LETTURATORE

la casa in campagna
 
 
Sono andato a controllare in che stato è la casa. Fra due mesi arrivano i tedeschi e dovrà essere tutto in ordine.
I tedeschi. Pretendono le cose fatte a modino, quelli, deve essere tutto come dicono loro.
L’anno scorso quel crucco della malora non mi ha voluto pagare le spese extra perché non era stato avvisato in anticipo che la casa era sprovvista di televisore via cavo.
Perciò vengo qui, riapro la valvola dell’acqua, lascio scorrere i rubinetti, spazzo e spolvero, controllo se l’inverno ha guastato qualcosa. 
  
Quando arriverà la bella stagione strapperò le ortiche, falcerò il prato, riempirò la vasca, ci butterò dentro qualche pesce variopinto, che con i tedeschi funziona sempre.
Di solito è difficile che arrivino a ottobre. I pesci sono buoni solo per essere guardati. Alcune famiglie se ne infischiano, altre danno loro troppo mangime e tirano le cuoia. In un modo o nell’altro crepano, entro la fine dell’estate.
Preferisco di gran lunga comprarne di nuovi ogni anno, piuttosto che salire tutti i giorni per dar loro da mangiare, mentre i tedeschi fanno grigliate col nostro barbecue, prendono il sole nel nostro giardino o scopano nel nostro letto.

 
Sono entrato. Un odore familiare e pungente mi si è fatto incontro. Ho aperto tutte le finestre. Girellando un po’ per le stanze, mi sono accorto che dovrò sistemare una chiazza d’umido che si è formata nello sgabuzzino e sostituire la maniglia di una porta del salotto.
In cucina ho trovato delle merde di topo. Provvederò anche a questo, ma non è un dramma. Fa più rustico.
Quando ho girato le manopole, i rubinetti hanno sputato un liquido marroncino, poi l’acqua si è fatta fresca e limpidissima. Ho messo sui fornelli la teiera.
Questo posto me l’ha lasciato mia madre diversi anni fa. A te è piaciuto da subito. Da molto prima che esistessero i tedeschi.
Ci saremmo dovuti invecchiare, qui dentro. Il classico delirio bucolico che coglie le coppie di città a un certo punto della loro esistenza. Si stancano degli autobus stracolmi e pensano che la soluzione stia tutta nell’improvvisarsi contadini.
Ho perfino pensato di trasferirmi da solo, in seguito. Semplicemente, è mancato il coraggio.
Adesso cerco di starne alla larga, per quanto possibile, rimango giusto il tempo che serve.
Certe volte prima di addormentarmi penso alla casa. Immagino le stanze al buio, lo scricchiolare del mobilio, un’imposta che sbatte. La consapevolezza che sia qui, anche quando non la abita nessuno, mi mette i brividi.
I rubinetti di bagno, sgabuzzino e cucina hanno cominciato a sussurrare in coro i loro lamenti fradici. Anche la teiera ha emesso il suo fischio alto, severo.
Sono scattato in piedi e ho infilato la porta, senza curarmi di chiudere l’acqua, spegnere il fuoco, serrare le finestre.
Questa non è più la nostra casa, ormai, e men che meno lo sarà dei tedeschi. Questa casa non è più di nessuno. Se la mangi il vento.

 

testo: Martin Hofer
fotografie: Giulia Mangione 


Tornare

Metti che laggiù non ci sia il mare
metti che quei palazzi siano così alti da macchiare il cielo
metti che le strade siano rumorose, gli autobus affollati
metti che l’inverno sia troppo rigido, 
le estati soffocanti
metti che il vento soffi nei colletti,
che la nebbia faccia spavento




Metti che la casa sia fuori mano
metti che il letto cigoli
che le lenzuola siano ruvide
metti che non ti abituerai mai ai condomini,
agli ubriachi che gridano per strada
ai topi e agli arrotini del sabato mattina


 


Metti che i soldi non ti bastino
metti che la gola ti si arrossi
che non ci sia nessuno la fuori a prendersi cura di te
metti che le persone non capiscano il tuo umorismo
metti che la birra sia annacquata
metti te in una stanza e una bolletta in attesa sul comodino




Metti che nulla sia come ti eri immaginata
metti che i giorni diventino tasselli grigi e scivolosi
metti che ogni cosa che stringi sia in affitto, o di passaggio

Metti che ti venga voglia di me

Potresti anche tornare a casa
un giorno di questi



testo: Martin Hofer
fotografie: Giulia Mangione
  
La lunga notte della cause perse
 
Il mio vantaggio sulla specie umana, che è poi un vantaggio antico, naturale, è nell’aspetto, nell’altezza, nell’inespressività: gli italiani vivono di smorfie e se gli togli il gesticolio si mettono sulla difensiva. La selezione naturale ha voluto che il mio viso comunicasse poco, e che le mie mani sapessero stare a bada, a pugno, pronte a colpire. Uno dei miei passatempi preferiti è la Stazione, dove più che altrove la spensieratezza si trasforma in paura, quando un passante si accorge che lo sto fissando.
 

