetto dei giovani che pomiciano nella piazza della Catedral. Attirata l’attenzione su di sé, pone a tutti i presenti una domanda: qual è l’acqua più pura e più ricca del mondo? Nessuno gli risponde. Lui ripete la domanda e qualcuno risponde che si tratta dell’acqua di qualche santuario.

No. L’agua mas pura y mas rica de todo el mundo es l’agua del Canal.”
Del resto, il tassista Gabriel mi ha spiegato che le navi che passano dal Canale pagano una tassa che, a seconda delle dimensioni e del carico trasportato, può arrivare fino a quattrocentomila dollari. E ogni giorno passano di qui tra le venti e le trenta navi. Fatevi due conti.
Gli ho chiesto: “ma se costa così tanto passare dal Canale, quanto cazzo costerà circumnavigare Capo Horn?”
Miliones.”
Ecco perché i panameñi sono così orgogliosi del loro canale, a loro dire l’ottava meraviglia del mondo, come King Kong.
Gli arabi hanno il petrolio, nosotros tenemos l’agua del Canal”, dice biascicando il pingue ubriacone senza gambe, poi starnutisce e si soffia il naso con la tovaglia. Questa è la gente del Casco Viejo e questi sono i suoi bar. Inutile dire che io ne ho girati parecchi.
Ad alcuni ero particolarmente affezionato, come il Finca del Mar, con le sue sedie a dondolo di stoffa appese alla tettoia e le due splendide cameriere, Sorriso e Occhioni. Era una delle mie mete abituali, tanto quanto la cervecerìa artigianale Rana Dorada, che prende il nome dal minuscolo ma pericolosissimo simbolo di Panama, uno degli animali più velenosi al mondo. La birra prodotta nella cervecerìa, per fortuna, non era velenosa, anzi. Degno di menzione è anche l’Espacio Panama, che non ha il tetto ma offre della buona musica (fare attenzione alla vecchietta-buttafuori di guardia alla porta). Altri bar li ho scoperti per caso, come quello in cui mi sono rifugiato per sottrarmi al sole estenuante durante una passeggiata nel Barrio Chino.


Appena entrato, una trentina di persone si volta a guardarmi. Cosa ci fa lì dentro uno straniero? Che domande…ordina una Balboa ghiacciata e si rinfresca. Neanche il tempo di finirla che mi passa davanti una signora, apre un armadietto metallico alla mia sinistra, deposita la sua borsetta e, preso per mano uno dei clienti, lo porta con sé in un’altra stanza. Sono finito in un bar di puttane. Un’altra donna esce dal bagno, raggiunge lo stesso armadietto e vi ripone un rotolo di carta igienica. Un barbone completamente sbronzo si avvicina e le tocca il culo. Lei replica percuotendolo con la borsetta e sferrando una serie di calci nelle zone basse. Le grida e gli insulti provenienti dal tafferuglio mi accompagnano mentre raggiungo l’uscita di soppiatto.
Un altro bel giro di bar l’ho fatto poi a Bocas del Toro, nel nord del paese. Contesto del tutto differente, ma anche lì si passa dai localini più alla moda, le tipiche palafitte del posto con la terrazza che s’affaccia direttamente sul mare, al chiosco per surfisti e fricchettoni, dove o bevi birra o mangi cheviche de pescado… o ti attacchi. Poi ci sono i locali di musica latina, quelli strutturati come gazebo di classe con sdraio di vimini e amache appese qua e là, o quello in stile cambusa di una nave, con i baristi più ubriachi della loro clientela. Anche a Bocas, i personaggi loschi non mancano. Sorvolerei su alcuni viaggiatori abbastanza pittoreschi con cui ho fatto conoscenza. Meglio concentrarsi su un soggetto autoctono, Johnny Loco. È stato proprio lui a farmi da guida notturna per la mia prima serata a Bocas, portandomi a spasso da un locale all’altro. “Perché Johnny Loco?” “Mira, amigo, porque soy loco…” “Ah!” Cosa fa nella vita? Tutto quello che capita, pur di racimolare quattrini. È un trafficone, insomma. Dice di aver trovato un vecchio californiano che lo usa come factotum e lo paga molto bene. Quindi, comincia a raccontare che suo padre è mancato quando lui era un ragazzino, parla della madre che vive sola ad Almirante e a cui Johnny passa un po’ di soldi. Ha due figlie nella Ciudad, ma la sua ex non gliele fa vedere (chissà perché?). Johnny è un tipo allegro e spiritoso, molto esagitato. Non sta fermo un attimo, né zitto. Caratteristiche che, insieme allo smascellare e sudare in modo abnorme, denotano un qualche problema con la cocaina. Grosso difetto, la chiacchiera logorroica: una volta che ha finito di raccontarti tutta la sua vita, ricomincia da capo e così all’infinito: il vecchio californiano, il padre morto, la madre rimasta sola...comunque, nella sua loquacità esagerata, Johnny mi dà parecchie informazioni interessanti sul luogo. Durante la nottata, peraltro, facciamo un tour di sei, sette localini. Johnny vuole pagare a tutti i costi i primi giri di bevute. Quando finirà i soldi, sarà il mio turno. Dovunque andiamo, tutti sembrano conoscerlo. Non mi stupisco, vista la facilità con cui attacca bottone. Mi indica spesso gruppetti di persone, definendoli grandes amigos. Va a salutarli, ma loro paiono soffrire un po’ la sua molestia logorroica.
Volevano che rimanessi con loro, ma gli ho detto che questa sera la passo con il mio amico italiano.”
Ma Johnny Loco sembra vivere in una specie di mondo di fantasia, in cui lui è l’idolo delle folle e tutti lo adorano. Non sarò certo io a negargli questa visione della realtà. A un tratto, passiamo davanti a un locale abbastanza fichetto. Dentro ci sono solo turisti, per lo più americani, polo e mocassini a non finire. Sul terrazzino, una ragazza suona il sassofono. “Johnny, andiamo qui. Voglio ascoltare il sax.”


Senza dubbio, non è il posto adatto a tipi come lui. Canottiera e ciabatte, fattissimo, non oso immaginare che effetto possa fare in quel bar. Però l’idea mi diverte e insisto. Lui non osa contrariarmi. Entriamo. È stato come gettare un petardo durante una prima al Teatro Regio. Nell’arco di mezzo minuto, Johnny Loco ha già molestato e messo in fuga diverse persone. Io me la rido di gusto. È l’apice di una nottata divertente, in compagnia di uno dei vari panameñi degni di essere conosciuti. E se dopo questa carrellata vi sarà venuta voglia di addentrarvi nei bar di Panama, non dimenticate “di andare ai cocktails con la pistola”.

testo: Fabrizio Di Fiore
immagini: Bernardo Anichini

Sri Lanka


Siamo composti per buona parte di stupori e senso d'avventura. Di cercare nuovi ricordi in terre sospese. Quindi sia! Il caldo è la prima sospensione. Una ragguardevole dose di griglia umana acceca quanto i colori, di una varietà densa che tinteggia le strade e i suoi abitanti. Siamo a Hikkaduwa, con il nostro amico Saman, là dove serpeggiano i Tuk-Tuk con adesivi di Bob Marley e i chioschi di roti speziati. Dove la bellezza la creano le persone nella loro semplice dignità, seppur evasi da un campo di prigionia per archetipi. Sì, d'accordo, possiamo tralasciare il pannello elettrico che ha preso fuoco nella guest house per surfisti sudati, e poi spento miracolosamente nel cuore della notte da un cingalese urlante con il pratico uso di un secchio pieno d'acqua di laghetto (e qualche sfortunato pesce rosso al suo interno). Così come il rifugio per pellegrini in prossimità dello Sri Pada, con annesso cameriere sbronzo che si insulta allo specchio, il letto che è un rave di pidocchi e il bagno a mattonelle blu, nere e rosse (secondo la moda). Dove per accendere la luce di una stanza un giovane apprendista è costretto a tenere sulle spalle il grassoccio titolare fuori forma, intento a colpire il pannello troppo in alto per la sua stazza con un vecchio bastone scheggiato. Ma si sa, il pepe della vita costa qualche schema poco conforme. Le bevute di Arrak al tramonto delle sue spiagge in compagnia dei paguri saranno un ricordo indelebile. Così come la birra annacquata e il capitano con un solo dito che, alzandolo fiero alle stelle, dispensa ordini ai suoi marinai, molto simili a un rintocco di campana. Tety, la cagnolina malata del Rita's. La signora sdentata delle - Pineapple! - appena colte. Il pomeriggio al mercato locale e la cena da Rohan, che di italiano conosce solo le bestemmie. Il loro niente donato al tuo tutto. Rischiare sorridendo la pelle su un motorino, diretto verso Galle, è una passeggiata se sai che chi ti sta per investire ricambierà. Qualche italiano poco raccomandabile ti ricorda casa, ed essere ospitati dalla famiglia di Saman ti dà l'impressione di esserci già tornato. Fino a quando non arriva il momento di ritrovarla davvero, la tua terra, con la promessa di un nuovo ricordo e i sari che sembrano volerti salutare, spinti dalla brezza dell'oceano Indiano.