Per vivere, in parte, giro di notte, per strada, quando e dove la gente ha più paura, o è di fretta, o in ombra, o ubriaca. In particolare nelle piazze, durante un concerto, quando i perditempo sono già al terzo giro e i loro riflessi sono più lenti, e il loro sguardo più vacuo, e la loro anima ormai immolata al consumismo e corrotta dalla mondanità – è in quel momento che faccio la spesa: portafogli, cellulari, borse, computer, giacche. Non si accorgono nemmeno di me, o forse non hanno il coraggio di dire qualcosa.
 

Non lo faccio per soldi. I soldi non mi interessano, non voglio possederne, mi fanno schifo. Ma dei soldi ho bisogno per mia figlia, per la sua salute e per la sua felicità, che è l’unica cosa che mi sta a cuore. Al contempo, se non ci fosse lei, non credo che farei una vita diversa. L’anima, probabilmente, sono stato il primo a perderla. Avrei dovuto portare mia figlia in campagna e non ne ho avuto il coraggio. L’ho costretta al cemento e al cemento ho costretto me stesso. L’anima, probabilmente, l’ho persa prima di chi nel cemento vive bene. Perché se mi guardo in una vetrina io non vedo più niente.


 

Ma per vivere i furti non bastano. Servono i sassi. Li raccolgo durante il giorno, del peso giusto, acuminati, e ci riempio lo zaino. Poi, dopo aver trascorso la notte nel cemento, quando l’alba è conclusa e la strada gremita di studenti, da una parte, e di forze dell’ordine, dall’altra, e quando il tutto si potrebbe svolgere pacificamente, è allora che divento l’emissario di chi il cemento lo governa, ed è allora che scaglio i miei sassi e assisto alla miseria delle rivolte impossibili.


Cure domestiche



Se sono qui a raccontarti questa storia è perché in qualche modo sono sopravvissuta.

Il 16 maggio, era sabato, dovevano essere più o meno le nove di sera quando si formò la crepa che distrusse questa casa e i suoi abitanti.

Il ragazzo era stanco dei continui rimproveri, degli obblighi incomprensibili e di tutte quelle prove di forza a cui il Padre lo sottoponeva di continuo. Disprezzava i suoi modi duri ma anche l’umiltà rassegnata della madre, proprio lei che gli aveva dato la vita ora gli voltava le spalle!

Così iniziò quel dolore, l’ho sentito sorgere nel centro geometrico della casa e affondare le sue radici nel pavimento, nel suolo, nelle piccole incomprensioni e nelle grandi ingiustizie di ogni giorno.

Se solo avessi compreso prima, allora molto prima avrei investito le mie energie per impedire quei fatti. Ma siccome non l’avevo compreso, continuai a non fare nulla, con la stessa indifferenza con cui gli alberi generano l’ombra.

Ora però voglio ricordare, perché la vecchiaia mescola i fatti della vita e io invece voglio ricordarli nei minimi dettagli.





E dunque quella sera non prometteva nulla di buono. Il Padre era stanco e quando era stanco a quel modo si toglieva sempre la cintura, per avere l’ultima parola senza usare le parole.   Era già nell’aria, lo si capiva da come stavano zitti, fissando ciascuno il fondo del proprio piatto. E anche perché la madre si era alzata per sistemare la cucina, dando così le spalle ai due uomini e lasciandoli lì a contendersi tutto quel silenzio. Chi avrebbe parlato per primo? Chi avrebbe acceso la miccia?

Avevano appena finito di cenare quando il ragazzo alzò gli occhi dalla tavola, chiedendo al Padre il permesso di uscire.

- Con Piero…

- Piero..

- L’amico di scuola.

- Vai in cucina ad aiutare tua madre.

- Ma è una cosa da femmina!

Secondi. Minuti. Il silenzio aveva riempito la stanza, forse la Casa intera, ne ero invasa. Un’attesa bruciante che fece sentire il ragazzo assolutamente invisibile e allo stesso tempo completamente esposto. Poi altro silenzio sancì il verdetto.

 

Fu allora che il ragazzo ebbe uno scatto e reagì con rabbia a quel malinteso che si riciclava a ogni occasione. Uscì di scena sbattendo con forza la porta e voltandosi solo all’ultimo secondo, per non mostrare gli occhi gonfi: “ Tu non mi puoi giudicare!”

Pensavo che il Padre avrebbe dato un pugno contro il muro, facendomi dolere per giorni. Invece non si mosse, corrugò un po’ la fronte, rivelando i suoi pensieri e un osso occipitale particolarmente sviluppato: “Neanche tu. Non sei all’altezza di Dio.”

Un attimo fa ricordavo quella che ero quella notte e la mia indifferenza. Ma ora voglio continuare a raccontare questa storia per dovermi occupare concretamente di questa famiglia.

Il ragazzo si chiuse in camera, lasciando il suo rancore a macerare per tutta la notte. L’ho sentito ruggire chiuso nella sua stanza.

Anche i muri hanno orecchie, si sa, e le mie sono sempre state ben tese anche se, devo ammetterlo, oggi non sono più quelle di una volta e le mie vene blu serpeggiano in superficie, come quelle di una mano poco nobile. 
 

Così, chiuso in una corazza d’odio come un guerriero medioevale, il ragazzo perse la capacità di pensare lucidamente.

Per ore lo sentii armeggiare in cantina e tagliare e unire e collegare e ridere e soffrire.

Il suo rancore aveva occupato tutta la casa e l’indomani il Padre ebbe solo il tempo di sollevare l’interruttore -  CLICK  - e poi il boato, il fragore dei vetri e di centinaia di errori che si infrangono sul pavimento. Il passato e il futuro saltarono per aria, lasciandomi al buio come in un finale.








testo: LISA BIGGI

immagini:IRIS VIOLA


Il campione

Mentre Anja o Åsa o Aima mi prende il cazzo in mano, il ciccione in tenuta da caccia afferra la lepre per la zampa e la tira via dalla pista. Le budella si allungano come gomma da masticare.


La solleva dal fango e la lancia tra i rovi.
Anja o Åsa o Aima gioca col piercing sul glande. Se avessi saputo che il giro di scommesse a Norrköping era frequentato da certe cagne, avrei sfidato Eskil Berggren molto prima.
In Svezia ci divertiamo così. L’ultima moda è lo Slå Haren.
Che gara ragazzi! I ritocchi ai cilindri e il cambio gomme si sono rivelati indispensabili. L’unica cosa che non ho fatto in tempo a sistemare è stato lo stereo – senza musica non riesco nemmeno a cagare – ma ho risolto rimediando un Boombox Toshiba con una compilation dei Boney M, altro che la merda d’oggi.


La folla s’era raccolta intorno alla pista recintata e tra la calca Anja o Åsa o Aima era tutta un fremito mentre i fari del pick-up di Berggren mi accecavano puntando quelli della mia Doris.
Quando il ciccione in tenuta da caccia ha finito di raccogliere i soldi degli scommettitori e ha aperto la gabbia al centro della pista, la lepre è schizzata tra i pick-up come un fulmine d’argento, allora ho staccato la frizione e Doris è partita sputando fango da sotto le Michelin 4X4 inzaccherando i bifolchi alle mie spalle. La lepre saltava da una parte all’altra e appena s’avvicinava troppo al recinto, due sfigati in salopette la ributtavano al centro con un bastone. Berggren l’ha centrata per primo, ma di traverso, da principiante quale non è. La lepre ha fatto una piroetta, è atterrata sulle zampe e ha ripreso a saltare sciancata, gli occhietti rossi e le orecchie appiattite all’indietro.
Il trucco è investirla al volo quando lo slancio del salto non si è esaurito, altrimenti rischi di prenderla di striscio oppure di passarle sopra per poi vederla sbucare da dietro il pick-up miracolosamente illesa. Perciò ho dosato l’acceleratore studiando i salti della lepre e quando ho realizzato che mancava poco più di un metro all’impatto, sono andato a tavoletta.


Schianto secco, spina dorsale in frantumi sulla griglia del paraurti, budella sparse sul fango e il nuovo campione di Slå Haren ora festeggia con uno dei migliori pompini della sua vita.
“Com’è grosso” miagola Anja o Åsa o Aima con la bocca impastata di saliva. Da come me lo mordicchia sembra che le piaccia il dito che le ho infilato nella fica.
Lo so piccola, pensa a succhiare.
“È davvero un peccato che papà non sappia perdere.”
La sua bocca si chiude come una tagliola.
Salto sul sedile, le do una ginocchiata in faccia e grido come un maiale mentre il sangue schizza imbrattandomi i jeans e gli stivali da cowboy bianchi.
Le sue labbra sono rosse. Anche i suoi denti sono rossi. Il mio cazzo è finito sotto il pedale del freno. Allungo una gamba per cercare di avvicinarlo con la punta dello stivale, ma mi stiro la coscia e lui rotola più in fondo lasciando una scia viscida sul tappetino di Doris.
La figlia di Eskil Berggren si pulisce la bocca col dorso della mano, s’aggiusta la gonna e smonta dal pick-up sbattendo lo sportello. Le grido di tornare indietro, e quando mi volto verso il finestrino vedo il faccione di Berggren con la follia negli occhi e un sorriso depravato. Bussa sul vetro e mi fa ciao con la mano, poi schiocca un bacio e dando una pacca sul culo della figlia si allontana verso il suo pick-up parcheggiato sul ciglio della strada.


Apro lo sportello. L’aria fresca del mattino mi smuove i capelli ossigenati.
“Hai perso stronzo!” grido tra le lacrime che cadono sui jeans imbrattati. “L’ho uccisa io la lepre!”
Sono io il campione!
Do una gomitata al Boombox Toshiba incastrato tra i sedili e Daddy Cool mi esplode nel cervello.
testo di L.Filippo Santaniello
immagini di Giulia Mangione


Flugt



«Complimenti: è un camper.»

Si sveglia di soprassalto. Boccheggia senza fiato. Poi, in un sibilo, con la bocca attaccata al cuscino, si dice: «Un camper». Sua moglie è stesa accanto a lui, dandogli le spalle; il naso tondo, grosso e lucido, è puntato verso la finestra; a bocca spalancata emette un respiro pesante, graffiato da una lieve strozzatura all'altezza della laringe. Rintronato, solleva il busto e si appoggia coi gomiti sul materasso. Avverte una vaga sensazione di vertigine – un capogiro leggero; quasi piacevole. Nel buio denso della camera vede ronzare davanti a sé le fastidiose scintille elettriche da sbalzo di pressione, che scompaiono poco a poco sfrecciando verso l'esterno delle orbite oculari, non appena il respiro prende a tornare regolare.