testo: Brian Freschi
immagine: Bernardo Anichini

Bolivia


Se arrivate dal Nord dell’Argentina avete due modi per entrare in Bolivia:

1-Portare un grosso sacco di plastica colorata sulla schiena, indossando un poncho e un cappello di inizio Novecento, per provare ad attraversare liberamente e impunemente il ponte dell’amicizia (uno dei tanti che uniscono paesi mica tanto amici, vedi Myanmar-Thailandia, Corea etc..).

2- Fare la fila con i vari blancos dotati di passaporto o carnet di identità e spendere gli ultimi pesos in gelati confezionati.

La linea di confine tra La Quiaca e Villanzon esiste nell’immaginario di burocrati e cartografi, ma la realtà somiglia più a un sistema portale di scambio ematico: flussi di beni che entrano ed escono, tanti globuli rossi o policromatici che scambiano il proprio carico di merce a buon mercato in cambio di plata in un flusso continuo.






Il consiglio è di aggregarsi a un gruppo di argentini con la chitarra, perché da gringo non si è mai abbastanza al sicuro intorno alle frontiere. Poco importa se il gruppetto in questione sia dei quartieri buoni di Buenos Aires: chitarra e braccialetti di spago formeranno comunque un velo protettivo che renderà più opaco il grosso simbolo di $ (a voi invisibile) impresso sulla fronte di chi nasce nel primer mundo.

Sopportate l’imbarazzante rumorosità dei viajeros argentini, la ripetività delle canzoni Folk-rock-cantautoriale-nacional, dei cori del River Plate e la loro dipendenza fisica dal THC. Vi farà piacere parlare di Tool e Porcupine Tree sobbalzando tra le voragini della strada in un autobus senza sospensioni, condividere i lividi e il freddo delle notti andine con qualcuno che, come voi, viaggia perché gli va e non perché deve, in fondo loro sono lì per sentirsi ricchi e fingersi poveri, mal comune mezzo gaucho.

Gli argentini hanno ormai perdonato la Bolivia anche per l’uccisione del Che, quello delle magliette e delle canzoni di Silvestri, forse perché la storia ha avuto la mano pesante con i boliviani o forse perché il River Plate ha comprato Trezeguet e quelle storie sembrano così lontane, comunque gli accordi di “hasta siempre comandante” non li hanno ancora dimenticati.

Prima di tornare a fare i ‘viaggiatori’ fate i turisti. Potete di nuovo permettervelo! Con 10 bolivianos (1€) ci comprate un succo di frutta fresca, due humitas e cinquanta foglie di coca, che aiuteranno non poco a sopportare il mal d’altitudine, soffuso ma costante.

Per riprendervi dalla gita a cavallo nel deserto vicino Tupiza non c’è niente di meglio di un bagno in una pozza termale a quasi 4000 metri di altitudine. Dormite in un albergo completamente fatto di sale, letto incluso, e resistete alla tentazione di leccare il muro per controllare che sia veramente così.