 Il sogno è rimasto impresso. Si concentra: prova a far riapparire alcuni particolari. Cerca di ritornare alle azioni svolte durante il sogno – qualcosa di assolutamente inusuale ma molto piacevole, considerata la strana adrenalina che continua a sentirsi addosso. Si impegna nel ripescare ogni suono, odore, impressione tattile; socchiude gli occhi, lascia andare la testa all'indietro: è di nuovo dentro.

Nel sogno guida a velocità folle un veicolo gigantesco. Gli sembra di sfrecciare sospeso a cinque o sei metri dal suolo, chiuso in una specie di missile dalle dimensioni di un container. Vede la scena da fuori: si tratta in effetti di un camper bianco e marrone, un parallelepipedo squadrato brutalmente, con delle parti di metallo arrugginito e altre di legno marcio e scricchiolante. Il camper, osservato dall'alto, alza e lascia dietro di sé imponenti montagne di polvere e terra bruciata, e taglia a metà uno scarno paesaggio rosso e ocra, piatto, puntellato di piccolissime pozze d'acqua scura e gruppi di sassi ammucchiati, ammassi radi di rocce friabili; questo strano deserto è infine sovrastato da un cielo blu intenso, luminoso e al tempo stesso opaco – un cielo vivido, cangiante, sospeso tra quello di un primo mattino e uno da pomeriggio inoltrato, prossimo al tramonto.
Alla guida del camper stringe un volante di gomma dura e liscia – della stessa temperatura delle sue mani – e lo fa scivolare ritmicamente prima verso destra e poi verso sinistra; nello stomaco avverte una piacevole sensazione di vuoto, che sale e scende in continuazione, dallo stomaco alla gola e dalla gola allo stomaco. Maneggiando il volante non smette un attimo di ridere.




«Un camper», ripete bisbigliando. Sua moglie comincia a russare in maniera fastidiosa. Troppo. Riapre gli occhi. Se ne va in cucina, senza accendere le luci. Tiene le braccia tese avanti a sé e trascina i piedi senza staccarli dal pavimento.
In cucina il buio è meno denso. Gli scuri sono abbassati per metà. Dal vetro della porta che dà sul piccolo giardino si intravede l'alta siepe che fa da recinto alla casa, illumiata da una tenue luce argentata, notturna. Mai guidato un camper, pensa. Va verso il frigorifero e tira a sé la maniglia di metallo cromato. Una luce giallognola lo inonda all'istante, e lui stringe gli occhi, voltandosi istintivamente di lato. Con la testa girata, allunga un braccio e tasta una fila di cartoni e bottiglie. Prende un cartone. Quello del latte. Richiude il frigo e apre una piccola fessura tra le palpebre. Si dirige verso il tavolo, tira a sé una piccola sedia di legno impagliata e ci si siede. Comincia a bere il latte dal cartone. «Un camper», dice a bassa voce. Ha lasciato aperte le porte e dalla camera da letto riesce ad arrivare il respiro strozzato di sua moglie che sembra il rombo di una motosega.

Posa il latte e sbatte di peso entrambi i palmi sul tavolo. La fede della mano destra, colpendo la superficie di fòrmica, tintinna per un istante, insieme a un suono più grave e sordo, ma della stessa breve durata. Prova a guardarsi le mani. Riesce a vedersele, nonostante il buio. Che brutte mani, pensa. La forma gli pare strana, e persino inquietante – tutt'altro che mani di un essere umano. Gli sembrano due leoni marini spiaggiati; scomposti, agonizzanti, girati sul dorso; uno dei due strozzato da un sottile collare di ferro.




* * *

Lasse Kristoffersen è nato a Odense, nel 1961. Il ventuno dicembre, alle sei del mattino. Quattro chili e mezzo. Suo padre il giorno del parto non c'era: faceva l'operaio edile ed era stato chiamato tre giorni prima a Copenhagen, per la costruzione del nuovo edifico della Danske Bank. Lasse era il secondo figlio. Il primo, che portava il suo stesso nome, era morto due anni prima, all'età di quattro, a causa di una meningite fulminante. Lasse si è ritrovato figlio unico, con due genitori severi e scostanti, in un povero sobborgo di Odense. Lasse, in pratica, è cresciuto da solo. I suoi genitori erano due tipi strani. Con loro gli capitava di sentire storie inadatte a un bambino, di avere dialoghi incomprensibili, o semplicemente surreali. Sua madre era di origini tedesche e l'unico racconto che gli concedeva era quello dell'infanzia e dell'adolescenza trascorse a Oksbøl, nello Jutland sud-occidentale, dove nel 1945, cioè dopo la seconda guerra mondiale, venne messo su un campo – più di un campo, quasi una vera e propria cittadina – per i rifugiati tedeschi minacciati dall'arrivo dell'Armata Rossa; col padre, invece, l'unico argomento era il fratellino morto: voleva farne un pilota di formula 1, diceva, ma anche un medico, o un architetto, o il sindaco di Copenhagen. A Lasse non rimaneva che ascoltare, e fantasticare per conto suo.