Non dimenticate gli occhiali da sole se non volete macchiare indelebilmente la vostra retina al salar de Uyuni. Bene, ora vi dovreste essere acclimatati all’altitudine, al riso con pollo e al sapore amaro delle hojas, per cui liberatevi della ‘zavorra’ albiceleste e andate a Oruro, non c’è niente laggiù ma andateci lo stesso.






Potreste imparare qualcosa sulle divisioni sociali acute del paese, su quanto profonde siano le cicatrici nel suolo e nella gente, causate dallo sfruttamento minerario; dei venti di cambiamento e dei danni che alcuni di questi venti causano, le contraddizioni di chi vuole assomigliare all’occidente senza conoscerlo davvero e di chi crede che delle bandiere a scacchi colorati possano cancellare secoli di sofferenze e ferite.

Potreste trovarvi perplessi davanti all’ennesimo e paradossale esempio di una terra ricca di risorse e materie prime che portano disgrazia e povertà ai suoi abitanti, arricchendo quelli di paesi lontani che queste materie non le hanno.

Prima di mettere realmente in discussione qualcosa di voi, tornate alla vostra egoistica e appagante crociata esplorativa, hasta la capital.

La Paz è una città al contrario: di solito le città si ergono su un poggio o su un crinale o quanto meno si sviluppano su un piano. Beh, La Paz sembra affossarsi in una conca. Non fatevi ingannare dall’aspetto scosceso e dalle vette all’orizzonte, vi trovate comunque oltre i 3600 metri di altitudine (700 metri sopra il Gran Sasso, per capirsi).

I pochi scalini che ci vogliono per raggiungere il vostro ostello saranno ogni volta una tortura. Con un po' di pratica imparerete a districarvi tra il sistema di trasporti locale, costituito da furgoncini stracolmi con numeri e colori che non seguono alcuna logica e un bambino di circa 12 anni che strilla nomi incomprensibili dal finestrino. Dovrete salire e scendere in corsa perché non si fermano mai.

A plaza Murillo osservate le donne Quechua e Aymara con la loro varietà di bombette e cappelli europei d’altri tempi, buffi e inconsapevoli cimeli di oppressioni lontane-ma-non-troppo.

Prima di avvertire sensi di colpa per una storia che non vi appartiene, tornate tra i vostri simili. Potreste condividere birra e storie di viaggi con altri gringos, in uno dei tanti ostelli festaioli della città. là dove la ‘fauna’ è altrettanto variegata.

Tra scozzesi quarantenni ‘espatriati’, australiani cocainomani e canadesi diciassettenni, sentirete tante storie. Vorranno farvi ingelosire vantando le loro esperienze da ‘volontari’ vicino Cochabamba, quando portavano giaguari al guinzaglio per la giungla. Ma non dategli peso, voi siete stati a Oruro.

Vi convinceranno a scapicollarvi per la ‘strada della morte’ in bicicletta, e altre attività che tanto appassionano il backpacker medio.

Si dice che il famoso alcaloide tanto in voga nelle ‘cene eleganti’ nostrane sia stato inventato da una farmacia di La Paz. Si dice che la boliviana sia meglio della colombiana. Si dice che bussando alla porta giusta si possa arrivare in un bar dalle luci soffuse e dall’atmosfera ilare, che si possa ordinare al bancone con nonchalance, al prezzo di una birra. Ma si dicono tante cose a La Paz.

Di certo avrete voglia di compagnia occidentale nel caso in cui decideste di scalare il monte Potosì. Penserete che ormai siete acclimatati all’altitudine, che tra i quattro e i seimila mila metri non cambi poi tanto. Che una scorta di foglie di coca da succhiare in un grosso bolo tra la guancia e le gengive ha permesso ai piccoli inca di saltellare tra i picchi andini come Heidi su un lama in calore.