Abbandonata la scuola e i genitori, Lasse le ha provate tutte: facchino d'albergo e facchino alle ferrovie; poi, presa la patente di guida, traslocatore e camionista. Guidare era forse la cosa che gli riusciva meglio, ma, come dire: troppo irrequieto, troppo svagato per starsene tranquillo e mantenere un mestiere. Lasciava o perdeva un lavoro dopo l'altro. Cameriere, commesso, venditore ambulante; poi di nuovo facchino ai mercati ortofrutticoli; ma il giorno dopo, apprendista manovale, apprendista meccanico e apprendista cuoco. Anche boscaiolo. Lasse è riuscito a sopravvivere passando di mese in mese da un lavoro all'altro, girando, dai vent'anni in poi, la Danimarca, penisola e isole, in lungo e in largo: dalla Fionia allo Jutland, dallo Jutland alla Selandia, dalla Selandia di nuovo allo Jutland, e poi ancora in Lalandia. Paesi, città, coste, pianure.

Nel tempo, ha messo da parte poco o nulla – circa settemila corone in più di quindici anni – e quel poco lo ha perso affidando la piccola somma a un suo conoscente che si diceva esperto di finanza, borsa, mercati azionari: addio risparmi. Si è ritrovato all'età di trentasei anni senza nulla in tasca. Il necessario per non ritrovarsi a vivere da vagabondo. Ha superato i quarant'anni senza nulla di concreto in mano. E da solo. Senza una donna, né un amico. Per un mese, nel 2001, ha vissuto persino in una specie di casale appena fuori Odense – una comune in cui dormivano e mangiavano intere comitive di hippie, ma di quelli tardivi, giovani e non più giovani, perennemente sotto effetto di droghe –; ha trovato, al solito, i suoi brevi lavoretti, fino a che, nel marzo 2002, di ritorno nella sua Odense, Lasse incontra finalmente una donna con cui stare: Mette Søndergaard.
Mette, al tempo, era cameriera del Den Gamle Kro – un vecchio e famoso ristorante del centro di Odense, di quelli che da fuori sembrano antiche locande medievali fatte di pietra bianca e legno nero.
Lasse era un omone ormai stanco, ma ancora piacente; Mette, invece, una giovane donna delusa da una serie di rapporti sbagliati, che l'avevano lasciata esangue. Si sono sposati dopo tre anni di fidanzamento. Dopo altri cinque, passati a lavorare entrambi come camerieri al Den Gamle Kro, sono riusciti a mettere da parte un bel gruzzolo per comprare una casa.
Hanno deciso di cambiare città. Lasse ha convinto Mette ad andersene sulla penisola, avendo come meta Oksbøl – la città d'origine della madre di Lasse. Lì hanno comprato una casa abbastanza grande e a un prezzo ben più che conveniente – una di quelle casette che di solito si dicono incantevoli, con tanto di giardino – in un una zona tranquilla e popolata da gente rispettabile. 

Da subito si sono messi a cercare lavoro come camerieri e per un paio d'anni hanno passato in rassegna tutti i ristoranti della regione. Finché Lasse, nel pieno – così diceva – della sua maturità, nel momento che egli stesso ha giudicato come il più sereno e propizio della sua intera vita, ha deciso di mettersi in proprio e aprire un suo ristorante – suo e di Mette, ovviamente. Un fish & chips sulla spiaggia di Blaavand, affacciato sul Mare del Nord: il Mette og Lasse.

Quello è stato un periodo felice per Lasse. Ogni giorno, durante la stagione estiva, se ne stava al sole, durante le brevi pause, a guardre la sua Mette correre fra i tavoli. Ne guardava i lineamenti delicati, i capelli neri e lisci mossi della brezza incessante; gli occhi blu, blu profondo e distante, e si diceva, e diceva a tutti, nel più banale dei modi – come anch'io ho detto poco fa – che era sul serio, e semplicemente, un periodo felice.

* * *


«La balena bianca che solca il Mare del Nord.»

In macchina, parcheggiato davanti alla filiale della Danske Bank di Oksbøl, conta compulsivamente le 9.700 corone prelevate dal suo conto appena rimasto a secco. Dopo il decimo conteggio – l'ultimo – Lasse infila la dozzina di mazzette di banconote in un sacchetto di carta, e lo sistema in fondo al vano portaoggetti. Poi, dopo un paio di singhiozzi, riesce ad avviare il motore della sua Citroen AX del 1995, verde smeraldo, puntellata di incrostazioni calcaree, e se ne va in direzione sud-ovest, verso Kjelst, ad appena un quarto d'ora d'auto.

Tornato a casa, dice a sua moglie di aver concluso un affare. La moglie, preoccupata – un'espressione di preludio a un indefinito terrore le si forma immediatamente alla parola “affare”, e il naso tondo e grosso diventa simile a una brutta mela raggrinzita – chiede di che cosa si tratti. E Lasse, fingendo un'assurda tranquillità, candidamente risponde: «Un camper: ho comprato un camper.»
Brigit Jacobsen gira per la casa sgambettando, goffa, urlando parole senza senso, frasi sconnesse. Si mette le mani tra i capelli, poi le porta immediatamente al petto e infine le alza sopra la testa, scuotendole con forza, a pugni stretti. Lasse la guarda in piedi, immobile, dal piccolo ingresso, accanto all'attaccapanni. Delle incomprensibili parole urlate da sua moglie, l'unica che riesce a capire, ad ascoltare in maniera distinta, è «vivere». Non si potrà più vivere? Come riusciremo a vivere? Con te è impossibile vivere? Lasse occhiude gli occhi e pensa a dove poter racimolare qualche altra corona.