  

Si pensano tante cose. Mentre riprendete fiato a ogni passo (cercando di ricordare 'chiccazzovelohafattofare' di spendere il budget di una settimana per patire come in un'ultramaratona con i postumi da sbornia di Baileys) la vostra guida vi aspetterà impaziente, con lo sguardo di chi si fumerebbe anche una sigaretta. Qualcuno del gruppo non arriverà in cima e questo vi gratificherà quasi quanto il sorgere dell’alba sui picchi aguzzi, il vento che sembra fischiettare gli Inti-Ilimani e la rielezione di Evo Morales. 



testo: Shakai

immagini: RUPE

Istanbul

 

Mettete che un giorno vi svegliate storti, con la schiena indolenzita e vari acciacchi della terza età violentemente precoci. Quel giorno andrete a fare colazione in cucina, vi preparerete un caffè acquoso, e l'unico yogurt rimasto avrà preso vita propria. Vi accorgerete che i vestiti sono tutti sgualciti, che il riscaldamento vi ha dato il due di picche e che il vostro amato pc prende male la linea. Probabilmente in quella precisa mattina sentirete un bisogno esasperante di fuga. Allora andrete alla finestra maledicendo le tasse e il governo, lo sguardo incantato verso l'orizzonte, e vi accorgerete della grande moschea che vi si para davanti. Una moschea, con gente che canta in coro e gabbiani che volteggiano trasportati dal vento freddo sullo sfondo del porto. Così ricorderete di non essere nel vostro appartamento ma parte di quell'ingranaggio così particolare e meraviglioso che è Istanbul. Perché, se pensate che Istanbul sia una tappa semplice, allora vi sbagliate. Un bagaglio leggero e una buona dose d’inglese maccheronico saranno i vostri migliori compagni di viaggio. Spendere soldi per un taxi dall'aeroporto lo troverete doveroso, ma rimpiangerete quella mezz'ora di strada a base di parolacce e insulti da parte del tassista verso qualche innocente passante. Al rifugio l'atmosfera è tranquilla, un documentario sui camaleonti e un direttore connesso a Facebook vi daranno il benvenuto e lascerete i pochi bagagli per incamminarvi tra salite, discese e curiosità. Se capiterete in città nei paraggi di marzo, il freddo e la pioggia saranno compresi nel pacchetto. Così i chioschi di spremute di melograno fatte sul momento e qualche violinista alle porte dei ristoranti. Sappiate però che tutte le strade portano prima o poi alla Istiklal Caddesi, la via principale con predicatori, negozi costosi e vecchi senza età seduti in piccole seggiole ai bordi dei marciapiedi a fumare tabacco turco. Piazza Taksim sarà una delle visioni più colorite della vostra giornata e non mancherà qualche lustratore di scarpe ad attaccarvi la pezza. La Moschea Blu sarebbe l'incarnazione di una favola Disney, se non fosse per il forte aroma di piedi che aleggia al suo interno. Camminando noterete fin da subito di essere un piccolo pezzo di puzzle travolto dalle profonde differenze culturali e etniche del luogo: musulmani, ebrei e cristiani si intrecciano un passo dopo l'altro nelle interminabili passeggiate sfiorandosi per un po' e tornando di corsa ai loro rispettivi quartieri. Non è facile entrare nel quartiere Islamico conservatore di Çarşamba, ma con l'amicizia di Kadir, un simpatico omone del posto, potreste godere di questo privilegio. Çarşamba è una parata di burka e occhiate strane. Trovare due giovani ragazzi in un vicolo a ballare e baciarsi di nascosto non potrà che strapparvi un sorriso. Desidererete compagnia in questi momenti. Sempre