L'indomani, Lasse si sveglia molto presto per tornare a Kjelst e ritirare il suo camper.
È un Fleetwod Bounder del 1986, modello base. Appena trentamila chilometri. Usato un solo anno. La mobilia interna originale è stata sostituita da pannelli di compensato. C'è un lavabo in acciaio senza vani sottostanti, un divanoletto imbottito di gommapiuma e un fornello a gas.
Fuori è bianco e con molte scrostature sparse su tutta la superficie. È un gigantesco blocco rettangolare, che va a tagliarsi di quaranticinque gradi all'altezza del muso. Su entrambe le fiancate, per tutti i suoi nove metri e mezzo di lunghezza, una striscia rossa continua, con la scritta Kongeriget Danmark ripetuta dal vano posteriore fino al muso.
Alle sette in punto, Lasse esce di casa. Sua moglie dorme. Se ne va a piedi verso la stazione degli autobus.
Sovrappensiero, percorre il tragitto più lungo: invece di andar dritto, come dovrebbe, si sposta di qualche isolato verso est. Cammina a testa bassa, tenendo le mani in tasca. Percorso un centinaio di metri, d'istinto, Lasse alza gli occhi. Si ritrova davanti la casa del Dottor Friis. Friis il neurochirurgo. Si ferma di colpo. Aggrotta la fronte, apre la bocca e per un attimo gli sembra di perdere l'equilibrio; apre le braccia e si pianta immobile, al centro della strada, a gambe divaricate. Strizza gli occhi. Si passa una mano tra i capelli. Accostata al marciapiede, davanti alla casa del Dottor Friis, c'è la sua Lotus Elan del 1971: lucida, bassa sportiva, affusolata, il blu distante della carrozzeria che da sempre ipnotizza Lasse mandandolo in una dimensione ultraleggera di vento e libertà e di luminosità che sfreccia veloce e... scuote la testa. Sbarra gli occhi. Dice: «Tornati.» Quando c'è la Lotus Elan significa che il Dottor Friis e sua moglie Mette sono tornati a Oksbøl.

Il Fleetwood Bounder bianco e scrostato ha un motore ancora in buone condizioni. Sul breve tratto di strada statale sfila senza fatica ai centoventi orari, producendo appena qualche scricchiolio interno.

Tornato a Oksbøl, Lasse guida lento per la città, distratto dal pensiero di Mette. Non la vede da un anno. Forse un anno e un paio di mesi. Mette e suo marito, il Dottor Friis, tornano a Oksbøl ogni anno da Copenhagen. Ogni volta vede prima la Lotus parcheggiata; poi il Dottor Friis; infine Mette. Ogni volta, dopo che se ne sono andati, Lasse cade in uno stato di profonda apatia e tristezza. Ma nasconde tutto talmente bene che è difficile, per chi gli sta accanto, parlare di depressione, di nostalgia. Mentre pensa a quale possa essere la differenza fra depressione, malinconia, nostalgia e semplice tristezza, Lasse imbocca la strada di casa del Dottor Friis, dove a circa cinquanta metri è ancora parcheggiata la Lotus Elan.
Guarda nello specchietto retrovisore. Non c'è nessuno. Sono le nove del mattino e l'isolato è perfettamente silenzioso. Una signora, nel giardino della propria abitazione, poco distante, sulla sinistra, è intenta a strappar via delle erbacce. Lasse ha lo sguardo fisso avanti a sé. Innesca la retromarcia e dà gas per una ventina di metri. Si ferma. Ma riparte subito innescando prima e seconda, affondando il piede sull'acceleratore: il motore romba e sale di giri, il suono tende a diventare sempre più stridente, ma non ha il tempo di arrivare all'acuto – lo scontro frontale, un frastuono di lamiera e legno e vetri, secco, il rumore di un'esplosione senza eco. La signora, nel suo giardino, salta sul posto, si porta le mani alle orecchie, indietreggia, barcollando, e poi cade all'indietro, sull'erba, a bocca aperta e occhi sbarrati.