meglio non giocare troppo a dadi con il caso in una città in apparenza forte, ma che nasconde stanchezza e fragilità. Le rovine romane nel distretto bizantino di Fatih offrono un giaciglio per i senzatetto e un ottimo punto strategico per i carretti dei venditori di tabacco "take away". Qualche chilometro più tardi vi addentrerete nel quartiere povero di Balat, in origine dimora della comunità ebraica prima che questa si trasferisse nelle zone più ricche della città, lasciando l’area ad un lento collasso. Il fascino della decadenza vi tratterrà a lungo davanti alle porte delle abitazioni, con nomi e richieste incise nel legno. Senza accorgervene sarete arrivati molto in alto e la vista del Bosforo e del Corno d'Oro (Halic) vi concederà qualche minuto di riposo e riflessione. I canti delle preghiere "Salat" più disparate e stonate culleranno i vostri pensieri con un tocco di dolce malinconia. Non potrete dire di essere stati a Istanbul se (“prima”) non vi sarete goduti un buon caffè turco,.quello con il fondo spesso e aromatizzato. Con il bricco e la tazza i camerieri immusoniti vi daranno anche una sfilza di dolcetti diabetici tipici del posto. Più grassi e rilassati continuerete il vostro cammino, perdendovi ancora e ancora e ancora. Non dimenticatevi la "Istanbul city plan", per quanto spesso possa rivelarsi inutile potrebbe comunque salvarvi la giornata. Lo stesso vale per la "IstanbulKart" per quei trasporti pubblici che non troverete, o che comunque perderete molto poco dignitosamente. Istanbul è uno zigzagare labirintico di vicoli, alcuni non proprio rassicuranti. Ma vedrete che il rischio di dormire un'intera notte per strada vi porterà ad apprendere l'arte dell'orientamento per il giorno successivo. Nell'emisfero asiatico non circola alcol, a mala pena il tabacco. Al contrario è pieno di gatti obesi e pigri (e nessun cane). Il Kebab autentico, servito su un piatto con tutti gli ingredienti separati, lo troverete in quantità industriali che manco la pasta asciutta in Italia. E vi convincerà d'ora in avanti a stare lontani almeno 300 metri da quello "spacciato" nel nostro Stivale. Se volete fare del turismo una capatina al Gran Bazar è d'obbligo, e fidatevi che in un quarto d'ora farete più conoscenze lì che in tutto il resto della vostra esistenza. Verrete invitati all'interno dei negozi al grido "Spaghetti!" e costretti ad una serie di aneddoti (alcuni pure fin troppo intimi) sulla vita dei proprietari. Vi perderete pure lì e scoprirete diverse piazzole, fatte di umidità e scarpe lasciate al timido sole del pomeriggio. Il Bazar delle spezie invece è un luogo di pace. Un lunghissimo corridoio vi condurrà da un estremo all'altro. Uscirete accecati dalla moltitudine di piccole piramidi di spezie variopinte e con in mano un sacchetto di Anice Stellato. Gli ultimi giorni saranno i più caldi, giusto perché ve ne state per andare. Salendo sul taxi per il ritorno, vi accorgerete per la prima e autentica volta che Istanbul vi mancherà davvero. Vi mancherà lo scorrere delle giornate all'insegna del vagabondaggio intrepido. Di tutto quel concentrato di lingue e credo capace di farvi sentire fuori luogo in ogni situazione. Del senso di protezione dato dalla sua anima antica. Vi resterà il disagio di non essere riusciti a vedere un narghilè da locale, ma uno che sia uno. Ma niente paura, prossimo giro: emisfero europeo. E lì sarà tutta un'altra storia. Arrivederci Istanbul!