* * *

Mette ha reso Lasse un uomo più tranquillo. Ma Lasse, della tranquillità, non ha mai saputo che farsene. Anche se è sempre andato dicendo che alla solita vita d'inferno avrebbe preferito la vita serena che fanno tutti. Si vedeva e si credeva un povero diavolo tormentato, Lasse. Diverso dagli altri. Così, con Mette, l'idillio non è durato molto.
Il Mette og Lasse ha cominciato a fallire da subito. Lasse ci è stato dietro i primi mesi, ma poi, man mano, ha lasciato tutte le responsabilità sulle spalle di Mette. Mette è stata molto paziente. Ma in breve tempo il lavoro e la gestione del ristorante l'hanno semplicemente sopraffatta.
Gli affari in malora erano il sintomo. Lasse non ci stava con la testa. E nel giro di un anno ha mandato in malora anche il rapporto con Mette. Più si cercava di sistemare le cose, più si peggiorava.
Lasse è un buono, una brava persona? Forse. Ma un'anima solitaria. Questo è Lasse. Un'anima solitaria e in pena. Amava Mette, ma in quel periodo ha persino trovato il tempo di tradirla. Si è maledetto più di una volta, per questo. Ma Mette era ridotta male. Molto male.
La banca gli ha tolto il ristorante e loro sono tornati a fare i camerieri. Mette era al limite.
Ma un giorno – vedi tu la Provvidenza. Un giorno, al vecchio Oksbøl Pizza – un ristorante del centro di Oksbøl tanto famoso e frequentato quanto sudicio –, Mette fa l'incontro che gli salva la vita.
Lavorava lì come cameriera. Va a prendere le ordinazioni a una tavolata di vecchi in giacca e cravatta, di quelli che con un posto come l'Oksbøl Pizza non c'entrano nulla, che sono lì per una serata alla buona, pure se vestiti di tutto punto, come d'abitudine. Alla tavolata, insomma, c'è il Dottor Friis. Il neurochirurgo. Quello famoso in tutta la Danimarca. E al dottore gli basta una sera – forse una sera e una mattina, e pure un pomeriggio; o forse gli è bastato uno sguardo per portarsi via Mette da Oksbøl. Non che ci volesse tanto, viste le circostanze.
La vita di Lasse finisce qui. Mette gli lascia la casa e se ne va a Copenhagen col dottore. Lasse ci prova; ma la vita, per lui è finita sul serio. Finge di andare avanti. Finge bene. Continua a fare il cameriere. Finge sempre meglio. Ma quando è da solo si lascia andare. Ingrassa. Invecchia di dieci anni in un mese. Capisce che così potrebbe andare a finir male. Dopo il divorzio con Mette, conosce Brigit Jacobsen, una sarta di Oksbøl, di dieci anni più grande di lui. Dell'aspetto di Brigit è meglio non parlare. Comunque, Lasse fa questo per istinto di conservazione. Si risolleva un po'. Con Brigit lo si rivede persino sulla spiaggia di Blaavand. Lo si rivede persino sorridere.


* * *


«Giona nel ventre del Grande Pesce.»

Parcheggia il camper poco lontano dal faro di Blaavand. Il fanale sinistro è andato. Il paraurti, dallo stesso lato, è incassato nel muso. Qualche segno di vernice blu. Ma il motore continua a funzionare: nessun danno.
Scende e se ne va a piedi verso un piccolo edificio isolato – un minimarket che tiene esposti ombrelloni, teli, sdraio, a due passi dalla spiaggia. Entra. Prende un cesto di plastica rossa dalla pila sistemata vicino l'entrata. Senza nemmeno pensarci si dirige verso l'angolo degli alimentari. Riempie il cesto di plastica con scatole di legumi e carne essiccata e in gelatina. Poi va a prendere un altro cesto. Lo riempie di soli barattoli di aringhe affumicate sotto sale. Va verso il bancone, posa a terra i due cesti, allunga un braccio verso la parete accanto alla cassa e prende: una piccola radio fm, rossa e blu, sferica; due bloc notes a spirale; due penne bic nere.

Per arrivare nello sterminato parcheggio all'aperto di Ål Plantage ci mette appena venti minuti. È la prima volta che Lasse si avvicina così tanto alla foresta di cui sua madre gli ha raccontato per anni. In quel luogo, migliaia di rifugiati tedeschi vennero ospitati dopo la seconda guerra mondiale. Civili e soldati. Sua madre, di origini tedesche, gli raccontava dei rapporti che aveva con i ragazzi e le ragazze del campo, ma lui voleva sapere dei soldati. Soltanto dei soldati. Voleva sapere dei soldati ma sua madre non ne sapeva nulla.
Vicino al parcheggio c'è un gabbiotto con dentro due vigilanti. Lasse gli chiede se è possibile addentarsi dentro Ål Plantage. Uno dei vigilanti gli risponde di sì. Ma solo per un breve tratto. Ci sono i cartelli a segnalare fin dove. Poi, il vigilante gli fa notare il fanale rotto; gli dice di tornare indietro ad aggiustarlo prima che faccia buio. Lasse sorride, annuisce, saluta e si volta per andarsene.
Torna a bordo del camper. Fa manovra per uscire dal parcheggio e imbocca l'entrata principale di Ål Plantage. Abbassa l'aletta parasole. All'interno, una scritta fatta col pennarello, color nero. Flugt. Fuga.
Lasse continua a guidare. La strada battuta diventa sterrata e sconnessa dopo appena cento metri dall'entrata.

La cittadella di rifugiati tedeschi di Ål Plantage aveva anche il suo cimitero. Nel tempo, dopo che nel 1948 il campo venne dismesso, sono stati contati almeno centoventi corpi di soldati tedeschi sepolti. Eccola, pensa Lasse. Questa è l'immagine definitiva della sconfitta. Del tentativo di un'impresa mai veramente capita, e naufragata. E ogni sconfitta, pensa Lasse, fra sé, porta con a un irrimediabile, incontestabile esilio. E l'esilio è il luogo finale. «Dov'è che devo stare», si dice.
Il camper si addentra di oltre un chilometro dall'ultimo cartello di accesso vietato. Tranne qualche visitatore, perlopiù gruppetti di quattro o cinque persone, nessuna traccia di ulteriore vigilanza. Il sole sta per tramontare; forse si faranno vivi un'ultima volta prima che sopraggiunga del tutto il buio, pensa.
Arriva in uno spiazzo senza alberi. Al centro, un edificio basso e a pianta quadrata, piuttosto malandato. Spegne il motore. Si alza e si sgranchisce schiena e gambe. Scende dal camper. Va verso l'edificio. Si guarda intorno: è l'imbrunire, e nei paraggi non c'è nessuno.
Il Fleetwood Bounder, in quell'ora dai colori piatti e desaturati, gli pare una grossa balena immobile al centro di un immenso fondale marino.
Dà un'ultima occhiata all'edificio. Torna dentro al camper. Accende la lampadina nell'angolo notte. Apre due scatolette di legumi. Le mangia voracemente. Si stende sul divanoletto. Cade addormentato in pochi istanti.

È la mattina del terzo giorno.
Si sveglia intorpidito. Va verso il lavabo dell'angolo cucina con gli occhi ancora chiusi. Si sciacqua il viso.
Le sette e venti. Esce dal camper. Ancora nessuno nei dintorni. Si sgranchisce le gambe, stira le braccia verso l'alto, piega un paio di volte la schiena. Alza lo sguardo: il cielo è leggermente opaco; ma emette, come fosse un'impercettibile pulsazione, un bagliore chiaro dilatato, con una cadenza irregolare. Non ci sono nuvole e il sole è ancora lontano dallo zenit.
Torna nel camper. Prende uno dei due bloc notes e entrambe le penne bic. Scorre cinque pagine ricoperte da cima a fondo di piccolissimi caratteri. Si ferma alla prima pagina bianca. Sta scrivendo una sorta di diario – frammenti di impressioni e pezzi di una biografia. Da terra raccoglie la radio fm. La accende. In programmazione c'è un brano di musica classica: archi lenti e distesi, corni lontani, trombe che vibrano basse e in contrappunto. Lasse fissa per qualche secondo il foglio bianco. Poi, quasi d'impeto, attacca a scrivere, raggomitolato sul ginocchio sopra il quale tiene il bloc notes.

* * *

Lasse Kristoffersen ha sempre parlato poco. Molto poco. E non ha mai avuto amici veri. Quando se ne è andato – quando ha distrutto la macchina del Dottor Friis, quando ha fatto prendere un infarto alla povera signora Lindgaard, quando ha lasciato sola la povera Brigit che ovviamente non ha retto – nessuno fra conoscenti, vicini, colleghi, è riuscito a spiegarsi un comportamento simile. Il classico esempio dell'uomo che indossa una maschera in mezzo agli altri, una maschera di quiete, quando dentro è tempesta, è maremoto – questo era Lasse.
Una mattina, Lasse si alza e decide di lasciare tutto. Di lasciarsi alle spalle un'esistenza. La propria vita. 

Era stanco, era infelice – è crollato da quando Mette se n'è andata via. Ma non si tratta solo di questo.
Lasse ha seguito il suo istinto. È andato a completarla, la sua esistenza. Non è andato a farla finita. È andato riprendersi qualcosa. Questo è Lasse Kristoffersen. 
Lasse Kristoffersen è un camper.


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«Manoscritto ritrovato in una bottiglia.»

Alla radio hanno appena dato notizia della scomparsa di Lasse Kristoffersen, cinquantacinque anni, di Oksbøl ma originario di Odense, alto all'incirca un metro e ottanta, corpulento, capelli e occhi neri, e poi, subito dopo, la notizia della morte della moglie di Kristoffersen, Brigit Jacobsen, sessantatré anni, deceduta a causa di complicazioni respiratorie in seguito a una sincope cardiaca, e infine, prima del notiziario sportivo, la descrizione del suo Fleetwood Bounder del 1986, lungo nove metri e mezzo, bianco con strisce orizzontali rosse, visto per l'ultima volta nei pressi della foresta di Ål Plantage, nella quale sono in corso da due giorni le ricerche per ritrovare Kristoffersen.

Appoggiato di schiena al camper, Lasse guarda l'edificio basso color fango, distante un centinaio di metri. Continua a pensare a una spiegazione logica del perché nessuno sia riuscito a trovarlo all'interno della foresta di Ål Plantage nonostante si sia addentrato di nemmeno due chilometri.
In tre giorni non ha visto nessuno. Né persone, né veicoli, né luci di alcun tipo. Tantomeno ha sentito volare elicotteri. Insiste nel pensare a una spiegazione logica; ma sa che questo tentativo di ricostruzione, del mettere in piedi una spiegazione plausibile, è più un passatempo che non un suo vero bisogno di comprendere cosa stia succedendo.
Raddrizza la schiena e torna dentro al camper. È mezzogiorno. Per un attimo gli viene in mente un'immagine: lui e Mette, tranquilli, innamorati, seduti uno accanto all'altra nel parco di Kjelst, ma subito l'immagine gli sfugge, e gli compare un pensiero angosciante, violento; il pensiero che Mette potrebbe non esser mai esistita – che quel giorno in cui si sono trovati seduti uno accanto all'altra, tranquilli, innamorati, nel parco di Kjelst, semplicemente non c'è mai stato.
Va verso l'angolo cucina e prende una scatoletta di aringhe affumicate. La mangia quasi ingozzandosi. Torna al divanoletto, spegne la radio e fm e si sdraia.

 Nel sogno, lui è un camper che col muso fa rientrare in acqua due grossi leoni marini.

testo: Stefano Felici
foto: Giulia Mangione

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