testo Brian Freschi
immagine RUPE

Marocco

 
Mi sono reso conto di cosa significhi essere in Marocco soltanto una volta sceso da un taxi in piazza Jemaa el Fna. Questa è Africa, ho pensato, o almeno rappresenta proprio l’idea che mi ero fatto di lei.
Undici di sera e Jemaa el Fna è un viavai di persone con immancabile musichetta arabeggiante di sottofondo. Ecco il tarlo dello stereotipo che s’impadronisce dei miei pensieri, mentre l’odore di pecora alla griglia s’impadronisce del mio stomaco. La gente brulica tra i banchi del mercato come se fosse pieno giorno. C’è sempre qualcuno che t’invita a sedere per mangiare un piatto preparato sul momento o bere un thè alla menta. E c’è chi cerca di venderti qualunque cosa a qualunque prezzo. All’instancabile mercanteggiare marocchino, però, di sera si aggiungono anche le attività d’intrattenimento. Le persone s’affollano in cerchio intorno a gruppi di suonatori e virtuosi del canto corale. In pochi metri si passa da una specie di cantastorie tradizionale a balletti sul ritmo frenetico dei tamburelli. Da un lato ballano uomini travestiti da odalische, dall’altro un tizio con un gallo sulla testa. Un po’ più in là, un ragazzo in sedia a rotelle si getta a terra e inizia ad agitarsi con un movimento a metà strada tra la breakdance e le convulsioni di un epilettico. C’è qualcosa di grottesco negli applausi del pubblico.
Non c’è soltanto chi suona e chi balla. C’è anche chi si dedica a giochi di prestigio, chi tiene lezioni di medicina usando un modellino di “Alla scoperta del corpo umano”, chi vende lampade a olio e chi brodo di lumache, vecchiette che leggono le carte (napoletane) e ragazze che fanno tatuaggi all’henné sulle mani dei passanti. Poi ci sono gli incontri di pugilato da strada e molti spettatori pronti ad applaudire il pugile elegante. C’è il minigolf e un altro gioco che consiste nel tirare monetine su una tabella di caselle numerate, una specie di roulette spartana. Ma il gioco che m’incuriosisce di più è quello della pesca miracolosa, noto anche come “gioco delle bibite”. I partecipanti devono usare una canna con un anello di plastica al posto dell’amo per arpionare le bottiglie esposte al centro del cerchio. Chi riesce a portare a sé una bibita senza farla cadere può tenersela. Non ha limiti la concorrenza tra chi cerca di attirare, incuriosire e divertire il pubblico. Niente scimmie ammaestrate e serpenti incantati dal flautino, quelli si vedono solo di giorno. Passeggio tra i capannelli sforzandomi di sfuggire agli stereotipi sull’Africa. E invece ecco che tocca subire quelli sugli italiani.
Approccio tipico di un marocchino. “Ehi, español? Français?” “No, italiano.” “Aaah…lasciatemi cantare…”. E così inizia il tormentone del mio viaggio in Marocco. Di volta in volta, città per città, incontri qualcuno che come prima cosa ricollega l’Italia a Toto Cotugno e alla sua canzone più nota.
Il primo episodio è stato un tira e molla andato avanti fin troppo a lungo. Un tizio malconcio insiste perché gliela canti. Non ne ho alcuna intenzione. Dopo un po’, lo convinco a farsi bastare Tammurriata Nera.
Qualche giorno dopo, a Meknes, quasi la stessa scena. “Non ti piace Toto Cotugno? Perché?” “Lui mi piace, soprattutto il suo taglio di capelli. È la canzone che non mi piace.” Ma il dialogo migliore al riguardo mi attende la sera seguente. Un vecchietto barcollante ci sente parlare e ci ferma. “Italiani…”, appoggia i polpastrelli alla fronte come se stesse riflettendo profondamente. Cerca di ricordare qualcosa, qualcosa d’importante che deve dirci. L’illuminazione affiora sul suo volto. “…con la ghitarra in mano.” Se ne va via senza aggiungere altro, sempre barcollando.
Tornando al discorso sugli stereotipi, il punto è che forse non mi aspettavo un Marocco così africano. L’amico Marco dice che noi siamo stati rovinati dalle norme igieniche. Nella Comunità Europea una piazza come Jemaa el Fna non sarebbe tollerata. Sembra di essere in un altro mondo, ma anche in un altro tempo.
E, a proposito del tempo, ecco che arriviamo al più grande problema del Marocco. Durante una passeggiata nella medina di Meknes, Abdul ci dice che qui il tempo è rallentato rispetto all’esterno. Sostiene che il motivo sia lo spessore delle mura e ciò rende il discorso ancora più curioso. Le mura non fanno passare la luce del sole, quindi non si percepisce esattamente il trascorrere delle ore. Il tempo avanza normalmente nella Ville Nouvelle, anzi, corre, sembra aver fretta di recuperare quei fantomatici secoli di arretratezza rispetto ai paesi moderni ed evoluti. Non nella medina, invece. Lì tutto dà l’idea di appartenere al passato. Nel souk delle spezie si vendono le spezie, nella piazzetta delle stoffe si vendono stoffe e nella via dei ramaioli si batte il rame.
Non ci sono lavanderie che sono dei bar e ristoranti che si chiamano officine. Non si rischia di andare a un concerto in un’ex-acciaieria. La musica si sente di merda? Eh, ma scusa, questa è un’ex acciaieria rivalutata. Rivalutatela facendo acciaio allora, non con concerti inascoltabili.
Ma torniamo al problema del tempo in Marocco. Sembra che appartenga al passato non solo nella medina, ma anche nelle zone rurali. Basta pensare alle donne che ancora lavano i panni al fiume oppure a luoghi come Ait Ben Haddou, uno ksar, fortezza lungo le piste carovaniere interamente costruita con paglia e fango. Da più di mille anni subisce rimaneggiamenti periodici proprio a causa dei materiali usati.
Basta che piova per qualche giorno di fila e le costruzioni cominciano a sgretolarsi.
    
Quando ho visitato la fortezza, si stava allestendo un set cinematografico. Già, perché Ait Ben Haddou viene spesso scelta come location per film di ambientazione storica, a tema arabeggiante o desertico a seconda dei casi. Sono passati da queste parti non solo Cleopatra e Lawrence d’Arabia, ma anche Indiana Jones, Alexander e il Gladiatore.
Questa volta, però, non si tratta certo di un kolossal. Lo capisco dal discorso di una ragazza romana che lavora sul set. Si sta lamentando dei tagli al personale operati all’ultimo momento dal produttore. “Hanno detto a sessanta persone di tornarsene a casa. Allora sai che ti dico? Sto’ film, anziché “Tutankamon”, lo dovevano intitolare “Vaffanculo!””
Stereotipi sugli italiani. Prendo spunto per immaginare altri titoli adatti a questa location e, girovagando, perdo il senso del tempo. Arrivo in ritardo al punto d’incontro con l’autista del bus che ci ha portati lì.
È come se, in Marocco, certi luoghi combattessero il tempo, la medina tenendolo fuori dalle mura, il deserto confondendolo, disorientandolo. Questo l’ho scoperto qualche giorno dopo. Il Sahara non dà punti di riferimento temporali. C’è solo il movimento del sole, proprio quello che non arriva nella medina. Però anche nel deserto è difficile da cogliere. Si è mosso il sole oppure mi sono mosso io? Forse è stata la duna a muoversi. In modo diverso, in Marocco ho vissuto molte situazioni che sembrano contrastare lo scorrere del tempo, o comunque la sua percezione.
A volte corre, a volte sembra fermo, altre volte è del tutto incomprensibile. Soprattutto, ho avuto spesso la sensazione che il tempo abbia scarsa importanza. Gli si dà peso fino a un certo punto.
Ed ecco la questione dell’orario. Cado di nuovo nello stereotipo, quello sul fatto che nei paesi caldi si vive con calma, senza stress, e se un treno è in ritardo chi se ne frega. No, in Marocco il problema è tutt’altro. Ci si sveglia una mattina e il telefono non segna l’ora giusta. È un’ora indietro. Che si sia passati all’ora legale? Non si direbbe. Il bus delle tre e un quarto è partito alle tre e un quarto, anche se il telefono segna le due e un quarto. L’orologio della stazione e anche quello del bar sono ancora avanti di un’ora. Magari l’autista del bus e tutti quanti i passeggeri hanno scordato di cambiare l’ora.
Lasciamo l’auto noleggiata nel posteggio dell’aeroporto: il ticket segna le nove di sera, l’orologio dell’aeroporto segna le dieci. Mentre mangiamo a uno dei banchi in piazza Jemaa El Fna, chiacchieriamo con Khaled. Il suo orologio segna le undici, quello del tizio seduto vicino a lui mezzanotte. Khaled afferma che il suo orologio è una patacca, ma non è questo il punto. La sera prima di ripartire per l’Italia, chiedo a quelli del riad di prenotare un taxi per il mattino seguente alle sette. Quando scendo, il receptionist mi guarda stralunato. “Ma sono le cinque!” “No, sono le sette.” Lui guarda il suo telefono, poi l’orologio alla parete. “È vero. Sono le sette.” Fa spallucce e si mette a ridere. Questo è il punto. Il tempo in Marocco è confuso, difficile da percepire. A volte corre, a volte è fermo. Ma chi se ne frega. L’importante è non perdere l’aereo.

testo: Fabrizio Di Fiore
immagine: RUPE

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